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Costantini, Rodolfo
MdM_IT_P_00483 · Persona · 1951 nov. 11 -

Rodolfo Costantini nasce a Fossombrone in una famiglia contadina. Frequenta le scuole magistrali a Urbino, dove avviene il suo primo avvicinamento alla politica, con la partecipazione al movimento studentesco urbinate. Terminate le superiori, si iscrive alla facoltà di Pedagogia dell’Università di Urbino, dove partecipa al clima di mobilitazione degli anni Settanta. Si laurea nel 1973. Nel frattempo, all’inizio degli anni Settanta aderisce al Pci. Durante l’Università collabora con la Camera del lavoro di Fossombrone, la città in cui abita. Entra come funzionario nella Cgil il primo gennaio 1975. A proporgli di entrare in Cgil è Olindo Venturi, allora segretario provinciale, che «stava svolgendo un compito di grande rinnovamento con relativo ingresso di nuovi quadri», ricorda lo stesso Rodolfo Costantini in un’intervista. «Era il periodo in cui la Cgil passava da un’organizzazione che coordinava il mondo contadino, la mezzadria e il bracciantato […] a una organizzazione caratterizzata da un forte ingresso di operai». Il ricambio sarebbe stato un percorso lungo, portato a compimento negli anni Ottanta, a cui lo stesso Costantini avrebbe dato un impulso decisivo, una volta divenuto a sua volta segretario provinciale. Sono anche gli anni del terrorismo, che, ricorda lo stesso Costantini è ben presente nel dibattito sindacale.
Inizialmente diventa segretario della Camera del Lavoro di Fossombrone, esperienza che segnerà la sua formazione sindacale basata su una forte caratterizzazione confederale.
Dal 1978 al 1981 è segretario regionale del sindacato di tessili e calzaturieri, in anni in cui il settore conosce una complessa fase di ristrutturazione: molti operai – soprattutto donne – perdono il posto di lavoro e all’azienda strutturata si sostituiscono dei laboratori, che presentavano minori tutele. Costantini si trova a gestire le situazioni difficili che si vivono alla Cia di Fossombrone, alla Baby Brummel di Montemarciano, alla Lebole di Matelica, alla Orland di Filottrano. Al tempo stesso assiste a un decentramento produttivo, di cui è emblematico il distretto del jeans di Urbania. Alle grandi aziende subentra una struttura molecolare a bassa sindacalizzazione, che costringono il sindacato a una riorganizzazione delle tutele dei lavoratori.
Nel 1981 Rodolfo Costantini viene nominato segretario provinciale della Cgil di Pesaro. La sua elezione si colloca nello scontro intestino che attraversava la Cgil, tra la parte più istituzionale legata al partito e una più vicina alle spinte che venivano dalla contestazione. Essendo estraneo alla realtà di Pesaro viene vista come una figura di mediazione. All’epoca molto giovane, aveva appena 31 anni, accelera il rinnovamento del sindacato facendo entrare in posizioni apicali giovani sindacalisti provenienti sia dalla fabbrica che dall’università. Sono anni in cui non solo si assiste a un importante rinnovamento generazionale, ma aumentano gli iscritti al sindacato. Inoltre viene attuata una importante riforma organizzativa con il superamento del livello provinciale attraverso il decentramento nei comprensori ed il rafforzamento del livello regionale. Particolarmente vivo durante la segreteria di Costantini è inoltre il dibattito sindacale sulla riforma del salario e delle pensioni. Ma proprio in questa fase di trasformazione le relazioni tra sindacati si deteriorano. Profondamente convinto del valore dell’unità sindacale, Rodolfo Costantini si adopera per impedire la lacerazione dei rapporti tra le confederazioni sindacali nel periodo dell’aspro scontro a sinistra sul “taglio della contingenza”. Pesaro è la sola provincia a livello nazionale, in grado di realizzare una grande manifestazione unitaria tra Cgil, Cisl e Uil in piazza del Popolo contro i famosi decreti sulla scala mobile.
Nel 1985 è nominato segretario organizzativo regionale della Cgil. Esce dal sindacato l’anno dopo, motivandolo sostanzialmente per due motivi: non riteneva che l’impegno sindacale (o politico) a tempo pieno dovesse diventare un 'mestiere a vita' e vedeva nell’organizzazione il mantenimento di una staticità nelle politiche contrattuali rispetto a processi economici in rapida evoluzione.
Entra dunque nella Lega delle Cooperative impegnandosi nel settore della cooperazione di abitanti.

