Anche il territorio di Porchia è abitato fin dall’antichità, esistendo testimonianza della presenza di necropoli sia picene che romane ma la fondazione vera e propria risale al IV secolo, durante le invasioni barbariche; il borgo prende il nome di Porcia. Nel 1291 il Papa ascolano Niccolò IV attribuisce al castello la prima forma di autonomia, ammettendolo all'elezione del podestà, di lì a poco Porchia entra a far parte dei castelli di Ascoli la quale offre a sua volta aiuto militare al castello. Di questo status la frazione reca tuttora traccia, con la partecipazione della sua rappresentanza alla Quintana di Ascoli Piceno. Nel 1377, il più spavaldo, valoroso ma anche crudele dei signori ghibellini, Boffo da Massa realizza una piccola signoria al confine tra gli stati di Fermo e di Ascoli Piceno costituita da Carassai, Castignano, Cossignano e Porchia. Nel 1380 Antonio di Acquaviva della famiglia dei duchi di Atri, fece prigioniero Guarniero, figlio di Boffo e lo rinchiuse nel carcere di Santa Vittoria minacciando di ucciderlo se il padre non gli avesse consegnato i castelli di Porchia e Cossignano. Il 4 settembre 1387 Boffo da Massa viene ucciso a Carassai. Cossignano, il giorno dopo la morte del Tiranno, e Porchia, il giorno successivo, si confederarono con Fermo. Nel 1586 il motaltese papa Peretti, Sisto V, elevando a sede vescovile la sua città, ne ricaverà il territorio dalla diocesi ripana, scorporandone anche Porchia. Il primo vescovo di Montalto, Paolo Emilio Giovannini, è nativo del castello e i fornaciai porchiesi forniscono i mattoni per la costruzione della nuova cattedrale.Il comune di Porchia cessa di esistere nel 1861, sopraggiunta l’Unità d’Italia e accorpato definitivamente al comune di Montalto delle Marche.
Come molti comuni dell’entroterra marchigiano, Montalto vanta testimonianze relative alla presenza dell’uomo addirittura risalenti al periodo Neolitico, diversi insediamenti abitativi di epoca romana, protostorica e medievale. Nell’alto medioevo Montalto acquisisce una sua propria identità dalla fusione di cinque piccoli castelli, Monte Patrizio, La Rocca, Montaltello, San Giorgio e San Lorenzo, avvenuta intorno al IX secolo e non dipende da nessuna diocesi. Sono i monaci farfensi, insediatisi sul Matenano, che hanno giurisdizione su Montalto fino al 1300 quando diventa libero comune e nel 1320 la comunità fa redigere il primo Catasto, strumento molto utile per ricostruire la vita della popolazione all’epoca. Dopo aver subito l'occupazione di Francesco Sforza nella prima metà del quattrocento Montalto subì un terribile saccheggio nel 1518 dalle truppe di Francesco Maria Della Rovere duca di Urbino in guerra con il papa Leone X Medici. Nel 1585 fu eletto al soglio pontificio Felice Peretti, montaltese, che nel dicembre 1586 elevò Montalto a città vescovile e capoluogo di un’ampia circoscrizione amministrativa, il Presidato comprendente i comuni di Patrignone, Porchia, Montedinove, S. Vittoria, Castignano, Offida, Cossignano, Ripatransone, Rotella, Montefiore, Montegallo, Montelparo, Force. Il Presidato rimase attivo fino all'arrivo dei francesi nel 1798 quando Montalto fu capo cantone del Distretto del Dipartimento del Tronto, mentre con la Restaurazione entrò a far parte della Delegazione di Ascoli, Distretto di Montalto, come comune residenza di Governatore. Infine con l'Unità d'Italia rimase all'interno della provincia di Ascoli Piceno come capoluogo di mandamento e nel 1867 ottenne l'annessione dei Comuni di Patrignone e Porchia.
La legge del 3 agosto 1862, n.753 e il relativo regolamento attuativo contenuto nel regio decreto 27 novembre 1862 n. 1007 istituirono presso ogni comune del Regno una Congregazione di carità allo scopo di amministrare i beni destinati a beneficio dei poveri e le opere pie la cui gestione fosse stata affidata dal consiglio comunale. La legge conteneva una disciplina articolata dei vari istituti assistenziali e caritativi, religiosi e laici, che il Regno d'Italia aveva ereditato dagli Stati preunitari e designava con i termini di "opera pia" o "istituzione di assistenza e beneficenza" un ente morale che aveva come fine quello di "soccorrere le classi meno agiate, (...) di prestare loro assistenza, educarle, istruirle ed avviarle a qualche professione". La legge del 1862 non si propose la creazione di un sistema pubblico di assistenza ma preferì riconoscere le istituzioni già esistenti, principalmente di carattere ecclesiastico, e delegò loro le relative funzioni accentuando invece la visione "localistica" di questo sistema, che assegnava alle amministrazioni locali un ruolo fondamentale di controllo e di gestione. La "legge Crispi" (17 luglio 1890, n. 6972) può essere considerata la prima norma organica in materia di assistenza e beneficenza pubblica; essa ridefinì in maniera più sistematica le finalità e l'organizzazione delle Congregazioni di carità, al cui controllo furono sottoposte le istituzioni pubbliche di assistenza con una rendita inferiore a 5000 lire annue e prive di propri organi di amministrazione, e quelle esistenti nei comuni con popolazione inferiore ai 10000 abitanti. La legge prevedeva che le Congregazioni fossero amministrate da un comitato, composto da un presidente e da un numero variabile di membri ed eletto dal