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Forlani, Arnaldo
MdM_IT_P_00589 · Persona · 1925 dic. 8 - 2023 lug. 6

Arnaldo Forlani nasce a Pesaro l'8 dicembre 1925. Dal 1952 è membro del consiglio nazionale della Democrazia cristiana (DC) e dal 1954 della direzione del partito. Legato alla corrente facente capo ad Amintore Fanfani, è vicesegretario e poi (1969-1973) segretario nazionale del partito. Deputato alla Camera dal 1958, ministro per le Partecipazioni statali (1968-69) e successivamente (1969-70) ministro senza portafoglio per le relazioni con l'ONU, negli anni Settanta dirige i dicasteri della Difesa (1974-76) e degli Esteri (1976-79). Dal marzo 1980 all'aprile 1982 è presidente del consiglio nazionale della DC, e dall'ottobre 1980 al giugno 1981 guida un governo DC, PSI, PRI, PSDI. Dall'agosto 1983 all'aprile 1987, ricopre la carica di vicepresidente del Consiglio nei governi Craxi. Dal 1989 al 1992 segretario della DC, si dimette dopo la sconfitta elettorale del suo partito (gli è succede Mino Martinazzoli).

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Forum
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Francesconi, Patrizio
MdM_IT_P_00617 · Persona · 1953 giu. 14 -