Costantini, Giovanni
MdM_IT_P_00577 · Persona · 1920 set. 10 - 2014 ago. 1

Giovanni Costantini nasce a Lunano (PU) il 10 settembre 1920 da una famiglia di mezzadri che ne segnerà profondamente le scelte politiche. Frequenta la scuola elementare fino alla quinta classe ma continua a formarsi culturalmente applicandosi come autodidatta. Nel 1940, come molti suoi coetanei, è richiamato nell’esercito ed inviato ad Idria (nell’attuale Slovenia) dove resta per due anni quando, grazie all’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri, ottiene un trasferimento a Bari e successivamente è spostato nelle Marche, a Senigallia. Le atrocità e le disillusioni proprie della guerra di conquista fascista sono le principali molle per Costantini, come per tanti suoi coetanei, che lo inducono a sviluppare una coscienza politica critica. Ciò lo porta già nel 1943 ad iscriversi al Pci (è membro di cellula e poi del comitato di sezione di Macerata Feltria) e conseguentemente, dopo l’8 settembre, ad offrire la sua collaborazione ai partigiani presenti nella zona di Macerata Feltria. Prudentemente, Costantini si tiene in una posizione non particolarmente esposta per sfuggire ai bandi di Salò. È tuttavia costretto a prestare lavoro coatto per la Todt (l’impresa di costruzioni creata dal Ministro nazista Fritz Todt che dapprima operò in Germania e poi nei paesi occupati dalla Wehrmacht) ed è quindi impiegato nella costruzione della strada che consente di raggiungere la località limitrofa di Pietrarubbia. Immediatamente dopo la Liberazione, si segnala come uno dei principali e più attivi promotori nell’organizzazione delle leghe contadine e al contempo della strutturazione della Camera del Lavoro di Macerata Feltria. Qui, su sollecitazione di Augusto Gabbani, figura storica dell’antifascismo pesarese, già promotore delle prime leghe contadine e sindaco socialista di Pozzo Alto nel 1920 (e successivamente aderente al Partito Comunista d’Italia), Costantini diventa dal 10 gennaio 1946 il dirigente del sindacato agricolo relativamente al mandamento di Macerata Feltria (precedentemente era stato incaricato dalla ricostituita Federazione provinciale comunista di riorganizzare la Confederterra). Come ricorda egli stesso, si deve al «compagno Mariano Berzigotti [l’inizio] di questa attività. [Egli] era segretario della Cdl e organizzava sia i mezzadri che i pochi operai presenti». Se fino a quel momento non vi erano state lotte particolarmente estese, dal 1946 s’inizia a curare l’organizzazione in misura più capillare fino a costituire 35 leghe nei 13 comuni del mandamento nell’arco di poco più di un anno (luglio 1947). Segue la costituzione di comitati comunali con la presenza di leghe in tutte le frazioni più importanti che vedono una partecipazione ed un entusiasmo diffuso da parte degli iscritti. Gli scopi delle leghe si condensano in rivendicazioni varie (ad esempio sul versante delle regalie), ma l’obiettivo di fondo, come ricorda Costantini, è «la terra ai contadini, [ovvero] la terra doveva essere assegnata ai contadini. Questa era la spinta maggiore [dato che] i contadini si sentivano schiavi». Su questo fronte, Costantini sottolinea, da un lato, il freno giocato dalla religiosità sul lato dello sviluppo di una coscienza sindacale antagonista visto che oltre il 95% dei contadini del Montefeltro si riconosceva nella religione cattolica (e sovente erano gli stessi preti i proprietari dei poderi, creando così dei veri e propria traumi identitari nei coloni), dall’altro, quanto lo spirito combattivo dei contadini derivasse da «condizioni assurde, disastrose […], che oggi non è possibile immaginare: strade piene di fango che arrivava alla pancia delle bestie, disinteresse dei proprietari a ricercare l’acqua, nelle abitazioni nevicava, dalla stalla veniva su il fetore in cucina, sotto la finestra [c’era] il letamaio». Da queste descrizioni si può comprende l’asprezza del ciclo di lotte che a ridosso del secondo dopoguerra coinvolse le leghe dei contadini e in particolare i mezzadri nell’area del Montefeltro. Costantini è tra i principali dirigenti a promuovere “scioperi alla rovescia” a Mercatale di Sassocorvaro e, dopo lo «sciopero del bestiame», insieme a Secondo Giannini (all’epoca alla guida della Camera del Lavoro di Macerata Feltria), è tra i protagonisti, il 28 dicembre 1947, di quel che viene denominato “sequestro dei padroni”: un’azione, originariamente animata dalla richiesta di ripartizione del 55% dei prodotti per i coloni e il 5% per le migliorie poderali, dunque ben oltre la recalcitrante applicazione da parte padronale del Lodo De Gasperi, che porta 3.000 persone a Macerata Feltria con i proprietari che firmano un accordo presso la Camera del Lavoro che di per sé ebbe solo un valore simbolico dato che poi seguirono le disdette. Costantini ricorda peraltro come tale dimostrazione è stata importante sul «piano psicologico» con molti padroni che da quel momento, pur dopo una serie di disdette, «hanno cominciato ad abbassare la testa». Quest’azione, tuttavia, gli costa un’accusa di concorso in sequestro di persona che solo nel 1956 si conclude con un’assoluzione per insufficienza di prove. Inoltre, il 17 luglio del 1948 era già stato arrestato in seguito alle agitazioni successive all’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti. Resta in carcere quaranta giorni con l’imputazione di blocco stradale da cui, anche in questo caso, viene assolto per insufficienza di prove. Ad ogni modo, le lotte nelle campagne riprendono vigore e portano, nell’agosto del 1948, alla promulgazione di una legge che recepisce la cosiddetta “tregua mezzadrile” incentrata su una divisione del 53% del prodotto e l’accantonamento del 4% del reddito annuale proprietario per migliorie poderali da far eseguire ai braccianti. Il 1948 è anche un momento di passaggio importante per Costantini che lo vede chiamato a dirigere la Federmezzadri, mentre dal 1951 al 1953 è membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale (diretta prima da Giuseppe Angelini e poi da Giuseppe Chiappini). Come è stato sottolineato, le qualità dirigenziali di Costantini emergono sul lato dell’analisi critica degli obiettivi delle lotte contadine e nella «consapevolezza, ad esempio, di dover superare la fase della semplice richiesta di applicazione delle leggi mezzadrili, per indirizzarsi verso obiettivi produttivistici e i programmi contenuti nel Piano del Lavoro», pur con le difficoltà di promuoverli in un contesto di politica nazionale sfavorevole. Su questo fronte, egli è anche pronto a cogliere «l’interesse dei giovani mezzadri verso la meccanizzazione e l’esigenza di sviluppare tra loro iniziative creative». Nell’approccio di Costantini, vi è anche la necessità di indirizzare l’azione sindacale nei confronti dei mezzadri non iscritti e una particolare attenzione, non certo così diffusa all’epoca, è diretta alla valorizzazione della componente femminile. Le donne, in effetti, pur essendo state negli anni precedenti costantemente presenti nelle manifestazioni non ricoprono cariche dirigenziali e scontano una certa difficoltà da parte dei capilega a comprenderne il possibile ruolo all’interno del sindacato da cui deriva l’assenza di un legame organizzativo solido nei loro confronti. Il 1956 si rivela, invece, un tornante importante nella vita (non solo) politica di Costantini. Infatti, nell’ottobre di quell’anno, in seguito ad un viaggio nelle cosiddette “democrazie popolari”, in particolare a Praga e Varsavia, ha modo di entrare in contatto direttamente con le condizioni socio-economiche dei paesi dell’Est, guidati da partiti comunisti, rimanendone deluso. In particolare, a non impressionarlo favorevolmente sono la gestione delle fabbriche e delle cooperative, le condizioni di lavoro nelle miniere (e la condizione lavorativa femminile) nonché il basso tenore di vita. In quell’anno si verifica anche la repressione sovietica in Ungheria nei confronti delle proteste popolari, di diverso orientamento, insorte prima tra gli studenti e poi tra consistenti fasce della popolazione contro l’ingerenza sovietica. Ciò induce all’esautorazione dello stesso governo comunista riformatore in carica (che aveva accolto gran parte delle istanze dei manifestanti e si era spinto a proclamare la neutralità dell’Ungheria) guidato da Imre Nagy che a sua volta è poi processato e condannato a morte. Costantini, tuttavia, lascia il Pci solo nel 1958 provocando, così, una cesura netta con il suo passato di militante e dirigente di estrazione comunista. Dopo un breve momento di difficoltà, egli è impiegato come caporeparto nel Consorzio agrario e poi, inquadrato come ispettore commerciale, presso la ditta Petrini di Bastia Umbra. Da un punto di vista amministrativo, Costantini ricopre diversi incarichi, prima in qualità di consigliere e vicepresidente dell’Ospedale San Salvatore di Pesaro, successivamente commissario straordinario del Consorzio di bonifica (1969-1975) e membro dell’Ente regionale di sviluppo (1968-1978). È inoltre consigliere provinciale eletto nelle liste della Democrazia cristiana tra il 1961 e il 1965. Il suo antecedente impegno sindacale ha anche modo di essere riversato nel mondo cooperativo a partire dal 1970 (a favore dell’Unione delle Cooperative) e dal 1970 al 2001 nella CASA in cui ha modo di ricoprire anche la carica di segretario regionale. Muore il 1° agosto 2014.

