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Record d'autorità
Coordinamento comunista anarchico - CCA
Ente · 1982-[1987]

Attraverso l’azione del Coordinamento comunista anarchico (d'ora in avanti CCA), che con il Circolo Papini condivideva la sede di Fano in via Garibaldi, prosegue seppure solamente per qualche anno (probabilmente non oltre il 1987), l’attività politica svolta negli anni Settanta dalla Sezione Nord dell’Organizzazione anarchica marchigiana - OAM (l’organizzazione si sciolse nel 1979). Non è un caso, del resto, che la denominazione assunta dal CCA richiami esplicitamente quella del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro, l’organizzazione che riuniva gli anarchici di quella zona prima che la stessa entrasse a far parte dell'OAM, modificando il proprio nome in Sezione Nord. A dimostrazione della ‘continuità’ dell’azione del CCA rispetto a quella svolta dall’OAM, è opportuno ricordare la testimonianza di Federico Sora, militante dell'OAM e tra i principali animatori del Circolo, che ripercorre quanto accaduto negli anni immediatamente successivi allo scioglimento dell’Organizzazione anarchica marchigiana:

"Io comincio a lavorare […] nel 1979, l’anno successivo inizia il lavoro stabile e iniziano anche i miei incarichi sindacali sul posto di lavoro. Contemporaneamente abbiamo ripreso l'attività anarchica. Nel 1981 il luogo di incontro era inizialmente casa di Michel, a Fano ai Piattelletti, con la presenza di Donato e altri di Pesaro, poi, nel 1982, abbiamo aperto la sede in via Garibaldi come Centro di documentazione Napoleone Papini. La gestione era divisa a metà tra il collettivo femminista e il nostro gruppo che avevamo denominato di nuovo, richiamandoci all'esperienza di qualche anno prima, Coordinamento comunista anarchico (CCA), sempre su base provinciale. Dopo circa un anno le femministe hanno lasciato la sede mentre noi abbiamo continuato a frequentarla e nuove persone si sono aggregate. Nella pratica del CCA portammo l’esperienza e il modo di fare appreso nell'OAM, con discussioni continue e l’appuntamento fisso – qualsiasi cosa succedesse – il giovedì sera […] Ora che non ho più un riferimento d’incontro periodico sento che quelle riunioni mi mancano molto, non erano un rito o una funzione religiosa, erano un momento di discussione che arricchiva collettivamente, un metodo che non ho ritrovato in altre organizzazioni o nel sindacato in cui sono ancora attivo. Mi ricordo anche gli immancabili verbali riassuntivi delle riunioni fatti in molteplici copie a uso sia degli assenti che dei presenti, per rimarcare quanto detto e deciso. Anche se si usavano le indimenticabili veline, abbiamo sicuramente dato il nostro contributo alla deforestazione! Come quanto avevo già vissuto nelle riunioni dell’OAM, anche quelle del CCA sono state un’esperienza ricca e positiva; mi è capitato di partecipare ad alcune riunioni indette da partiti o partitini di extrasinistra ma la differenza era totale: noi discutevamo e poi decidevamo, gli altri dovevano solo articolare la linea decisa dai vertici del partito oppure organizzare le iniziative decise dal gruppo politico. Poi, pian piano, l’attività del Coordinamento, anche per la partecipazione di persone dal percorso politico meno omogeneo, si è trasformata in attività del Circolo culturale Napoleone Papini, non più espressione di una linea politica specifica ma che raccoglieva diverse sensibilità. Dal 1984 abbiamo iniziato a organizzare a Fano i Meeting anticlericali, cosa che si continuerà a fare con grande impegno per quasi quindici anni".

