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Gabbani, Augusto
MdM_IT_P_00499 · Persoon · 1891 mag. 5 - 1983 lug.

Augusto Gabbani nasce a Pozzo Alto, all'epoca Comune della provincia di Pesaro e Urbino, il 5 maggio 1891 in una povera famiglia rurale, cattolica, ma di idee progressiste. Riesce a frequentare la scuola fino alla terza classe delle elementari e, per qualche tempo, riceve le lezioni dal cappellano della parrocchia. Fin da adolescente, a partire dal 1907, partecipa alle prime leghe contadine, organizzate dai socialisti Giuseppe Filippini, Alfredo Faggi e Domenco Gasparini. «La miseria in mezzo ai contadini era spaventosa» scrive Gabbani nei suoi Ricordi. «I contadini non riuscivano, con i diversi prodotti del podere, specie negli anni di avversità atmosferiche, a trarre sufficiente vitto per la famiglia». Tra i debiti contratti, le decime, il costo dei buoi per arare, la metà del raccolto spettante al mezzadro si riduceva di molto. Inoltre vi erano una serie di prestazioni a cui il contadino era tenuto per il fondo del padrone.
Le agitazioni di quegli anni portano ad alcuni successi. Nel profilo biografico di Gabbani, Ermanno Torrico annovera l’accordo strappato nel 1906, quindi appena precedente all’inizio dell’impegno di Gabbani, che prevedeva l’abolizione di alcune tasse, vincolava il proprietario e presentare i conti e statuiva la ripartizione delle sementi in base al reddito per ettari, l’istituzione di un collegio di probiviri composto da coloni e proprietari e la ripartizione a metà di quasi tutti i prodotti. Nei suoi Ricordi Gabbani ricorda tra le conquiste di quegli anni la divisione paritaria di olive e bachi da seta, il compenso al colono per il trasporto di cibo al proprietario e l’abolizione della servitù nella casa del padrone.
Nel 1912, a ventuno anni, Gabbani si iscrive al Psi. Prende parte all’agitazione per la ripartizione delle spese di trebbiatura con i proprietari dei fondi. Per le sue idee pacifiste subisce varie diffide dall’autorità pubblica.
Con la ripresa del movimento dei contadini nel dopoguerra, Gabbani diventa dirigente sindacale e membro del comitato provinciale delle leghe contadine, costituito dall’avvocato Filippini e dal segretario della Camera del Lavoro Dante Spallacci. È tra i fondatori della prima cooperativa di consumo e dell’apertura della prima sezione socialista nel suo comune. È tra gli animatori dello sciopero della trebbiatura, che vale ai contadini un patto colonico più favorevole. Nel 1919 è candidato alle elezioni politiche. Probabilmente a causa della sua attività politica e sindacale, nel gennaio del 1920 i suoi pagliai vanno a fuoco: l’episodio sembra possa essere collocato nello scontro con le leghe bianche cattoliche. Alle elezioni del 15-16 novembre è candidato nelle liste socialiste. Un anno dopo alle amministrative è capolista e, dopo aver ottenuto il numero di voti più alto, viene eletto sindaco di Pozzo Alto. In occasione del congresso di Livorno aderisce al Partito comunista. Tutta la sezione socialista del suo paese e la maggioranza del consiglio comunale lo segue.
Tra le principali opere di sindaco si ricorda la costruzione di importanti strade di collegamento e l’aumento delle classi elementari. Ma il clima è difficile. Per ripianare il bilancio comunale, ereditato in forte passivo, aumenta le tasse a carico dei proprietari terrieri. Gli agrari passano dai tentativi di corruzione alle minacce. La contrapposizione si inasprisce ulteriormente in seguito alla costruzione del nuovo acquedotto, attraverso un consorzio costituito con i comuni di Tomba, Gradara e Montelabbate: le acque infatti sono captate dalla sorgente situata nella proprietà del locatore del suo fondo, Augusto Mariotti.
Il contrasto con gli agrari è il terreno di coltura delle violenze squadriste. Nel luglio del 1922, il 29, Gabbani viene arrestato nel corso di una mobilitazione per il rispetto dei diritti sindacali durante la trebbiatura. Rimane in carcere fino al 7 agosto. Il giorno dopo la sua scarcerazione, numerosi fascisti armati, guidati da Raffaello Riccardi, circondano la sua casa e lo obbligano a seguirli in municipio, rivoltella alla mano. Qui viene duramente picchiato e avvolto nella bandiera del comune, poi viene costretto a percorrere le vie del paese tra bastonature e dileggi, infine con la pistola puntata alla tempia dallo stesso Riccardi, gli viene intimato di firmare le dimissioni e di riunire la popolazione per rinnegare pubblicamente il suo ideale politico e aderire al fascismo. Gabbani riesce a evitare questa seconda umiliazione: si nasconde e rientra a casa solo due settimane dopo. Ma la vita è divenuta impossibile: è continuamente sorvegliato, più volte fermato e trattenuto, subisce numerose perquisizioni per i suoi contatti con gli antifascisti fuoriusciti in Francia.
