Adele Bei nasce a Cantiano in provincia di Pesaro e Urbino il 4 maggio del 1904 da Angela Broccoli e Davide Bei. La sua famiglia, molto povera e numerosa, Adele era infatti la terza di unici figli, era già politicizzata, il padre socialista lavorava come boscaiolo e anche Adele inizia a lavorare, poco più che bambina, nei campi come salariata agricola. Matura in quell’ambiente un sentimento di ribellione verso le ingiustizie sociali, seguito da una profonda avversione contro il fascismo. La sua formazione politica continua con la conoscenza di Domenico Ciufoli, che nel 1921 era uscito dal partito socialista e aveva contribuito con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Pietro Secchia e Umberto Terracini alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Adele e Ciufoli si sposano il 29 ottobre 1922, Alla fine del 1923, per sfuggire all’arresto da parte dei fascisti, si rifugiano in Belgio dove nel 1924 nasce la prima figlia Angela, poi in Lussemburgo, dove nel 1926 nasce il figlio Ferrero, e poi in Francia prima a Marsiglia e poi a Parigi. Domenico Ciufoli in Francia lavora in fabbrica e in miniera, ma si impegna nel Partito comunista, che anche all’estero operava in clandestinità. Adele si occupa dei figli, ma lavora anche come sarta e operaia in una fabbrica di conserve. Anche lei si impegna nella lotta antifascista e nel 1931 aderisce al Partito comunista. Compie azioni di propaganda e di collegamento del Centro estero del partito con l’Italia. Nel 1933 viene inviata a Roma dove si era recata per diffondere materiale antifascista e il 18 novembre viene arrestata e rinchiusa per cinque mesi nel carcere delle Mantellate. Deferita al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, nel luglio 1934, viene condannata a diciotto anni di reclusione e rinchiusa nel carcere femminile di Perugia.
Dopo la sua condanna i figli vengono accolti in Russia, presso la Casa internazionale dei bambini di Ivanovo, un istituto per i figli delle vittime del fascismo, dove rimangono fino alla fine della seconda guerra mondiale. Ciufoli, sempre più impegnato nel partito, si divide tra gli incarichi a Parigi e quelli presso l’Internazionale comunista a Mosca, viene arrestato nel 1939 e trasferito nel campo di Buchenwald, dove rimane fino alla Liberazione.
Adele dopo 8 anni di reclusione viene inviata al confino nell'isola di Ventotene. Nei due anni trascorsi a Ventotene prende contatti con esponenti di rilievo del Partito comunista e rafforza i legami con quelli conosciuti negli anni dell’esilio. In particolare si crea un'intesa umana e politica con Giuseppe Di Vittorio, favorita dalla comune origine contadina, che si rafforza poi negli anni dell’impegno sindacale. Dopo la caduta del fascismo, il 18 agosto, ritorna a Roma dove prende contatto con le bande partigiane operanti nel Lazio e collabora attivamente alla Resistenza con il compito specifico di organizzare i gruppi di azione femminile. Per la sua attività nella Resistenza con il Decreto presidenziale del 17 gennaio 1957 le viene assegnata la Croce di guerra al valore militare.
Dopo la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, inizia il suo lavoro tra le donne e l’impegno sindacale. Assume l’incarico di responsabile della commissione consultiva femminile della CGIL e, nel settembre 1944, collabora alla fondazione dell’Unione donne italiane (UDI). Al primo congresso dell’UDI, tenutosi a Firenze nell’ottobre 1945, Adele Bei viene eletta nel consiglio nazionale.
Nel luglio del 1945 si reca in Unione Sovietica con una delegazione sindacale e ha così la possibilità di riabbracciare i figli e di riportarli in Italia. La sua vita però è travolta dalla morte del figlio Ferrero, seguita poi dalla separazione dal marito.
Nel 1945 viene designata dalla Cgil unitaria nella Consulta nazionale, un organismo non elettivo che inaugura i suoi lavori il 25 settembre 1945 per dare pareri sui provvedimenti legislativi del governo e costruire il percorso giuridico per condurre il Paese all'elezione delle amministrazioni locali e di un’Assemblea costituente. Il 2 giugno 1946 insieme al referendum istituzionale per la scelta fra monarchia e repubblica gli italiani votano per l’elezione dei deputati dell’Assemblea costituente a cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale. Adele viene eletta ed è una delle 21 donne all’Assemblea Costituente che hanno contribuito a scrivere i principi fondamentali nella nuova Carta costituzionale su cui si fonda la Repubblica italiana.
Continua attivamente il suo impegno per l'organizzazione delle donne nel Partito comunista per spingerle ad avere un ruolo attivo in politica anche contro le resistenze degli stessi dirigenti del partito. Nei primi mesi del 1946, con il ritorno a casa di circa un milione di ex combattenti, si comincia a ventilare la possibilità di licenziare le donne che, durante la guerra, avevano sostituito i richiamati nelle industrie e negli uffici pubblici. In molte città cortei di reduci chiedono l’allontanamento delle donne dai posti di lavoro, ma queste rivendicano il loro posto nella società su un piano di parità con gli uomini, anche perché erano state anch’esse protagoniste della lotta partigiana. Adele Bei, al loro fianco, intrecciando l’impegno istituzionale con quello di responsabile femminile della CGIL, chiede che fosse rispettato il diritto al lavoro per le donne, progettando politiche di sviluppo economico tali da garantire occupazione a tutti i cittadini.
Ciò che contraddistingue Adele Bei nella sua azione politica è la sua autonomia di giudizio, che è stata una costante delle sue scelte, e che non le ha impedito di contrapporsi anche all’operato della Cgil diretta da Di Vittorio. In occasione infatti del primo congresso della CGIL, che si è tenuto a Firenze nel giugno 1947, nella veste di responsabile femminile del sindacato, presenta la Carta della lavoratrice, in cui chiedeva che la donna godesse degli stessi diritti degli uomini relativamente al lavoro, al contratto, alla retribuzione e all’assistenza. Nel suo intervento stigmatizza quindi l’operato della Cgil, che aveva firmato un accordo con gli industriali che prevedeva per le lavoratrici una retribuzione inferiore del 30% rispetto a quella dei lavoratori.
In questo periodo è inoltre attivamente impegnata dal Partito comunista nel lavoro di organizzazione delle donne. A questo scopo viene inviata per qualche tempo in Calabria, ma al centro delle sue iniziative ci sono le contadine, le operaie e le casalinghe della sua regione. In diverse occasioni rivolge a queste donne le sue appassionate parole per indurle a impegnarsi in politica, a uscire da una dimensione esclusivamente privata per far valere la presenza femminile nella società e contribuire in tal modo alla rinascita dell’Italia.
Adele Bei, dal settembre 1946 all'ottobre del 1947 è segretaria della Terza commissione per l'esame dei disegni di legge dell'Assemblea costituente. Nel febbraio del 1947 non esita a intervenire con forza per esprimere la sua contrarietà sulla soppressione del ministero dell’Assistenza postbellica, con il conseguente taglio di fondi alle opere assistenziali a favore delle famiglie più bisognose, nonostante il parere favorevole del suo partito. Adele Bei è eletta al Senato nella I legislatura, dal 1948 al 1953 e sarà poi eletta alla Camera dei Deputati nella lista del PCI per il XVIII collegio delle Marche (relativo alle province di Ancona, Pesaro, Macerata e Ascoli Piceno) dal 1953 al 1958.
Nel febbraio del 1948, lasciato l’incarico nella commissione femminile della CGIL, Bei diventa presidente dell’Associazione donne della campagna, con grande impegno si dedica a questo nuovo incarico, organizzando convegni, incontri e comizi in tutta Italia, con l’obiettivo di fare uscire dall’isolamento le donne della campagna e di renderle consapevoli dei loro diritti.
Nel 1951 fino al 1960 Adele Bei assume nella Cgil l’incarico di Segretaria nazionale delle lavoratrici del tabacco. Anni cruciali di scioperi per l’applicazione del loro primo contratto collettivo di lavoro, stipulato nel 1947, con il quale avevano ottenuto aumenti salariali non ancora praticati dai datori di lavoro.
Il Sindacato nazionale delle tabacchine si era costituito nel dopoguerra quando la protesta delle lavoratrici del tabacco, in precedenza spontanea e dispersa tra le molte concessioni, aveva cominciato a essere guidata dalle leghe e dalla Confederterra e si era trasformata in un movimento più politicamente orientato. Volevano inoltre che lo stesso sindacato non le considerasse lavoratrici agricole organizzate nella Confederterra, ma le riconoscesse come una categoria autonoma, aderente in quanto tale alla CGIL.
Le dure condizioni di lavoro avevano favorito la combattività delle lavoratrici e le aveva spinte a richiedere con forza aumenti salariali, denunciando il sistema del cottimo, la diminuzione dei ritmi di lavoro e l’inquadramento tra i lavoratori dell’industria per beneficiare di una maggiore tutela previdenziale e assistenziale. Adele Bei si pone alla testa del movimento che, nel 1952, si riunisce a congresso per fondare il Sindacato nazionale tabacchine. Adele Bei dedica al Sindacato tabacchine tutti i suoi sforzi, rilasciando interviste, scrivendo articoli, presentando interrogazioni parlamentari, fa conoscere le loro condizioni di lavoro, in breve tempo diventa il punto di riferimento delle tabacchine, l’ambasciatrice dei loro problemi, esaltandone la combattività e la fierezza, quasi in una sorta di identificazione con loro e con la loro vita. In ogni occasione e con ogni mezzo fa conoscere le loro condizioni di lavoro, fonda il giornale La Tabacchina, bollettino mensile del sindacato e mezzo di informazione e di coesione delle lavoratrici.
Nel 1957 le tabacchine riescono a ottenere miglioramenti salariali e il trattamento previdenziale e assistenziale assimilabile a quello dei lavoratori dell’industria. Con l’inquadramento del Sindacato tabacchine nella Fila (Federazione italiana lavoratori alimentaristi) nel 1960 si conclude però la storia del sindacato delle tabacchine e anche la storia di Adele Bei sindacalista.
Il suo forte legame personale con le lavoratrici, di cui era diventata il simbolo, e il suo impegno nel tutelare l’autonomia del loro sindacato erano stati sicuramente guardati con sospetto all’interno di una CGIL che all’epoca non ammetteva atti d’indisciplina.
Bei, invece, aveva dimostrato in diverse occasioni di non accettare un ruolo da soldato disciplinato e acquiescente. Paga quindi con l’emarginazione proprio quella determinazione e volontà appassionata che, in tutta la sua vita, l’avevano spinta a lottare contro le ingiustizie sociali, per affermare i diritti dei lavoratori e delle donne, seguendo una propria autonomia di giudizio.
Nel corso degli anni Cinquanta, Adele Bei aveva continuato a intrecciare il suo impegno di sindacalista con quello di parlamentare. Eletta per due volte alla Camera dei deputati per il collegio di Ancona, nel 1953 e nel 1958, continua a rivolgere il suo sguardo ai diritti delle lavoratrici, presentando proposte di legge sulla parità retributiva tra uomini e donne, sulla tutela per le lavoratrici madri e per introdurre il divieto di licenziamento delle donne a causa di matrimonio. In questi anni, porta in Parlamento la voce delle lavoratrici più sfruttate e, in particolare, delle ‘sue’ tabacchine, con interventi diretti anche a stigmatizzare l’operato dell’Ispettorato del lavoro, che giudicava carente nell’effettuare controlli o nel comminare sanzioni alle aziende, anche a fronte di inadeguate misure di sicurezza, spesso causa di incidenti con ferimenti e ricoveri ospedalieri.
È sempre stata molto attenta anche ai problemi della sua regione. Nel 1959 presenta una proposta di legge per il ripristino della Facoltà di veterinaria nell’Università di Camerino, che era stata soppressa nella fase di trasformazione di quella libera Università in statale. Nel 1960 presenta un’interrogazione parlamentare per conoscere le ragioni della mancata attribuzione della medaglia al valore alla città di Tolentino, che pure si era distinta nella lotta di liberazione dal nazifascismo.
Con la conclusione del terzo mandato parlamentare, Bei non ha più incarichi politici né sindacali. Non si rifugia però nella vita privata. Nel 1968 viene eletta nel Comitato esecutivo dell’Associazione perseguitati politici italiani antifascisti (Anppia). Continua anche a impegnarsi nel suo partito come una semplice militante, come era stata in anni lontani, rivolgendo sempre la sua attenzione alla condizione delle donne. Ancora componente del Consiglio nazionale dell’UDI, si rende disponibile per iniziative rivolte alle donne della sua regione, con le quali si incontrava e discuteva per capirne i problemi e per sollecitarle a far sentire la loro voce, convinta fino alla fine che una forte presenza della donna nella società e nelle istituzioni è condizione perché un Paese possa dirsi davvero democratico.
Muore a Roma il 15 ottobre 1976 ed è sepolta al Cimitero del Verano di Roma.
Segretario Camera del lavoro mandamentale Fano 1946. Figura fra i delegati eletti a partecipare al I Congresso nazionale della Cgil a Firenze, nel 1947. Segretario Camera del lavoro mandamentale Fano 1946. Nel 1949 viene condannato per avere duramente condannato la repressione di una manifestazione mezzadrile del 29 luglio.
Nato e morto a Roma è stato un giornalista, politico e dirigente sindacale. Si laurea alla Sapienza a Roma in giurisprudenza e già dagli anni del liceo frequenta l'associazione cattolica “Dante e Leonardo”. Dal 1939 svolge attività clandestina antifascista. Viene chiamato alle armi nel 1941 ma, allo scadere di una licenza di convalescenza, non si presenta alla visita di controllo e riprende l'attività politica militando nel “Partito Comunista Cristiano” (1941-1943). Collabora, con Pietro Ingrao, Franco Rodano, Lucio Lombardo Radice, al giornale clandestino Pugno chiuso, di cui esce un solo numero nel 1943. Nel maggio 1943 viene arrestato e portato nel carcere romano di “Regina Coeli”, rinviato a giudizio dal Tribunale speciale e dal Tribunale militare (come ufficiale dell'esercito accusato di attività sovversiva in zona di guerra), scampa i processi e la sicura fucilazione grazie alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Nel settembre 1943, sotto l'occupazione tedesca, è tra i fondatori del “Movimento dei cattolici comunisti” insieme a Franco Rodano e altri. Scrive articoli su Voce Operaia, organo alla macchia dello stesso Movimento. Partigiano combattente, comandante per il MCC della V Zona militare di Roma (S. Lorenzo, Portonaccio, Tiburtino III, Pietralata, Ponte Mammolo), gli viene riconosciuto il grado di capitano.
Dopo la liberazione di Roma, con lo scioglimento del “Partito della Sinistra cristiana” (prosecuzione del MCC) il 9 dicembre 1945, Tatò aderisce al Partito Comunista Italiano, e diventa vice-responsabile della Commissione lavoro di massa, nel 1972 viene eletto al Comitato centrale del PCI. Quando, nel 1991, il PCI si trasforma in PDS, Tatò, sostenitore della mozione Occhetto, viene nominato nella presidenza della Commissione di garanzia.
Nel 1959 è eletto nel Consiglio Generale della CGIL; nel 1968 costituisce e dirige l'Ufficio Studi della CGIL. Nel luglio 1969 è chiamato alla direzione del PCI come capo dell'Ufficio stampa e segretario di Enrico Berlinguer; lo rimane fino alla morte di quest'ultimo (1984).
Intensa la sua attività di giornalista: nel 1987 fonda e dirige l’agenzia di stampa “Dire”; responsabile del Servizio stampa e dell'Ufficio studi della CGIL (1949-1968), dal 1951 dirige, scrivendovi numerosi articoli, il Notiziario della CGIL, poi Rassegna sindacale; scrive anche articoli di carattere sindacale ed economico sul Dibattito politico (1954-1959), con lo pseudonimo Vindice Vernari) e su vari altri giornali e periodici.
Fra i suoi scritti inoltre: i tre volumi della biografia di Di Vittorio, pubblicati negli anni dal 1968 al 1971 e, a cura di Francesco Barbagallo, “Caro Berlinguer”, pubblicato nel 2003 da Einaudi.
La Federazione italiana dei lavoratori del legno e dell’edilizia si costituisce nel 1956 con l’accorpamento degli edili con i lavoratori del settore legno. Assume il nome di Fillea (Federazione italiana lavoratori legno edili e affini) e diventa segretario Rinaldo Scheda, affiancato da Giorgio Guerri segretario della Federazione lavoratori del legno e boschivi. Con il Congresso del 1958 segretario generale diventa il marchigiano Elio Capodaglio. Nel primo decennio del dopoguerra l’attività contrattuale si concentra nel settore dell’edilizia ottenendo miglioramenti delle condizioni di lavoro e dei salari. Il settore dell’edili con lo sviluppo dell’economia a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta avvia una importante attività contrattuale sia a livello nazionale che aziendale che culmina, con il Congresso del 1960, con l’approvazione di un piano nazionale di sviluppo dell’edilizia che aveva come punti cardine: l’edilizia popolare, il potenziamento dell’edilizia scolastica e ospedaliera e una nuova legislazione per le aree fabbricabili. Altri temi forti rivendicativi riguardavano la riduzione delle differenze salariali fra uomini, donne e giovani, il riordino delle qualifiche e la revisione del cottimo e del subappalto. Per gli edili era fondamentale ottenere un salario minimo garantito per compensare le giornate di inattività involontarie per cause metereologiche o tecniche per questo vengono costituite le Casse edili provinciali, finanziate pariteticamente dagli imprenditori e dai lavoratori, per fornire prestazioni previdenziali e assistenziali.
Nel dopoguerra nella provincia di Pesaro il settore dei lavoratori del legno e dell’edilizia è seguito da Gaetano Sanchini della Segreteria e da Nino Gabbani per l’Ufficio vertenze. La componente principale è quella degli edili che al I Congresso provinciale della Cgil dell’aprile 1947 contano 10.346 iscritti subito dopo i lavoratori della terra che hanno a quella data10.564 iscritti. Al Congresso gli edili portano 22 delegati, mentre i lavoratori del settore legno hanno 3 delegati a fronte di 76 iscritti. Il settore del legno inizierà a crescere già dopo pochi anni, raggiungendo 800 iscritti nel 1949 per poi aumentare nel corso degli anni sessanta con l’afflusso dei lavoratori della terra che porteranno alla nascita di micro imprese famigliari del mobile, fino alla grande imprenditoria che vede nelle cucine il settore di massima espansione che caratterizza il territorio provinciale rispetto a quello regionale.
Nel 1917, la Società Generale per l’Industria Mineraria e Chimica Montecatini di Milano rileva la Fonderia Albani. Nasce così la Fonderia Montecatini di Pesaro (Montedison dal 1966), che ben presto diventerà una delle punte di diamante nei settori della metalmeccanica e dei lavori di fonderia. I suoi prodotti (tubazioni, silos, laminati, macchinari, impianti chimici, saracinesche per acquedotti ecc.) saranno esportati in tutto il mondo, fino alla crisi degli anni Settanta e la chiusura degli impianti nel 1981.