Nasce il 14 giugno del 1953 a Chiusa di Ginestreto (fino al 1929 Ginestreto era stato un Comune poi aggregato a Pesaro); i genitori erano casanti, padre operaio saltuario, poi fuochista alla fornace PICA, madre casalinga e bracciante. Quando ha tre anni la famiglia si trasfesce a Pozzo Basso dove alla famiglia viene assegnato un appartamento delle case popolari. I genitori erano entrambi comunisti, anzitutto per il riscatto delle loro condizioni di vita, ma anche per l’influenza dello zio, staffetta partigiana. In questo contesto famigliare dai primi anni di vita incontra la politica e il PCI. Già a quattro anni il padre gli insegna a diffondere l’Unità la domenica, ma è anche un fervente chierichetto, che ha servito messa per tutto il periodo delle elementari, «un catto-comunista senza saperlo». L’impegno politico militante inizia nel 1967 con l’iscrizione al circolo della FGCI di Pozzo Basso (con Gianfranco Roberti segretario di sezione, che poi divenne dirigente della CGIL prima alla Fillea e in seguito nella Camera del Lavoro) e nel movimento studentesco in Urbino dove studia all’Istituto Tecnico e si diploma in elettronica industriale. Qui partecipa alle prime manifestazioni studentesche, alle prime occupazioni dell’Istituto, alle liti quotidiane «come sempre e da sempre per non farci mancare nulla su chi era più a sinistra e come si doveva fare per esserlo» con i compagni della sinistra extraparlamentare, alle lotte con gli studenti universitari, all’incontro con il teatro politico di Dario Fo al Teatro Spento e ai i primi contatti con la Camera del Lavoro di Urbino.
A 16 anni diventa segretario del circolo e inizia l’attività di riorganizzazione e di tesseramento alla FGCI dove, conseguendo ottimi risultati, viene notato dalla FGCI provinciale, da Luigi Gennarini prima e Stefano Angelini poi, e inserito negli organismi dirigenti fino a divenire, negli anni successivi segretario di zona della federazione giovanile, che contava all’epoca oltre 5000 iscritti. Diventa poi segretario organizzativo nella segreteria provinciale. Dopo il diploma si iscrive a Medicina che frequenta per quattro anni alternando gli studi con il lavoro al Partito, ma l’amore per la politica era così forte che decide di lasciare gli studi universitari per un impegno totalizzante come funzionario del PCI di zona «per altro senza mai essere pagato», nel frattempo viene inserito anche nel Consiglio di amministrazione dell’Ospedale San Salvatore di Pesaro. Alla fine del 1979 il Consiglio di amministrazione viene soppresso con l’entrata in vigore della legge 833 del 23 dicembre 1978, che istituiva il Servizio sanitario nazionale (detta anche Riforma sanitaria).
Nel 1976 viene eletto segretario della sezione comunista di Pozzo «ricordo che la prima discussione che feci, purtroppo con relativi strappi nella militanza, fu relativa alla opportunità di togliere il quadro di Stalin dalle pareti della sezione e diversi compagni anziani non me lo perdoneranno per molti anni a venire». In un paese, Pozzo, con poco più di 1100 abitanti c’erano quasi 500 iscritti tra Partito e FGCI, e si era ottenuto il 70% dei voti alle elezioni politiche e amministrative «erano i tempi in cui già qualche giorno prima del voto sapevamo con una precisione del 99% quanti voti avremmo ricevuto e quanti gli altri partiti, la capillarità della presenza nel territorio e il suo ‘controllo’ ci permettevano di ottenere questi risultati». Nel 1979, dopo la nascita della figlia Giulia, lascia il funzionariato di Partito e riprende gli studi universitari a Urbino, dove in seguito conseguirà la laurea in Scienze biologiche, matematiche e fisiche. Verso la fine della primavera del 1980 Massimo Falcioni segretario della Camera del lavoro Provinciale di Pesaro gli chiede la disponibilità a lavorare in CGIL. Dopo un mese di riflessioni e di confronti in casa e con i compagni di sezione e della Federazione con cui era rimasto più strettamente in contatto, accetta «i miei dubbi riguardavano la capacità di riuscire a svolgere questo nuovo impegno senza sapere praticamente nulla delle politiche sindacali e del suo modello organizzativo, della confederazione, delle categorie, il rapporto con le altre organizzazioni sindacali, le componenti politiche sindacali, ecc.».
Falcioni e Mario Mauri (Segretario provinciale aggiunto) avevano concordato l’ingresso di un gruppo di giovani provenienti specialmente dal mondo studentesco per innestare nuove energie e ricostruire un gruppo dirigente che ancora soffriva delle grandi fratture che c’erano state nell’ultimo decennio dentro la Camera del lavoro di Pesaro, nel rapporto con i partiti e specialmente con il PCI. Lo scontro delle idee e delle azioni che si era svolto, era di natura sindacale: sul ruolo dei Consigli di fabbrica – prima e dopo la legge del 20 maggio 1970 che n. 300 che detta le norme per lo Statuto dei lavoratori, prima e dopo il ’68 -, sulla loro nuova soggettività politica, sulla vertenza territoriale per nuovi servizi sociali e sugli spazi di iniziativa politica e culturale. Ma lo scontro era anche molto politico coinvolgendo il Partito, l’autonomia dal Partito «allora c’erano ancora le commissioni di massa ovvero il Partito che ‘dava la linea’ ai lavoratori, agli artigiani, ai contadini, ai commercianti, iscritti o vicini alle posizioni del PCI, per dirla in modo più colorito, lo scontro ha riguardato anche la presa del ‘palazzo d’inverno’ cioè la direzione della Federazione del PCI ritenuto a torto o a ragione il centro del potere, il Dominus. In altre parole le aspre battaglie politiche, condotte senza esclusione di colpi, riguardavano da una parte quei compagni che volevano fare dei consigli di fabbrica il nucleo centrale di una rinnovata classe operaia capace di diventare soggetto politico e