Nel 1930, pur con un grande tormento personale, accetta l’adesione al sindacato fascista di Pozzo Alto per mantenere il contatto con i lavoratori, assecondando le indicazioni del partito clandestino. Il sindacato fascista riesce a ottenere alcuni sgravi fiscali e a stabilire una cassa mutua per i contadini. Questa viene inizialmente ostacolata dall’ordine dei medici che ne impediscono nei primi mesi il funzionamento, ma poi prende piede, risultando una sorta di anticipazione della mutua nazionale, istituita nel 1939, che ne avrebbe assorbito il patrimonio. Nel 1933, sempre dall’interno del sindacato avvia una discussione per una riforma del patto colonico. Nel 1934 la piattaforma rivendicativa del sindacato di Pozzo, presentato a Pesaro al convegno dei dirigenti sindacali, è lungamente applaudito dai coloni presenti. Contiene rivendicazioni avanzate per il tempo: la fornitura di macchine più moderne, la costruzione di nuove strade, il restauro delle abitazioni, la fornitura di luce e acqua. Il documento avrebbe avuto riflessi anche sulla vicenda politica nazionale. La reazione degli agrari sarebbe stata tra i motivi della sostituzione del presidente della Confederazione nazionale dell’agricoltura Razza e del segretario nazionale Gattamorta, che si era impegnato a esibirlo a Mussolini.
Gabbani riesce così a mantenere, pur in una posizione difficile, il legame con i lavoratori anche durante la guerra. Dopo l’8 settembre partecipa attivamente alla Resistenza: si adopera per mettere in salvo i soldati sbandati, organizza sabotaggi lungo la Linea Gotica, partecipa a diverse azioni di disarmo della milizia fascista. Partecipa inoltre alla ricostruzione della clandestina Federazione provinciale comunista. Le riunioni si tengono a Santa Maria delle Fabbrecce, a casa dell’onorevole Mancini. Costretto a sfollare con la famiglia a Scotaneto, viene qui raggiunto da alcuni compagni che portano le armi sequestrate. Presi i contatti con la brigata “Bruno Lugli”, entra nel comando militare. Il capanno dove abita è il luogo di riferimento dei giovani che vogliono raggiungere la Resistenza. Il 26 luglio 1944, poco prima della liberazione della provincia, il capanno è oggetto di un attacco incendiario e viene raso al suolo, ma in quel momento nessuno vi si trovava all’interno. Appena passato il fronte, Augusto Gabbani viene incaricato di costituire il Comitato di liberazione nazionale a Tavullia, ma non riesce a raggiungerla, venendo fermato e derubato da un soldato canadese prima di arrivarci. Essendo il suo paese natale, Pozzo Alto, distrutto dalla guerra, ripara a Villa Fastiggi. Dal partito riceve l’incarico di ricostituire la Confederterra e la Camera del Lavoro provinciale: è tra i membri della prima Segreteria del 1944, quella presieduta da Bruno Alciati, assieme Dante Spallacci, Giovanni Giordani e Arnaldo Forlani. Con Dante Spallacci è l’unico membro che viene confermato anche nel 1946, nella nuova segreteria presieduta da Mariano Bertini. Nuovamente il suo impegno si cala nella riorganizzazione del movimento contadino di cui cerca di riprendere le fila in tutta la valle del Foglia. Data la sua esperienza è il regista delle manifestazioni organizzate dalla Federterra per l’applicazione del lodo De Gasperi e il varo di un nuovo patto mezzadrile.
Nel 1947 si adopera a favore di alcuni contadini arrestati durante lo sciopero delle fiere e dei mercati per il bestiame, ottenendo dal presidente del tribunale di Urbino il rilascio. Pur non avendo partecipato ai fatti, viene tuttavia denunciato come «capo di un’associazione a delinquere» e condannato a due anni e otto mesi. Sarebbe stato assolto poi in appello, difeso da Enzo Capalozza. Nel 1948 dirige per l’ultimo anno la Confederterra di Pesaro, prima di passare all’Ufficio vertenze. Al III Congresso della Federmezzadri del 1952 partecipa alla Commissione Contratti e vertenze e figura nel Comitato direttivo. È ancora nel Comitato direttivo dei successivi Congressi, il quarto, che si tiene nel 1955 e il quinto, del 1957. L’anno successivo decide di pensionarsi per le cattive condizioni di salute, ma continua a partecipare, come 'giudice esperto', alla commissione agraria presso il tribunale di Pesaro, fino al suo scioglimento nel 1963. Continua a vivere a Pesaro, dove risulta residente nel 1969, prima di trasferirsi a Mombaroccio, dove muore il 31 luglio 1983. «Così la mia vita è trascorsa» scrive Gabbani alla fine dei suoi Ricordi. «Nella difesa degli interessi dei mezzadri, fino a quando ho potuto».

