Le Poste Pontificie sono state il servizio postale della Santa Sede e dello Stato Pontificio fino alla sua dissoluzione nel 1870. L'organizzazione delle Poste Pontificie dipendeva dalla Camera Apostolica, la quale concedeva il servizio in appalto con il titolo di Maestro Generale delle Poste Pontificie; fra il 1551 e il 1556 si ebbe una radicale riforma delle Poste Pontificie: venne istituito il primo corriere "ordinario", fra Roma e Bologna, e il servizio postale venne aperto al pubblico. Le poste vennero appaltate per periodi generalmente di nove anni: dall'appaltatore dipendevano tutte le stazioni di posta dello stato. Nacquero anche i timbri postali, in quanto, ai fini dello smistamento, tutte le lettere venivano marcate con le iniziali o il distintivo del Maestro di posta. Il materiale documentario prodotto dall’Ufficio Postale Pontificio di Montalto delle Marche è composto principalmente da miscellanea di carteggio amministrativo, fogli di avviso di spedizione e distinte di consegna della Direzione delle Poste di Ascoli Piceno; copre un arco temporale che va dal 1777 al 1853.
Nasce il 7 marzo 1928 a Urbania. Frequenta la scuola di avviamento professionale e diventa operaio. Nel 1949 si iscrive al partito Comunista, partecipando alle manifestazioni per la pace e alle imponenti raccolte firme dei partigiani della pace, che gli costano varie denunce. Dopo alcuni anni di impegno a Pesaro nella FGCI e nella Formazione politica e primi incarichi di minor rilievo, nel 1958 partecipa alla formazione di sei mesi all’istituto di Studi comunisti di Frattocchie. Nello stesso anno è nominato nel Comitato Federale del PCI pesarese. Per un certo periodo ricopre l’incarico di consigliere comunale a Urbania. Nel 1963, al VII Congresso, viene nominato segretario della Federmezzadri al posto di Aldo Bianchi, diventato segretario della Camera del Lavoro. Entra in Segreteria della Camera del lavoro dove rimarrà fino al 1977. Nel 1967, in occasione dell’VIII Congresso Federmezzadri, viene confermato Segretario, partecipa al Congresso Nazionale ed entra nel Direttivo nazionale della categoria.
Nello stesso anno è il relatore al Convegno regionale per il mercato ortofrutticolo, che si tiene a Fano. Nel 1968 è nominato all’Inam come rappresentante dei lavoratori. Al Congresso del 1969, confermato in Segreteria camerale, partecipa al Congresso nazionale della CGIL. L’impegno nella Federmezzadri termina con l’accordo integrativo provinciale del Patto colonico a conclusione di un periodo di importanti lotte dei mezzadri. Nel 1970 diventa segretario provinciale del sindacato Enti locali, restando anche nella Segreteria camerale e facendo parte del Direttivo della Federazione unitaria CGIL-CISL-UIL. Nel 1974 diventa Segretario provinciale della Camera del lavoro, dopo Monaldi, passato al Partito. Rimane Segretario fino al 1977, in un periodo di difficile ricomposizione delle strutture sindacali. Diventa poi Segretario provinciale dei trasporti e nel 1981 viene eletto Presidente del Comitato provinciale INPS. Dopo il pensionamento rientra a Urbania. Muore in Ancona il 15 agosto 1984 all’età di 56 anni.
Lorenzo Cicerchia nasce l’8 giugno 1947 a Fano (PU). Figlio di Primo Cicerchia e Iolanda Frattini; il padre, emigrato in Canada negli anni Cinquanta, una volta tornato in Italia fonda, insieme al fratello, un’impresa edile. Ben presto, a causa di gravi problemi di salute, deve abbandonare il lavoro e opera come vigile ausiliario per un breve periodo. Cicerchia, dopo le scuole medie, come auspicava, riesce ad iscriversi all’Istituto magistrale di Fano. Come ricorda il figlio Giovanni in una sua recente testimonianza scritta: «lo frequenta solo per due anni, perché, scoperta la gravità della malattia del padre, preferì lasciare gli studi per andare a lavorare in qualità di semplice apprendista in un maglificio fanese». Egli, benché assai giovane ed ancora semplice apprendista, deve essere impiegato anche nei turni notturni e festivi presso il maglificio. Tuttavia, quell’esperienza, durata solo pochi mesi, si rivela decisiva per la carriera sindacale che intraprenderà più tardi. Infatti, ha modo di verificare in presa diretta quali sono le condizioni di lavoro proibitive degli operai e ancor più delle operaie. Tra gli episodi paradigmatici vi è il ricordo dell’ultima notte trascorsa in maglificio, quando il padrone, ubriaco fradicio, porta una prostituta dentro lo stabilimento, noncurante della sua presenza. Il giorno dopo darà le dimissioni non senza inveire contro il proprietario dell’azienda. Cicerchia matura solide idee socialiste e si impegna, ben prima della maggiore età, a lavorare per la loro diffusione concreta. Di più: «si convinse che voleva lottare democraticamente per i diritti dei lavoratori». Così, viene accolto nel Psi con particolare entusiasmo dal futuro Presidente della Provincia Vito Rosaspina e ha modo di mettere a frutto la sua originale capacità militante. Si deve a lui, infatti, un’idea innovativa di finanziamento del partito tra la base contadina. Non potendo ancora guidare autoveicoli a causa dell’età, si fa accompagnare in giro per la provincia invitando i compagni a contribuire in natura cosicché la sezione viene riempita di grano che dopo può essere rivenduto. All’interno del partito Cicerchia si riconosce nella corrente minoritaria (di sinistra) che fa capo a livello nazionale a Riccardo Lombardi e ne diventa uno dei principali animatori nel territorio provinciale. Entra successivamente in “quota socialista” nella Cgil e ne diventa funzionario il primo maggio 1967. Si distingue per aver mantenuto ferma l’incompatibilità tra cariche sindacali e attività politica nei partiti dal momento che «i lavoratori dovevano essere difesi al di là delle loro appartenenze». Sono anni di lotte, quelli a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, e di conquiste mai più così importanti per il movimento dei lavoratori, che vedono Cicerchia impegnato in molte vertenze importanti nell’intera provincia di Pesaro e Urbino. Verso la fine degli anni Sessanta è protagonista di alcune delle battaglie più significative a difesa delle operaie impiegate nelle maglierie, allora costrette dai datori di lavoro – ed è solo uno dei tanti soprusi – ad assumere anticoncezionali per evitare gravidanze. Si rende anche protagonista dell’occupazione di alcuni stabilimenti. Ad ogni modo, le lotte sindacali culminano nel 1969 con “l’autunno caldo” e vedono un socialista marchigiano, originario di Recanati, come Giacomo Brodolini, già vicesegretario nazionale della Cgil (1955-1960), divenuto nel 1968 Ministro del Lavoro e della previdenza sociale, promuovere un’importante attività legislativa in materia previdenziale e sindacale nonché sostenere lo Statuto dei lavoratori che entra in vigore (dopo la morte di Brodolini) nel 1970. Proprio dal 1970, e per un decennio circa, Cicerchia è anche membro della segreteria provinciale della Camera confederale del lavoro di Pesaro e Urbino. L’esperienza sindacale è certamente la più rilevante pur non essendo così remunerativa sotto un punto di vista strettamente economico anche per chi ricopre incarichi dirigenziali. Lo animano solidi ideali di giustizia sociale. In tal senso, la carriera sindacale di allora non era nemmeno paragonabile a quella odierna tanto che da alcuni aneddoti raccontati al figlio emerge che «per potersi ricavare uno stipendio, i sindacalisti si firmavano cambiali a vicenda». Nella Cgil Cicerchia è anche segretario della Fillea (nel 1975) e della Filtea (in questa veste si segnala una vertenza che lo vede al fianco delle operaie dell’azienda CIA di Fossombrone) e membro della federazione provinciale di Pesaro della Cgil Cisl e Uil.
