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Ghiselli, Roberto
MdM_IT_P_00518 · Persona · 1960 ago. 24 -

Nasce a Genova il 24 agosto 1960. I genitori, originari del Montefeltro, di Petrelle di Piandimeleto, erano emigrati giovanissimi nel capoluogo ligure, sei anni prima. Era una cosa comune di quegli anni avere Genova come riferimento per chi partiva da quell’area delle provincia compresa tra Carpegna, Macerata Feltria, Pietrarubbia, Monte Cerignone. La madre, proveniente da una famiglia di mezzadri, poverissima, aveva 16 anni quando era partita e aveva trovato impiego come domestica. Il babbo di anni ne aveva 20. Faceva il muratore, lavoro che aveva appreso a sua volta dal padre. Veniva dunque da un contesto di relativo benessere per l’epoca e per quella zona: in una distesa di mezzadri poteva vantare una professione e la famiglia possedeva un appezzamento di terra. L’emigrazione era stata dunque un’occasione per migliorare la propria posizione sociale, ma anche per uscire dal contesto della provincia. Dopo la nascita della seconda figlia, nel 1966, il padre e la madre decidono di tornare nella loro terra e si trasferiscono con la famiglia a Macerata Feltria. Roberto Ghiselli aveva allora appena concluso la prima elementare. «Ho imparato a leggere e scrivere a Genova», ha ricordato in un’intervista. Il padre dunque continua la sua professione di muratore, in una fase di espansione del mercato dell’edilizia, mentre la madre, con i figli ancora bambini va a lavorare in fabbrica. Roberto Ghiselli avrebbe vissuto a Macerata Feltria l’infanzia e l’adolescenza, ovvero gli anni della sua scolarizzazione. Il suo avvicinamento alla politica non avviene in famiglia, dove questa non è questione molto dibattuta. «Condizionarono molto la mia formazione politica i racconti che sentivo nel mio territorio». Venivano dai contadini della zona e anche dagli zii: erano vive le memorie della guerra partigiana (il distaccamento Montefeltro della V Brigata Garibaldi si era formato nella casa dello zio materno) e delle dure lotte mezzadrili di venti anni prima. Attraverso le narrazioni di quelle esperienze, Roberto Ghiselli matura un forte senso dell’uguaglianza. Il primo contesto in cui lo vive, è quello della parrocchia, che frequenta all’età di otto e nove anni. Particolarmente toccante fu per lui l’incontro con un missionario africano. Si distacca tuttavia dalla Chiesa e la sua passione per la giustizia sociale lo fa approdare, ancora bambino, alle idee egualitarie del comunismo. «C’è da ridere. Ho una foto di quando avevo undici anni, con i compagni della prima media, dove avevo appuntata sulla maglia una spilletta raffigurante Lenin! Da telefono azzurro! Ma la famiglia non c’entrava niente», ha ricordato, intervistato, con il sorriso. A tredici anni, in terza media, era già segretario della federazione giovanile comunista di Macerata Feltria. In un Paese di 2000 anime raggiunge addirittura i 55 iscritti. Negli anni del liceo scientifico, a Sassocorvaro, continua il suo impegno politico sia nella federazione giovanile del partito che negli organi collegiali della scuola: diventa responsabile di zona della Fgci del Montefeltro ed entra per un certo periodo nella segreteria provinciale. Al tempo stesso per tre anni fa parte del consiglio scolastico distrettuale di Urbino, al quale partecipano anche insegnanti e genitori, come capolista di una lista di sinistra. «Tenete conto che erano anni esaltanti: la vittoria nel Vietnam, la vittoria del divorzio, il successo del Pci del 1975, il successo del Pci del 1976». A sedici anni, mentre frequentava la seconda liceo, lascia la scuola per due mesi per frequentare la scuola politica del Pci ad Albinea, cui si rivolgevano le Federazioni del centro Italia per formare i militanti: «un corso bellissimo, che mi cambiò profondamente e mi fece maturare». Si trattava di un «corso operaio», interregionale, incentrato su un insegnamento storico, politico, economico e culturale: se fino ad allora Roberto Ghiselli aveva vissuto la scuola senza particolare diligenza, come un’appendice che lo separava dall’impegno politico, quell’esperienza cambia il suo punto di vista delle cose. «Capii che la politica invece era impegno, era studio, era cultura». Nel 1980 si diploma con sessanta sessantesimi, portando una tesina sulle opere giovanili di Marx, e comincia a frequentare Scienze politiche a Urbino. Aveva appena dato due esami, quando l’anno successivo, a una manifestazione del 25 aprile a Macerata Feltria, gli viene proposto di rimpiazzare Maurizio Amantini, uscito in quel periodo dall’Inca zonale. Comincia sette giorni dopo, il 2 maggio: si ritrova così a dover imparare immediatamente a fare dichiarazioni di redditi, che all’epoca spettavano all’Inca. Per un anno e mezzo si occupa del patronato: domande di pensioni, di disoccupazione, di infortuni sul lavoro. Impara a fare cose concrete, che riguardano la vita materiale di molti, che gli sarebbero servite «per tutta la vita». Non avrebbe tuttavia abbandonato l’università: pur rallentando inevitabilmente lo studio, a cui poteva dedicare un tempo risicato, si sarebbe laureato alcuni anni dopo.
Nel 1982 diventa responsabile di zona della Camera del lavoro di Macerata Feltria. Dal punto di vista sindacale, significava occuparsi in particolare di tre categorie: il legno, l’abbigliamento, i braccianti agricoli. In questi anni impara a fare anche le vertenze individuali.
Due anni dopo, a ventiquattro anni, nell’ambito del rinnovamento del sindacato voluto da Rodolfo Costantini, diventa segretario generale della Fiom di Pesaro. Nei primi mesi si trova a dover sciogliere la Flm (la Federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici), ormai logorata dagli scontri tra Cgil da un lato Cisl e Uil dall’altro. Si trattava di una presa d’atto di una situazione non più sostenibile che porta alla rinascita delle tre sigle sindacali dei metalmeccanici. Inoltre la sua segreteria coincide con la fase finale della vertenza della Fonderia Montedison, che si sarebbe conclusa con la chiusura, e con l’uscita della Benelli dal Gruppo Moto Guzzi e il successivo passaggio ad Alejandro De Tomaso a Giancarlo Selci. Queste due, assieme alla IDM e alla Morbidelli, erano le principali aziende su cui si reggeva fino ad allora il sindacato dei metalmeccanici. Di fronte a una situazione in trasformazione e di crisi di queste realtà Ghiselli dedica una particolare attenzione verso le piccole e medie imprese del territorio, che invece stavano crescendo in quel periodo, dove il sindacato o non c’era o era debole. Inoltre implementa la presenza della Fiom in quelle aziende che poi, anche con diverse incorporazioni, sono diventate il Gruppo Biesse. Il risultato di questa prospettiva è un aumento complessivo degli iscritti alla Fiom, nonostante la crisi irreversibile delle sue roccaforti storiche, e l’avvio di nuove esperienze di contrattazione decentrata, che vede, come elemento più significativo, l’introduzione in alcune aziende di una nuova classificazione del personale attraverso cui riconoscere meglio le professionalità e assorbire così parte dei superminimi fino a quel momento erogati, a tale scopo, unilateralmente dalle imprese.
Nel 1988 fa il servizio militare. Conclusa la leva, viene chiamato ad Ancona da Piero Gasperoni, allora segretario aggiunto della Cgil regionale e lascia il posto alla Fiom a Peppe Tarsi. Il primo anno segue l’artigianato e le piccole imprese: è il periodo in cui si era appena costituita la commissione Lama, dopo il tragico incidente al cantiere Mecnavi di Ravenna, che porta alla legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, e in cui si raccolgono le firme per quella che sarebbe diventata la legge 108 sui diritti dei lavoratori nelle piccole imprese. La Cgil nazionale aveva costituito un gruppo di lavoro su questi temi, coordinato da Antonio Pizzinato, e Ghiselli ne fece parte fino alla conclusione dei suoi lavori. Concluso questo impegno, dopo circa un anno, alla fine del 1989, diventa segretario regionale della Filcams, dove sarebbe rimasto fino al 1996. «Lì feci l’esperienza contrattuale più importante», ha dichiarato. «Erano gli anni della rivoluzione industriale nel commercio». Si va infatti affermando la grande distribuzione: incominciano a nascere i primi ipermercati, le aziende più rilevanti moltiplicano i punti vendita, i grandi gruppi acquisiscono le piccole catene. Si devono elaborare nuovi contratti nei gruppi che si vanno a integrare e contratti di avviamento di nuove strutture, dovendosi confrontare, in anticipo rispetto ad altri settori, con le problematiche della flessibilità: part-time, lavori parasubordinati, definizione di orari di lavoro estremamente elastici, le stagionalità. Ghiselli partecipa per la prima volta ai tavoli nazionali per le trattative, in una fase in cui il settore del commercio vive un trend di crescita spettacolare. In pochi anni gli iscritti della Filcams delle Marche passano da circa 3000 a oltre 6000 e aumentano, di conseguenza, i delegati.
Nel 1996 con il passaggio della segreteria regionale da Gasperoni a Oscar Barchiesi, Ghiselli viene nominato al suo interno. È una segreteria giovane: su cinque quattro hanno tra i trenta e i quaranta anni. Egli si occupa della contrattazione, delle politiche industriali e del terziario. L’esperienza più significativa avuta in quegli anni è la costituzione degli enti bilaterali dell’artigianato. Segue inoltre diverse vertenze: la più significativa, gestita con Marco Bastianelli allora segretario della Slc (Sindacato lavoratori della comunicazione) regionale, è il passaggio delle cartiere di Fabriano dal Poligrafico dello Stato al Gruppo Fedrigoni. «Fu una bella esperienza perché partimmo con una dichiarazione di 600 esuberi e alla fine non ci fu un licenziato. Le cartiere furono acquisite sulla base di un capitolato che conteneva importanti clausole sociali che costruimmo assieme al ministero del Tesoro che controllava il poligrafico. Allora era sottosegretario l’onorevole Solaroli, che si dimostrò molto attento alle ragioni dei lavoratori. Facemmo delle clausole molto stringenti in cui venivano garantiti i livelli occupazionali, le condizioni del trattamento dei lavoratori, il marchio, il sito produttivo a Fabriano, l’adempimento del piano industriale».
In quel periodo, nel 1997, dopo anni di convivenza, si sposa e nasce sua figlia Federica.
Nel 2003 subentra a Giuliano Giampaoli alla guida della Camera del lavoro di Pesaro e Urbino, tornando alla Cgil della sua provincia dopo 15 anni. Sono anni complicati: deve infatti affrontare gli effetti della prima crisi, che hanno ricadute sulla Morbidelli, e, soprattutto, di quella ben più devastante del 2007. Fino a quegli anni aveva avuto un’esperienza sindacale esclusivamente nelle politiche dei settori privati e per la prima volta si dovrà cimentare invece con il pubblico: la sanità, i servizi sociali, le politiche educative, la questione delle tariffe, la gestione della fusione tra Megas e Aspes in Marche Multiservizi, il trasporto locale. L’impegno della Camera del lavoro sulla contrattazione sociale porta a coinvolgere quasi tutti i Comuni della provincia.
Nell’ambito delle celebrazioni del centenario della Camera del lavoro, viene realizzato una importante lavoro di ricostruzione storica delle vicende sindacali nella provincia, anche attraverso il coinvolgimento di molte scuole medie superiori. Particolarmente significativa è la realizzazione, da parte degli studenti del Liceo scientifico Montefestro di Sassocorvaro, del libro La civiltà che sudava, sul lavoro e sulle lotte contadine nel Montefeltro. Sarebbe spettato a Ghiselli l’onore di consegnarlo nelle mani dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Ghiselli porta inoltre avanti il rinnovamento avviato dal suo predecessore, che si concretizza nella maniera più lampante nel 2011, quando dopo otto anni, alla scadenza del suo mandato, gli subentra Simona Ricci, la prima donna a dirigere la Camera del lavoro provinciale. Egli torna alla segreteria regionale delle Marche. L’anno successivo diventa segretario regionale della Cgil, incarico che ricopre fino al 2017. Si occupa, oltre alla direzione generale, soprattutto di sanità e contribuisce, anche in questo caso, a un processo di rinnovamento del sindacato, valorizzando anche la ricca esperienza marchigiana dell’associazionismo studentesco. Sono inoltre gli anni in cui la crisi ha ricadute economiche anche sul sindacato e viene gestita una fase di razionalizzazione organizzativa e finanziaria nel cui ambito si colloca anche l’avvio dell’esperienza del Bilancio aggregato e del rendiconto sociale della Cgil delle Marche, nell’ottica di un massimo rigore nella gestione delle risorse e di una massima trasparenza.
Nel 2017 in un processo di riorganizzazione della segreteria nazionale, Susanna Camusso propone a Roberto Ghiselli di entrarvi. Anche in questo caso gli subentra una giovane, Daniela Barbaresi, prima donna a ricoprire l’incarico di Segretaria generale della Cgil regionale. Nella segreteria nazionale gli vengono date le deleghe della previdenza e della contrattazione sociale territoriale. Entrambe riprendono, in grande, esperienze diverse della sua vita sindacale. Con la prima delega si ritrova a intraprendere un ruolo di interlocutore ai massimi livelli con il Governo, in particolare nell’ambito del dibattito della riforma della legge Fornero. Con la seconda invece lavora sui territori, per dare stimolo alla contrattazione sociale territoriale. Con la segreteria partecipa alla gestione di un congresso delicato, quale quello del 2019, che ha visto l’avvicendamento alla guida della Cgil nazionale e l’elezione di Maurizio Landini a Segretario generale.
Maurizio Landini conferma Roberto Ghiselli nella nuova segreteria nazionale e, oltre alla previdenza, gli affida la delicata responsabilità delle politiche delle risorse e dell’amministrazione.

Entidad colectiva

Notizie sulla costituzione della Sezione si possono ricavare dalla circolare n. 2 del 14 ottobre 1944 della Federazione provinciale del Pci di Pesaro e Urbino, che invia a tutte le sezioni del partito indicazioni per la costituzione dei "Circoli giovanili comunisti".

Angelini, Giuseppe
MdM_IT_P_00464 · Persona · 1920 gen.15 - 2007 gen. 8

Giuseppe Angelini nasce a Novafeltria il 15 gennaio 1920, frequenta il liceo classico “Giulio Cesare” a Cesena e, una volta terminati gli studi, viene ammesso nel 1938 alla Scuola Normale di Pisa alla Facoltà di Lettere e filosofia. Incrocia docenti di rigorosa ispirazione democratica e liberalsocialista, come Luigi Russo, Guido Calogero, Giorgio Pasquali. Tra i suoi compagni di studio si annoverano Scevola Mariotti, poi latinista e filologo classico, e Alessandro Natta, divenuto Segretario nazionale del Pci alla morte di Berlinguer
Sollecitato da Natta e, probabilmente, motivato dagli stimoli suscitati dai docenti incontrati nella sua esperienza universitaria, si indirizza verso il liberalsocialismo, movimento fondato da Guido Calogero e Aldo Capitini, che proprio dalla Normale era stato licenziato in seguito al suo rifiuto di prendere la tessera del partito fascista.
La guerra gli impedisce di terminare gli studi universitari. Richiamato alle armi nel 1942, frequenta a L’Aquila il corso allievo ufficiale, ma una volta che emerge il suo antifascismo, viene trasferito a Bari all’Ufficio imbarchi e sbarchi. Qui il suo percorso ideale conosce una nuova svolta. In seguito ad alcuni incontri a Bari aderisce a posizioni marxiste. Quando Togliatti annuncia la ‘svolta di Salerno’ nel marzo 1944, la sua adesione intima al Pci è compiuta.
Trovandosi al sud quando giunge l’8 settembre, decide di arruolarsi nel Corpo italiano di liberazione, dove ottiene il grado di sergente combattendo i tedeschi al fianco degli alleati. Nel dopoguerra torna a Novafeltria e si iscrive al Pci, venendo ammesso, già nel 1946, nel Comitato federale del partito. Il 15 aprile 1946 è eletto sindaco, incarico ricoperto fino al 25 maggio 1947. Nel settembre de 1946 sposa Anna Maria Cucci, da cui ha due figlie, Chiara e Angela. Nel frattempo riprende e completa gli studi laureandosi in Lettere e filosofia all’Università di Bologna nel 1949, con una tesi di laurea, su Piero Gobetti.
In seguito all’abbandono della segreteria della Camera del Lavoro pesarese da parte di Angelo Arcangeli, data la sua vasta preparazione culturale e le sue qualità politiche, viene nominato segretario generale. Fino ad allora, nel’ambito della Cgil, aveva diretto un ufficio studi, che aveva dato un buon supporto ai vari convegni. Mantiene questo ruolo dal 1951 al 1956, salvo pochi mesi nel 1953, quando è sostituito da Giuseppe Chiappini. Nonostante la scissione sindacale, si tratta di una camera vitale e forte. Durante la segreteria, Angelini procede a una progressiva riorganizzazione, sostituendo le camere mandamentali con camere comunali, per accrescerne la presenza nel territorio in una fase storica in cui vi sono molti fronti aperti: quello delle vertenze mezzadrili, la lotta alla disoccupazione, l’attuazione del Piano del lavoro. In particolare, nella veste di segretario si adopera contro la smobilitazione della miniera di zolfo di Cabernardi, occupata dai minatori per trentanove giorni nel 1952, e il progressivo ridimensionamento di quella di Perticara. Al convegno del 15 luglio 1952, organizzato dalla Camera di commercio di Pesaro sul potenziamento delle risorse solfifere, mosso dalle forti ricadute sull’occupazione conseguenti alla chiusura dei due bacini solfiferi, sollecita il ministro Campilli a promuovere nuove ricerche da parte delle società concessionarie e a trasformare l’Ente zolfi italiano da organismo finanziario in produttore. Si tratta in realtà di un progetto irrealizzabile: il destino delle due miniere in via di esaurimento è segnato. La proposta di Angelini si colloca tuttavia in una strategia più ampia, volta all’ammodernamento delle valli pesaresi, attraverso un piano di industrializzazione e uno irriguo che favorisse la modernizzazione dell’agricoltura, l’utilizzo delle acque per produrre energia elettrica, la difesa del suolo e dell’assetto idrogeologico dei bacini fluviali. Porta le sue idee al 2° Corso di studi comunisti a Roma, nel maggio del 1955. Il saggio finale, intitolato Le lotte per la rinascita della montagna e delle cinque valli della provincia di Pesaro, affronta le questioni a cui è più sensibile. Il giudizio del direttore Edoardo D’Onofrio è molto lusinghiero.
Contestualmente all’impegno nella Camera del lavoro, Angelini porta avanti quello nel consiglio provinciale, dove siede dal 1951 al 1969. Dal 1951 al 1956, in concomitanza con il suo mandato alla segreteria nella Camera del lavoro, ricopre il ruolo di assessore allo sviluppo economico nella giunta social-comunista guidata da Wolframo Pierangeli. Nello stesso periodo è segretario della Federazione del Pci di Pesaro.
Dal 1958 al 1968 è eletto per due legislature deputato alla Camera. La sua attività da parlamentare riflette il suo impegno precedente. Dal 1958 al 1965 è membro della IX Commissione permanente Lavori pubblici, nella quale ricopre l’incarico di segretario dal 12 luglio 1963 al 20 gennaio 1965. Dopo un anno trascorso nella VII Commissione permanente Difesa, dal gennaio 1965 al gennaio 1966, viene nominato alla XI Commissione permanente Agricoltura fino al giugno 1968. Inoltre tra il giugno del 1966 e il giugno del 1968 è membro della Commissione speciale per l’esame di progetti relativi alle zone depresse del centro nord. Partecipa complessivamente alla presentazione di 45 progetti di legge, di cui 4 vengono approvati. Di due, non ratificati, è primo firmatario: la proposta di estensione a tutti i comuni del Mezzogiorno e delle isole o di altri comuni che si trovano in condizioni similari delle disposizioni indicate all’articolo 13 della legge 589 del 1949, che prevedeva la garanzia statale sui mutui contratti per opere di interesse generale, soltanto per province e comuni del Mezzogiorno e di altre aree che si trovavano al di sotto di un certo numero di abitanti (1959); la richiesta di allargamento delle tutele previste per i lavoratori colpiti da malattie professionali dovuti all’esposizione di anidride solforosa o acido solforico (1963). Nei suoi 49 interventi in aula continua a manifestare particolare attenzione alle questioni più complesse del territorio di Pesaro Urbino e del Montefeltro: assetto idrogeologico, viabilità, trasporti, attività economiche, problemi del lavoro. Le sue interrogazioni denunciano le condizioni di vita e lavoro dei lavoratori della industria estrattiva, del mobile, del comparto agricolo e ortofrutticolo, chiedono misure economiche e previdenziali in loro favore, sostengono la difesa del posto dell’occupazione. Anche la sua sensibilità verso le difficili condizioni di vita nelle zone di montagna e in diversi entroterra è ben presente nella sua attività parlamentare. In particolare è tra i firmatari della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un fondo nazionale per la montagna. Inoltre rappresenta il Pci nell’Unione nazionale dei comuni e degli enti montani.
L’impegno parlamentare si accompagna alla sua partecipazione alla vita politica pesarese, dove siede al Consiglio provinciale. Non abbandona nemmeno il suo legame con l’impegno sindacale. Lo troviamo ad esempio alla guida, assieme ai dirigenti della Camera del lavoro Elmo Del Bianco e Alfideo Mili, alla colonna motorizzata che da Perticara arriva a Pesaro l’11 luglio 1958 per protestare contro lo smantellamento della miniera. Avendo difeso il diritto dei manifestanti a entrare in città di fronte al blocco della polizia è denunciato, assieme ad altri per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e promozione di riunione in luogo pubblico senza preventivo avviso dall’autorità. Il 20-21 febbraio 1960 figura tra i relatori del VI congresso provinciale di Pesaro della Federmezzadri. Viene colpito da una nuova denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, a cui segue una richiesta di autorizzazione a procedere respinta dal Parlamento, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero dei lavoratori del legno, indetto dal 21 al 23 dicembre 1960 in vari mobilifici pesaresi. Aveva infatti accusato il maresciallo dei carabinieri intervenuto di « commettere degli arbitri e di non conoscere la legge».
Tra il 1964 e il 1970, è nominato alla segretaria regionale del Pci marchigiano. In questa veste sostiene finanziariamente la nascita a Pesaro del Circolo culturale Antonio Gramsci, alveo della futura classe dirigente del Partito comunista pesarese. Pur entrando presto in conflitto con l’eterodossa larghezza di idee che anima il Circolo, non avrebbe mai interrotto il rapporto con questa nuova realtà. Tra il 1963 e il 1969, Angelini partecipa all’attività dell’ISSEM, l’Istituto per lo studio dello sviluppo economico delle Marche, nato ad Ancona, principale luogo del dibattito sulla programmazione economica, sociale e territoriale di cui si sarebbe dovuta incaricare il futuro ente regionale marchigiano. Il suo impegno a inquadrare la fase di transizione che attraversa le Marche si manifesta anche all’interno del partito: in qualità di segretario scrive una lettera ai compagni del comitato regionale per un piano di sviluppo economico e democratico della regione Marche. Interviene inoltre al XII Congresso del Pci, evidenziando il definitivo superamento della mezzadria nell’Italia centrale come ‘chiave di volta’ dell’economia agricola, individuando una nuova strategia nella creazione di un blocco sociale tra classe operaia, contadini e ceti medi.
Il suo rilievo nella politica marchigiana lo si evince anche dall’inserimento del suo nome, nel luglio del 1964, nella lista di 731 politici e sindacalisti ‘sovversivi’ da arrestare, secondo il progetto di colpo di Stato prospettato dal generale dell’arma dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, noto come Piano Solo.
Dal 1967 al 1970 è nominato vicepresidente dell’Ente regionale di sviluppo. Intanto, terminata l’esperienza in Parlamento, riprende quella all’interno del Consiglio provinciale, dove siede fino alla metà degli anni Ottanta. Nel quinquennio tra 1970 e 1975 è nominato vicepresidente nella giunta social-comunista presieduta dal socialista Salvatore Vergari. In seguito diventa presidente provinciale e regionale dell’Alleanza nazionale dei contadini, fino al 1977, quando questa confluisce nella Costituente contadina. Nello stesso periodo ricopre il ruolo di membro del Comitato Centrale del Pci.
Continua la sua militanza comunista fino al Congresso di Rimini del 1991 che porta allo scioglimento del Pci nel Pds. Già da tempo aveva manifestato la propria disapprovazione rispetto al nuovo corso impresso dai dirigenti nazionali del partito. Nell’aprile 1986 aveva inviato una dura lettera al congresso regionale e, un mese dopo, aveva attaccato pubblicamente i dirigenti pesaresi sul Resto del Carlino. Era stato inoltre tra i promotori del Circolo culturale Antonio Pesenti attorno al quale si erano raccolte molte anime della sinistra dissenziente pesarese. Dopo 47 anni lascia così il Partito comunista, aderendo a Rifondazione comunista, ma senza più ricoprire incarichi istituzionali e nel partito. Muore l’8 gennaio 2007, all’età di 86 anni.

Mari, Giuseppe
MdM_IT_P_00017 · Persona · 1911 dic. 30 - 2002 set. 20

Giuseppe Mari nasce il 30 dicembre 1911 a Urbino, nel quartiere San Polo, da Primo Mari e Teresa Galli. A Urbino, frequenta l’Istituto magistrale "Bernardino Baldi" presso cui si diploma nel 1930. Si laurea in Pedagogia all'Università di Torino nel 1938.
Dopo la laurea rientra a Urbino dove, nell'anno scolastico 1938-1939, insegna Materie letterarie nello stesso l’Istituto magistrale Baldi dove si era diplomato. L’anno successivo, l'11 aprile 1940, sposa a Urbino Giorgia Maselli. Dal loro matrimonio nasceranno tre figli.
Durante la seconda guerra mondiale, nominato ufficiale della VI Batteria costiera di Albinia di Orbetello, il 9 settembre 1943 è uno dei protagonisti dei pochi episodi di resistenza avvenuti contro l'esercito tedesco all'indomani dell’armistizio dell’8 settembre, per il quale verrà insignito della medaglia d'argento al valore militare.
Ritornato ad Urbino, il 18 settembre, insieme ad altri, partecipa a un assalto contro la caserma dei Carabinieri e asporta numerose armi e munizioni. A Urbino, inoltre, si adopera attivamente per organizzare la Resistenza contro i nazi-fascisti organizzando la partenza dei renitenti alla leva repubblichina verso i diversi distaccamenti partigiani.
Partecipa alla lotta partigiana con il nome di "Carlo Marini", prima come comandante del II Battaglione della V Brigata Garibaldi Pesaro poi, dal 2 settembre 1944, come comandante della Divisione Marche.
Giuseppe Mari, insieme a Ottavio Ricci in rappresentanza della V Brigata "Garibaldi" Pesaro, farà parte del Comitato provinciale provvisorio dell'ANPI che, dopo la Liberazione di Pesaro, si costituisce il primo novembre 1944. Il Comitato provvisorio verrà confermato dal primo congresso dell’Associazione, che si terrà il 14 gennaio 1945, e a Mari viene affidato il compito di proporre la composizione del Comitato direttivo e di stendere l'ordine del giorno del Congresso.
Con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 158 del 5 aprile del 1945, che prevedeva l'istituzione delle Commissioni per il riconoscimento delle qualifiche di partigiano combattente e per le proposte delle ricompense da attribuire ai patrioti, su indicazione dell'ANPI nazionale, viene costituita la Commissione incaricata di esaminare le domande di ammissione all'Associazione. Il Comitato provinciale, nella seduta del 28 luglio 1945, nomina Giuseppe Mari Presidente. L'intenso lavoro svolto da Mari per la Commissione è documentato dalle carte conservate nel Fondo Mari e dalle pratiche per il procedimento di riconoscimento che comprendono relazioni, ruolini, dichiarazioni e corrispondenza. A settembre 1946 su 2200 domande presentate saranno 1800 i partigiani riconosciuti dalla Commissione regionale. Con il Congresso del settembre 1946 a Mari viene affidata la Segreteria dell'ANPI provinciale, con la responsabilità "degli acquisti e delle vendite ANPI". A dicembre Mari viene inoltre indicato come rappresentante del Comitato provinciale nel Comitato regionale ANPI.
Da Segretario dell'ANPI Mari è coinvolto in un’attività intensissima, la gestione delle attività commerciali, le cooperative, l’Ospedale del reduce, il Collegio Raffaello di Urbino, le colonie estive, il cinema Arena e le numerose iniziative sportive e ricreative, impongono l’assunzione di personale che Mari deve coordinare dal punto di vista amministrativo e contabile. All'inizio del 1947 Mari accusa la difficoltà a dedicare tutto il tempo all'ANPI e propone le sue dimissioni. Il Comitato provinciale gli chiede di rimanere, ma i suo impegni aumentano. Mari, che subito dopo la guerra aveva aderito al PCI, è infatti nominato segretario della Federazione provinciale comunista di Pesaro e Urbino e, nel marzo del 1947, assume l’incarico dal Comitato regionale dell'ANPI di scrivere la storia della Divisione Marche. Mari è anche l’ideatore, insieme a Carlo Betti, del “Concorso filodrammatico” di cui il Comitato provinciale, nella seduta del 5 febbraio 1947, approva l’istituzione, autorizzando la spesa di 30.000 lire aumentate a 50.000 lire per l’anno successivo. Mari conferma le sue dimissioni a luglio 1947 e la Segreteria verrà affidata a Alfio Mauri.
A partire dagli anni Cinquanta ha inizio la sua attività di amministratore, prima Assessore del Comune di Pesaro, poi Assessore in Provincia nel 1956 e Presidente della Provincia di Pesaro e Urbino dal 1957 al 1959. Rimarrà in Consiglio provinciale per 25 anni in sei diverse legislature e sarà Assessore di nuovo in quella del 1970 e del 1975.
Negli anni Sessanta Mari riprende l’insegnamento di lettere nelle scuole medie di Pesaro e Urbino e in vari istituti superiori della provincia di Pesaro.
Quando nell'ottobre del 1979 l’ANPI provinciale riprende la sua attività Mari entra nel Comitato direttivo e al Congresso dell'aprile del 1980 è eletto Vice presidente. Mari manterrà nel corso degli anni un ruolo determinante per l'ANPI e per l'Istituto pesarese per la storia del movimento di Liberazione, di cui è stato il primo presidente nel 1984. L’autorevolezza del suo ruolo sarà decisiva alla fine degli anni Ottanta quando il conflitto fra l'ANPI e l'Istituto porterà all'interruzione della loro collaborazione e alla separazione delle sedi, del patrimonio documentario e della Biblioteca.
Giuseppe Mari scriverà per giornali e riviste dal dopoguerra, fonda anche a metà degli anni Settanta la rivista della Provincia di Pesaro e Urbino, ma è soprattutto ricordato per i libri per ragazzi, le poesie e i volumi sulla storia della Resistenza. Ai ragazzi dedica i primi libri: “Padellino”, con le illustrazioni di Bernardo Leporini pubblicato da Milano-sera nel 1949, che trae ispirazione dall'esperienza di Enzo Merli durante la lotta di Liberazione e, nel 1955, “Due ragazzi contro le SS” che viene pubblicato dall'ANPI nazionale. Nel 1956 firma un contratto con la Feltrinelli per la pubblicazione del volume “Piccoli contrabbandieri della costa” e sottopone all'editore un altro racconto dal titolo “Repubblica dei piccioni”.
Negli anni Sessanta prosegue con la pubblicazione delle opere che rappresentano un punto di riferimento fondamentale per la storia della Resistenza nelle Marche e nella provincia di Pesaro e Urbino. Nel 1964, anno del gemellaggio tra Pesaro e Lubiana, di cui Mari fu uno dei promotori, esce "La resistenza in provincia di Pesaro e la partecipazione degli jugoslavi" a cura del Comune di Pesaro e, nel 1965, dopo lunghi anni di ricerca, pubblica in occasione del ventesimo anniversario della Liberazione, edito da Argalia, "Guerriglia sull'Appennino. la Resistenza nelle Marche". Nel 1996 esce "Pesaresi nella guerra: quattro storie di dignità e coraggio" in cui confluiscono le storie di Enzo Mini, Davide Mariani, Arnaldo Mauri e Augusto Paolucci. Dopo la sua morte uscirà un nuovo libro dedicato ai ragazzi, "I pivots nani di Basket Town", pubblicato dalla Provincia di Pesaro e Urbino nel 2011.
Mari è stato anche autore di poesie, nel 1987 viene pubblicato dall'Editrice Fortuna di Fano "33 poesie di 3 amici" con le opere di Emidio Bruni, Giuseppe Mari, Mario Omiccioli e le illustrazioni di Bruno Bruni. Dopo la sua morte, nel 2004 in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, viene pubblicato il volume "Poesie", con una serie di opere inedite e, nel 2006, "Addio alle nostre armi", pubblicato dalla Provincia di Pesaro e Urbino, a cura di Mario Omiccioli. Il volume raccoglie le poesie di Mari, testimonianze di eventi della guerra di Liberazione, fotografie e la trascrizione del dattiloscritto "Dal diario di un partigiano della 5. Brigata Garibaldi" scritto da Mari fra il 7 e il 17 luglio 1944.
Giuseppe Mari muore a Pesaro il 20 settembre 2002 all'età di 90 anni.

Callegari, Libera
Persona

Libera Callegari nasce il I gennaio 1912 a Padova da Paolo e Virginia Bertagnolli. Ha due sorelle, Pina e Pasqualina (detta Lina). La sua famiglia è attivamente antifascista e legata al fronte azionista di Ugo La Malfa. Si laurea in Chimica all’Università di Padova. Tra il 1936 ed il 1939 si trasferisce con la famiglia a Milano. Nel settembre 1943 sposa il partigiano Bruno Venturini, il 30 dicembre è arrestata insieme alla madre e alla sorella Lina e condannata per favoreggiamento di partigiani. Dopo aver scontato (incinta) tre mesi di reclusione nel carcere di San Vittore è sfollata a Bergamo, dove il 29 luglio 1944 dà alla luce la sua unica figlia, Anna Venturini. Trova impiego come chimico-analista alla Vielle Montagne e come responsabile della documentazione tecnica e della biblioteca della Montecatini. Il 29 novembre 1944 suo marito Bruno Venturini è ucciso a Brescia da un milite della Guardia nazionale repubblicana. Dal 1945 al 1946 è vice-commissario all’Igiene e sanità al Comitato di liberazione nazionale lombardo. Nel dopoguerra le è riconosciuta la qualifica di partigiana. Dopo la Liberazione prosegue la sua attività all’interno del Partito comunista italiano (PCI), a cui aveva aderito negli ultimi mesi dell’occupazione fascista: si occupa in particolare della Commissione femminile della Federazione di Milano e dell’assistenza alle famiglie bisognose (diventa anche vice-commissaria alla Sanità nel Ministero dell’assistenza post-bellica). Dedica tutta la sua vita all’assistenza: dal 1946 siede nel Consiglio di amministrazione dell’Ente comunale di assistenza (ECA), fa parte del Comitato direttivo dell’Opera nazionale maternità e infanzia (ONMI) e di quello dell’Istituto nazionale confederale di assistenza (INCA). Nel 1948 la Camera del lavoro di Milano la nomina sua rappresentante presso la Commissione per lo studio dell’Ente Regione Lombardia. In quegli anni fa inoltre parte dell’Associazione donne vedove e capofamiglia promossa dall’Unione donne italiane (UDI).
Lavora per alcuni anni alla Montecatini come analista alle miniere di Gorno; in seguito si dedica all’editoria, prima per la rivista “La chimica e l’industria”, poi come caporedattore scientifico per diverse case editrici tra cui Feltrinelli, Boringhieri ed Einaudi.
Muore a Milano il 28 febbraio 2013.

Semprucci, Clemente
MdM_IT_P_00554 · Persona · 1936 giu. 8 -

Sindacalista della corrente Psiup, poi Pci, della Federmezzadri.

CMP - Costruzioni Meccaniche Pesaro
MdM_IT_E_00102 · Entidad colectiva · 1979 -

Creata dalla Montedison nel 1979 a Pesaro la consociata denominata “Costruzioni Meccaniche Pesaro” (C.M.P.).