guidare la trasformazione del tessuto produttivo e sociale con una forte alleanza con gli studenti e la cultura e dall’altra altri compagni che ritenevano che il lavoratori dovevano essere sì centrali nel modello di sviluppo attraverso lo sviluppo dei diritti, ma questo modello di società nuova doveva anche essere compenetrato dagli interessi di altri soggetti: le imprese (grandi e piccole), i commercianti, i contadini e i professionisti, cioè attraverso politiche di alleanze. Queste battaglie che erano durate molti anni alla loro conclusione avevano portato all’allontanamento verso altre esperienze sindacali di CGIL e di federazioni di categorie sparsi in giro per l’Italia di quei compagni che uscirono sconfitti (Luigi Agostini e altri), e umanamente aveva lasciato anche conseguenze fatte di diffidenze, a volte di rancori, di non affidabilità della ‘linea politica’ di tanti compagni. In altre parole si doveva ricostruire un clima, e nuovo gruppo dirigente».
Il 1° luglio del 1980 Francesconi inizia la sua vita di funzionario della CGIL, venendo cooptato a fine luglio negli organismi dirigenti della Camera del lavoro come addetto stampa e per occuparsi della propaganda e delle 150 ore).
«Il primo giorno subito un impatto da batticuore, Falcioni mi manda alla Benelli moto dove i lavoratori stavano scioperando per il contratto integrativo aziendale, in rappresentanza della Camera del Lavoro (c’erano rapporti molto tesi con la FLM) e partecipai all’organizzazione della lotta (che durò fino ai primi di ottobre ma De Tommaso non si spostò che di pochi millimetri e la FLM – con il segretario nazionale Gianni Italia - chiuse quella vertenza con una manciata di lire di aumento, ma soprattutto iniziò la crisi occupazionale della Benelli). Così come da lì a breve mi fecero fare la prima assemblea, al mobilificio Cenerini di Santa Maria delle Fabbrecce (facevano le casse da morto), e il primo incontro con i lavoratori dei corsi delle 150 ore per il conseguimento della licenza media».,
La confederazione a fine 1980 rivede il modello organizzativo con il superamento delle Camere del lavoro provinciali e l’istituzione delle Camere del lavoro comprensoriali. Falcioni, che era stato mandato al regionale alla categoria dei tessili, viene sostituito da Rodolfo Costantini che, dopo pochi giorni, gli comunica che doveva andare a lavorare alla Camera del lavoro di Fano con Riccardo Spaccazocchi segretario generale e Bino Fanelli segretario aggiunto.
In questa fase è impegnato con il congresso costitutivo della Camera del lavoro comprensoriale di Fano, ed entra nella segreteria della Camera del lavoro per occuparsi del sindacato dei pescatori, di parte dell’Ufficio vertenze, «diretto da Marcello Alessandrini già delegato del calzaturificio Serafini, vertenza che in seguito alla chiusura dello stabilimento, segnò profondamente in negativo la storia della Camera del lavoro di Fano», dell’organizzazione della Camera del lavoro e diventa segretario generale dei pubblici dipendenti. Poi appena un anno e mezzo dopo, Rossano Rimelli, Segretario generale aggiunto della CGIL Marche, lo porta direttamente nella segreteria regionale con la responsabilità dei settori sanità, enti locali, servizi sociali e riforma della Pubblica amministrazione «a partire dalla così detta riforma intercompartimentale che aveva l’obiettivo di unificare omogeneizzandole tutte le diverse normative vigenti all’interno dei singoli settori della Pubblica amministrazione, praticamente mi facevano fare dell’apprendistato perché il mio destino era quello di andare a dirigere la FP CGIL delle Marche». Così nel 1984 viene cooptato in questa nuova categoria e dopo qualche mese sostituisce Italo Javarone alla Segreteria generale di categoria. «Fu una bella esperienza perché partecipai, insieme ad altri compagni, alla costruzione di una nuova grande importante categoria di tutti i lavoratori pubblici, fino ad allora dispersi in varie categorie e settori, un lavoro di grande soddisfazioni. Mi chiesero di andare a lavorare in Funzione pubblica nazionale nel dipartimento organizzativo, ma avendo avuto il secondo figlio, Enrico, preferii avvicinarmi a casa e rientrai alla Camera del lavoro di Pesaro, dove Segretario generale era Lino Lucarini».
Dal 1988 al 2005 ricopre diverse mansioni come componente della Segreteria territoriale, anzitutto quelle delle politiche pubbliche, dei servizi sociali, del sindacato dei diritti lanciato da Trentin alla conferenza di organizzazione di Chianciano, di handicap e inserimento lavorativo, immigrazione, cooperazione sociale. «Organizzai per la prima volta i soci-lavoratori di queste cooperative, una modalità di lavoro di confine tra lavoro dipendente e imprenditoria sociale, partecipando alla scrittura del primo contratto nazionale per la parte che riguardava la tutela dei lavoratori appartenenti alle così dette fasce deboli e ricoprii anche ruoli dirigenziali di categoria prima alla Fiom (segretario Tarsi) e poi come segretario generale della FILCEA (energia ,gomma e plastica). In quel periodo fui promotore insieme ad altri della costituzione dell’Università dell’età libera chiedendo a Paolo Volponi di presiederla (in seguito alla sua morte, successivamente a lui fu dedicata)».
Dal 1995 al 2002 diventa Segretario provinciale del Sindacato pensionati italiano, anche qui con un lavoro politico ed organizzativo di grande soddisfazione nella costruzione delle leghe territoriali dei pensionati con una forte autonomia politica ed amministrativa, volto alla tutela dei pensionati attraverso servizi erogati dalla CGIL ma soprattutto con la contrattazione sociale territoriale con i Comuni e le ASL. «Un periodo di grande protagonismo sindacale dei pensionati che comportò anche qualche scontro politico con la segreteria generale della Camera del Lavoro (Giuliano Giampaoli)».