L’intensa attività di militanza politica e sindacale lo tiene sovente lontano da casa e non gli risparmia di rimanere invischiato negli episodi più oscuri della storia repubblicana come nel 1974 quando sembrava prossimo un colpo di Stato e Cicerchia in fretta e furia, a notte fonda, insieme a molti suoi compagni è costretto a nascondersi per non rischiare di essere arrestato nel caso di esito positivo del golpe. Come ricorda il figlio, «la passione per la giustizia e l’ostilità verso tutto ciò che poteva rappresentare un’ingiustizia non caratterizzò solamente la sua carriera sindacale ma la sua vita intera». La carriera sindacale di Cicerchia è costretta ad arrestarsi intorno alla fine degli anni Settanta. La malattia, scoperta nel 1977, gli impedisce di continuare a lavorare nel sindacato e ciò proprio quando il segretario generale della Cgil nazionale dell’epoca, Luciano Lama, lo chiama a far parte della segreteria nazionale. Nel 1980 Cicerchia partecipa e vince un concorso all’Istituto autonomo case popolari (IACP). Come ricorda ancora il figlio: «non fu semplice passare dal ruolo di dirigente sindacale a semplice impiegato d’ordine. Ma anche lì non mancò di distinguersi» per la sua rettitudine e abnegazione. Seppure profondamente segnato nel fisico dalla malattia (dal 1984 e fino alla morte, avvenuta vent’anni anni dopo, è costretto a fare la dialisi a giorni alterni), non smette mai di occuparsi di politica. Inoltre, nel 1983, viene indicato come vicepresidente del neonato Consorzio Megas, costituito per la metanizzazione dei Comuni interni alla provincia di Pesaro e, verso la fine degli anni Ottanta, su indicazione dell’allora vicesegretario generale Valter Giangolini (che entra in Cgil proprio grazie a Cicerchia alla fine degli anni Settanta), viene nominato segretario della neonata associazione Federconsumatori di Pesaro. Quest’ultima, in quel periodo, si distingue per la battaglia per il prezzo del pane. Il passare del tempo, tuttavia, lo mina progressivamente nel fisico relegandolo, specie nell’ultimo periodo, spesso in casa. Muore a Pesaro il 15 giugno 2004.
Nato a Pesaro l’8 febbraio 1949. Iscritto al Pci. È funzionario della Cgil dal 1974 (responsabile dell’ufficio economico), quando era ancora studente. Nel 1975 è membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale di cui nel 1977 diventa segretario provinciale successivamente riconfermato nel 1980 fino al 1982.
Nato a Fano, si iscrive al Psi. Funzionario della Cgil dal 1968. È stato responsabile dell’Inca e poi degli edili a Fano. Nel 1975 è responsabili degli edili a Pesaro. È stato segretario della Cgil di Fano dal 1980 al 1983.
Giuliano Giampaoli nasce a Urbania il 24 maggio 1950, dopo il Liceo si iscrive a Scienze politiche e la sua prima esperienza sindacale è nel 1974 negli organismi di zona della Cgil a Urbania. Nel 1975, finito il militare, viene eletto in Consiglio comunale, ruolo non più compatibile con l'impegno sindacale. Si iscrive al Partito comunista e gli viene chiesto di aprire gli uffici della Cna da Urbania a Borgo Pace. Dopo tre anni, l' 'autorità' del partito gli chiede di lasciare la Cna e l'antico rapporto con Cgil, per lavorare nella Federazione comunista prima per dirigere la commissione operaia, poi all’interno della segreteria. Non è tuttavia un contesto convincente. «Sentivo che il Pci si interessava molto di politica, ma, con rapporti sempre meno solidi con i riferimenti sociali fondamentali», ha dichiarato in un’intervista. Così chiede di riprendere il rapporto cominciato dieci anni prima con la Cgil. Nel 1987 inizia l'impegno a tempo pieno in Cgil e viene eletto segretario della Fillea provinciale. Nel frattempo, a 32 anni, si era sposato con Adriana Mollaroli, futura consigliera regionale dal 2000 al 2010. Nel 1992 passa alla segreteria della Fillea regionale: in questo ruolo, nel pieno di Tangentopoli, si adopera per fare approvare la prima legge sugli appalti. «La Fillea era un osservatorio molto interessante. […] L’edilizia è stato sempre il regno della flessibilità: finiva il cantiere e l’edile veniva licenziato e avevi come forte tutela soprattutto la cassa edile, che era un ente bilaterale serio, e la scuola edile, che però stava esaurendo l'attrattiva verso i giovani». Nel 1995 gli viene chiesto di assumere la segreteria della Camera del lavoro di Pesaro, dove «si era aperta una fase di tensioni pesanti» per la difficoltà a trovare un candidato unitario. Rimane i previsti otto anni, fino al febbraio del 2003. «Ho avuto un’ottima occasione di verifica politica e sindacale perché quelli sono i primi anni in cui il mondo cominciò a cambiare». Infatti nonostante la fine della guerra fredda, lo scoppio di Tangentopoli, il terremoto politico che aveva sconquassato il sistema della prima Repubblica l’inizio della politica spettacolo incarnata dai governi Berlusconi, il sindacato era rimasto statico, a parte l’inevitabile perdita delle componenti politiche. «Anche gli anni di Cofferati ripropongono certezze 'senza se e senza ma' rispetto all'identità consolidata della Cgil, ma sono privi di soluzioni stabili e chiare per il nuovo secolo».