consiglio comunale, mentre la funzione di tesoriere era affidata all'esattore del comune. Con la "legge Crispi" le opere pie (ospedali, ospizi, orfanotrofi, monti di maritaggio, asili d'infanzia, scuole gratuite, monti frumentari, confraternite, cappelle laicali, ecc.) furono ricondotte pienamente nell'ambito del diritto pubblico, allo scopo di ridurre le irregolarità di gestione e rendere più incisivo il controllo statale. Le Congregazioni di carità furono soppresse con legge 4 giugno 1937 n. 847 per essere sostituite dagli Enti comunali di assistenza. La Congregazione di Carità di Montalto fu attiva già dal 1866 (come si può dedurre dal primo registro delle deliberazioni datato 31 ottobre 1866) ma si dota di uno statuto organico e di un regolamento in data 26 luglio 1892 in forza del decreto del Regio Commissario delle province delle Marche (24 ottobre 1860) e della legge 17 luglio 1890. Essa si compone di un Presidente e di quattro membri la cui nomina e surroga viene fatta dal Consiglio Comunale; il suo scopo è amministrare i beni destinati genericamente a favore dei poveri, compresa la loro assistenza, educazione ed istruzione. La Congregazione gestisce e dirige le seguenti Opere Pie: 1- Opera Pia Biondi (1/10/1614) doti a nubili povere di onesta condotta; 2- Opera Pia Pasqualini (8/7/1847) elemosina ai poveri il giorno di Natale di ogni anno; 3- Monte di Pietà (10/7/1613) prestiti in denaro ai poveri in cambio di pegni e al tasso del 3% all’anno; 4- Cassa di Prestanze agrarie (8/4/1886) prestiti in denaro con tasso al 3% annuo per favorire l’agricoltura; 5- Opera Pia Mancini (11/12/1863) sussidi a domicilio ai malati poveri di Patrignone; 6- Opera Pia Peretti (3/8/1629) pane ai poveri di Montalto ed erezione dell’ospedale; 7- Monti frumentari di Montalto delle Marche, Porchia e Patrignone, prestiti in grano. In base al suo regolamento interno la Congregazione si avvaleva dei seguenti impiegati: - Un segretario eletto dalla Congregazione o per concorso o per nomina; - Un tesoriere – esattore (svolgeva anche la funzione di cassiere della Cassa di Prestanze agrarie e quella di montista del Monte dei Pegni); - Tre custodi dei Monti Frumentari (Montalto, Porchia e Patrignone) eletti dalla Congregazione; - Un inserviente nominato dalla Congregazione. Nel 1895 si concentrarono nella Congregazione anche le seguenti Opere Pie: - Opera Pia Amadio (dotalizi ed elemosine), - Opera Pia Gabrielli (dotalizi ed elemosine per Patrignone), - Pio Lascito Fioroni (ospedale da erigersi a Porchia), - Lascito Graziani (soccorsi a domicilio a malati poveri), - Legato Vagnoni (ospedale da erigersi a Porchia), - Opera Pia Cherubini (sussidi e medicinali agli infermi di Montalto), - Lascito Mignucci (ospedale da erigersi a Montalto), - Opera Pia Pellei (borse di sussidio agli studi). Nello stesso anno vennero trasformate per costruire l’ospedale di Montalto l’opera pia Peretti, l’opera pia Pasqualini, l’opera pia Mancini, il dotalizio Amadio, il lascito Fioroni e i tre Monti Frumentari (ma metà del loro patrimonio andò alla Cassa delle Prestanze agrarie). La storia archivistica del materiale della Congregazione di Carità sembra avere seguito le vicende della sua costituzione dei vari concentramenti e trasformazioni: il materiale è stato suddiviso fra registri e buste proprie della Congregazione di Carità e buste di amministrazione e registri di contabilità delle varie opere pie. Questo ordinamento è stato adottato intorno al 1908-1911 a seguito di una richiesta esplicita della Giunta Provinciale Amministrativa dato il pessimo stato in cui versava l’archivio della Congregazione; l’ordine è stato ricostruito grazie al ritrovamento all’interno di un faldone di una “Rubrica degli atti d’archivio”. L’unica anomalia riscontrata fra questa rubrica e la numerazione dei pezzi riguarda il Pio Istituto Sacconi, probabilmente perché inizialmente risultava autonomo rispetto alla Congregazione in quanto dotato di rendita annua superiore a £ 5000 ma fu poi amministrato per un certo periodo dalla stessa. A seguito di una lunga controversia legale fra u due enti ritornò ad essere autonomo e , probabilmente, per questo la numerazione dei suoi pezzi riparte dal 1 a 11 diversamente da quanto riportato nella rubrica ( da 44 a 53).
Giorgio Montini nacque a Brescia nel 1860, figlio di Lodovico, industriale del settore conciario e fervente cattolico. Dopo gli studi a Brescia, si laureò in giurisprudenza a Padova nel 1882, ma non esercitò mai la professione forense. Dal 1881 al 1911 fu direttore de "Il Cittadino di Brescia", giornale cattolico fondato da Giuseppe Tovini, che contribuì a rendere uno dei principali organi del cattolicesimo sociale bresciano.
Montini fu figura di riferimento nella nascita del movimento cattolico organizzato in provincia di Brescia: assessore comunale tra il 1913 e il 1920, fu tra i fondatori a livello locale del Partito Popolare Italiano, venendo eletto deputato nel 1919, e poi confermato nel 1921 e nel 1924. Si schierò contro il fascismo e partecipò alla secessione dell’Aventino. Con l’avvento della dittatura e lo scioglimento del partito, si ritirò a vita privata ma continuò a lavorare nel campo delle opere cattoliche.
Fu padre di Giovanni Battista Montini, futuro papa Paolo VI.
Morì nel 1943 a Concesio.