Cortina
Copi
Coordinamento comunista anarchico - CCA
Ente · 1982-[1987]

Attraverso l’azione del Coordinamento comunista anarchico (d'ora in avanti CCA), che con il Circolo Papini condivideva la sede di Fano in via Garibaldi, prosegue seppure solamente per qualche anno (probabilmente non oltre il 1987), l’attività politica svolta negli anni Settanta dalla Sezione Nord dell’Organizzazione anarchica marchigiana - OAM (l’organizzazione si sciolse nel 1979). Non è un caso, del resto, che la denominazione assunta dal CCA richiami esplicitamente quella del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro, l’organizzazione che riuniva gli anarchici di quella zona prima che la stessa entrasse a far parte dell'OAM, modificando il proprio nome in Sezione Nord. A dimostrazione della ‘continuità’ dell’azione del CCA rispetto a quella svolta dall’OAM, è opportuno ricordare la testimonianza di Federico Sora, militante dell'OAM e tra i principali animatori del Circolo, che ripercorre quanto accaduto negli anni immediatamente successivi allo scioglimento dell’Organizzazione anarchica marchigiana:

"Io comincio a lavorare […] nel 1979, l’anno successivo inizia il lavoro stabile e iniziano anche i miei incarichi sindacali sul posto di lavoro. Contemporaneamente abbiamo ripreso l'attività anarchica. Nel 1981 il luogo di incontro era inizialmente casa di Michel, a Fano ai Piattelletti, con la presenza di Donato e altri di Pesaro, poi, nel 1982, abbiamo aperto la sede in via Garibaldi come Centro di documentazione Napoleone Papini. La gestione era divisa a metà tra il collettivo femminista e il nostro gruppo che avevamo denominato di nuovo, richiamandoci all'esperienza di qualche anno prima, Coordinamento comunista anarchico (CCA), sempre su base provinciale. Dopo circa un anno le femministe hanno lasciato la sede mentre noi abbiamo continuato a frequentarla e nuove persone si sono aggregate. Nella pratica del CCA portammo l’esperienza e il modo di fare appreso nell'OAM, con discussioni continue e l’appuntamento fisso – qualsiasi cosa succedesse – il giovedì sera […] Ora che non ho più un riferimento d’incontro periodico sento che quelle riunioni mi mancano molto, non erano un rito o una funzione religiosa, erano un momento di discussione che arricchiva collettivamente, un metodo che non ho ritrovato in altre organizzazioni o nel sindacato in cui sono ancora attivo. Mi ricordo anche gli immancabili verbali riassuntivi delle riunioni fatti in molteplici copie a uso sia degli assenti che dei presenti, per rimarcare quanto detto e deciso. Anche se si usavano le indimenticabili veline, abbiamo sicuramente dato il nostro contributo alla deforestazione! Come quanto avevo già vissuto nelle riunioni dell’OAM, anche quelle del CCA sono state un’esperienza ricca e positiva; mi è capitato di partecipare ad alcune riunioni indette da partiti o partitini di extrasinistra ma la differenza era totale: noi discutevamo e poi decidevamo, gli altri dovevano solo articolare la linea decisa dai vertici del partito oppure organizzare le iniziative decise dal gruppo politico. Poi, pian piano, l’attività del Coordinamento, anche per la partecipazione di persone dal percorso politico meno omogeneo, si è trasformata in attività del Circolo culturale Napoleone Papini, non più espressione di una linea politica specifica ma che raccoglieva diverse sensibilità. Dal 1984 abbiamo iniziato a organizzare a Fano i Meeting anticlericali, cosa che si continuerà a fare con grande impegno per quasi quindici anni".

Gli obiettivi politici del CCA, sintetizzati nell’editoriale del 6 aprile 1983 pubblicato nel secondo numero di “Alta Tensione” (bollettino stampato dal Coordinamento), confermano quantomeno la volontà, da parte del CCA, di agire in continuità con l’azione già svolta dall’OAM:

"Da questo mese in via Garibaldi a Fano, è aperta ufficialmente la sede intestata al Centro di documentazione Napoleone Papini […] Questa sede ospiterà sia il CCA sia il Collettivo Femminista di Fano. Lo sforzo finanziario ed organizzativo che ci proponiamo di sostenere ha il valore di un investimento politico: la riapertura di una sede libertaria a Fano come punto di riferimento per i lavoratori e i compagni che intendono confrontarsi per organizzare iniziative di lotta e controinformazione. Una sede politica significa anche poter disporre di pubblicazioni e informazioni che siano accessibili a tutti, al fine di consentire la circolazione di materiale alternativi per la crescita politica di ciascuno. […] Qualcuno potrebbe trovare discutibile la necessità di una sede politica in questi tempi di disimpegno, tuttavia è proprio in questi periodi di arretramento del movimento di classe che le minoranze rivoluzionarie hanno il compito di recuperare l’agibilità di luoghi pubblici specifici per ricucire il dibattito, per riprendere l’iniziativa, per organizzare i dati dell’attività di controinformazione".

Come ricorda Sora, negli anni successivi, l’attività del CCA, di fatto, è confluita nell’azione del Circolo Papini,

Ente

La legge del 3 agosto 1862, n.753 e il relativo regolamento attuativo contenuto nel regio decreto 27 novembre 1862 n. 1007 istituirono presso ogni comune del Regno una Congregazione di carità allo scopo di amministrare i beni destinati a beneficio dei poveri e le opere pie la cui gestione fosse stata affidata dal consiglio comunale. La legge conteneva una disciplina articolata dei vari istituti assistenziali e caritativi, religiosi e laici, che il Regno d'Italia aveva ereditato dagli Stati preunitari e designava con i termini di "opera pia" o "istituzione di assistenza e beneficenza" un ente morale che aveva come fine quello di "soccorrere le classi meno agiate, (...) di prestare loro assistenza, educarle, istruirle ed avviarle a qualche professione". La legge del 1862 non si propose la creazione di un sistema pubblico di assistenza ma preferì riconoscere le istituzioni già esistenti, principalmente di carattere ecclesiastico, e delegò loro le relative funzioni accentuando invece la visione "localistica" di questo sistema, che assegnava alle amministrazioni locali un ruolo fondamentale di controllo e di gestione. La "legge Crispi" (17 luglio 1890, n. 6972) può essere considerata la prima norma organica in materia di assistenza e beneficenza pubblica; essa ridefinì in maniera più sistematica le finalità e l'organizzazione delle Congregazioni di carità, al cui controllo furono sottoposte le istituzioni pubbliche di assistenza con una rendita inferiore a 5000 lire annue e prive di propri organi di amministrazione, e quelle esistenti nei comuni con popolazione inferiore ai 10000 abitanti. La legge prevedeva che le Congregazioni fossero amministrate da un comitato, composto da un presidente e da un numero variabile di membri ed eletto dal consiglio comunale, mentre la funzione di tesoriere era affidata all'esattore del comune. Con la "legge Crispi" le opere pie (ospedali, ospizi, orfanotrofi, monti di maritaggio, asili d'infanzia, scuole gratuite, monti frumentari, confraternite, cappelle laicali, ecc.) furono ricondotte pienamente nell'ambito del diritto pubblico, allo scopo di ridurre le irregolarità di gestione e rendere più incisivo il controllo statale. Le Congregazioni di carità furono soppresse con legge 4 giugno 1937 n. 847 per essere sostituite dagli Enti comunali di assistenza. La Congregazione di Carità di Montalto fu attiva già dal 1866 (come si può dedurre dal primo registro delle deliberazioni datato 31 ottobre 1866) ma si dota di uno statuto organico e di un regolamento in data 26 luglio 1892 in forza del decreto del Regio Commissario delle province delle Marche (24 ottobre 1860) e della legge 17 luglio 1890. Essa si compone di un Presidente e di quattro membri la cui nomina e surroga viene fatta dal Consiglio Comunale; il suo scopo è amministrare i beni destinati genericamente a favore dei poveri, compresa la loro assistenza, educazione ed istruzione. La Congregazione gestisce e dirige le seguenti Opere Pie: 1-    Opera Pia Biondi (1/10/1614) doti a nubili povere di onesta condotta; 2-    Opera Pia Pasqualini (8/7/1847) elemosina ai poveri il giorno di Natale di ogni anno; 3-    Monte di Pietà (10/7/1613) prestiti in denaro ai poveri in cambio di pegni e al tasso del 3% all’anno; 4-    Cassa di Prestanze agrarie (8/4/1886) prestiti in denaro con tasso al 3% annuo per favorire l’agricoltura; 5-    Opera Pia Mancini (11/12/1863) sussidi a domicilio ai malati poveri di Patrignone; 6-    Opera Pia Peretti (3/8/1629) pane ai poveri di Montalto ed erezione dell’ospedale; 7-    Monti frumentari di Montalto delle Marche, Porchia e Patrignone, prestiti in grano. In base al suo regolamento interno la Congregazione si avvaleva dei seguenti impiegati: -          Un segretario eletto dalla Congregazione o per concorso o per nomina; -          Un tesoriere – esattore (svolgeva anche la funzione di cassiere della Cassa di Prestanze agrarie e quella di montista del Monte dei Pegni); -          Tre custodi dei Monti Frumentari (Montalto, Porchia e Patrignone) eletti dalla Congregazione; -          Un inserviente nominato dalla Congregazione. Nel 1895 si concentrarono nella Congregazione anche le seguenti Opere Pie: -          Opera Pia Amadio (dotalizi ed elemosine), -          Opera Pia Gabrielli (dotalizi ed elemosine per Patrignone), -          Pio Lascito Fioroni (ospedale da erigersi a Porchia), -          Lascito Graziani (soccorsi a domicilio a malati poveri), -          Legato Vagnoni (ospedale da erigersi a Porchia), -          Opera Pia Cherubini (sussidi e medicinali agli infermi di Montalto), -          Lascito Mignucci (ospedale da erigersi a Montalto), -          Opera Pia Pellei (borse di sussidio agli studi). Nello stesso anno vennero trasformate per costruire l’ospedale di Montalto l’opera pia Peretti, l’opera pia Pasqualini, l’opera pia Mancini, il dotalizio Amadio, il lascito Fioroni e i tre Monti Frumentari (ma metà del loro patrimonio andò alla Cassa delle Prestanze agrarie). La storia archivistica del materiale della Congregazione di Carità sembra avere seguito le vicende della sua costituzione dei vari concentramenti e trasformazioni: il materiale è stato suddiviso fra registri e buste proprie della Congregazione di Carità e buste di amministrazione e registri di contabilità delle varie opere pie. Questo ordinamento è stato adottato intorno al 1908-1911 a seguito di una richiesta esplicita della Giunta Provinciale Amministrativa dato il pessimo stato in cui versava l’archivio della Congregazione; l’ordine è stato ricostruito grazie al ritrovamento all’interno di un faldone di una “Rubrica degli atti d’archivio”. L’unica anomalia riscontrata fra questa rubrica e la numerazione dei pezzi riguarda il Pio Istituto Sacconi, probabilmente perché inizialmente risultava autonomo rispetto alla Congregazione in quanto dotato di rendita annua superiore a £ 5000 ma fu poi amministrato per un certo periodo dalla stessa. A seguito di una lunga controversia legale fra u due enti ritornò ad essere autonomo e , probabilmente, per questo la numerazione dei suoi pezzi riparte dal 1 a 11 diversamente da quanto riportato nella rubrica ( da 44 a 53).