Successivamente, per quasi due anni, collabora con l’Assessorato ai Servizi sociali del Comune di Fano alla progettazione di una nuova serie di servizi sociali in particolare rivolti alle persone anziane e a quelle con problemi psichiatrici. «Anche quello fu un lavoro svolto ‘dall’altra parte della barricata’ ricco di soddisfazione, purtroppo interrotto appena due anni dopo quando l’amministrazione comunale passò da un governo di sinistra ad uno di destra, così non mi fu rinnovato il contratto di lavoro e rientrai in CGIL, prima di accettare la proposta del Comune di Fano chiesi e ottenni il consenso della CGIL Marche di fare questa esperienza e di rientrare se l’esperienza si fosse interrotta o per mia incapacità o per altri motivi politici istituzionali o elettorali, appunto».
Dal 1° settembre del 2004 Gianni Venturi, segretario generale della CGIL Marche, lo chiama a dirigere il Dipartimento formazione e ricerca. In questa veste si occupa soprattutto di organizzare i Fondi interprofessionali per la formazione continua dei lavoratori dipendenti, alimentati dallo 0,30% dei versamenti contributivi e gestiti in maniera paritetica con le controparti contrattuali. Si trattava di una grande occasione per le RSU e per i delegati, destinare pacchetti di ore formative da svolgersi durante il normale orario di lavoro per aumentare le competenze professionali e culturali dei lavoratori dipendenti e contribuire attraverso questa strada all’aumento della competitività aziendale, attraverso la contrattazione aziendale «le aziende non furono mai pronte a questa innovazione che avevano avuto origine con il governo Ciampi attraverso la pratica della concertazione». Si occupa nel contempo di formazione permanente degli adulti e dell’organizzazione dei corsi IFTS, ITS (formazione specialistica post diploma) e dei Master universitari, con l’obiettivo di creare professionalità nuove per il tessuto industriale e produttivo. Per conto di CGIL Marche è stato componente del Comitato di sorveglianza della Regione Marche occupandosi del Fondo sociale europeo (FSE). Contemporaneamente inizia a svolgere anche la formazione sindacale che di li a poco tempo avrebbe avuto uno sviluppo esponenziale. Con il superamento organizzativo del dipartimento formazione e ricerca voluto dalla CGIL nazionale si crea il dipartimento della Formazione sindacale e in contemporanea la CGIL Marche costituisce anche il dipartimento welfare che Francesconi andrà a dirigere unitamente al dipartimento formazione sindacale fino al periodo del pensionamento avvenuto il 31 dicembre 2019.
Di questo ultimo periodo, dal 2010 al 2019, rimane significativa l’esperienza che ha contribuito a realizzare (unica nel panorama sindacale nazionale) la convenzione sottoscritta (insieme a CISL e UIL e alle Organizzazioni degli artigiani) e con l’Università di Camerino per permettere ai compagni e agli altri colleghi, che per diversi motivi non avevano la laurea, di conseguire quella in Scienze politiche «quasi 20 compagni della CGIL si laurearono». In quegli anni è importante segnalare la serietà dell’impegno formativo della CGIL Marche «che aveva deciso di dedicare l’1% dei bilanci al finanziamento della formazione», diretto ai delegati e al gruppo dirigente in modo metodico e co-progettato, coinvolgendo le Camere del lavoro e le categorie. Viene inoltre sperimentata la formazione a distanza con la creazione di una piattaforma di e-learning della CGIL Marche «coadiuvato tecnicamente da Sandro Tumini ingegnere e delegato della Università Politecnica delle Marche, accompagnata dalla formazione per l’uso intelligente dei social-media in un processo di nuova comunicazione (protagonismo dei soggetti sindacali, attraverso immagini, interviste all’interno di uno spazio temporale breve che comportava utilizzare meno parole e specialmente utilizzare meno il ‘sindacalese’). Così come i Master formativi residenziali di durata annuale rivolti ai giovani dirigenti della CGIL con una progettazione del tutto nuova rispetto al passato introducendo anche una parte di ‘intrattenimento culturale’ come parte integrante del programma formativo (incontri con autori, partecipazione a mostre ecc.) che mai era stata fatta prima. Così come mi sento orgoglioso di aver istituito il Servizio civile in CGIL Marche partecipando ad un bando della Regione Marche dove con un nostro progetto potemmo inserire in due anni 30 ragazze e ragazzi delle Camere del Lavoro a far conoscere loro il sindacato e come lavorava, i servizi che eroga, e noi a beneficiare dell’arrivo di nuove mentalità ed energie».
Forte negli ultimi tempi il suo impegno sul versante dei Servizi sociali, rivolgendo in particolare l’attenzione sulla povertà che anche nelle Marche sta assumendo una dimensione massiccia in contemporanea alla crisi occupazionale «seppure in modo differente otre il 10% della popolazione marchigiana ne era interessata».
Dal dipartimento Welfare attiva un lungo processo di contrattazione sociale territoriale con i Comuni e di confronto e di contrattazione con la Regione Marche «portato avanti in modo convintamente unitario» innanzitutto volto ad aumentare le risorse da destinare ai servizi sociali e verso la riorganizzazione dei modelli gestionali previsti dal Piano sociale regionale per la costruzione degli Ambiti territoriali sociali e «la rivendicazione dell’adozione di politiche socio-sanitarie, molto carenti nella nostra Regione dove l’attenzione è sempre stata rivolta alla sanità e molto meno al socio sanitario, perché il ceto politico ai diversi livelli, ha sempre fatto prevalere un intento risarcitorio ed assistenziale rispetto a politiche di sviluppo dove il sociale è uno dei cardini essenziali per conseguire un buon welfare».