Gli obiettivi politici del CCA, sintetizzati nell’editoriale del 6 aprile 1983 pubblicato nel secondo numero di “Alta Tensione” (bollettino stampato dal Coordinamento), confermano quantomeno la volontà, da parte del CCA, di agire in continuità con l’azione già svolta dall’OAM:

"Da questo mese in via Garibaldi a Fano, è aperta ufficialmente la sede intestata al Centro di documentazione Napoleone Papini […] Questa sede ospiterà sia il CCA sia il Collettivo Femminista di Fano. Lo sforzo finanziario ed organizzativo che ci proponiamo di sostenere ha il valore di un investimento politico: la riapertura di una sede libertaria a Fano come punto di riferimento per i lavoratori e i compagni che intendono confrontarsi per organizzare iniziative di lotta e controinformazione. Una sede politica significa anche poter disporre di pubblicazioni e informazioni che siano accessibili a tutti, al fine di consentire la circolazione di materiale alternativi per la crescita politica di ciascuno. […] Qualcuno potrebbe trovare discutibile la necessità di una sede politica in questi tempi di disimpegno, tuttavia è proprio in questi periodi di arretramento del movimento di classe che le minoranze rivoluzionarie hanno il compito di recuperare l’agibilità di luoghi pubblici specifici per ricucire il dibattito, per riprendere l’iniziativa, per organizzare i dati dell’attività di controinformazione".

Come ricorda Sora, negli anni successivi, l’attività del CCA, di fatto, è confluita nell’azione del Circolo Papini,

Copi
Cortina
Costantini, Giovanni
MdM_IT_P_00577 · Persona · 1920 set. 10 - 2014 ago. 1