Confraternita del Santissimo Sacramento
Ente

La Confraternita del SS. Sacramento fu istituita ed ebbe sede presso la chiesa di S.Nicolò fin dal XVI secolo e fra le altre attività sembra si occupasse dell’Ospedale. La documentazione del fondo è costituita da tre registri di entrata ed esito che vanno dal 1558 al 1923 e un libro della Cappellania Spinelli.

Confraternita del Preziosissimo Sangue
Ente

La Congregazione nasce dal Ristretto di S. Francesco Saverio stabilito dal canonico Gaspare del Bufalo nel 1823 e prende il nome di Ristretto delle consorelle (o Congregazione) del Preziosissimo Sangue alla presenza e con l’approvazione dell’allora Vescovo Eleonoro Aronne di Montalto delle Marche. Gli scopi di questa istituzione erano quelli di natura spirituale come la buona educazione della gioventù, santificazione delle anime del prossimo, insinuazione del timore di Dio soprattutto nelle giovani. Durante la prima adunanza furono elette: Contessa Piera Sacconi PRESIDENTE, Contessa Marianna Paradisi ASSISTENTE, Contessa Elisa Paradisi ASSISTENTE, Contessa Adelaide Sacconi CONSULTRICE, Contessa Margherita Sacconi CONSULTRICE, Contessa Maria Prosperi CONSULTRICE, Silvia Massimauri VICE PRESIDENTE, Gabriella Paradisi SEGRETARIA, Marietta Massimauri VICE SEGRETARIA, Agnese Massimauri CASSIERA, Antonia Verdi VICE CASSIERA.