Angelo Passerini fu figura centrale del cattolicesimo sociale bresciano e punto di raccordo per i cattolici impegnati sul piano amministrativo nella Valle Sabbia.
Proseguendo l’eredità familiare – industriale e agricola – si dedicò all’impegno civico, ricoprendo cariche di consigliere comunale in numerosi comuni (Brescia, Bovezzo, Casto, Manerbio, San Gervasio, Soprazocco, Vestone) e consigliere provinciale e membro della deputazione provinciale (1885–1923).
Nel 1910 promosse la fondazione del Ricovero Valsabbino di Nozza, progetto avviato con una circolare del 24 ottobre 1910, che prevedeva una “casa mandamentale di ricovero con infermerie maschili e femminili per ammalati bisognosi”. L’opera, completata nel 1924 e inaugurata nel maggio 1925, divenne un punto di riferimento per sedici comuni della Valle Sabbia.
Nominato senatore del Regno il 30 dicembre 1914 – su proposta di Giorgio Montini – fece giuramento il 19 marzo 1915. Restò attivo in commissioni parlamentari, anche agricole, fino al 1940. Nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia nel 1891, promosso Commendatore nel 1911.
Morì nel 1940 a Brescia.
Andrea Rainaldi. Console Generale a Londra dal 21 febbraio 1935 ad ottobre 1936, a Chicago dal 27 ottobre 1936 al 20 febbraio 1940, in Lussemburgo nel 1949.
Si occupa di comunicazione, in special modo del rapporto tra pensiero libertario, femminismo e nuove tecnologie. Già collaboratrice storica di A rivista anarchica, ha recentemente pubblicato Neurobiscotti. Pandemia e pubblicità (2022) e Rivolte in scatola. Resistenza civile e smart repression (2023).
Ha ricoperto il ruolo di presidente dell'Associazione per lo sbattezzo dagli anni immediatamente successivi alla sua costituzione - avvenuta nel 1986 - fino al 1998.
nato a Castelplanio (AN). Coordinatore provinciale del Sindacato italiano unitario lavoratori polizia (Siulp).
Armenio Stortoni nasce in Italia, a Fratte Rosa, il 13 ott. 1920, da Domenico Stortoni e da Antonia Berti.
Militare con il grado di soldato presso Valona (Sussistenza, 26° Compagnia sussistenza in Valona- Valona)
Catturato presso Coritg? il 12 set. 1943, rientra in Italia il 13 mag. 1945.
Con testamento redatto in data 1 ottobre 1614 Fabio Biondi, Patriarca di Gerusalemme, destina le rendite delle sue proprietà all’istituzione di un dotalizio per le giovani nubile povere del suo paese purchè di comprovata buona condotta.
Il Pio Istituto Sacconi venne istituito con donazione testamentaria dal Cardinale Giacinto (?) Sacconi il 12 luglio del 1885, disponendo che con le rendite della somma di £ 90.000 (raggiungendo poi con le rendite del primo anno la somma di £ 100.000) si istituissero varie istituzioni benefiche, opere edilizie di abbellimento della città, eccetera. Le rendite del primo periodo dovevano essere destinate in parti uguali all’erezione dell’Ospedale e alle scuole Ginnasiali del Seminario (poi anche alle scuole fuori dal seminario). L’Istituto fu eretto in Ente morale con Regio Decreto il 16 aprile del 1886; esso non rientrava nella possibilità di essere amministrata dalla locale Congregazione di Carità perché la sua rendita annua superava le £ 5000, la Congregazione cercò comunque di inglobarla chiedendo parere alla Giunta Provinciale Amministrativa a da qui scaturì una lunga controversia fra i due enti.
La Congregazione nasce dal Ristretto di S. Francesco Saverio stabilito dal canonico Gaspare del Bufalo nel 1823 e prende il nome di Ristretto delle consorelle (o Congregazione) del Preziosissimo Sangue alla presenza e con l’approvazione dell’allora Vescovo Eleonoro Aronne di Montalto delle Marche. Gli scopi di questa istituzione erano quelli di natura spirituale come la buona educazione della gioventù, santificazione delle anime del prossimo, insinuazione del timore di Dio soprattutto nelle giovani. Durante la prima adunanza furono elette: Contessa Piera Sacconi PRESIDENTE, Contessa Marianna Paradisi ASSISTENTE, Contessa Elisa Paradisi ASSISTENTE, Contessa Adelaide Sacconi CONSULTRICE, Contessa Margherita Sacconi CONSULTRICE, Contessa Maria Prosperi CONSULTRICE, Silvia Massimauri VICE PRESIDENTE, Gabriella Paradisi SEGRETARIA, Marietta Massimauri VICE SEGRETARIA, Agnese Massimauri CASSIERA, Antonia Verdi VICE CASSIERA.
Fondato nel 1944 dal conte Giorgio Asinari di San Marzano. Nel 1946 partecipò alle elezioni amministrative per il comune di Roma con una propria lista che prese circa 40.000 voti. Alle successive campagne elettorali fu alleato con il Partito Nazionale Monarchico.