Frontalini, Anna
MdM_IT_P_00529 · Persona · 1959 mag. 4 -

Nata a Fano. Nel 1991 Direttrice patronato Inca.

Fronte della gioventù - FDG
Ente

Il Fronte della gioventù per l'indipendenza nazionale e per la libertà, o Fronte della gioventù, fu la più nota ed estesa organizzazione giovanile partigiana durante la lotta di Liberazione in Italia. Venne costituito a Milano nel gennaio 1944, in forma unitaria, dai rappresentanti dei giovani comunisti, socialisti, democratici cristiani, ai quali si unirono subito i giovani liberali, del Partito d'Azione, repubblicani, cattolici, le ragazze dei Gruppi di Difesa della Donna (dai quali in seguito sorgerà l'UDI), i giovani del Comitato contadini. La base ideale e programmatica fu elaborata da Eugenio Curiel, membro della direzione del Partito Comunista, che lo guidò fino alla morte.

FUCI
Ente
Funzione pubblica - Fp
MdM_IT_E_00117 · Ente

Il sindacato della Funzione pubblica (Fp) viene istituito con il Congresso di Rimini del 14-18 aprile 1980 a cui aderiscono i lavoratori del pubblico impiego, della sanità privata e del settore socio-sanitario educativo.

La storia dei sindacati precedenti relativi agli specifici settori è molto complessa. Il primo sindacato a costituirsi è quello degli statali nel 1945 sotto la sigla Fnds, e con il Congresso del 1955 il sindacato degli enti locali e quello degli ospedalieri si uniscono in un'unica categoria: la Federazione nazionale dipendenti enti locali e ospedalieri (Fndelo) che negli anni successivi accresce e modifica le proprie funzioni, di cui l'ultimo significativo della Federazione lavoratoti enti locali e sanità (Flels).

Negli anni rimangono sempre evidenti i tre raggruppamenti principali: enti locali, ospedalieri e nettezza urbana e aziende municipalizzate fino alla costituzione della Funzione pubblica.

Fussi
Gabbani, Augusto
MdM_IT_P_00499 · Persona · 1891 mag. 5 - 1983 lug.