Ente

La Camera del lavoro provinciale di Pesaro e Urbino si costituisce a Pesaro il 3 giugno 1907 con la denominazione di Camera del lavoro (Cdl), il discorso inaugurale è tenuto dall'avvocato Giuseppe Filippini al quale si deve l'intensa attività a favore delle leghe mezzadrili e delle lotte per la riforma dei patti colonici.
Il 3 giugno viene approvato lo statuto e formata una Commissione provvisoria con lo scopo di organizzare le categorie non ancora costituite in leghe.
A partire dal 1908 si intensifica l'attività organizzativa e si costituiscono le prime leghe: la lega dei marinai, dei contadini e ortolani, la società femminile operaia e la Fratellanza fabbri meccanici che approva il suo statuto e aderisce alla Confederazione generale del lavoro (Cgdl) e alla Federazione italiana operai metallurgici (Fiom).
L'attività delle leghe prosegue in parallelo con quella della Camera del lavoro e nel corso dei primi anni viene annunciata più volte la nascita della Camera del lavoro, fino al 1911 quando viene eletto Segretario Giuseppe Ricci. Il 15 marzo 1914 si tiene il I Congresso camerale con la presenza di 24 leghe per 1641 iscritti, un secondo Congresso si tiene nel febbraio 1915, ma il 5 giugno, dopo una fase di divergenze fra il Consiglio generale e il Segretario Ricci, viene comunicata al Ministero dell'interno lo scioglimento della Camera del lavoro.
La rinascita della Camera del lavoro avviene nel 1919 in un clima completamente cambiato, nell'arco di un anno si triplicano gli iscritti dopo le dure lotte contro la disoccupazione e con l'adesione dei lavoratori delle miniere di zolfo, delle fonderie e dei lavoratori del settore terziario.
Le lotte più dure sull'intero territorio provinciale riguardano i mezzadri per il rinnovo dei patti colonici e i contadini rappresentano la componente più significativa della Commissione esecutiva eletta al Congresso camerale del 29 aprile 1920. Dopo il 1924 a seguito delle violenze squadriste e della formazione di sindacati fascisti che diventano gli unici interlocutori riconosciuti, la Confederazione generale del lavoro si scioglie.
Il secondo dopoguerra vede la rinascita della Camera confederale del lavoro (Ccdl) con tutte le componenti presenti nel Comitato di liberazione nazionale, la Segreteria viene infatti formata dai comunisti Bruno Alciati, Segretario generale, e Augusto Gabbani, dal democristiano Arnaldo Forlani, dall'azionista Giovanni Giordani e dal socialista Dante Spallacci che era presente anche nella Commissione esecutiva eletta al I Congresso del 1914. Nel 1945, nonostante le difficoltà organizzative interne, è presente un'intensa attività di contrattazione che porta, nel corso dell'anno, alla sottoscrizione di accordi per i metallurgici, i lavoratori dei laterizi, i fornai, tipografi, marinai e naviganti, falegnami, braccianti, lavoratori di alberghi e mense, fabbri, addetti al commercio e facchini.
Il I Congresso unitario della Camera confederale del lavoro (Ccdl) si tiene a Pesaro dal 22 al 24 aprile 1947, preceduto e seguito da contrasti e malcontenti per la scelta di nominare i delegati in base al peso delle diverse componenti, che porteranno nel 1948 alla rottura fra la componente democristiana e quella socialista e comunista.
Il II Congresso del 1949 segue un anno di aspre lotte che vede anche il ricorso agli "scioperi alla rovescia". La Cgil registra un aumento considerevole degli iscritti e fra i dirigenti la componente comunista prevale nettamente. La Camera del lavoro ha in questi anni una struttura organizzativa debole che registra contrasti di ordine politico fra le diverse componenti e la mancanza di coordinamento della Camera del lavoro e delle categorie ha ricadute negative sull'attività del sindacato.
Nel 1949 si decide di allargare la segreteria confederale a cinque componenti, fra i quali due dirigenti del mondo contadino per controllare l'eccessiva autonomia della Confederterra. Le uniche due categorie organizzate, con dirigenti stipendiati, sono infatti la Federmezzadri e gli edili. La Federmezzadri, alla fine degli anni Quaranta, contava 17 funzionari e dirigenti stipendiati, con una grande sproporzione con le altre categorie e soprattutto con la Camera del lavoro.
Nel 1951 molti dirigenti passano a ricoprire incarichi politici e la Segreteria ritorna a tre componenti con cooptazioni che provocano dissapori e dissidi interni. La Segreteria è formata da un Segretario generale (Giuseppe Angelini e poi Giuseppe Chiappini dal 1953), un responsabile dell'organizzazione (Elmo Del Bianco) e uno dell'amministrazione (Silvio Gentili). A Nino Gabbani viene affidato l'Ufficio vertenze.
Il III Congresso dell'ottobre 1952, che si svolge in un clima di grande tensione sociale con le lotte dei minatori di Perticara, degli operai della Montecatini e le manifestazioni dei mezzadri, è preceduto dal III Congresso della Federmezzadri che si conferma come la categoria più importante, con oltre 29.000 iscritti e 390 leghe di frazione e contrada.
Ma il declino della Federmezzadri inizia negli anni immediatamente successivi e il V Congresso del 1957 presenta dati preoccupanti: gli iscritti scendono a 27000 e l'abbandono delle campagne fanno perdere alla Federmezzadri 117 capilega e 200 componenti dei Comitati direttivi di lega.
La fine degli anni Cinquanta registra un momento critico per la Cgil, Giacomo Mombello, che era stato eletto Segretario al IV Congresso del 1956, nella relazione presentata al V Congresso del 19-20 marzo 1960, presenta i dati della crisi: il calo degli addetti in agricoltura, la chiusura e la contrazione delle principali attività industriali (le filande, le miniere, la fonderia di Pesaro).
La fine degli anni Sessanta è segnata da profondi cambiamenti, il settore del legno vede aumentare gli addetti a scapito dei lavoratori dell'agricoltura crollati in pochi anni così come gli edili e la Camera del lavoro è costretta ad analizzare i motivi politici e organizzativi della crisi. Aldo Bianchi nel 1966 si chiede: “il nostro movimento, lo stato organizzativo delle nostre organizzazioni ai diversi livelli, la preparazione del nostro quadro dirigente sono adeguate e quindi all'altezza per affrontare con cognizione di causa tutti questi nuovi problemi nelle fabbriche, nelle campagne e negli uffici?”.
Dopo il Sessantotto giovani operai e studenti si avvicinano al sindacato e oltre alle rivendicazioni salariali e alla difesa del posto di lavoro entrano nel sindacato anche temi come la pace, il disarmo completo e controllato e lo sviluppo economico e sociale dell'intera umanità.
Con il Convegno di Montesilvano del novembre 1979, viene avviata la ristrutturazione dell'organizzazione della CGIL; nel X congresso nazionale del 1981 vengono mantenuti i livelli territoriali nazionale e regionale, mentre la struttura confederale, che aveva competenze sul territorio provinciale, viene sostituita dalla struttura territoriale con un ambito di azione comprensoriale.
Il Congresso della Camera del lavoro, tenuto a Urbino il 29, 30 giugno e 1 luglio 1981, è quindi il I Congresso della Camera del lavoro territoriale di Pesaro.
La provincia viene divisa in due comprensori: Pesaro e Fano, Pesaro a sua volta è suddiviso in due zone (Pesaro, Urbino) e comprende altre 4 Cdl (Gabicce, Novafeltria, Macerata Feltria, Urbania).
Negli anni Ottanta l'intero comprensorio di Pesaro comprende 40 comuni, 3 Comunità montane (Alto e medio Metauro, Montefeltro, Alta Val Marecchia), oltre 15.676 iscritti attivi e 10.232 pensionati e presenta nella zona di Pesaro un'accentuata industrializzazione in particolare legno, metalmeccanica, edilizia; nella zona di Urbino invece è molto diffuso il lavoro nero e a domicilio per via delle industrie piccole e artigianali.

Comune di Porchia
Ente

Anche il territorio di Porchia è abitato fin dall’antichità, esistendo testimonianza della presenza di necropoli sia picene che romane ma la fondazione vera e propria risale al IV secolo, durante le invasioni barbariche; il borgo prende il nome di Porcia. Nel 1291 il Papa ascolano Niccolò IV attribuisce al castello la prima forma di autonomia, ammettendolo all'elezione del podestà, di lì a poco Porchia entra a far parte dei castelli di Ascoli la quale offre a sua volta aiuto militare al castello. Di questo status la frazione reca tuttora traccia, con la partecipazione della sua rappresentanza alla Quintana di Ascoli Piceno. Nel 1377, il più spavaldo, valoroso ma anche crudele dei signori ghibellini, Boffo da Massa realizza una piccola signoria al confine tra gli stati di Fermo e di Ascoli Piceno costituita da Carassai, Castignano, Cossignano e Porchia. Nel 1380 Antonio di Acquaviva della famiglia dei duchi di Atri, fece prigioniero Guarniero, figlio di Boffo e lo rinchiuse nel carcere di Santa Vittoria minacciando di ucciderlo se il padre non gli avesse consegnato i castelli di Porchia e Cossignano. Il 4 settembre 1387 Boffo da Massa viene ucciso a Carassai. Cossignano, il giorno dopo la morte del Tiranno, e Porchia, il giorno successivo, si confederarono con Fermo. Nel 1586 il motaltese papa Peretti, Sisto V, elevando a sede vescovile la sua città, ne ricaverà il territorio dalla diocesi ripana, scorporandone anche Porchia. Il primo vescovo di Montalto, Paolo Emilio Giovannini, è nativo del castello e i fornaciai porchiesi forniscono i mattoni per la costruzione della nuova cattedrale.Il comune di Porchia cessa di esistere nel 1861, sopraggiunta l’Unità d’Italia e accorpato definitivamente al comune di Montalto delle Marche.