Elmo Del Bianco nasce a Urbino il 29 settembre del 1921. La famiglia, di origini operaie (il padre minatore e la madre casalinga), proviene da Montecalende, frazione urbinate. Le condizioni economiche non consentono al futuro dirigente sindacale di proseguire gli studi, per cui egli frequenta la scuola elementare e «tre corsi di scuola di arte-mestieri» come precisa in una sua memoria scritta degli anni Cinquanta. Dal 1940 al 1942 è operaio presso la ditta Benelli e proprio nel 1942 inizia ad occuparsi di politica. Nel 1943 s’iscrive al Pci (partito a cui aderisce per lo più tutta la numerosa famiglia dopo una precedente formazione socialista) nella sezione di Montecalende. Partecipa alla guerra di Liberazione come partigiano, con grado di sottotenente, nella Brigata GAP di Schieti (frazione di Urbino) guidata da Angelo Arcangeli. All’interno del Pci i suoi primi incarichi lo vedono prima segretario di cellula, poi, nel 1948, segretario della sezione di Montecalende. Egli giunge alla Cgil nell’autunno del 1948 in qualità di segretario della Camera del Lavoro di Pergola (e vi rimane fino al 1951 dopo essere succeduto a Enzo Andreoli e Lottaldo Giuliani) in una congiuntura già segnata dalla rottura del fronte sindacale unitario, nonché dalla repressione governativa dei movimenti popolari particolarmente evidente nelle campagne dove le lotte mezzadrili erano state energiche ed avevano lasciato strascichi e ferite ancora aperte nelle aree di Macerata Feltria e Cagli. Lo stesso Del Bianco è condannato ad oltre dieci giorni di prigione per lotte legate al lavoro. L’esperienza pergolese si dispiega in una realtà territoriale e sociale caratterizzata sia dai problemi tipici delle zone rurali sia da quelli propri di un insediamento minerario che è interessato da un processo di drastico ridimensionamento con innegabili ripercussioni negative sul fronte della tenuta occupazionale. È il caso della miniera di zolfo di Cabernardi che in vista della dichiarazione di licenziamento di ben 860 lavoratori (decretata dall’azienda Montecatini) porterà all’occupazione dei pozzi della miniera nel maggio-luglio del 1952. Del Bianco, che già nel maggio del 1951 è segretario del sindacato provinciale degli edili e segretario dei minatori di Perticara e Formignano di Romagna, ha ricordato più volte le lotte di Cabernardi che portarono duecento minatori – i cosiddetti ‘sepolti vivi’ – ad occupare la miniera e calarsi nelle viscere della terra fino a 400 metri per quaranta giorni. In particolare, egli ha rievocato quanto le lotte guidate dal sindacato abbiano almeno permesso di dilazionare nel tempo il processo di smantellamento (riducendone gli effetti sul lato occupazionale) degli insediamenti industriali – in regime di monopolio sul versante minerario – della Montecatini nel più ampio territorio pesarese ed in parte anche anconetano. In quegli anni, sul fronte politico-istituzionale, Del Bianco entra nel Consiglio comunale di Pesaro, risultando successivamente rieletto nelle liste del Partito comunista, rimanendovi costantemente dal 1952 al 1964. Sul fronte sindacale, nel 1956 Del Bianco entra nella segreteria della Camera del Lavoro provinciale e vi rimane ininterrottamente fino al 1963. In questa congiuntura si dispiega un ciclo di lotte importanti che vedono il sindacato in prima fila nelle rivendicazioni di diverso tipo (tra esse quelle per il diritto alla pensione a favore di mezzadri, commercianti e artigiani. Si pone, inoltre, con forza la questione dello sviluppo agricolo e industriale delle vallate del Foglia e del Metauro, territori che sulla scorta di precedenti manifestazioni di ampio respiro e unitarie nel 1953 erano stati caratterizzati da – come ricorda più volte Del Bianco – «due marce della rinascita e dello sviluppo […], dove migliaia e migliaia di lavoratori in sella alla bicicletta percorsero [decine di chilometri] da Belforte all’Isauro a Pesaro e da Cantiano a Fano [a volte] in due, con la moglie o con un compagno. Manifestazioni tutte precedute da […] assemblee e comizi lungo il percorso». In questa direzione, a distanza di circa un decennio, inizia ad affermarsi una trasformazione produttiva del territorio che vede nella diffusione della piccola impresa, in particolare quella mobiliera, uno degli elementi che diventeranno sempre più specifici dell’economia locale. Su questo fronte, la capacità di adattarsi ai mutamenti in atto porta la Cgil a ripensare la sua strategia d’azione in cui le rivendicazioni salariali vengono ad iscriversi in una cornice più ampia correlandosi con la rappresentatività e l’agibilità sindacale in azienda conquistata sul campo. Emblematico, in tal senso, è il fatto legato ad un accordo separato tra la Cisl e gli industriali nel 1960 (con il beneplacito dell’Ufficio provinciale del lavoro) contro cui la Cgil chiama (e supporta) i lavoratori in una lunga vertenza, vincente, che si snoda in 33 giorni di sciopero (e tocca anche aziende guidate da imprenditori ed ex amministratori iscritti al Pci come Renato Fastiggi) in cui si chiedeva, tra l’altro, un aumento di paga doppio rispetto a quello concordato con la Cisl. Gli impegni sindacali lasciano posto momentaneamente a quelli più strettamente politici, sia sul versante della rappresentanza istituzionale (come già detto), sia in ambito partitico. Così, Del Bianco è segretario della Federazione comunista pesarese fino al 1967, lo stesso anno, inoltre, viene nominato segretario della Camera del Lavoro provinciale, succedendo al comunista Aldo Bianchi, incarico che ricopre fino al 1970. In questi anni egli ritrova una Cgil trasformata in seguito ai mutamenti già in atto in ambito produttivo con il tramonto dell’antico radicamento mezzadrile (e le correlative battaglie) e i processi ormai dispiegati di inurbamento delle coste a discapito dello spopolamento delle campagne dell’entroterra. Sono anni in cui l’‘autunno caldo’ ha i suoi effetti anche nel territorio pesarese, tanto che proprio nel 1969 – anno in cui si tiene il VII congresso nazionale della Cgil a cui Del Bianco partecipa in qualità di delegato provinciale – si apre un’ostica vertenza con la Montedison per impedire tagli occupazionali (che anche in questo caso di fatto verranno rinviati agli anni successivi fino alla chiusura, nella prima metà degli anni Ottanta, delle