Giuliano Giampaoli cerca di focalizzare l’attenzione sulla formazione continua, «predicata da istituzioni e imprese e mai praticata», che porta a qualche interessante risultato: ad esempio la sperimentazione di un corso della Provincia su Cad-Cam, offerto direttamente ai lavoratori. La partecipazione è buona, ma manca un progetto che ne prevede la continuazione o la sua ripetizione. Inoltre la segreteria di Giampaoli avrebbe sostenuto la partecipazione di Pesaro a un bando nazionale sulla formazione e avrebbe conseguito la sottoscrizione da parte di Cgil, Cisl e Uil di un patto per la formazione con Confindustria.
Formazione, rappresentanza, organizzazione del lavoro sono i terreni di iniziativa che a Pesaro la Cgil cerca in particolare di praticare dopo l'approvazione della legge n. 626 del 1994 su salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Vengono realizzati gli enti bilaterali dedicati alla sicurezza e vengono promosse corsi di formazione per i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.
All’interno del sindacato si cerca di valorizzare nuove figure giovani, in particolare donne; si cura l’organizzazione dei servizi (vertenze, patronato, fisco) che a Pesaro dimostrano anche punte di eccellenza; si riordina la politica delle sedi sindacali. La nascita di Nidil, il sindacato dei lavoratori atipici, assieme alla solidità dei servizi, viene considerata una risposta alle nuove fragilità del mondo del lavoro.
Infine con la segreteria di Giampaoli nasce l’Ufficio studi, volto alla comprensione della crisi che si apriva nel sistema locale delle imprese e alla valutazione dell'attività degli enti locali, che «attraverso il “welfare locale” potevano attivare il motore di un nuovo sviluppo». Per garantire la qualità e la coesione nei rapporti sociali, diventa pratica costante la formazione di base offerta agli stranieri nelle sedi Cgil.
Terminato l’incarico a Pesaro, diventa responsabile regionale dell’Inca, fino al 2007. Gli ultimi anni, Giampaoli li passa nella segreteria regionale, dove tuttavia si trova a non condividere metodi di lavoro e alcune scelte politiche. Prima di lasciare nel 2010, riesce a rendere usuali le assemblee dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza nei luoghi di lavoro, promuovendo anche la verifica del lavoro svolto dai servizi di prevenzione sui luoghi di lavoro. Una volta in pensione, per un anno ha un incarico come responsabile della Cgil di Fano, riorganizzandone la struttura territoriale attraverso il potenziamento delle sedi periferiche. In seguito la nuova segretaria della Camera del Lavoro di Pesaro, Simona Ricci, gli propone di seguire il progetto sulla storia e la memoria del sindacato.
Nasce ad Acqualagna il 2 febbraio 1932 in una famiglia mezzadrile. Contadino mezzadro anche lui, comincia l’attività sindacale da giovanissimo, nel 1946, come collettore, assieme a un capolega, per raccogliere gli iscritti alla Federmezzadri. La sua Lega è composta da circa 20 famiglie. In questa veste partecipa alle battaglie per l’applicazione del Lodo De Gasperi e alle successive battaglie mezzadrili. Si iscrive al Partito comunista nel 1949, animando prima la sezione di Cagli, poi quella di Acquaviva. Sono zone povere di quadri del partito e dunque l’impegno di Elio Salvi è decisivo nella propaganda. Frequenta un corso Togliatti alla scuola comunista. Da giovane militante partecipa alle mobilitazioni dei Partigiani per la pace, finendo sotto processo per ben tre volte, poi alle iniziative contro la 'legge truffa'. Nel 1955 viene nominato segretario della Camera del Lavoro di Cagli. Nello stesso anno frequenta un corso mensile alla scuola Marabini di Bologna per due mesi. I giudizi formulati dalla direzione della scuola mettono in luce la timidezza, una visione del partito ancora troppo propagandistica e le inevitabili difficoltà nello studio. Ma lo descrivono anche come un compagno attaccato al partito, pieno di entusiasmo e di buona volontà, combattivo, capace di dare un notevole contributo di critica. Nel 1956 è nominato membro della Segreteria della Sezione Pci di Cagli ed è eletto consigliere comunale nel Comune. Si trasferisce in Svizzera per qualche mese per lavoro, ma ritorna per partecipare alla campagna elettorale per le elezioni legislative del 1958. Dal primo dicembre 1957 al 28 febbraio 1959 è infatti funzionario di zona del Pci. Nello stesso anno partecipa a un corso di tre mesi all’Istituto di studi comunisti di Frattocchie. Il 1 marzo 1959 viene nominato nuovamente segretario della Camera del lavoro di Cagli, Acqualagna e Cantiano. È inoltre responsabile della locale Federmezzadri e membro del direttivo provinciale. In questa veste conclude vittoriosamente una vertenza con la curia che non forniva i conti colonici al mezzadro. Segue il declino della mezzadria, occupandosi delle disdette al proprietario, in seguito alla scelta dei mezzadri di spostarsi nelle fabbriche. Con il lento superamento della mezzadria si sposta anche l’attività sindacale di Salvi che segue la lotta all’interno del maglificio Magi, dove gli operai iscritti alla Cgil sono licenziati. Nel novembre del 1965 viene nominato consigliere provinciale, nei mesi della 'giunta morta', così detta perché sopravvive appena pochi mesi. Dai documenti a disposizione risulta eletto nel 1964 e nel 1969 nel Comitato direttivo della Camera del lavoro provinciale. Inoltre dal 1959 al 1980 è segretario della mutua dei coltivatori diretti. A partire dal 22 dicembre 1968 viene nominato nel Comitato federale del Pci. Nel 1973 Elio Salvi si sposta a Pesaro, dove ha un incarico nell’A,ministrazione generale e segue la Federbraccianti assieme a Pulisca e la Federmezzadri. Nel 1974 diventa segretario degli autotrasporti. Nel 1982 va in pensione, ma continua a collaborare con lo Spi e con l’Auser.