Comune di Pesaro

Durante l'alto Medioevo, Pesaro, appartenne alla realtà politica della Pentapoli bizantina. Il governo bizantino si protrasse anche successivamente alla conquista longobarda dell'Italia ed ebbe fine con la caduta di Ravenna nel 751, ad opera di re Astolfo. Questi occupò la Pentapoli promettendola allo Stato della Chiesa che riuscì ad ottenerne il possesso definitivo nel 962 grazie al re franco Ottone I.
Nella prima metà del sec. XII, Pesaro, fu un fiorente comune e seguì le sorti delle parti imperiali, ma alla fine del secolo tornò sotto l'egida papale, con tutta la Marca anconetana.
Ristabilito all'inizio del sec. XIII il comune, passò per volere di Innocenzo III agli Estensi. A lungo ghibellina, durante il regno di Federico II si ribellò all'Impero per aderire alla lega delle città guelfe della Marca.
Nel 1259 fu costretta all'obbedienza da Manfredi, ma alla morte di questi, nel 1266, tornò alla Chiesa.
La città entrò poi nell'orbita dell'espansione territoriale dei Malatesta, che la possedettero definitivamente con Giangiotto (1285-1304) il quale, divenutone podestà, ne fu di fatto signore. Il dominio malatestiano, sanzionato da conferimento papale del vicariato, durò sino al 1445 allorché fu venduta da Galeazzo Malatesta ad Alessandro Sforza per denaro.
La nuova dominazione terminò per volontà di Giulio II che volle unire la città ai dominii del nipote Francesco Maria Della Rovere, già signore di Senigallia e duca d'Urbino (1512). All'atto della devoluzione del ducato d'Urbino (1631) fu istituita una legazione cardinalizia che ebbe sede alternativamente ad Urbino ed a Pesaro.
Con l'avvento del Regno napoleonico, nel 1808, Pesaro divenne capoluogo del II distretto, nell'ambito del dipartimento del Metauro, e sede di viceprefettura con competenze anche sui cantoni di Fano e Fossombrone.
Durante la Restaurazione entrò a far parte della delegazione di Urbino e Pesaro, distretto di Pesaro e fu sede di governatorato.
Con l'Unità d'Italia fu definito capoluogo di provincia, sede di mandamento.
Con l'unità d'Italia il Comune di Pesaro fu definito capoluogo di Provincia, sede di mandamento. Tra la seconda metà del XIX secolo ed il 1929 gli furono aggregati i territori dei Comuni di Candelara, Fiorenzuola di Focara, Ginestreto, Novilara e Pozzo Alto. Gli archivi prodotti dai suddetti Comuni vennero quindi uniti all'archivio del Comune di Pesaro.

Comune di Patrignone
Ente

Di origine medievale, Patrignone fu possedimento farfense dal 1074, per essere poi ceduta alla città di Ascoli. Dopo essere stata a lungo frazione di Montalto, fu comune autonomo dall'età napoleonica fino all’Unità d’Italia. Nel 1866 fu aggregata di nuovo all'attuale capoluogo, dal quale dista soli 2 km. Conserva l'impianto storico, suggestivamente incastonato nel paesaggio collinare, con porte, residue di una cinta muraria, ed edifici dei secoli XV - XVII, fra cui la chiesa romanico-gotica di Santa Maria de Viminatu. Anche Patrignone in quanto castello di Ascoli prende parte all'annuale Torneo cavalleresco della Quintana.

Comune di Montalto delle Marche
Ente

Come molti comuni dell’entroterra marchigiano, Montalto vanta testimonianze relative alla presenza dell’uomo addirittura risalenti al periodo Neolitico, diversi insediamenti abitativi di epoca romana, protostorica e medievale. Nell’alto medioevo Montalto acquisisce una sua propria identità dalla fusione di cinque piccoli castelli, Monte Patrizio, La Rocca, Montaltello, San Giorgio e San Lorenzo, avvenuta intorno al IX secolo e non dipende da nessuna diocesi. Sono i monaci farfensi, insediatisi sul Matenano, che hanno giurisdizione su Montalto fino al 1300 quando diventa libero comune e nel 1320 la comunità fa redigere il primo Catasto, strumento molto utile per ricostruire la vita della popolazione all’epoca. Dopo aver subito l'occupazione di Francesco Sforza nella prima metà del quattrocento Montalto subì un terribile saccheggio nel 1518 dalle truppe di Francesco Maria Della Rovere duca di Urbino in guerra con il papa Leone X Medici. Nel 1585 fu eletto al soglio pontificio Felice Peretti, montaltese, che nel dicembre 1586 elevò Montalto a città vescovile e capoluogo di un’ampia circoscrizione amministrativa, il Presidato comprendente i comuni di Patrignone, Porchia, Montedinove, S. Vittoria, Castignano, Offida, Cossignano, Ripatransone, Rotella, Montefiore, Montegallo, Montelparo, Force. Il Presidato rimase attivo fino all'arrivo dei francesi nel 1798 quando Montalto fu capo cantone del Distretto del Dipartimento del Tronto, mentre con la Restaurazione entrò a far parte della Delegazione di Ascoli, Distretto di Montalto, come comune residenza di Governatore. Infine con l'Unità d'Italia rimase all'interno della provincia di Ascoli Piceno come capoluogo di mandamento e nel 1867 ottenne l'annessione dei Comuni di Patrignone e Porchia.