Costruzioni Meccaniche Pesaresi, la nuova denominazione della Montecatini-Montedison collocata alle porte della città di Pesaro). Ad ogni modo, proprio sul finire degli anni Sessanta la Cgil è impegnata nell’opera di denuncia dell’evasione contributiva delle imprese e si batte sul fronte del mancato riconoscimento delle qualifiche dei lavoratori; allo stesso tempo nelle manifestazioni si affaccia anche il protagonismo studentesco accanto a quello operaio. La guida di Del Bianco nel triennio della sua segreteria è improntata sulla continuità e si caratterizza per la capacità di tenere insieme tutte le principali correnti interne al sindacato (non a caso lo affiancano Enrico Biettini del Psiup, Umberto Polidori del Psi e i comunisti Giuseppe Monaldi e Olindo Venturi: tutti componenti già presenti anche nella segreteria di Aldo Bianchi nel 1965) e il perseguimento dei principali obiettivi programmati. La fine dell’esperienza sindacale corrisponde all’assunzione d’incarichi elettivi in regione. È infatti consigliere regionale del Pci per due consigliature, dunque fino al 1980. In questa veste si segnala come membro della Commissione regionale Sanità e Vicepresidente della Consulta regionale dell’emigrazione (dal 1974 al 1980). Su questo versante, si segnala come relatore alla Conferenza regionale dell’emigrazione tenutasi a Urbino nel novembre 1974. Egli ha inoltre presentato, insieme all’avvocato Sergio Marcheggiani, una proposta di legge regionale sull’emigrazione. Dopo l’esperienza politico-amministrativa regionale, Del Bianco si occupa di sanità e trasporti. In particolare, dal 1980 al 1986 è vicepresidente dell’Unità sanitaria di Pesaro e dal 1987 al 1988 è Presidente dell’Azienza trasporti e igiene del capoluogo di provincia. Da un punto di vista politico, dopo lo scioglimento del Pci, aderisce prima al Pds, poi ai Ds ed in infine al Partito democratico. Tra le sue pubblicazioni, per lo più di carattere memorialistico, si segnalano: Documenti e testimonianze sulle lotte nella Provincia di Pesaro e Urbino (1999); Brevi appunti. La vita delle popolazioni nelle borgate e nelle campagne dell’urbinate e dopo la fine della seconda guerra mondiale (2009). Alcuni estratti di queste pubblicazioni sono stati ripresi nel numero speciale dei quaderni del Consiglio regionale delle Marche, pubblicato postumo, intitolato L’insieme dei ricordi (2016). Del Bianco muore a Pesaro il 22 gennaio 2016.
Bruno Venturini nasce il 28 settembre 1909 a Fano da Pietro e Maria Lombardi.
Dopo aver frequentato una scuola professionale e lavorato come garzone presso un barbiere si iscrive al liceo classico, che però deve interrompere per svolgere il servizio militare. Al suo ritorno a Fano preferisce presentarsi agli esami di maturità scientifica. In seguito si iscrive a Medicina e chirurgia veterinaria presso l’Università di Bologna. Dal 1932 svolge attività antifascista con un gruppo di militanti comunisti; a Pesaro e a Fano infatti si erano costituiti, rispettivamente, un comitato provinciale con compiti organizzativi e un centro stampa e propaganda. Venturini, insieme ad altri, scrive i testi di alcuni manifestini. Il 31 gennaio 1933, poco prima della stampa del giornale clandestino “La Scintilla”, per cui aveva già redatto l’editoriale, è arrestato a Bologna e tradotto nel carcere giudiziario di Pesaro. Processato dal Tribunale speciale insieme a gran parte degli appartenenti all’organizzazione fanese e pesarese, è condannato a dieci anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. È tradotto nel carcere di Civitavecchia, dove rimane fino al I febbraio 1938, quando beneficia di un condono di pena. Uscito dal carcere, nel 1939 si laurea in Medicina e chirurgia veterinaria; abilitato all’esercizio della professione, nel febbraio del 1940 si vede però respinta la domanda d’iscrizione. Si iscrive quindi Corso di laurea in Chimica presso l’Università di Camerino ottenendo la seconda laurea nel novembre 1942. Dal febbraio 1943, dopo essere entrato in contatto con il comunista milanese Giovanni Ferro per il tramite di Ugo La Malfa, si trasferisce a Milano dove è attivo nella riorganizzazione del Partito. Il Centro interno lo incarica di prendere contatto con esponenti di altri partiti in vista della costituzione dei Comitati antifascisti nazionali, Celeste Negarville gli affida il compito di trovare dei compagni per la costituzione del Fronte della gioventù e del Gruppo di difesa della donna. La Federazione milanese lo incarica di tenere i contatti con il Centro interno del Partito. È tra gli organizzatori degli scioperi di Milano del marzo 1943. Dopo la caduta del fascismo (25 luglio 1943) entra nell’illegalità riassumendo il nome di Gianni Bianchini, già utilizzato nei rapporti con alcuni compagni. Dopo l’armistizio (8 settembre 1943) si adopera per avviare in montagna i militari sbandati, i ricercati e i giovani renitenti. Il 25 settembre 1943, presso il Comune di Milano, sposa Libera Callegari, con la quale ha una figlia, Anna, nata a Bergamo il 29 luglio 1944. Dopo l’arresto della moglie, della suocera e della cognata Pasqualina (Lina), avvenuto il 30 dicembre 1943, per favoreggiamento di partigiani, il Partito lo invia a Roma per una misura cautelativa. Raggiunge la capitale munito di un certificato falso del Comune di Milano, secondo cui si chiama Carlo Federici, e si mette a disposizione di una delle otto zone (la settima) in cui il Partito aveva diviso Roma, dando il proprio contributo di azione e direzione politica e militare. Il 2 febbraio 1944 riparte per Milano, da dove poi raggiunge il Veneto dove ricopre il ruolo di commissario, con compiti di collegamento, della Brigata Mazzini della Divisione Nannetti, di ispettore, con compiti organizzativi, di tutte le formazioni dipendenti della Delegazione triveneta delle Brigate Garibaldi e di vicecomandante del Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà (CVL). Il 25 novembre è a Milano presso il Comando generale delle Brigate Garibaldi; durante il viaggio di ritorno, il 29 novembre, è riconosciuto a Brescia (mentre attende un mezzo di fortuna) dal suo ex insegnante di ginnastica, divenuto tenente della Guardia nazionale repubblicana. Nel tentativo di evitare la tortura e la fucilazione, tenta la fuga ma viene ucciso da due colpi di pistola.