Nato a Colbordolo, Segretario organizzatore della Camera del lavoro territoriale di Pesaro e Urbino nel 1988.
Rinaldo Scheda nasce a Bologna nel 1923. Giovane antifascista, nell’immediato dopoguerra viene coinvolto nelle lotte che hanno al centro la Camera del lavoro di Bologna. Diventa in seguito e rapidamente dirigente del sindacato degli edili e poi giovanissimo segretario generale della Fillea di Bologna. Giuseppe Di Vittorio comincia a stimarlo e nel 1952 lo propone Segretario generale della Fillea nazionale.
Dopo la morte di Di Vittorio, avvenuta nel novembre del 1957, il nuovo segretario generale della Cgil, Agostino Novella, lo chiama in segreteria come responsabile dell’organizzazione, incarico che mantiene dal 1958 al 1981, anche quando Luciano Lama diventa segretario generale. Nel frattempo è anche membro della direzione del Pci. Nel 1981 esce dalla segreteria nazionale ma rimane in Cgil fino al 1985, interessandosi della scuola di Ariccia e della formazione dei Quadri. Nel 1985 il Pci lo candida come capolista alle regionali del Lazio dove viene eletto. Nel 1990, con la svolta della Bolognina e a causa di pesanti problemi di salute, si ritira dalla scena politica. La Cgil lo ricorda come un personaggio forte e carismatico, uno dei costruttori della Cgil moderna.
Otello Godi nasce a Pergola il 22 maggio 1924. Proviene da una famiglia di estrazione popolare impiegata nel commercio in quanto proprietaria di un distributore di benzina. Godi ha modo di compiere i suoi studi fino al livello di scuola media superiore conseguendo il diploma di maturità magistrale anche se di fatto la sua attività lavorativa sarà segnata dall’impegno sindacale. Nel periodo che va dal 1945 al 1948 Godi è uno degli esponenti della corrente cristiana presente nella segreteria provinciale della Cgil, il sindacato unitario che si ricollegava idealmente all’esperienza della Confederazione Generale del Lavoro (Cgl) disciolta durante il ventennio fascista. In quel periodo, in qualità di componente della segreteria provinciale, Godi è affiancato prima, nel 1945, da Arnaldo Forlani (futuro leader locale e soprattutto nazionale della Democrazia Cristiana), poi dal futuro Senatore democristiano Giovanni Maria Venturi (1946-1947) e soprattutto da Guido Barboni che successivamente, insieme allo stesso Godi, fonda e guida la Libera Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori (Lcgil) nella provincia pesarese. Godi è anche membro della segreteria provinciale della Confederterra per la corrente cristiana e, a testimonianza delle divergenze strategiche all’interno della Cgil che si andavano palesando in merito al ciclo di lotte che si stavano espandendo, il 24 giugno del 1948 si schiera contro lo sciopero della trebbiatura indetto dal sindacato agricolo. Nello stesso anno, insieme a Barboni, si dimette dalla segreteria provinciale della Camera del Lavoro di Pesaro. Le dimissioni di Godi sono legate al particolare momento storico-sindacale e soprattutto politico che si stava vivendo a livello nazionale con inevitabili riverberi a livello locale. Infatti, in seguito alla rielezione, nel 1947, del comunista Mariano Bertini alla guida della Cgil pesarese, dovuta alla marcata egemonia comunista in sede congressuale (espressa dal 65% dei consensi ottenuti), la componente cristiana ottiene un consenso che non supera il 10% dei voti. Ciò alimenta le divergenze strategiche in seno al sindacato e s’impone una divisione determinata sia dall’espulsione delle sinistre dal quarto governo guidato dal democristiano Alcide De Gasperi nel maggio 1947, a cui si aggiunge la scelta inequivocabilmente filoatlantica in politica internazionale successiva alle elezioni politiche del 1948, sia dal clima di vita interno al sindacato dove la componente cristiana lamenta approssimazioni e inadempienze con cui si sono svolte le precedenti elezioni per le delegazioni sindacali congressuali. Da qui il venir meno della solidarietà tra i diversi raggruppamenti, secondo Mario Tinti, rappresentante sindacale di area cattolica e futuro dirigente della Cisl. Ma sono soprattutto gli scioperi generali di carattere politico, di cui quello in occasione dell’attentato al leader comunista Palmiro Togliatti è l’ultimo paradigmatico esempio, l’aspetto che crea maggiori frizioni tra componenti vicine alle nuove forze di governo e chi, come soprattutto i comunisti, deve attrezzarsi per una lunga opposizione in un clima di intensificazione della repressione delle lotte popolari. La divisione viene sancita poco dopo l’attentato a Togliatti in occasione del Consiglio nazionale delle Acli (22 luglio 1948) e a Pesaro è proprio Godi a informare Giulio Pastore, capo della Segreteria Generale della corrente sindacale cristiana, che il 26 luglio anche nella provincia pesarese si era consumata la rottura con l’uscita dalla Cgil. Successivamente, è ancora Godi a comunicare a Pastore l’avvenuta costituzione locale della Lcgil quale «frutto di intenso lavoro di proselitismo e di impegno». La segreteria della nuova organizzazione sindacale provinciale era composta da Godi e Barboni. La costituzione dell’Unione Provinciale dei Liberi Sindacati dei Lavoratori è annunciata da una circolare datata 2 ottobre indirizzata da Godi a tutti i segretari mandamentali. Il 28 ottobre del 1949, secondo quanto riportato nel verbale del comitato direttivo, risultano eletti alla segreteria provinciale Guido Barboni (in qualità di segretario responsabile coordinatore), Otello Godi (segretario), Oddo Lucarelli (segretario), Bruno Regini (vicesegretario) e Alfio Tinti (vicesegretario). L’organizzazione, in questa prima fase, può contare principalmente sulle adesioni provenienti dal pubblico impiego, in genere del ceto impiegatizio, degli insegnanti e in particolar modo di maestri e maestre elementari. Segue, in ambito nazionale, dopo una serie di vicissitudini che avevano portato alla formazione della Federazione Italiana dei Lavoratori (Fil), da parte di ex aderenti repubblicani e socialdemocratici della Cgil, la nascita della Confederazione italiana