Comune di Mondavio

Controversa e differenti tra loro sono le ipotesi formulate dagli storici in merito all’origine, fondazione e toponimo di Mondavio. Per il Macci Mondavio ebbe principio da una colonia romana. Secondo un’antica leggenda l’origine di Mondavio pare fosse direttamente legato ad uno dei tanti viaggi compiuti nelle nostre terre da san Francesco, il quale vedendo l’amenità del luogo e dalla moltitudine di uccelli che lo popolavano, avesse richiesto alla nobile e locale famiglia Ricci un terreno ove fondare un uovo convento della sua religione. Da questa leggenda, poeticamente, alcuni storici trassero l’origine del toponimo ”Mons avium” (il monte degli uccelli), noncé la giustificazione allo stemma civico che appunto raffigurava un volatile sopra tre monticelli in campo rosso. Tuttavia la tesi più accreditata, sostenuta in passato, anche dagli storici Calindri e Brandimarte, ritiene che Mondavio, in epoca tardo romana, facesse parte della fiorente città di Suasa, distante da lì soli 5 Km a monte, sulla sponda destra del Cesano, ove sono state portate alla luce notevoli vestigia e reperti. Distrutta Suasa da Alarico, re dei Goti, gli abitanti fuggirono insediandosi sulle colline attorno, dando origine ai primi nuclei degli attuali borghi collinari, fra cui, anche, Mondavio. A ribadire l’importanza di Mondavio sui limitrofi castelli, il Seta racconta di un ritrovamento, in quella zona, di una lapide sulla quale vi compariva la scritta: “Mons avium, parva civitas in Piceno”. Il territorio prima di far parte della Pentapoli Ravennate subì le incursioni devastatrici di Longobardi e Bulgari. Il vocabolo Mondavio si riscontra per la prima volta in un documento del 1178 (e successivamente in un registro vaticano del 1289). Tale cronologia confuterebbe, quindi, la citata ipotesi legata al patrono d’Italia. Tuttavia, a prescindere dalla riportata leggenda e dal vocabolo di origine storicamente incerta, ad oggi è comunemente accettato che Mondavio, come aggregato urbano, sia sorto o contemporaneamente o subito dopo la costruzione del convento francescano (1210-1220 circa), sebbene, innegabili siano tracce e accenni ancor più antichi riferibili all'esistenza di un castello a Mondavio, al tempo di un signorotto locale di nome Vanolo. Il Vicariato di Mondavio probabilmente si formò gradualmente per la presenza in loco di famiglie nobili e facoltose. Tra le tante famiglie nobili fiorite in zona si segnalano: gli Agabiti, i Negusanti, i Leonelli, i Mariotti, i Fedeli, i Lunacchi, i Luschi e gli Ubaldini. Ed è a proprio a questa casata che nell’anno 1194 l’imperatore Enrico IV concesse Mondavio unitamente ad altri 25 (poi ridoti a 24) castelli da Pergola fino a San Costanzo. Passato, poi, alla Chiesa, con il trasferimento della sede papale in Avignone, Mondavio, come le circonvicine terre dello Stato Pontificio, fu lasciato in balia dei belligeranti signorotti locali, fin quando, nell’anno 1314, Pandolfo Malatesta, signore e podestà di Pesaro, Fano e Senigallia acquisì il castello di Mondavio per il tradimento del suddetto Vanolo. Nell’anno 1316 Mondavio doveva sicuramete godere di una certa importanza se fu scelto quale luogo ove siglare la pace tra le rappresentanze di Fano e Fabriano. Ancora assoggettato al severo governo della città di Fano, nell’anno 1327 Mondavio si ribellò, complice, anche, lo spodestato ex signore di Fano, Pandolfo Malatesta il quale si appellò, in Avignone, al pontefice Giovanni XII che ordinò lo smembramento di Mondavio, assieme ai 24 castelli del vicariato, dal territorio di Fano, riassegnandolo nuovamente al rettore della Marca Anconitana. Da quel momento Pandolfo e poi Ferradino e Galeotto Malatesta tentarono a ripetizione di impadronirsi del Vicariato con scarsi successi fino all’anno 1353, ed il dominio della Chiesa continuò senza grosse scosse sino al 1376, anno in cui Galeotto Malatesta, dopo una serie di saccheggi, lo riconquistò. Alla sua morte nel 1391 Pandolfo Malatesta fu riconfermato signore di Mondavio da Papa Bonifacio IX, mentre nell’anno 1392 il di lui fratello Carlo Malatesta, rinforzò il riconquistato Mondavio, guarnendo la fortezza per difendere il territorio del Vicariato dalle incursioni delle soldatesche di Buldrini da Panicale. Nel 1400 egli vi stabilì la sua residenza, e Mondavio poté godere di un periodo di sviluppo e prosperità, accompagnata da grandi feste popolari. Morti Pandolfo e il fratello Carlo, il figlio Galeotto ottenne, nel 1429, da papa Martino V l’investitura degli stati “Malatestiani” a patto che restituisse alla Santa Sede le terre del Vicariato di Mondavio, Ma già dal 1433 sino al 1441 se lo contesero gli Sforza ed i Malatesta, finché, con il matrimonio di Sigismondo con Polissena Sforza, figlia di Francesco, tornarono i Malatesta e risiedettero a Mondavio, che fu abbellita e fortificata, sotto la benedizione di papa Eugenio IV. Nel 1447 Federico da Montefeltro, su ordine del papa, che voleva punire Sigismondo per la morte di Polissena, invase il Vicariato e espugnò Mondavio, cacciando il Malatesta, dopo soli dodici giorni di assedio. Tuttavia la famiglia Malatesta riconquistò il Vicariato nell’anno 1462, per essere, poi, definitivamente sconfitta ed esiliata e facendo gravitare, nuovamente, il Vicariato di Mondavio, assieme alle due città di Fano e Senigallia, sotto la dominazione pontificia. Nell’anno 1463 il vasto territorio del Vicariato, unitamente a Senigallia e Montemarciano, vennero infeudati dal pontefice Pio II al di lui nipote Antonio Piccolomini. Morto, però, il pontefice i mondaviesi, assieme agli abitanti dei vicini castelli di Mondolfo e San Costanzo e della città di Senigallia, si ribellarono al signore fin quando, nell’anno 1464, Mondavio, cacciato il Piccolomini, si sottomise spontaneamente al governatore di Fano, il vescovo di Perugia, Giacomo Vannucci da Cortona.
Salito al seggio pontificio papa Sisto IV, nell’anno 1474, donò il recuperato Vicariato di Mondavio al nipote e condottiero Giovanni della Rovere, già signore di Senigallia, come dono di nozze con Giovanna della Rovere. Prima di questa infeudazione, Il nuovo signore Giovanni della Rovere soggiornò per qualche periodo a Mondavio e vi fece costruire nell’anno 1482 (la costruzione finì nell’anno 1492) la Rocca dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Tra i tanti privilegi che Giovanni della Rovere riuscì ad acquisire per Mondavio, quello più importante fu, certamente, il ripristino della residenza del Tribunale supremo su tutto il Vicariato. Suo figlio Francesco Maria, forse nato a Mondavio, successe nel 1503 allo zio Guidobaldo, nel Ducato di Urbino, e vi incorporò anche il Vicariato di Mondavio. I periodi di governo di Giovanni e Francesco Maria della Rovere furono i più felici e prestigiosi nella storia di Mondavio. Leone X concedette Mondavio ed il Vicariato a Lorenzo de Medici, ma alla sua morte ritornò, nuovamente, sotto il governo caratterizzato dalla “libertas ecclesiastica” della città di Fano attraverso la bolla pontificia del 27 giugno 1520 emanata da papa Leone X. Tuttavia questa nuova cessione al dominio fanese fu, ancora, fortemente invisa ai mondaviesi i quali, alla morte del pontefice Leone X, aprirono le porte del castello a Francesco Maria I che poté riconquistare i suoi antichi domini fortificando, ulteriormente, le rocche di Mondavio e di Mondolfo. Nell’anno 1631 quando si estinse la dinastia dei Della Rovere, il Ducato, assieme al Vicariato di Mondavio ritornarono, pacificamente, sotto la giurisdizione della Santa Sede, venendo retti da un cardinale legato. Il Vicariato di Mondavio restò anche in seguito con territorio più ridotto sino alla costituzione del regno d'Italia nel 1860, e fu poi trasformato in Mandamento di 12 comuni sino al 1923. Il Vicariato di Mondavio, a quanto scrisse Sebastiano Macci, “ebbe amplissimo territorio di popolatissimi castelli e di nobilissime terre”.