Nasce a San Pietro in Calibano, l’attuale Villa Fastiggi di Pesaro. Il padre era operaio e mugnaio ai Molini Albani, la madre, di origine contadina, esercitava il mestiere di sarta. Dalla condizione operaia derivarono le sue idee socialiste. Ceramista, membro del comitato clandestino per l’organizzazione del Partito comunista italiano di Pesaro, fu arrestato dai fascisti per due volte nel 1933 e trascorse venti mesi di prigionia tra Roma e Civitavecchia. Tornato in libertà si aggrega ai gruppi antifascisti e viene di nuovo arrestato, accusato insieme a Pompilio Fastiggi è condannato a 16 anni con sentenza del luglio 1936. Esce dal carcere nell'agosto del 1943 e si unisce ai partigiani della Brigata Garibaldi “Pesaro”, diventa addetto politico al comando della Brigata con l'incarico di inviare ai distaccamenti, tramite le staffette, le istruzioni politiche e organizzative del Partito. Dopo la guerra fu consigliere comunale dal 1946 al 1965, Assessore dal 1960 al 1962 e Presidente dell’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti - ANPPIA di Pesaro.
Nato a Pesaro il 6 agosto 1911, viene ucciso dai fascisti a Sant'Angelo in Vado (Pesaro) il 2 febbraio 1944, verrà decorato con la Medaglia d'Argento al Valor Militare alla memoria. Operaio fonditore e militante del Partito comunista, Fastiggi fu denunciato e arrestato il 22 maggio 1936 e il 15 marzo 1937 condannato a 14 anni, ridotti a 10 per la sua attività antifascista. Ne scontò sette prima a Civitavecchia e poi a San Giminiano e, dopo la caduta del regime, il 19 agosto viene scarcerato e ritornò a Pesaro per dirigervi la locale Federazione comunista. Dopo l'8 settembre 1943 prese parte alla Guerra di liberazione e fu attivissimo organizzatore delle formazioni gappiste e ispettore delle Brigate partigiane "Garibaldi". Il 2 febbraio del 1944 Pompilio Fastiggi si trovava in missione presso le formazioni partigiane dell'Alto Metauro. Catturato dai fascisti fu tradotto nella caserma di Sant'Angelo e lì ucciso a colpi di pistola.
Nata a la Spezia, cresciuta in Francia dove i suoi genitori, operai socialisti (che già avevano dovuto trasferirsi inutilmente dal capoluogo a Sarzana, sperando di sottrarsi così alle persecuzioni fasciste), erano stati costretti a emigrare nel 1922. A Parigi frequenta alcune delle più rilevanti figure di fuorusciti comunisti, tra i quali Adele Bei e Giuliano e Piero Pajetta. Aderisce al Partito comunista e, quando la Francia fu occupata dai tedeschi, partecipa alla alla Resistenza francese a fianco di Siro Lupieri, suo compagno di vita e di lotte. Nel 1943, dopo la caduta di Mussolini, rientrata in Italia, con Lupieri mise a frutto a Pesaro l'esperienza parigina di guerriglia urbana. Dopo la Liberazione, Lea Trivella fu protagonista e promotrice di tutte le più importanti iniziative per il miglioramento della condizione delle donne. Nel 1945 fu tra le fondatrici dell'Unione Donne Italiane a Pesaro; nel Partito comunista si impegnò nelle politiche femminili. Dopo la morte di Lupieri, nel 1986, si dedicò alla creazione di Centri sociali per anziani e, poi, alla organizzazione di corsi dell'Università per l'età libera. Nei suoi ultimi anni, malgrado l'età avanzata e le precarie condizioni di salute, continuò a militare nell'ANPI e non interruppe mai l'attività in favore delle donne e della pace.