Giovanni Costantini nasce a Lunano (PU) il 10 settembre 1920 da una famiglia di mezzadri che ne segnerà profondamente le scelte politiche. Frequenta la scuola elementare fino alla quinta classe ma continua a formarsi culturalmente applicandosi come autodidatta. Nel 1940, come molti suoi coetanei, è richiamato nell’esercito ed inviato ad Idria (nell’attuale Slovenia) dove resta per due anni quando, grazie all’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri, ottiene un trasferimento a Bari e successivamente è spostato nelle Marche, a Senigallia. Le atrocità e le disillusioni proprie della guerra di conquista fascista sono le principali molle per Costantini, come per tanti suoi coetanei, che lo inducono a sviluppare una coscienza politica critica. Ciò lo porta già nel 1943 ad iscriversi al Pci (è membro di cellula e poi del comitato di sezione di Macerata Feltria) e conseguentemente, dopo l’8 settembre, ad offrire la sua collaborazione ai partigiani presenti nella zona di Macerata Feltria. Prudentemente, Costantini si tiene in una posizione non particolarmente esposta per sfuggire ai bandi di Salò. È tuttavia costretto a prestare lavoro coatto per la Todt (l’impresa di costruzioni creata dal Ministro nazista Fritz Todt che dapprima operò in Germania e poi nei paesi occupati dalla Wehrmacht) ed è quindi impiegato nella costruzione della strada che consente di raggiungere la località limitrofa di Pietrarubbia. Immediatamente dopo la Liberazione, si segnala come uno dei principali e più attivi promotori nell’organizzazione delle leghe contadine e al contempo della strutturazione della Camera del Lavoro di Macerata Feltria. Qui, su sollecitazione di Augusto Gabbani, figura storica dell’antifascismo pesarese, già promotore delle prime leghe contadine e sindaco socialista di Pozzo Alto nel 1920 (e successivamente aderente al Partito Comunista d’Italia), Costantini diventa dal 10 gennaio 1946 il dirigente del sindacato agricolo relativamente al mandamento di Macerata Feltria (precedentemente era stato incaricato dalla ricostituita Federazione provinciale comunista di riorganizzare la Confederterra). Come ricorda egli stesso, si deve al «compagno Mariano Berzigotti [l’inizio] di questa attività. [Egli] era segretario della Cdl e organizzava sia i mezzadri che i pochi operai presenti». Se fino a quel momento non vi erano state lotte particolarmente estese, dal 1946 s’inizia a curare l’organizzazione in misura più capillare fino a costituire 35 leghe nei 13 comuni del mandamento nell’arco di poco più di un anno (luglio 1947). Segue la costituzione di comitati comunali con la presenza di leghe in tutte le frazioni più importanti che vedono una partecipazione ed un entusiasmo diffuso da parte degli iscritti. Gli scopi delle leghe si condensano in rivendicazioni varie (ad esempio sul versante delle regalie), ma l’obiettivo di fondo, come ricorda Costantini, è «la terra ai contadini, [ovvero] la terra doveva essere assegnata ai contadini. Questa era la spinta maggiore [dato che] i contadini si sentivano schiavi». Su questo fronte, Costantini sottolinea, da un lato, il freno giocato dalla religiosità sul lato dello sviluppo di una coscienza sindacale antagonista visto che oltre il 95% dei contadini del Montefeltro si riconosceva nella religione cattolica (e sovente erano gli stessi preti i proprietari dei poderi, creando così dei veri e propria traumi identitari nei coloni), dall’altro, quanto lo spirito combattivo dei contadini derivasse da «condizioni assurde, disastrose […], che oggi non è possibile immaginare: strade piene di fango che arrivava alla pancia delle bestie, disinteresse dei proprietari a ricercare l’acqua, nelle abitazioni nevicava, dalla stalla veniva su il fetore in cucina, sotto la finestra [c’era] il letamaio». Da queste descrizioni si può comprende l’asprezza del ciclo di lotte che a ridosso del secondo dopoguerra coinvolse le leghe dei contadini e in particolare i mezzadri nell’area del Montefeltro. Costantini è tra i principali dirigenti a promuovere “scioperi alla rovescia” a Mercatale di Sassocorvaro e, dopo lo «sciopero del bestiame», insieme a Secondo Giannini (all’epoca alla guida della Camera del Lavoro di Macerata Feltria), è tra i protagonisti, il 28 dicembre 1947, di quel che viene denominato “sequestro dei padroni”: un’azione, originariamente animata dalla richiesta di ripartizione del 55% dei prodotti per i coloni e il 5% per le migliorie poderali, dunque ben oltre la recalcitrante applicazione da parte padronale del Lodo De Gasperi, che porta 3.000 persone a Macerata Feltria con i proprietari che firmano un accordo presso la Camera del Lavoro che di