MdM_IT_E_00097 · Instelling · 1963 -

Organismo di ricerca, emanazione degli enti locali marchigiani, fondato il 10 dicembre 1963, iniziò ad operare nel gennaio 1964 facendo riferimento alla Facoltà di economia e commercio di Ancona, sede decentrata dell'Università di Urbino. Il suo comitato tecnico coordinò e diresse, tra 1963 e 1970, una vasta mole di ricerche.

Levantesi, Lanfranco
MdM_IT_P_00502 · Persoon · 1924 mar. 15 - 1993 apr. 18

Nato a Fermo, frequenta solo la scuola elementare. Si arruola nell'esercito subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia, ma dopo l'8 settembre riesce a sfuggire alla cattura dei nazisti travestendosi da sacerdote e raggiunge le bande partigiane che operano sui Sibillini, grazie alle numerose azioni ottiene il grado di tenente.
Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito socialista italiano (PSI) e inizia la sua attività di sindacalista nella Confederterra. Nel 1950 gli viene affidato l'incarico di Segretario della Camera del lavoro di Fermo e nel 1953 viene chiamato in Ancona a dirigere la Federmezzadri. All'attività sindacale unisce l'impegno nel Partito socialista e nel 1964 alle elezioni amministrative entra nel consiglio comunale di Ancona e ricopre il ruolo di assessore. In seguito al processo di democratizzazione dell'Inps i rappresentanti sindacali entrano nella gestione dell'istituto e Levantesi va a ricoprire la carica di presidente del comitato provinciale dell'ente dal 1971 al 1975 e, nel quinquennio successivo, del comitato regionale. Negli anni successivi, dopo la direzione dell'Inca nel 1982, viene eletto segretario regionale dello Spi. Levantesi lascia l'attività sindacale nel 1990 e muore in Ancona nel 1993.

Palmetti, Umberto
MdM_IT_P_00508 · Persoon · 1923 -

Contadino, nato a San Giovanni in Marignano, dopo l'8 settembre inizia a lavorare per la Todt a Montecchio e compie azioni di sabotaggio rallentando i lavori per agevolare il passaggio degli Alleati. Dopo la liberazione si iscrive al PCI, il 1 gennaio del 1952 entra come funzionario della Cgil e diventa prima responsabile e poi Segretario della Camera del lavoro di Gabicce Mare.