sindacati lavoratori (Cisl) come fusione della Lcgil e della maggioranza della Fil (la cui minoranza, integrata da elementi socialisti espulsi dalla Cgil, dà vita alla Uil). La Cisl, nata il primo maggio del 1950, nel pesarese, come in altri territori, deve molto per la sua costituzione al ruolo giocato dalle Acli e alla dialettica con il mondo cattolico. Tale rapporto ambivalente, da un lato, si manifesta in termini di autonomia e tendenziale distacco soprattutto rispetto al blocco sociale moderato democristiano (rispetto al quale risulta tuttavia comune l’opzione anticomunista), dall’altro, rimane comunque in gran parte estranea (se non in alcune categorie più combattive come saranno i metalmeccanici della Fim soprattutto all’interno dell’esperienza unitaria del Flm) alla teorizzazione e alla prassi del conflitto sociale, e dunque interna ad un orizzonte interclassista. Nel suo orientamento improntato sull’apoliticità e la democraticità, nondimeno, gioca un ruolo rilevante anche il modello contrattualistico dei sindacati anglosassoni. La Cisl provinciale, guidata da Alfio Tinti per un ventennio, vede nel 1951 l’adesione di poco meno di 7.000 iscritti in gran parte concentrati nel settore terra (3.000) e tra gli edili (oltre 2.400). Otello Godi, da parte sua, è costantemente presente nella segreteria provinciale fino al 1970. In questo arco temporale egli ha anche modo di occuparsi in modo specifico di vertenze e contratti, e non a caso è ricordato da chi si è formato nel sindacato sotto il suo magistero (Gianluigi Storti) come «un grande contrattualista» o, da chi lo ha affiancato ed ha condiviso incarichi dirigenziali fin dagli anni Cinquanta (Alfio Tinti), come uno «talmente bravo [in questo settore] che persino il Tribunale lo chiamava per delle consulenze». Più volte delegato provinciale ai congressi nazionali della Cisl (in particolare al IV nel 1962 e al VII nel giugno del 1973. Entrambi tenutisi a Roma), il 7 luglio 1970 Godi diventa segretario generale della federazione provinciale succedendo a Tinti. Ricopre tale incarico fino al 1984 quando una sopraggiunta malattia gli inibisce l’uso della voce. Ciò non gli impedisce, tuttavia, di mettersi ancora a disposizione dell’Unione sindacale territoriale nel tentativo di «studiare e di elaborare delle proposte sindacali quali l’innovazione tecnologica, la richiesta di informazioni dalle aziende [e anche proposte] sulla sanità, sulla scuola e sui provvedimenti da prendere per tutelare la salute dei lavoratori» come testimonia una sua accorata comunicazione letta dalla moglie Elena Truosolo in occasione di un consiglio generale straordinario. Personalità misurata e solida, Godi rivendica costantemente una concezione non corporativa della democrazia oltre alla valorizzazione dell’autonomia sindacale quali tratti centrali della Cisl. Muore a Pesaro il 10 giugno 1985.
È indicato come Segretario della Camera del Lavoro di Fano. Nel 1960 subentra all’ufficio contratti e vertenze a Nino Gabbani. Nel 1961 diventa rappresentante del sindacato auto-ferro-tranvieri. Nello stesso anno è delegato all’Inam in rappresentanza dei lavoratori dell’agricoltura.
Figlio di Augusto Gabbani. Frequenta l’avviamento professionale durante il fascismo a Pesaro. Partecipa alla Resistenza, ricoprendo il ruolo di tenente nella Brigata Garibaldi Bruno Lugli. Dal 1947 al 1960 gestisce l’Ufficio vertenze e contratti della Camera confederale del lavoro di Pesaro. Fa parte della Segreteria della Camera del lavoro di Pesaro nel 1948 e nel 1951. Dal 1961 risulta nell’Unione artigiani Pesaro. Nel 1969 ne è il direttore. Dal 1968 è membro della Commissione federale di controllo del Pci. Dal 1964 al 1969 è consigliere comunale del Pci a Pesaro. Negli anni Settanta, è consigliere provinciale per il Pci.
Nato a Milano. Aderisce all'anarco-individualismo, nel 1969 si trasferisce a Roma dove frequenta il circolo Bakunin e poi fonda il Circolo anarchico 22 marzo. Nei giorni successivi alla Strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 fu additato, con Giuseppe Pinelli, come colpevole dal tassista Cornelio Rolandi, che dichiarò di averlo portato col suo taxi in piazza Fontana. Con Valpreda furono arrestati anche altri cinque aderenti al Circolo anarchico 22 marzo. Valpreda venne accusato anche dall'ex estremista di destra, poi avvicinatosi agli anarchici, Mario Merlino. Valpreda subì un forte linciaggio mediatico dai giornali che lo presentarono come "il mostro di piazza Fontana". Valpreda rimase nel carcere di Regina Coeli per più di 3 anni, fino al 29 dicembre 1972, quando, insieme ai suoi compagni, fu rimesso in libertà provvisoria per decorrenza dei termini di durata delle misure cautelari. La sua scarcerazione fu possibile grazie ad una legge ad personam, la cosiddetta legge Valpreda (legge n. 773 del 15 dicembre 1972) che introdusse limiti alle misure cautelari anche nei casi di reati gravissimi (tra cui la strage), in contrasto con la norma precedentemente in vigore, secondo la quale un imputato per reati gravissimi non poteva essere scarcerato prima della sentenza di assoluzione.
Nel 1979 la Corte d'assise di Catanzaro condannò Valpreda e Merlino a 4 anni e 6 mesi anni di reclusione, solo per il reato di associazione sovversiva mentre i neofascisti Freda e Ventura con l'agente segreto Guido Giannettini ebbero l'ergastolo con l'accusa di strage; nel 1981, con la formula dell'insufficienza di prove, sia Valpreda che Freda, Giannettini e Ventura e tutti gli imputati vennero assolti. Dopo il lungo iter giudiziario (annullamento in Cassazione, assoluzione in appello), la prima sezione della Cassazione presieduta da Corrado Carnevale, pose fine al procedimento dopo 18 anni, confermando nel 1987 l'assoluzione per Valpreda (su richiesta del procuratore generale) e per gli altri indagati. Venne riconosciuta, nel frattempo, anche l'innocenza del deceduto Pinelli. Durante il secondo processo d'appello il sostituto procuratore generale chiese per Valpreda l'assoluzione con formula piena, ma i giudici lo assolsero per insufficienza di prove.