Comune di Mondavio

Controversa e differenti tra loro sono le ipotesi formulate dagli storici in merito all’origine, fondazione e toponimo di Mondavio. Per il Macci Mondavio ebbe principio da una colonia romana. Secondo un’antica leggenda l’origine di Mondavio pare fosse direttamente legato ad uno dei tanti viaggi compiuti nelle nostre terre da san Francesco, il quale vedendo l’amenità del luogo e dalla moltitudine di uccelli che lo popolavano, avesse richiesto alla nobile e locale famiglia Ricci un terreno ove fondare un uovo convento della sua religione. Da questa leggenda, poeticamente, alcuni storici trassero l’origine del toponimo ”Mons avium” (il monte degli uccelli), noncé la giustificazione allo stemma civico che appunto raffigurava un volatile sopra tre monticelli in campo rosso. Tuttavia la tesi più accreditata, sostenuta in passato, anche dagli storici Calindri e Brandimarte, ritiene che Mondavio, in epoca tardo romana, facesse parte della fiorente città di Suasa, distante da lì soli 5 Km a monte, sulla sponda destra del Cesano, ove sono state portate alla luce notevoli vestigia e reperti. Distrutta Suasa da Alarico, re dei Goti, gli abitanti fuggirono insediandosi sulle colline attorno, dando origine ai primi nuclei degli attuali borghi collinari, fra cui, anche, Mondavio. A ribadire l’importanza di Mondavio sui limitrofi castelli, il Seta racconta di un ritrovamento, in quella zona, di una lapide sulla quale vi compariva la scritta: “Mons avium, parva civitas in Piceno”. Il territorio prima di far parte della Pentapoli Ravennate subì le incursioni devastatrici di Longobardi e Bulgari. Il vocabolo Mondavio si riscontra per la prima volta in un documento del 1178 (e successivamente in un registro vaticano del 1289). Tale cronologia confuterebbe, quindi, la citata ipotesi legata al patrono d’Italia. Tuttavia, a prescindere dalla riportata leggenda e dal vocabolo di origine storicamente incerta, ad oggi è comunemente accettato che Mondavio, come aggregato urbano, sia sorto o contemporaneamente o subito dopo la costruzione del convento francescano (1210-1220 circa), sebbene, innegabili siano tracce e accenni ancor più antichi riferibili all'esistenza di un castello a Mondavio, al tempo di un signorotto locale di nome Vanolo. Il Vicariato di Mondavio probabilmente si formò gradualmente per la presenza in loco di famiglie nobili e facoltose. Tra le tante famiglie nobili fiorite in zona si segnalano: gli Agabiti, i Negusanti, i Leonelli, i Mariotti, i Fedeli, i Lunacchi, i Luschi e gli Ubaldini. Ed è a proprio a questa casata che nell’anno 1194 l’imperatore Enrico IV concesse Mondavio unitamente ad altri 25 (poi ridoti a 24) castelli da Pergola fino a San Costanzo. Passato, poi, alla Chiesa, con il trasferimento della sede papale in Avignone, Mondavio, come le circonvicine terre dello Stato Pontificio, fu lasciato in balia dei belligeranti signorotti locali, fin quando, nell’anno 1314, Pandolfo Malatesta, signore e podestà di Pesaro, Fano e Senigallia acquisì il castello di Mondavio per il tradimento del suddetto Vanolo. Nell’anno 1316 Mondavio doveva sicuramete godere di una certa importanza se fu scelto quale luogo ove siglare la pace tra le rappresentanze di Fano e Fabriano. Ancora assoggettato al severo governo della città di Fano, nell’anno 1327 Mondavio si ribellò, complice, anche, lo spodestato ex signore di Fano, Pandolfo Malatesta il quale si appellò, in Avignone, al pontefice Giovanni XII che ordinò lo smembramento di Mondavio, assieme ai 24 castelli del vicariato, dal territorio di Fano, riassegnandolo nuovamente al rettore della Marca Anconitana. Da quel momento Pandolfo e poi Ferradino e Galeotto Malatesta tentarono a ripetizione di impadronirsi del Vicariato con scarsi successi fino all’anno 1353, ed il dominio della Chiesa continuò senza grosse scosse sino al 1376, anno in cui Galeotto Malatesta, dopo una serie di saccheggi, lo riconquistò. Alla sua morte nel 1391 Pandolfo Malatesta fu riconfermato signore di Mondavio da Papa Bonifacio IX, mentre nell’anno 1392 il di lui fratello Carlo Malatesta, rinforzò il riconquistato Mondavio, guarnendo la fortezza per difendere il territorio del Vicariato dalle incursioni delle soldatesche di Buldrini da Panicale. Nel 1400 egli vi stabilì la sua residenza, e Mondavio poté godere di un periodo di sviluppo e prosperità, accompagnata da grandi feste popolari. Morti Pandolfo e il fratello Carlo, il figlio Galeotto ottenne, nel 1429, da papa Martino V l’investitura degli stati “Malatestiani” a patto che restituisse alla Santa Sede le terre del Vicariato di Mondavio, Ma già dal 1433 sino al 1441 se lo contesero gli Sforza ed i Malatesta, finché, con il matrimonio di Sigismondo con Polissena Sforza, figlia di Francesco, tornarono i Malatesta e risiedettero a Mondavio, che fu abbellita e fortificata, sotto la benedizione di papa Eugenio IV. Nel 1447 Federico da Montefeltro, su ordine del papa, che voleva punire Sigismondo per la morte di Polissena, invase il Vicariato e espugnò Mondavio, cacciando il Malatesta, dopo soli dodici giorni di assedio. Tuttavia la famiglia Malatesta riconquistò il Vicariato nell’anno 1462, per essere, poi, definitivamente sconfitta ed esiliata e facendo gravitare, nuovamente, il Vicariato di Mondavio, assieme alle due città di Fano e Senigallia, sotto la dominazione pontificia. Nell’anno 1463 il vasto territorio del Vicariato, unitamente a Senigallia e Montemarciano, vennero infeudati dal pontefice Pio II al di lui nipote Antonio Piccolomini. Morto, però, il pontefice i mondaviesi, assieme agli abitanti dei vicini castelli di Mondolfo e San Costanzo e della città di Senigallia, si ribellarono al signore fin quando, nell’anno 1464, Mondavio, cacciato il Piccolomini, si sottomise spontaneamente al governatore di Fano, il vescovo di Perugia, Giacomo Vannucci da Cortona.
Salito al seggio pontificio papa Sisto IV, nell’anno 1474, donò il recuperato Vicariato di Mondavio al nipote e condottiero Giovanni della Rovere, già signore di Senigallia, come dono di nozze con Giovanna della Rovere. Prima di questa infeudazione, Il nuovo signore Giovanni della Rovere soggiornò per qualche periodo a Mondavio e vi fece costruire nell’anno 1482 (la costruzione finì nell’anno 1492) la Rocca dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Tra i tanti privilegi che Giovanni della Rovere riuscì ad acquisire per Mondavio, quello più importante fu, certamente, il ripristino della residenza del Tribunale supremo su tutto il Vicariato. Suo figlio Francesco Maria, forse nato a Mondavio, successe nel 1503 allo zio Guidobaldo, nel Ducato di Urbino, e vi incorporò anche il Vicariato di Mondavio. I periodi di governo di Giovanni e Francesco Maria della Rovere furono i più felici e prestigiosi nella storia di Mondavio. Leone X concedette Mondavio ed il Vicariato a Lorenzo de Medici, ma alla sua morte ritornò, nuovamente, sotto il governo caratterizzato dalla “libertas ecclesiastica” della città di Fano attraverso la bolla pontificia del 27 giugno 1520 emanata da papa Leone X. Tuttavia questa nuova cessione al dominio fanese fu, ancora, fortemente invisa ai mondaviesi i quali, alla morte del pontefice Leone X, aprirono le porte del castello a Francesco Maria I che poté riconquistare i suoi antichi domini fortificando, ulteriormente, le rocche di Mondavio e di Mondolfo. Nell’anno 1631 quando si estinse la dinastia dei Della Rovere, il Ducato, assieme al Vicariato di Mondavio ritornarono, pacificamente, sotto la giurisdizione della Santa Sede, venendo retti da un cardinale legato. Il Vicariato di Mondavio restò anche in seguito con territorio più ridotto sino alla costituzione del regno d'Italia nel 1860, e fu poi trasformato in Mandamento di 12 comuni sino al 1923. Il Vicariato di Mondavio, a quanto scrisse Sebastiano Macci, “ebbe amplissimo territorio di popolatissimi castelli e di nobilissime terre”.