Stefanini, Marcello
MdM_IT_P_00509 · Persoon · 1938 gen. 11 - 1994 dic. 29

Marcello Stefanini nasce a Comunanza l'11 gennaio 1938. Si laurea in agraria presso l'Università di Perugia. Dal 1965 è consigliere e assessore comunale di Pesaro. Del comune di Pesaro è sindaco dal 1970 al 1978 per il Partito comunista italiano (PCI). Dal 1978 diviene segretario regionale delle Marche. Nel 1980 è eletto consigliere regionale. Nel 1987 è eletto deputato alla Camera per il PCI nel collegio di Ancona. Diviene membro della segreteria nazionale del partito e Tesoriere nazionale nel 1990. Nel 1992 viene eletto senatore per il Partito democratico della sinistra (PDS). Nel 1993 viene coinvolto nella stagione di Mani pulite per le tangenti del gruppo Ferruzzi al PDS. Viene anche chiesto il suo rinvio a giudizio per Malpensa 2000. A fine 1994 muore improvvisamente per un'emorragia cerebrale. Muore a Pesaro il 29 dicembre 1994. Ogni suo coinvolgimento viene fugato dalle indagini e via via archiviati i casi che lo vedevano coinvolto: non per morte sopraggiunta ma per inconsistenza delle accuse.

Aiudi, Piero
MdM_IT_P_00513 · Persoon · 1948 nov. 9 -

Piero Aiudi nasce a Fossombrone il 9 novembre 1948 in una famiglia operaia e antifascista. Il padre prima socialista aveva poi aderito al Pci e la madre, casalinga, partecipava attivamente alla vita politica a Fossombrone, la passione per la politica nata in famiglia si rafforza con il trasferimento a Pesaro nella frazione molto politicizzata di Villa Fastiggi, dove comincia a frequentare la Sezione del Pci e la sua biblioteca. Aiudi si iscrive alla Federazione giovanile del Pci a quindici anni, quando già lavorava come falegname nel Mobilificio Fastigi. Il Partito lo spinge ad interessarsi al sindacato e diventa giovanissimo rappresentante sindacale. L’attivismo sindacale corrisponde alla sua formazione politica e culturale. Nel 1975 Enrico Biettini, all’epoca segretario aggiunto, della Camera confederale del lavoro di Pesaro, gli propone di occuparsi del patronato Inca, dopo tre anni diventa responsabile dell’Inca di Fano, ma subito dopo pochi mesi arriva la proposta di dirigere la Fillea di Fano, per passare poi alla Filtea. Gli anni passati alla Filtea corrispondono alle lunghe lotte legate alle vertenze per la CIA, la più grande fabbrica di abbigliamento delle Marche, e di altre aziende che con la crisi licenziarono centinaia di dipendenti. Successivamente entra nella Segreteria della Camera del lavoro di Fano dove rimarrà fino al 1991 quando, con la riunificazione dei comprensori di Pesaro e Fano, è chiamato da Lino Lucarini per entrare nella Segreteria provinciale, diventa poi Segretario provinciale della Fillea, ma anche questa esperienza durerà pochi mesi perché sarà chiamato a dirigere il Patronato Inca regionale. Rimarrà a dirigere l’Inca per dieci anni, fino al 2001 per poi andare in pensione nel 2002.

MdM_IT_E_00101 · Instelling · 1948 mag. -

Ha origine dalla trasformazione dell'organizzazione dei cavatori e minatori (Fimec) nel maggio del 1948, comprende tutti i lavoratori: operai . impiegati e tecnici, delle industrie estrattive. Gli iscritti alla Cgil unitaria nel 1948 erano circa 80.000 pari all'81% dei lavoratori nelle miniere. All'inizio degli anni Cinquanta le condizioni di lavoro, i bassi salari e l'instabilità del posto di lavoro fanno scaturire proteste e scioperi che coinvolgono anche la popolazione, la denuncia e le rivendicazioni del settore emergono al V Congresso nazionale tenuto a Pesaro nel 1952. Negli anni seguenti la repressione della polizia e la tragedia degli incidenti in miniera rese evidente l'arretratezza degli impianti e le tristi condizioni di lavoro, unita al mancato riconoscimento delle malattie professionali.