Uscito di prigione, Valpreda continua la militanza anarchica, appassionandosi alle tematiche del localismo e del federalismo, vende libri per Einaudi e apre un locale. Valpreda scrive in carcere molte poesie e un diario che verranno pubblicati negli anni '70, assieme all'epistolario. Nei primi anni 2000, collabora con Piero Colaprico alla scrittura di tre romanzi aventi come protagonista il maresciallo Binda, un investigatore onesto e sempre dalla parte delle vittime. Il quarto libro è stato scritto quasi interamente da Colaprico, a causa della morte di Valpreda. Valpreda contribuì alla realistica descrizione di luoghi come i bassifondi milanesi in cui Binda si muove con i suoi informatori, del carcere di San Vittore, dei circoli anarchici e di periodi storici come la contestazione studentesca.
Valpreda muore all'età di 69 anni dopo l'aggravarsi della malattia che lo aveva colpito da parecchio tempo.
Nasce a Fossombrone il 22 gennaio 1928. Inizia l’attività a livello sindacale nella Camera mandamentale del lavoro cittadina. Nel 1948 si iscrive al Partito socialista. O meglio è la madre, una filandaia a iscriverlo. Entra nella Camera del Lavoro di Fossombrone assieme a Benito Severi. Partecipa alle lotte agricole combattute nel comprensorio e agli scioperi alla rovescia nei cantieri di rimboschimento delle Cesane. Nel 1952 comincia a lavorare in un’assicurazione, quando viene chiamato a Pesaro a lavorare per il sindacato. Viene destinato assieme a Nino Gabbani all’Ufficio contratti e vertenze. Nel frattempo viene eletto nel 1956 consigliere provinciale per il Psi. È inoltre delegato nella Federmezzadri: al IV Congresso viene nominato nel comitato direttivo, incarico rinnovatogli al V Congresso, nel 1957 e al VI, nel 1960. In quest’ultimo figura anche tra i delegati al Congresso nazionale insieme ad Aldo Banchi e Pino Monaldi. Rimane nel sindacato fino al 1964 quando viene nominato assessore provinciale per il Psiup. In occasione dello scioglimento del Psiup nel 1972 aderisce al Pci. Nel 1964 viene eletto per la prima volta al Consiglio comunale di Pesaro, incarico rinnovatosi alle elezioni del 1969. Continua a ricoprire incarichi fino al 1974, quando decide di dimettersi per disaccordi con il partito rispetto all’avvicinamento alla Democrazia cristiana.
Giovanni Costantini nasce a Lunano (PU) il 10 settembre 1920 da una famiglia di mezzadri che ne segnerà profondamente le scelte politiche. Frequenta la scuola elementare fino alla quinta classe ma continua a formarsi culturalmente applicandosi come autodidatta. Nel 1940, come molti suoi coetanei, è richiamato nell’esercito ed inviato ad Idria (nell’attuale Slovenia) dove resta per due anni quando, grazie all’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri, ottiene un trasferimento a Bari e successivamente è spostato nelle Marche, a Senigallia. Le atrocità e le disillusioni proprie della guerra di conquista fascista sono le principali molle per Costantini, come per tanti suoi coetanei, che lo inducono a sviluppare una coscienza politica critica. Ciò lo porta già nel 1943 ad iscriversi al Pci (è membro di cellula e poi del comitato di sezione di Macerata Feltria) e conseguentemente, dopo l’8 settembre, ad offrire la sua collaborazione ai partigiani presenti nella zona di Macerata Feltria. Prudentemente, Costantini si tiene in una posizione non particolarmente esposta per sfuggire ai bandi di Salò. È tuttavia costretto a prestare lavoro coatto per la Todt (l’impresa di costruzioni creata dal Ministro nazista Fritz Todt che dapprima operò in Germania e poi nei paesi occupati dalla Wehrmacht) ed è quindi impiegato nella costruzione della strada che consente di raggiungere la località limitrofa di Pietrarubbia. Immediatamente dopo la Liberazione, si segnala come uno dei principali e più attivi promotori nell’organizzazione delle leghe contadine e al contempo della strutturazione della Camera del Lavoro di Macerata Feltria. Qui, su sollecitazione di Augusto Gabbani, figura storica dell’antifascismo pesarese, già promotore delle prime leghe contadine e sindaco socialista di Pozzo Alto nel 1920 (e successivamente aderente al Partito Comunista d’Italia), Costantini diventa dal 10 gennaio 1946 il dirigente del sindacato agricolo relativamente al mandamento di Macerata Feltria (precedentemente era stato incaricato dalla ricostituita Federazione provinciale comunista di riorganizzare la Confederterra). Come ricorda egli stesso, si deve al «compagno Mariano Berzigotti [l’inizio] di questa attività. [Egli] era segretario della Cdl e organizzava sia i mezzadri che i pochi operai presenti». Se fino a quel momento non vi erano state lotte particolarmente estese, dal 1946 s’inizia a curare l’organizzazione in misura più capillare fino a costituire 35 leghe nei 13 comuni del mandamento nell’arco di poco più di un anno (luglio 1947). Segue la costituzione di comitati comunali con la presenza di leghe in tutte le frazioni più importanti che vedono una partecipazione ed un entusiasmo diffuso da parte degli iscritti. Gli scopi delle leghe si condensano in rivendicazioni varie (ad esempio sul versante delle regalie), ma l’obiettivo di fondo, come ricorda Costantini, è «la terra ai contadini, [ovvero] la terra doveva essere assegnata ai contadini. Questa era la spinta maggiore [dato che] i contadini si sentivano schiavi». Su questo fronte, Costantini sottolinea, da un lato, il freno giocato dalla religiosità sul lato dello sviluppo di una coscienza sindacale antagonista visto che oltre il 95% dei contadini del Montefeltro si riconosceva nella religione cattolica (e sovente erano gli stessi preti i proprietari dei poderi, creando così dei veri e propria traumi identitari nei coloni), dall’altro, quanto lo spirito combattivo dei contadini derivasse da «condizioni assurde, disastrose […], che oggi non è possibile immaginare: strade piene di fango che arrivava alla pancia delle bestie, disinteresse dei proprietari a ricercare l’acqua, nelle abitazioni nevicava, dalla stalla veniva su il fetore in cucina, sotto la finestra [c’era] il letamaio». Da queste descrizioni si può comprende l’asprezza del ciclo di lotte che a ridosso del secondo dopoguerra coinvolse le leghe dei contadini e in particolare i mezzadri nell’area del Montefeltro. Costantini è tra i principali dirigenti a promuovere “scioperi alla rovescia” a Mercatale di Sassocorvaro e, dopo lo «sciopero del bestiame», insieme a Secondo Giannini (all’epoca alla guida della Camera del Lavoro di Macerata Feltria), è tra i protagonisti, il 28 dicembre 1947, di quel che viene denominato “sequestro dei padroni”: un’azione, originariamente animata dalla richiesta di ripartizione del 55% dei prodotti per i coloni e il 5% per le migliorie poderali, dunque ben oltre la recalcitrante applicazione da parte padronale del Lodo De Gasperi, che porta 3.000 persone a Macerata Feltria con i proprietari che firmano un accordo presso la Camera del Lavoro che di per sé ebbe solo un valore simbolico dato che poi seguirono le disdette. Costantini ricorda peraltro come tale dimostrazione è stata importante sul «piano psicologico» con molti padroni che da quel momento, pur dopo una serie di disdette, «hanno cominciato ad abbassare la testa». Quest’azione, tuttavia, gli costa un’accusa di concorso in sequestro di persona che solo nel 1956 si conclude con un’assoluzione per insufficienza di prove. Inoltre, il 17 luglio del 1948 era già stato arrestato in seguito alle agitazioni successive all’attentato al segretario del Pci Palmiro Togliatti. Resta in carcere quaranta giorni con l’imputazione di blocco stradale da cui, anche in questo caso, viene assolto per insufficienza di prove. Ad ogni modo, le lotte nelle campagne riprendono vigore e portano, nell’agosto del 1948, alla promulgazione di una legge che recepisce la cosiddetta “tregua mezzadrile” incentrata su una divisione del 53% del prodotto e l’accantonamento del 4% del reddito annuale proprietario per migliorie poderali da far eseguire ai braccianti. Il 1948 è anche un momento di passaggio importante per Costantini che lo vede chiamato a dirigere la Federmezzadri, mentre dal 1951 al 1953 è membro della segreteria della Camera del Lavoro provinciale (diretta prima da Giuseppe Angelini e poi da Giuseppe Chiappini). Come è stato sottolineato, le qualità dirigenziali di Costantini emergono sul lato dell’analisi critica degli obiettivi delle lotte contadine e nella «consapevolezza, ad esempio, di dover superare la fase della semplice richiesta di applicazione delle leggi mezzadrili, per indirizzarsi verso obiettivi produttivistici e i programmi contenuti nel Piano del Lavoro», pur con le difficoltà di promuoverli in un contesto di politica nazionale sfavorevole. Su questo fronte, egli è anche pronto a cogliere «l’interesse dei giovani mezzadri verso la meccanizzazione e l’esigenza di sviluppare tra loro iniziative creative». Nell’approccio di Costantini, vi è anche la necessità di indirizzare l’azione sindacale nei confronti dei mezzadri non iscritti e una particolare attenzione, non certo così diffusa all’epoca, è diretta alla valorizzazione della componente femminile. Le donne, in effetti, pur essendo state negli anni precedenti costantemente presenti nelle manifestazioni non ricoprono cariche dirigenziali e scontano una certa difficoltà da parte dei capilega a comprenderne il possibile ruolo all’interno del sindacato da cui deriva l’assenza di un legame organizzativo solido nei loro confronti. Il 1956 si rivela, invece, un tornante importante nella vita (non solo) politica di Costantini. Infatti, nell’ottobre di quell’anno, in seguito ad un viaggio nelle cosiddette “democrazie popolari”, in particolare a Praga e Varsavia, ha modo di entrare in contatto direttamente con le condizioni socio-economiche dei paesi dell’Est, guidati da partiti comunisti, rimanendone deluso. In particolare, a non impressionarlo favorevolmente sono la gestione delle fabbriche e delle cooperative, le condizioni di lavoro nelle miniere (e la condizione lavorativa femminile) nonché il basso tenore di vita. In quell’anno si verifica anche la repressione sovietica in Ungheria nei confronti delle proteste popolari, di diverso orientamento, insorte prima tra gli studenti e poi tra consistenti fasce della popolazione contro l’ingerenza sovietica. Ciò induce all’esautorazione dello stesso governo comunista riformatore in carica (che aveva accolto gran parte delle istanze dei manifestanti e si era spinto a proclamare la neutralità dell’Ungheria) guidato da Imre Nagy che a sua volta è poi processato e condannato a morte. Costantini, tuttavia, lascia il Pci solo nel 1958 provocando, così, una cesura netta con il suo passato di militante e dirigente di estrazione comunista. Dopo un breve momento di difficoltà, egli è impiegato come caporeparto nel Consorzio agrario e poi, inquadrato come ispettore commerciale, presso la ditta Petrini di Bastia Umbra. Da un punto di vista amministrativo, Costantini ricopre diversi incarichi, prima in qualità di consigliere e vicepresidente dell’Ospedale San Salvatore di Pesaro, successivamente commissario straordinario del Consorzio di bonifica (1969-1975) e membro dell’Ente regionale di sviluppo (1968-1978). È inoltre consigliere provinciale eletto nelle liste della Democrazia cristiana tra il 1961 e il 1965. Il suo antecedente impegno sindacale ha anche modo di essere riversato nel mondo cooperativo a partire dal 1970 (a favore dell’Unione delle Cooperative) e dal 1970 al 2001 nella CASA in cui ha modo di ricoprire anche la carica di segretario regionale. Muore il 1° agosto 2014.
Dopo il diploma magistrale nel 1939, si iscrive alla facoltà di Magistero dell'Università di Urbino. Vince due concorsi banditi dalle Ferrovie dello Stato e viene assunto nel 1942 prima a Loreto per prendere poi servizio ad Ancona. Chiamato alle armi nel febbraio 1943, frequenta il corso allievi ufficiali a Poggioreale del Carso. La guerra lo sorprende a Novate (Pisa) da dove, abbandonata la divisa, raggiunge Ancona. Ripreso il lavoro in ferrovia comincia a frequentare un gruppo di antifascisti, tra cui ex ferrovieri anarchici licenziati nel 1922 ed entra in contatto con i partigiani locali.
Dopo la liberazione sono gli stessi anarchici che, benché Stimilli abbia aderito al Partito comunista italiano dal gennaio 1942, favoriscono il suo inserimento nel comitato promotore della ricostituzione del Sindacato Ferrovieri Italiani. Nello stesso tempo viene anche assorbito dalle attività della Camera del lavoro di Ancona. In occasione del Primo Congresso nazionale del Sindacato ferrovieri italiani (1946) entra a far parte del comitato centrale e si trasferisce a Roma.
Nel 1960 lascia il Sindacato ferrovieri italiani per essere eletto nella segreteria confederale della CGIL da dove si dimette nel 1967 e gli viene affidato l'incarico di rappresentare la CGIL presso la segreteria della Federazione sindacale mondiale con sede a Praga. Allo scadere del mandato rientra in Italia e gli viene affidato di lavorare sul suo progetto di unificare le sei categorie dei lavoratori dei trasporti.
Alla costituzione della Fist (Federazione italiana sindacati trasporti) al congresso di Livorno, nell’aprile del 1973, viene nominato Segretario generale, carica che manterrà fino al 1980 quando, nel marzo del 1980, a Livorno, si celebra il Congresso Costitutivo della Filt-Cgil con la fusione delle 6 Federazioni di categoria dei trasporti: il Sindacato Ferrovieri Italiano, la Federazione Italiana Autoferrotranvieri ed Internavigatori, la Federazione Italiana Facchini Trasportatori ed Ausiliari, la Federazione Italiana Lavoratori del Mare, la Federazione Italiana Lavoratori dei Porti e la Federazione Italiana Personale Aviazione Civile.
Stimilli nel 1980 lascia l'attività sindacale ed offre la sua collaborazione al PCI riguardo alle problematiche dei trasporti.
Muore ad Ancona nel 2007.
Alfredo Lancione, nato a Pescara, è stato allievo del Conservatorio "Gioacchino Rossini" negli anni accademici 1936-1937 e 1937-1938, dove ha conseguito il diploma superiore in violoncello sotto la direzione di Amilcare Zanella. Negli anni Cinquanta e Sessanta è Segretario del Sindacato professori d'orchestra di Pesaro. Viene chiamato per un concerto in Sudafrica nel 1956.
Violinista, nelle memorie di Carlo Betti viene ricordata un'azione partigiana contro una pattuglia tedesca all'Apsella di Montelabbate, in cui Jole Angelotti ebbe un ruolo di primo piano. Nel dopo guerra collaborò con Alfredo Lancione alla Segreteria del Sindacato professori d'orchestra di Pesaro.
Nato a Macerata Feltria segretario della Federazione nazionale lavoratori dell'energia dal 1988.
Nato Monteporzio (Pesaro e Urbino). E' stato Segretario generale dello SPI di Pesaro e Urbino dal 1991 al 1996.
Giorgio Orazi nasce a Montelabbate (Pesaro e Urbino) in una grande famiglia mezzadrile, inizia a lavorare a 15 anni e da subito comincia a frequentare la sede della Cgil dove conosce due sindacalisti che lo introducono nel mondo del sindacato: Gianfranco Roberti e Umberto Palmetti. A 16 anni inizia a lavorare in un mobilificio e viene eletto nel Consiglio di fabbrica. Dopo solo quattro anni inizia la sua attività nella Fillea Cgil e frequenta la scuola sindacale di Ariccia per sei mesi. Diventa responsabile della sede Cgil di Montecchio e nel 2002 nel Congresso anticipato Orazi viene eletto Segretario provinciale della Fiom.
Nato a Tuscania.
Segretario della Sezione di Villa Fastiggi del Partito comunista italiano (PCI) nel 1952.
Pio La Torre nasce a Palermo, il 24 dicembre 1927. Cresciuto insieme a cinque fratelli in una famiglia contadina, matura precocemente il proprio interesse per le lotte sociali ed aderisce fin dalla giovane età alle lotte dei braccianti siciliani per il diritto alla coltivazione delle terre. Si iscrive al Partito Comunista nell'autunno del 1945. Diventa funzionario di Federterra nel 1947, e successivamente responsabile giovanile della CGIL e del PCI, partecipando attivamente alle lotte dei contadini. Nel 1948 lascia la casa di famiglia seguito di minacce mafiose e si trasferisce a Palermo per continuare il suo impegno politico. A Palermo viene ospitato dal segretario della federazione comunista di Palermo Pancrazio De Pasquale che insieme al segretario della Fgci, Emilio Arata, aveva un appartamento nei pressi della stazione. Nel luglio 1949 diventa membro del Consiglio Federale del Partito Comunista e dall'interno dello stesso dà l'avvio ufficiale al movimento di occupazione delle terre da parte dei contadini, lanciando lo slogan "la terra a tutti". La protesta messa in atto dai braccianti, e guidata da Pio La Torre, prevedeva la confisca delle terre incolte o mal coltivate e l'assegnazione in parti uguali a tutti i contadini che ne avessero bisogno. Durante i duri scontri che si scatenano l'anno successivo fra occupanti e forze dell'ordine La Torre viene arrestato e condotto in carcere, dove resterà dall'11 marzo 1950 al 23 agosto 1951. All'uscita dal carcere riprende le lotte contadine e nel 1952 assume la carica di dirigente della Camera confederale del Lavoro, da cui lancia una massiccia campagna di raccolta firme per la messa al bando delle armi atomiche. Nello stesso anno viene eletto Consigliere comunale a Palermo, dove resterà fino al 1966. In questo periodo diventa Segretario Regionale della CGIL e del PCI siciliano, che guiderà fino al 1967. L'anno successivo viene eletto all'Assemblea Regionale Siciliana e nel 1969 viene chiamato a Roma dalla direzione nazionale del partito comunista, per ricoprire l'incarico di vice responsabile della sezione agraria e meridionale. Nel maggio 1972 viene eletto alla Camera dei deputati, dove resterà per tre legislature (VI, VII e VIII) partecipando ai lavori delle commissioni Bilancio e Agricoltura e della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia. In quest'ultima sede porterà avanti il lavoro più importante, giungendo alla presentazione di una proposta di legge volta all'inserimento nel codice penale del reato di associazione mafiosa, fino a quel momento non passibile di condanna. La proposta prevedeva inoltre la confisca dei beni riconducibili alle attività illecite dei condannati ed una volta approvata è divenuta nota come legge Rognoni-La Torre (Legge 13 dicembre 1982 n. 646). Nel 1981 rientra in Sicilia, dove assume l'incarico di segretario regionale del PCI ed intraprende la sua ultima battaglia politica contro l'installazione di missili Nato nella base militare di Comiso, nei pressi di Ragusa. La mattina del 30 aprile 1982 viene assassinato dalla mafia a Palermo mentre sta raggiungendo la sede del partito a Via Turba a bordo di una macchina guidata dal compagno di partito Rosario Di Salvo, che perde la vita insieme a lui.