Nasce a Bologna il 17 dicembre 1928. È figlio di un impiegato di origine piemontese, Carlo Mombello, e di un’operaia, Olga Cevenini. Gran parte dell’infanzia la trascorre a Torino. Si trasferisce a Bologna nel 1940 soltanto con la madre, dove termina le scuole di avviamento professionale, «perché allora le scuole medie erano riservate a quelli che avevano più soldi». Nella città emiliana conosce la durezza della guerra, ma anche la prima esperienza lavorativa. All’età di tredici anni e mezzo, grazie alle conoscenze di uno zio con uno dei proprietari, viene assunto da uno dei più importanti distributori librari, Messaggerie italiane. In un’intervista descrive questo momento «una fortuna, perché questo coincideva con il mio amore per i libri; già da bambino, non appena avevo due soldi, mi compravo un libro». Il richiamo al fronte colpisce allora molti commessi, tra cui il gestore di una libreria in Piazza della Mercanzia, proprio sotto le due torri: Mombello viene chiamato a sostituirlo. Gli anni in libreria rappresentano un momento decisivo della sua formazione culturale perché gli permettono, non solo di divorare libri, ma anche di confrontarsi con il pubblico attorno alle sue letture. Dopo la guerra un impresario di Rimini gli offre la direzione di un’altra libreria che intende aprire. Così nel 1948 diventa il più giovane direttore di un negozio di libri a Bologna. Ma il nuovo lavoro coincide con l’impegno politico. Nel 1946 Giacomo Mombello si è infatti iscritto alla Federazione giovanile socialista e ha aderito al Sindacato del commercio. La sua partecipazione agli scioperi e alle mobilitazioni dei lavoratori gli costano il licenziamento. Il partito interviene tuttavia, proponendogli l’attività politica a tempo pieno: diventa così prima segretario provinciale, poi regionale della Federazione giovanile. Nel 1949 viene arrestato per la prima volta, durante una manifestazione contro l’adesione al Patto Atlantico.
L’esperienza nella Gioventù Socialista è costellata da molti momenti significativi. Poco più che ventenne partecipa a una delegazione a Baku, in Unione Sovietica, insieme a Italo Calvino. Due anni dopo è invece mandato come rappresentante al festival della Gioventù di Budapest. Nel 1952 si sposa con Roberta Dall'Olio, nata a Ozzano Emilia il 24 maggio 1931. Terminata l’esperienza nella Federazione giovanile, Mombello entra nella Federazione socialista, divenendo responsabile del settore del lavoro di massa. Deve tenere i rapporti con i sindacati, le cooperative e le associazioni di categoria. Sarebbe stato l’apprendistato per il suo futuro impegno da sindacalista, dove acquisisce una coscienza del collettivo.
Nel 1956, sulla base delle ripartizioni di cariche concordate con il Partito comunista, il Partito socialista gli offre la nomina, come componente socialista, alla vice-segreteria della Cgil nazionale oppure la guida della Camera del lavoro di Pesaro o Perugia. Mombello sceglie Pesaro. Subentra così a Giuseppe Angelini, in una realtà dove il Pci è molto forte. Per la prima volta, dal 1946, un non comunista si trova a dirigere la Camera del lavoro. Ma anche per Mombello l’impegno è un’assoluta novità: mai aveva avuto fino ad allora un incarico diretto all’interno del sindacato. La direzione nazionale voleva infatti rivitalizzare il sindacato con l’immissione di forze nuove, in una fase in cui la Cgil sta subendo importanti sconfitte, tra cui la drammatica perdita della maggioranza alla commissione interna della Fiat. Anche in provincia la situazione è sfavorevole: appena insediatosi a Pesaro, Mombello si trova a dover affrontare la perdita della maggioranza da parte della Cgil alla Commissione interna della Fonderia Montecatini: era «la fabbrica più importante, la bandiera più forte che avevamo», avrebbe ricordato Mombello. Al V Congresso provinciale della Cgil, tenutosi il 19 e 20 marzo del 1960, propone una ridefinizione del ruolo e della politica del sindacato nelle compagne: scorge l’inesorabile superamento dell’orizzonte mezzadrile e l’affermazione della piccola proprietà contadina e di un modello cooperativistico. Rivendica inoltre un sindacato attivo e non spettatore del finanziamento da parte dello Stato agli enti territoriali, chiedendo l’elaborazione di piani di intervento pubblico. Infine individua nella lotta aziendale lo strumento fondamentale per intervenire sulle distorsioni delle strutture economico-sociali.
All’impegno sindacale Mombello accosta quello nel partito dove diventa un importante dirigente provinciale. Nel 1959 entra per la prima volta nel consiglio comunale di Pesaro, in sostituzione di Costantino Manchisi. Sarebbe stato confermato ininterrottamente per diverse legislature fino al 1975. Dal novembre del 1960 entra anche in Consiglio provinciale. All’interno del partito aderisce alla corrente di sinistra, in opposizione alla linea autonomista di Nenni. Nel gennaio 1964, dopo la scissione del partito che segue il suo ingresso nei governi di centro-sinistra assieme alla Democrazia cristiana, esce dal Psi per aderire al neonato Psiup: fino al suo scioglimento nel 1972 avrebbe ricoperto le cariche di segretario provinciale e regionale e sarebbe stato un membro della direzione nazionale.
Nel 1965 lascia la segreteria provinciale dopo nove anni, una dei mandati più lunghi nella storia della Cgil pesarese del dopoguerra. Nel 1968, in occasione della IV Mostra internazionale del Nuovo cinema di Pesaro partecipa a una iniziativa in solidarietà con gli operai e gli studenti francesi contro De Gaulle. Il comizio si colloca nel clima di contestazione da parte del movimento studentesco nei confronti dei cineasti e dell’industria del cinema del Sessantotto, che aveva avuto a Cannes il suo momento d’inizio. Ma verso la fine del comizio un gruppo di giovani di estrema destra interviene con alcune provocazioni, la polizia carica i dimostranti, tra cui alcuni registi. Mombello viene fermato insieme a Valentino Orsini. Sarebbe stato rilasciato poco dopo, ma l’ingiusto arresto avrebbe surriscaldato la piazza: gli scontri sarebbero andati avanti tutta la notte.