per sé ebbe solo un valore simbolico dato che poi seguirono le disdette. Costantini ricorda peraltro come tale dimostrazione è stata importante sul «piano psicologico» con molti padroni che da quel momento, pur dopo una serie di disdette, «hanno cominciato ad abbassare la testa». Quest’azione, tuttavia, gli costa un’accusa di concorso in sequestro di persona che solo nel 1956 si conclude con un’assoluzione per insufficienza di prove. Inoltre, il 17 luglio del 1948 era già stato arrestato in seguito alle agitazioni successive all’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti. Resta in carcere quaranta giorni con l’imputazione di blocco stradale da cui, anche in questo caso, viene assolto per insufficienza di prove. Ad ogni modo, le lotte nelle campagne riprendono vigore e portano, nell’agosto del 1948, alla promulgazione di una legge che recepisce la cosiddetta “tregua mezzadrile” incentrata su una divisione del 53% del prodotto e l’accantonamento del 4% del reddito annuale proprietario per migliorie poderali da far eseguire ai braccianti. Il 1948 è anche un momento di passaggio importante per Costantini che lo vede chiamato a dirigere la Federmezzadri, mentre dal 1951 al 1953 è membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale (diretta prima da Giuseppe Angelini e poi da Giuseppe Chiappini). Come è stato sottolineato, le qualità dirigenziali di Costantini emergono sul lato dell’analisi critica degli obiettivi delle lotte contadine e nella «consapevolezza, ad esempio, di dover superare la fase della semplice richiesta di applicazione delle leggi mezzadrili, per indirizzarsi verso obiettivi produttivistici e i programmi contenuti nel Piano del Lavoro», pur con le difficoltà di promuoverli in un contesto di politica nazionale sfavorevole. Su questo fronte, egli è anche pronto a cogliere «l’interesse dei giovani mezzadri verso la meccanizzazione e l’esigenza di sviluppare tra loro iniziative creative». Nell’approccio di Costantini, vi è anche la necessità di indirizzare l’azione sindacale nei confronti dei mezzadri non iscritti e una particolare attenzione, non certo così diffusa all’epoca, è diretta alla valorizzazione della componente femminile. Le donne, in effetti, pur essendo state negli anni precedenti costantemente presenti nelle manifestazioni non ricoprono cariche dirigenziali e scontano una certa difficoltà da parte dei capilega a comprenderne il possibile ruolo all’interno del sindacato da cui deriva l’assenza di un legame organizzativo solido nei loro confronti. Il 1956 si rivela, invece, un tornante importante nella vita (non solo) politica di Costantini. Infatti, nell’ottobre di quell’anno, in seguito ad un viaggio nelle cosiddette “democrazie popolari”, in particolare a Praga e Varsavia, ha modo di entrare in contatto direttamente con le condizioni socio-economiche dei paesi dell’Est, guidati da partiti comunisti, rimanendone deluso. In particolare, a non impressionarlo favorevolmente sono la gestione delle fabbriche e delle cooperative, le condizioni di lavoro nelle miniere (e la condizione lavorativa femminile) nonché il basso tenore di vita. In quell’anno si verifica anche la repressione sovietica in Ungheria nei confronti delle proteste popolari, di diverso orientamento, insorte prima tra gli studenti e poi tra consistenti fasce della popolazione contro l’ingerenza sovietica. Ciò induce all’esautorazione dello stesso governo comunista riformatore in carica (che aveva accolto gran parte delle istanze dei manifestanti e si era spinto a proclamare la neutralità dell’Ungheria) guidato da Imre Nagy che a sua volta è poi processato e condannato a morte. Costantini, tuttavia, lascia il Pci solo nel 1958 provocando, così, una cesura netta con il suo passato di militante e dirigente di estrazione comunista. Dopo un breve momento di difficoltà, egli è impiegato come caporeparto nel Consorzio agrario e poi, inquadrato come ispettore commerciale, presso la ditta Petrini di Bastia Umbra. Da un punto di vista amministrativo, Costantini ricopre diversi incarichi, prima in qualità di consigliere e vicepresidente dell’Ospedale San Salvatore di Pesaro, successivamente commissario straordinario del Consorzio di bonifica (1969-1975) e membro dell’Ente regionale di sviluppo (1968-1978). È inoltre consigliere provinciale eletto nelle liste della Democrazia cristiana tra il 1961 e il 1965. Il suo antecedente impegno sindacale ha anche modo di essere riversato nel mondo cooperativo a partire dal 1970 (a favore dell’Unione delle Cooperative) e dal 1970 al 2001 nella CASA in cui ha modo di ricoprire anche la carica di segretario regionale. Muore il 1° agosto 2014.

Costantini, Rodolfo
MdM_IT_P_00483 · Persona · 1951 nov. 11 -

Rodolfo Costantini nasce a Fossombrone in una famiglia contadina. Frequenta le scuole magistrali a Urbino, dove avviene il suo primo avvicinamento alla politica, con la partecipazione al movimento studentesco urbinate. Terminate le superiori, si iscrive alla facoltà di Pedagogia dell’Università di Urbino, dove partecipa al clima di mobilitazione degli anni Settanta. Si laurea nel 1973. Nel frattempo, all’inizio degli anni Settanta aderisce al Pci. Durante l’Università collabora con la Camera del lavoro di Fossombrone, la città in cui abita. Entra come funzionario nella Cgil il primo gennaio 1975. A proporgli di entrare in Cgil è Olindo Venturi, allora segretario provinciale, che «stava svolgendo un compito di grande rinnovamento con relativo ingresso di nuovi quadri», ricorda lo stesso Rodolfo Costantini in un’intervista. «Era il periodo in cui la Cgil passava da un’organizzazione che coordinava il mondo contadino, la mezzadria e il bracciantato […] a una organizzazione caratterizzata da un forte ingresso di operai». Il ricambio sarebbe stato un percorso lungo, portato a compimento negli anni Ottanta, a cui lo stesso Costantini avrebbe dato un impulso decisivo, una volta divenuto a sua volta segretario provinciale. Sono anche gli anni del terrorismo, che, ricorda lo stesso Costantini è ben presente nel dibattito sindacale.
Inizialmente diventa segretario della Camera del Lavoro di Fossombrone, esperienza che segnerà la sua formazione sindacale basata su una forte caratterizzazione confederale.
Dal 1978 al 1981 è segretario regionale del sindacato di tessili e calzaturieri, in anni in cui il settore conosce una complessa fase di ristrutturazione: molti operai – soprattutto donne – perdono il posto di lavoro e all’azienda strutturata si sostituiscono dei laboratori, che presentavano minori tutele. Costantini si trova a gestire le situazioni difficili che si vivono alla Cia di Fossombrone, alla Baby Brummel di Montemarciano, alla Lebole di Matelica, alla Orland di Filottrano. Al tempo stesso assiste a un decentramento produttivo, di cui è emblematico il distretto del jeans di Urbania. Alle grandi aziende subentra una struttura molecolare a bassa sindacalizzazione, che costringono il sindacato a una riorganizzazione delle tutele dei lavoratori.
Nel 1981 Rodolfo Costantini viene nominato segretario provinciale della Cgil di Pesaro. La sua elezione si colloca nello scontro intestino che attraversava la Cgil, tra la parte più istituzionale legata al partito e una più vicina alle spinte che venivano dalla contestazione. Essendo estraneo alla realtà di Pesaro viene vista come una figura di mediazione. All’epoca molto giovane, aveva appena 31 anni, accelera il rinnovamento del sindacato facendo entrare in posizioni apicali giovani sindacalisti provenienti sia dalla fabbrica che dall’università. Sono anni in cui non solo si assiste a un importante rinnovamento generazionale, ma aumentano gli iscritti al sindacato. Inoltre viene attuata una importante riforma organizzativa con il superamento del livello provinciale attraverso il decentramento nei comprensori ed il rafforzamento del livello regionale. Particolarmente vivo durante la segreteria di Costantini è inoltre il dibattito sindacale sulla riforma del salario e delle pensioni. Ma proprio in questa fase di trasformazione le relazioni tra sindacati si deteriorano. Profondamente convinto del valore dell’unità sindacale, Rodolfo Costantini si adopera per impedire la lacerazione dei rapporti tra le confederazioni sindacali nel periodo dell’aspro scontro a sinistra sul “taglio della contingenza”. Pesaro è la sola provincia a livello nazionale, in grado di realizzare una grande manifestazione unitaria tra Cgil, Cisl e Uil in piazza del Popolo contro i famosi decreti sulla scala mobile.
Nel 1985 è nominato segretario organizzativo regionale della Cgil. Esce dal sindacato l’anno dopo, motivandolo sostanzialmente per due motivi: non riteneva che l’impegno sindacale (o politico) a tempo pieno dovesse diventare un 'mestiere a vita' e vedeva nell’organizzazione il mantenimento di una staticità nelle politiche contrattuali rispetto a processi economici in rapida evoluzione.
Entra dunque nella Lega delle Cooperative impegnandosi nel settore della cooperazione di abitanti.

Curcio
Dall'Asta, Giuseppe
MdM_IT_P_00674 · Persona

Esponente del Partito nazionale monarchico. Candidato per le Marche nelle elezioni del 1958.