Augusto Gabbani nasce a Pozzo Alto, all'epoca Comune della provincia di Pesaro e Urbino, il 5 maggio 1891 in una povera famiglia rurale, cattolica, ma di idee progressiste. Riesce a frequentare la scuola fino alla terza classe delle elementari e, per qualche tempo, riceve le lezioni dal cappellano della parrocchia. Fin da adolescente, a partire dal 1907, partecipa alle prime leghe contadine, organizzate dai socialisti Giuseppe Filippini, Alfredo Faggi e Domenco Gasparini. «La miseria in mezzo ai contadini era spaventosa» scrive Gabbani nei suoi Ricordi. «I contadini non riuscivano, con i diversi prodotti del podere, specie negli anni di avversità atmosferiche, a trarre sufficiente vitto per la famiglia». Tra i debiti contratti, le decime, il costo dei buoi per arare, la metà del raccolto spettante al mezzadro si riduceva di molto. Inoltre vi erano una serie di prestazioni a cui il contadino era tenuto per il fondo del padrone.
Le agitazioni di quegli anni portano ad alcuni successi. Nel profilo biografico di Gabbani, Ermanno Torrico annovera l’accordo strappato nel 1906, quindi appena precedente all’inizio dell’impegno di Gabbani, che prevedeva l’abolizione di alcune tasse, vincolava il proprietario e presentare i conti e statuiva la ripartizione delle sementi in base al reddito per ettari, l’istituzione di un collegio di probiviri composto da coloni e proprietari e la ripartizione a metà di quasi tutti i prodotti. Nei suoi Ricordi Gabbani ricorda tra le conquiste di quegli anni la divisione paritaria di olive e bachi da seta, il compenso al colono per il trasporto di cibo al proprietario e l’abolizione della servitù nella casa del padrone.
Nel 1912, a ventuno anni, Gabbani si iscrive al Psi. Prende parte all’agitazione per la ripartizione delle spese di trebbiatura con i proprietari dei fondi. Per le sue idee pacifiste subisce varie diffide dall’autorità pubblica.
Con la ripresa del movimento dei contadini nel dopoguerra, Gabbani diventa dirigente sindacale e membro del comitato provinciale delle leghe contadine, costituito dall’avvocato Filippini e dal segretario della Camera del Lavoro Dante Spallacci. È tra i fondatori della prima cooperativa di consumo e dell’apertura della prima sezione socialista nel suo comune. È tra gli animatori dello sciopero della trebbiatura, che vale ai contadini un patto colonico più favorevole. Nel 1919 è candidato alle elezioni politiche. Probabilmente a causa della sua attività politica e sindacale, nel gennaio del 1920 i suoi pagliai vanno a fuoco: l’episodio sembra possa essere collocato nello scontro con le leghe bianche cattoliche. Alle elezioni del 15-16 novembre è candidato nelle liste socialiste. Un anno dopo alle amministrative è capolista e, dopo aver ottenuto il numero di voti più alto, viene eletto sindaco di Pozzo Alto. In occasione del congresso di Livorno aderisce al Partito comunista. Tutta la sezione socialista del suo paese e la maggioranza del consiglio comunale lo segue.
Tra le principali opere di sindaco si ricorda la costruzione di importanti strade di collegamento e l’aumento delle classi elementari. Ma il clima è difficile. Per ripianare il bilancio comunale, ereditato in forte passivo, aumenta le tasse a carico dei proprietari terrieri. Gli agrari passano dai tentativi di corruzione alle minacce. La contrapposizione si inasprisce ulteriormente in seguito alla costruzione del nuovo acquedotto, attraverso un consorzio costituito con i comuni di Tomba, Gradara e Montelabbate: le acque infatti sono captate dalla sorgente situata nella proprietà del locatore del suo fondo, Augusto Mariotti.
Il contrasto con gli agrari è il terreno di coltura delle violenze squadriste. Nel luglio del 1922, il 29, Gabbani viene arrestato nel corso di una mobilitazione per il rispetto dei diritti sindacali durante la trebbiatura. Rimane in carcere fino al 7 agosto. Il giorno dopo la sua scarcerazione, numerosi fascisti armati, guidati da Raffaello Riccardi, circondano la sua casa e lo obbligano a seguirli in municipio, rivoltella alla mano. Qui viene duramente picchiato e avvolto nella bandiera del comune, poi viene costretto a percorrere le vie del paese tra bastonature e dileggi, infine con la pistola puntata alla tempia dallo stesso Riccardi, gli viene intimato di firmare le dimissioni e di riunire la popolazione per rinnegare pubblicamente il suo ideale politico e aderire al fascismo. Gabbani riesce a evitare questa seconda umiliazione: si nasconde e rientra a casa solo due settimane dopo. Ma la vita è divenuta impossibile: è continuamente sorvegliato, più volte fermato e trattenuto, subisce numerose perquisizioni per i suoi contatti con gli antifascisti fuoriusciti in Francia.
Nel 1930, pur con un grande tormento personale, accetta l’adesione al sindacato fascista di Pozzo Alto per mantenere il contatto con i lavoratori, assecondando le indicazioni del partito clandestino. Il sindacato fascista riesce a ottenere alcuni sgravi fiscali e a stabilire una cassa mutua per i contadini. Questa viene inizialmente ostacolata dall’ordine dei medici che ne impediscono nei primi mesi il funzionamento, ma poi prende piede, risultando una sorta di anticipazione della mutua nazionale, istituita nel 1939, che ne avrebbe assorbito il patrimonio. Nel 1933, sempre dall’interno del sindacato avvia una discussione per una riforma del patto colonico. Nel 1934 la piattaforma rivendicativa del sindacato di Pozzo, presentato a Pesaro al convegno dei dirigenti sindacali, è lungamente applaudito dai coloni presenti. Contiene rivendicazioni avanzate per il tempo: la fornitura di macchine più moderne, la costruzione di nuove strade, il restauro delle abitazioni, la fornitura di luce e acqua. Il documento avrebbe avuto riflessi anche sulla vicenda politica nazionale. La reazione degli agrari sarebbe stata tra i motivi della sostituzione del presidente della Confederazione nazionale dell’agricoltura Razza e del segretario nazionale Gattamorta, che si era impegnato a esibirlo a Mussolini.
Gabbani riesce così a mantenere, pur in una posizione difficile, il legame con i lavoratori anche durante la guerra. Dopo l’8 settembre partecipa attivamente alla Resistenza: si adopera per mettere in salvo i soldati sbandati, organizza sabotaggi lungo la Linea Gotica, partecipa a diverse azioni di disarmo della milizia fascista. Partecipa inoltre alla ricostruzione della clandestina Federazione provinciale comunista. Le riunioni si tengono a Santa Maria delle Fabbrecce, a casa dell’onorevole Mancini. Costretto a sfollare con la famiglia a Scotaneto, viene qui raggiunto da alcuni compagni che portano le armi sequestrate. Presi i contatti con la brigata “Bruno Lugli”, entra nel comando militare. Il capanno dove abita è il luogo di riferimento dei giovani che vogliono raggiungere la Resistenza. Il 26 luglio 1944, poco prima della liberazione della provincia, il capanno è oggetto di un attacco incendiario e viene raso al suolo, ma in quel momento nessuno vi si trovava all’interno. Appena passato il fronte, Augusto Gabbani viene incaricato di costituire il Comitato di liberazione nazionale a Tavullia, ma non riesce a raggiungerla, venendo fermato e derubato da un soldato canadese prima di arrivarci. Essendo il suo paese natale, Pozzo Alto, distrutto dalla guerra, ripara a Villa Fastiggi. Dal partito riceve l’incarico di ricostituire la Confederterra e la Camera del Lavoro provinciale: è tra i membri della prima Segreteria del 1944, quella presieduta da Bruno Alciati, assieme Dante Spallacci, Giovanni Giordani e Arnaldo Forlani. Con Dante Spallacci è l’unico membro che viene confermato anche nel 1946, nella nuova segreteria presieduta da Mariano Bertini. Nuovamente il suo impegno si cala nella riorganizzazione del movimento contadino di cui cerca di riprendere le fila in tutta la valle del Foglia. Data la sua esperienza è il regista delle manifestazioni organizzate dalla Federterra per l’applicazione del lodo De Gasperi e il varo di un nuovo patto mezzadrile.
Nel 1947 si adopera a favore di alcuni contadini arrestati durante lo sciopero delle fiere e dei mercati per il bestiame, ottenendo dal presidente del tribunale di Urbino il rilascio. Pur non avendo partecipato ai fatti, viene tuttavia denunciato come «capo di un’associazione a delinquere» e condannato a due anni e otto mesi. Sarebbe stato assolto poi in appello, difeso da Enzo Capalozza. Nel 1948 dirige per l’ultimo anno la Confederterra di Pesaro, prima di passare all’Ufficio vertenze. Al III Congresso della Federmezzadri del 1952 partecipa alla Commissione Contratti e vertenze e figura nel Comitato direttivo. È ancora nel Comitato direttivo dei successivi Congressi, il quarto, che si tiene nel 1955 e il quinto, del 1957. L’anno successivo decide di pensionarsi per le cattive condizioni di salute, ma continua a partecipare, come 'giudice esperto', alla commissione agraria presso il tribunale di Pesaro, fino al suo scioglimento nel 1963. Continua a vivere a Pesaro, dove risulta residente nel 1969, prima di trasferirsi a Mombaroccio, dove muore il 31 luglio 1983. «Così la mia vita è trascorsa» scrive Gabbani alla fine dei suoi Ricordi. «Nella difesa degli interessi dei mezzadri, fino a quando ho potuto».

Gabbani, Nino
MdM_IT_P_00541 · Persona · [192-?] -

Figlio di Augusto Gabbani. Frequenta l’avviamento professionale durante il fascismo a Pesaro. Partecipa alla Resistenza, ricoprendo il ruolo di tenente nella Brigata Garibaldi Bruno Lugli. Dal 1947 al 1960 gestisce l’Ufficio vertenze e contratti della Camera confederale del lavoro di Pesaro. Fa parte della Segreteria della Camera del lavoro di Pesaro nel 1948 e nel 1951. Dal 1961 risulta nell’Unione artigiani Pesaro. Nel 1969 ne è il direttore. Dal 1968 è membro della Commissione federale di controllo del Pci. Dal 1964 al 1969 è consigliere comunale del Pci a Pesaro. Negli anni Settanta, è consigliere provinciale per il Pci.

Galeati
Galuzzi, Giuseppe
MdM_IT_P_00590 · Persona · 1928 gen. 22 - 2018 set. 12

Giuseppe Galuzzi nasce a Trasanni, frazione di Urbino, il 22 gennaio 1928. Proviene da una famiglia numerosa di origini romagnole che vide sia il padre che un nonno emigrati in Germania. È il quinto di sette figli. Frequenta la scuola elementare e solo successivamente, con l’interesse e la volontà dell’autodidatta, consegue il diploma di terza media. Terminata la scuola elementare nel 1940, di fronte ad una situazione economica deteriorata, in cui, come ricorda lo stesso Galuzzi, «si faceva la fame [seppure] non completamente», già l’anno successivo va a lavorare ‘a garzone’ presso una famiglia contadina di mezzadri dove lavora per un anno. Lo scoppio della guerra, che si «porta di via» i due fratelli maggiori richiamati alle armi, peggiora ulteriormente le condizioni economiche. A Trasanni si trova anche una delle più grandi polveriere dell’aeronautica militare in cui lavorano molte famiglie del luogo, i ‘casanti’, come venivano chiamati, e qui Galuzzi prende il posto dei fratelli maggiori. L’inizio della sua formazione politica risale al 1943, quando entra in contatto con militanti comunisti che organizzano incontri clandestini e, dopo l’8 settembre, con le prime formazioni armate partigiane, i GAP locali, con cui inizia a collaborare come staffetta portando armi di notte nei rifugi o ordini e comunicazioni e contribuendo a scrivere messaggi antifascisti sui muri. Tutto ciò fino all’agosto del 1944, quando, liberata Urbino, si ricostituiscono le leghe dei mezzadri e si riorganizza il sindacato unitario fino all’insediamento della Camera del Lavoro provinciale. Galuzzi, in prima istanza, si iscrive al Fronte della Gioventù, l’organizzazione fondata dal comunista Eugenio Curiel che raccoglieva i giovani antifascisti di diverso orientamento, poi, nel 1945, aderisce alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) e quindi al Pci. Le condizioni delle campagne, che per quanto misere, diversamente dai centri urbani bombardati, avevano consentito di sfamare chi vi abitava, erano ormai incapaci di offrire opportunità di lavoro in un contesto d’incremento della disoccupazione. Il vetusto patto colonico mezzadrile rappresenta un ulteriore intralcio alla modernizzazione dei processi produttivi e all’emancipazione di vaste masse. Da qui l’asprezza del ciclo di lotte. Partecipa attivamente alla vita organizzativa del Pci e rimarca, nei suoi ricordi, quanto si partecipasse costantemente alle riunioni e alle iniziative sindacali pur lavorando nei cantieri. Infatti, seppure saltuariamente, Galuzzi lavora come muratore nella ricostruzione di ponti e della linea ferroviaria Urbino-Fermignano. Tuttavia, tra il 1950 e il 1951, insieme ad altri, è costretto a lasciare Urbino per andare ad Aosta, dove lavora sempre nell’edilizia. Anche in quel contesto non viene meno l’attivismo politico, in particolare diffondendo il quotidiano del Pci, l’Unità, tanto che nel 1951 viene invitato dalla Federazione dei giovani comunisti di Aosta a rimanere in loco per promuoverne l’organizzazione e contribuire all’espansione nella regione. Per questo motivo, dopo un breve soggiorno nei luoghi natii, viene inviato a Torino, dove frequenta un corso di formazione politica organizzato dal Pci. Qui ha modo di ascoltare lezioni di dirigenti ed intellettuali come Italo Calvino e conosce numerosi dirigenti e parlamentari comunisti. Rientra ad Aosta, in cui trascorre l’inverno, ma già tra marzo e aprile la condizione economica dell’organizzazione comunista è talmente fragile che non può permettersi di pagare un altro funzionario. Galuzzi, quindi, ritorna a lavorare in un cantiere, ma non prima di essersi speso nella campagna elettorale locale ed incorrere, durante attività propagandistiche, in un fermo. Ciò lo porta, in un momento di nervosismo, ad una colluttazione con il commissario della pubblica sicurezza cui segue l’arresto. Solo la protesta dei giovani compagni porta alla scarcerazione il giorno successivo. Ad ogni modo, rientra successivamente a Pesaro ed è chiamato dal Pci a lavorare con la Cgil, prima, per un breve periodo, come dirigente del settore sindacale giovanile, poi, nell’inverno del 1953, dopo che il partito lo aveva inviato a Macerata Feltria, per la campagna elettorale contro la cosiddetta ‘legge truffa’ (che avrebbe permesso di assegnare il 65% dei seggi alla lista o alla coalizione di liste che avesse superato il 50% dei voti validi). Qui nel 1954 (fino al 1957) è incaricato dalla Cgil di dirigere la Camera del Lavoro mandamentale. Si tratta di un’area territoriale importante che include tredici comuni, ma è anche una zona povera, con una netta prevalenza dell’economia mezzadrile, dove i rapporti fra mezzadri e padroni sono ancora particolarmente tesi e conflittuali dopo il cosiddetto ‘sequestro dei padroni’ per l’effettiva attuazione del Lodo De Gasperi già promulgato nel maggio 1947. Come si è detto, «sono anni legati alle vertenze per le pensioni ai mezzadri e alla contestazione delle disdette che, quasi sempre notificate con preavviso di poche settimane e senza la necessità di indicare una giusta causa, mandano in rovina il mezzadro e la sua famiglia». Nel 1957 Galuzzi è richiamato a Pesaro e, dopo un periodo presso la Fillea, lavora nella segreteria provinciale della Federmezzadri. Nel 1963 inizia una lunga e combattiva esperienza presso l’Ufficio vertenze della Camera del Lavoro provinciale. In questo ruolo si occupa in particolar modo delle rivendicazioni e dei contratti di quelle categorie di lavoratori che non sono singolarmente rappresentate: da chi è impiegato nelle farmacie (per cui c’era solo un contratto nazionale di carattere normativo e non economico a livello nazionale), agli addetti ai trasporti, dagli assicuratori a collaboratori/collaboratrici familiari, dai facchini ai barbieri/parrucchieri. In alcuni casi si conseguono risultati inaspettati e particolarmente rilevanti. Tra questi, si segnalano il contratto regionale per gli impiegati delle assicurazioni e la quattordicesima mensilità per i fornai di Pesaro, che sono i primi a livello nazionale ad ottenere questa integrazione salariale. Negli anni Sessanta, inoltre, sempre a Pesaro, superando i pareri discordi della Cgil nazionale che nutre in merito una diffidenza che non si può definire semplicemente ideologica, bensì dettata dal fatto che ciò avrebbe potuto creare un vulnus per deregolamentare qualifiche e contratti più solidi ritagliati sulla figura lavorativa impiegata a tempo pieno, si realizza il primo contratto part-time per le lavoratrici della Standa. Un luogo, quest’ultimo, come ricorda Galuzzi, in cui prima «non riusciva ad entrare nessuno di sinistra». Per giungere a quel tipo di contratto, infatti, prima si era riusciti ad ottenere una commissione interna, a nominare un rappresentante e a conquistare il diritto di svolgere un’assemblea. In questo caso sarà anche impugnato, con successo, il rifiuto del datore di lavoro di pagare come straordinario le ore eccedenti il part-time, che si registrano in particolare nei periodi di maggiore attività dell’azienda. Galuzzi, inoltre, gioca un importante ruolo anche nell’ambito della cooperazione riguardante la grande distribuzione. In seguito all’adesione della pesarese Alleanza Cooperativa alla Coop Romagna Marche e alla difficoltà occupazionali che si crearono, Galuzzi ha modo di lavorare di concerto con il segretario della Filcams di Ravenna affinché nasca proprio a Pesaro, nell’area dell’ex Montecatini (ormai dismessa e chiusa dalla metà degli anni Ottanta), una delle prime imponenti strutture dedicate alla grande distribuzione come Ipercoop. E ciò avviene non senza frizioni e opposizioni all’interno dello stesso Pci. Se l’esperienza all’Ufficio vertenze termina nel 1979, egli rimane attivo nella Cgil fino al 1989, ricoprendo per un decennio l’incarico di rappresentarla nella commissione regionale dell’Inps. Ha anche modo, inoltre, di lavorare nella Commissione provinciale per la distribuzione degli alloggi popolari presso l’Istituto Autonomo delle Case popolari (Iacp), Dopo il pensionamento continua il suo attivismo nel Sindacato Pensionati e torna a risiedere a Trasanni dove ha modo di dedicarsi anche all’attività agricola. Muore a Urbino il 12 settembre 2018.