Nel 1970 Mombello viene eletto nel primo Consiglio regionale delle Marche, venendo nominato capogruppo del Psiup: lo sarebbe rimasto fino al primo marzo 1972 quando il partito confluisce nel Pci. L’ampia stima di cui Mombello gode è confermata dallo stesso Partito comunista, che lo nomina a sua volta capogruppo. Nei quindici anni in cui svolge il suo mandato di consigliere regionale avrebbe ricoperto molteplici incarichi. È tra i membri della Commissione consiliare per lo Statuto regionale e per il regolamento del Consiglio, contribuendo alla stesura della norma statutaria. È inoltre vice-presidente della commissione Affari istituzionali dal 25 settembre 1975 al 5 ottobre 1978. In seguito viene chiamato a presiedere la Commissione permanente sull’istruzione, incarico che ricopre fino al 1980. In questa veste ottiene il varo di due leggi importanti: la legge regionale sulla formazione professionale che la delegava alle unioni dei comuni e la legge per i contributi sul diritto allo studio. Termina il suo impegno in Regione nel 1985, dopo tre mandati consecutivi. Tra 1985 e 1990 ritorna nel Consiglio comunale di Pesaro, sempre nelle file del Pci. Attualmente è presidente onorario dell’Associazione degli ex consiglieri delle Marche.
Nato a Belforte all'Isauro, socialista, entra nella segreteria provinciale Cgil nel 1980.
Rodolfo Costantini nasce a Fossombrone in una famiglia contadina. Frequenta le scuole magistrali a Urbino, dove avviene il suo primo avvicinamento alla politica, con la partecipazione al movimento studentesco urbinate. Terminate le superiori, si iscrive alla facoltà di Pedagogia dell’Università di Urbino, dove partecipa al clima di mobilitazione degli anni Settanta. Si laurea nel 1973. Nel frattempo, all’inizio degli anni Settanta aderisce al Pci. Durante l’Università collabora con la Camera del lavoro di Fossombrone, la città in cui abita. Entra come funzionario nella Cgil il primo gennaio 1975. A proporgli di entrare in Cgil è Olindo Venturi, allora segretario provinciale, che «stava svolgendo un compito di grande rinnovamento con relativo ingresso di nuovi quadri», ricorda lo stesso Rodolfo Costantini in un’intervista. «Era il periodo in cui la Cgil passava da un’organizzazione che coordinava il mondo contadino, la mezzadria e il bracciantato […] a una organizzazione caratterizzata da un forte ingresso di operai». Il ricambio sarebbe stato un percorso lungo, portato a compimento negli anni Ottanta, a cui lo stesso Costantini avrebbe dato un impulso decisivo, una volta divenuto a sua volta segretario provinciale. Sono anche gli anni del terrorismo, che, ricorda lo stesso Costantini è ben presente nel dibattito sindacale.
Inizialmente diventa segretario della Camera del Lavoro di Fossombrone, esperienza che segnerà la sua formazione sindacale basata su una forte caratterizzazione confederale.
Dal 1978 al 1981 è segretario regionale del sindacato di tessili e calzaturieri, in anni in cui il settore conosce una complessa fase di ristrutturazione: molti operai – soprattutto donne – perdono il posto di lavoro e all’azienda strutturata si sostituiscono dei laboratori, che presentavano minori tutele. Costantini si trova a gestire le situazioni difficili che si vivono alla Cia di Fossombrone, alla Baby Brummel di Montemarciano, alla Lebole di Matelica, alla Orland di Filottrano. Al tempo stesso assiste a un decentramento produttivo, di cui è emblematico il distretto del jeans di Urbania. Alle grandi aziende subentra una struttura molecolare a bassa sindacalizzazione, che costringono il sindacato a una riorganizzazione delle tutele dei lavoratori.
Nel 1981 Rodolfo Costantini viene nominato segretario provinciale della Cgil di Pesaro. La sua elezione si colloca nello scontro intestino che attraversava la Cgil, tra la parte più istituzionale legata al partito e una più vicina alle spinte che venivano dalla contestazione. Essendo estraneo alla realtà di Pesaro viene vista come una figura di mediazione. All’epoca molto giovane, aveva appena 31 anni, accelera il rinnovamento del sindacato facendo entrare in posizioni apicali giovani sindacalisti provenienti sia dalla fabbrica che dall’università. Sono anni in cui non solo si assiste a un importante rinnovamento generazionale, ma aumentano gli iscritti al sindacato. Inoltre viene attuata una importante riforma organizzativa con il superamento del livello provinciale attraverso il decentramento nei comprensori ed il rafforzamento del livello regionale. Particolarmente vivo durante la segreteria di Costantini è inoltre il dibattito sindacale sulla riforma del salario e delle pensioni. Ma proprio in questa fase di trasformazione le relazioni tra sindacati si deteriorano. Profondamente convinto del valore dell’unità sindacale, Rodolfo Costantini si adopera per impedire la lacerazione dei rapporti tra le confederazioni sindacali nel periodo dell’aspro scontro a sinistra sul “taglio della contingenza”. Pesaro è la sola provincia a livello nazionale, in grado di realizzare una grande manifestazione unitaria tra Cgil, Cisl e Uil in piazza del Popolo contro i famosi decreti sulla scala mobile.
Nel 1985 è nominato segretario organizzativo regionale della Cgil. Esce dal sindacato l’anno dopo, motivandolo sostanzialmente per due motivi: non riteneva che l’impegno sindacale (o politico) a tempo pieno dovesse diventare un 'mestiere a vita' e vedeva nell’organizzazione il mantenimento di una staticità nelle politiche contrattuali rispetto a processi economici in rapida evoluzione.
Entra dunque nella Lega delle Cooperative impegnandosi nel settore della cooperazione di abitanti.
Nasce il 21 marzo 1945 a Montecerignone in una famiglia di origini contadine. Entra come funzionario della Cgil il 30 gennaio 1968, prima come responsabile della Federmezzadri per le zone di Pesaro e Fano, poi Segretario della Filtea provinciale, nel 1975 è Segretario della Camera del lavoro di Fano e nel 1980 membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale.