Giuseppe Mari nasce il 30 dicembre 1911 a Urbino, nel quartiere San Polo, da Primo Mari e Teresa Galli. A Urbino, frequenta l’Istituto magistrale "Bernardino Baldi" presso cui si diploma nel 1930. Si laurea in Pedagogia all'Università di Torino nel 1938.
Dopo la laurea rientra a Urbino dove, nell'anno scolastico 1938-1939, insegna Materie letterarie nello stesso l’Istituto magistrale Baldi dove si era diplomato. L’anno successivo, l'11 aprile 1940, sposa a Urbino Giorgia Maselli. Dal loro matrimonio nasceranno tre figli.
Durante la seconda guerra mondiale, nominato ufficiale della VI Batteria costiera di Albinia di Orbetello, il 9 settembre 1943 è uno dei protagonisti dei pochi episodi di resistenza avvenuti contro l'esercito tedesco all'indomani dell’armistizio dell’8 settembre, per il quale verrà insignito della medaglia d'argento al valore militare.
Ritornato ad Urbino, il 18 settembre, insieme ad altri, partecipa a un assalto contro la caserma dei Carabinieri e asporta numerose armi e munizioni. A Urbino, inoltre, si adopera attivamente per organizzare la Resistenza contro i nazi-fascisti organizzando la partenza dei renitenti alla leva repubblichina verso i diversi distaccamenti partigiani.
Partecipa alla lotta partigiana con il nome di "Carlo Marini", prima come comandante del II Battaglione della V Brigata Garibaldi Pesaro poi, dal 2 settembre 1944, come comandante della Divisione Marche.
Giuseppe Mari, insieme a Ottavio Ricci in rappresentanza della V Brigata "Garibaldi" Pesaro, farà parte del Comitato provinciale provvisorio dell'ANPI che, dopo la Liberazione di Pesaro, si costituisce il primo novembre 1944. Il Comitato provvisorio verrà confermato dal primo congresso dell’Associazione, che si terrà il 14 gennaio 1945, e a Mari viene affidato il compito di proporre la composizione del Comitato direttivo e di stendere l'ordine del giorno del Congresso.
Con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 158 del 5 aprile del 1945, che prevedeva l'istituzione delle Commissioni per il riconoscimento delle qualifiche di partigiano combattente e per le proposte delle ricompense da attribuire ai patrioti, su indicazione dell'ANPI nazionale, viene costituita la Commissione incaricata di esaminare le domande di ammissione all'Associazione. Il Comitato provinciale, nella seduta del 28 luglio 1945, nomina Giuseppe Mari Presidente. L'intenso lavoro svolto da Mari per la Commissione è documentato dalle carte conservate nel Fondo Mari e dalle pratiche per il procedimento di riconoscimento che comprendono relazioni, ruolini, dichiarazioni e corrispondenza. A settembre 1946 su 2200 domande presentate saranno 1800 i partigiani riconosciuti dalla Commissione regionale. Con il Congresso del settembre 1946 a Mari viene affidata la Segreteria dell'ANPI provinciale, con la responsabilità "degli acquisti e delle vendite ANPI". A dicembre Mari viene inoltre indicato come rappresentante del Comitato provinciale nel Comitato regionale ANPI.
Da Segretario dell'ANPI Mari è coinvolto in un’attività intensissima, la gestione delle attività commerciali, le cooperative, l’Ospedale del reduce, il Collegio Raffaello di Urbino, le colonie estive, il cinema Arena e le numerose iniziative sportive e ricreative, impongono l’assunzione di personale che Mari deve coordinare dal punto di vista amministrativo e contabile. All'inizio del 1947 Mari accusa la difficoltà a dedicare tutto il tempo all'ANPI e propone le sue dimissioni. Il Comitato provinciale gli chiede di rimanere, ma i suo impegni aumentano. Mari, che subito dopo la guerra aveva aderito al PCI, è infatti nominato segretario della Federazione provinciale comunista di Pesaro e Urbino e, nel marzo del 1947, assume l’incarico dal Comitato regionale dell'ANPI di scrivere la storia della Divisione Marche. Mari è anche l’ideatore, insieme a Carlo Betti, del “Concorso filodrammatico” di cui il Comitato provinciale, nella seduta del 5 febbraio 1947, approva l’istituzione, autorizzando la spesa di 30.000 lire aumentate a 50.000 lire per l’anno successivo. Mari conferma le sue dimissioni a luglio 1947 e la Segreteria verrà affidata a Alfio Mauri.
A partire dagli anni Cinquanta ha inizio la sua attività di amministratore, prima Assessore del Comune di Pesaro, poi Assessore in Provincia nel 1956 e Presidente della Provincia di Pesaro e Urbino dal 1957 al 1959. Rimarrà in Consiglio provinciale per 25 anni in sei diverse legislature e sarà Assessore di nuovo in quella del 1970 e del 1975.
Negli anni Sessanta Mari riprende l’insegnamento di lettere nelle scuole medie di Pesaro e Urbino e in vari istituti superiori della provincia di Pesaro.
Quando nell'ottobre del 1979 l’ANPI provinciale riprende la sua attività Mari entra nel Comitato direttivo e al Congresso dell'aprile del 1980 è eletto Vice presidente. Mari manterrà nel corso degli anni un ruolo determinante per l'ANPI e per l'Istituto pesarese per la storia del movimento di Liberazione, di cui è stato il primo presidente nel 1984. L’autorevolezza del suo ruolo sarà decisiva alla fine degli anni Ottanta quando il conflitto fra l'ANPI e l'Istituto porterà all'interruzione della loro collaborazione e alla separazione delle sedi, del patrimonio documentario e della Biblioteca.
Giuseppe Mari scriverà per giornali e riviste dal dopoguerra, fonda anche a metà degli anni Settanta la rivista della Provincia di Pesaro e Urbino, ma è soprattutto ricordato per i libri per ragazzi, le poesie e i volumi sulla storia della Resistenza. Ai ragazzi dedica i primi libri: “Padellino”, con le illustrazioni di Bernardo Leporini pubblicato da Milano-sera nel 1949, che trae ispirazione dall'esperienza di Enzo Merli durante la lotta di Liberazione e, nel 1955, “Due ragazzi contro le SS” che viene pubblicato dall'ANPI nazionale. Nel 1956 firma un contratto con la Feltrinelli per la pubblicazione del volume “Piccoli contrabbandieri della costa” e sottopone all'editore un altro racconto dal titolo “Repubblica dei piccioni”.
Negli anni Sessanta prosegue con la pubblicazione delle opere che rappresentano un punto di riferimento fondamentale per la storia della Resistenza nelle Marche e nella provincia di Pesaro e Urbino. Nel 1964, anno del gemellaggio tra Pesaro e Lubiana, di cui Mari fu uno dei promotori, esce "La resistenza in provincia di Pesaro e la partecipazione degli jugoslavi" a cura del Comune di Pesaro e, nel 1965, dopo lunghi anni di ricerca, pubblica in occasione del ventesimo anniversario della Liberazione, edito da Argalia, "Guerriglia sull'Appennino. la Resistenza nelle Marche". Nel 1996 esce "Pesaresi nella guerra: quattro storie di dignità e coraggio" in cui confluiscono le storie di Enzo Mini, Davide Mariani, Arnaldo Mauri e Augusto Paolucci. Dopo la sua morte uscirà un nuovo libro dedicato ai ragazzi, "I pivots nani di Basket Town", pubblicato dalla Provincia di Pesaro e Urbino nel 2011.
Mari è stato anche autore di poesie, nel 1987 viene pubblicato dall'Editrice Fortuna di Fano "33 poesie di 3 amici" con le opere di Emidio Bruni, Giuseppe Mari, Mario Omiccioli e le illustrazioni di Bruno Bruni. Dopo la sua morte, nel 2004 in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, viene pubblicato il volume "Poesie", con una serie di opere inedite e, nel 2006, "Addio alle nostre armi", pubblicato dalla Provincia di Pesaro e Urbino, a cura di Mario Omiccioli. Il volume raccoglie le poesie di Mari, testimonianze di eventi della guerra di Liberazione, fotografie e la trascrizione del dattiloscritto "Dal diario di un partigiano della 5. Brigata Garibaldi" scritto da Mari fra il 7 e il 17 luglio 1944.
Giuseppe Mari muore a Pesaro il 20 settembre 2002 all'età di 90 anni.
Giovanni Maria Venturi nasce a Pergola 19 maggio 1922. Ha modo di frequentare le scuole fino ai livelli più elevati e ciò gli consente di laurearsi in Giurisprudenza. Partigiano fa parte del Comitato di liberazione di Pergola. Alla fine del 1945, dopo la ricostituzione del sindacato unitario in seguito al Patto di Roma del giugno 1944, in base al quale le organizzazioni antifasciste danno vita alla Cgil (continuazione della Confederazione Generale del Lavoro fondata nel 1906 e sciolta nel ventennio fascista), Venturi viene indicato quale rappresentante della componente cristiana nella segreteria della Camera del Lavoro provinciale. Si tratta di una segreteria che in quell’anno è assai nutrita ed è diretta dal comunista Mariano Bertini. Infatti, vi trovano spazio i comunisti Gaetano Sanchini, Elio Della Fornace, Nino e Augusto Gabbani, i socialisti Silvio Gentili, Orlando Giuliani, Giuseppe Tegaccia e Lottaldo Giuliani, i democristiani Otello Godi e Guido Barboni, l’azionista Giovanni Giordani. Venturi è peraltro confermato anche l’anno successivo in una segreteria assai più ristretta sempre guidata da Bertini affiancato da Augusto Gabbani, Otello Godi e dal socialista Dante Spallacci. Venturi in quel frangente è segretario della sezione democristiana di Pergola (e precedentemente del Comitato di Liberazione Nazionale locale), mentre nel periodo 1945-1946 è dirigente della Confederterra provinciale per la componente cristiana. Il 1947 rappresenta, invece, l’anno in cui inizia a consumarsi la rottura dell’unità sindacale. La rielezione di Bertini evidenzia la netta egemonia comunista (espressa dal 65% dei consensi ottenuti) mentre la componente cristiana non supera il 10%. Venturi all’epoca era già fuori dalla segreteria provinciale (al cui interno vi erano tuttavia Godi e Barboni). Il pluralismo sindacale e la convivenza tra correnti ideali (e politiche) che tendono verso una divergenza non componibile sono sempre più scricchiolanti. Così, s’impone una divisione sindacale determinata sia dall’espulsione delle sinistre dal quarto governo guidato da Alcide De Gasperi nel maggio 1947, a cui si aggiunge la scelta inequivocabilmente filoatlantica in politica internazionale successiva alle elezioni politiche del 1948, sia dal clima di vita interno al sindacato dove la componente cristiana lamenta approssimazioni e inadempienze con cui si sono svolte le precedenti elezioni per le delegazioni sindacali. Ciò avrebbe incrinato la solidarietà tra i diversi raggruppamenti, come sottolinea Mario Tinti, rappresentante di area cattolica e futuro dirigente della Cisl. Ma sono soprattutto gli scioperi politici l’aspetto che crea maggiori frizioni tra componenti vicine alle nuove forze di governo e chi, come soprattutto i comunisti, doveva attrezzarsi per una lunga opposizione in un clima di intensificazione della repressione delle lotte popolari. La rottura dell’unità sindacale nel luglio 1948 vede Venturi successivamente impegnato sul lato strettamente politico. È infatti segretario provinciale della Democrazia cristiana di Pesaro dal 1950 al 1963 e per il triennio che va dal 1976 al 1979. Inoltre, è Senatore della Repubblica eletto nel collegio di Urbino ininterrottamente dalla IV alla XI legislatura, con la sola eccezione della VII. In Parlamento si occupa in particolar modo delle problematiche inerenti all’entroterra e degli aspetti che interessano l’Ateneo urbinate. Fa parte del direttivo del gruppo parlamentare democristiano sia nell’VIII sia nella IX legislatura, mentre nell’arco temporale che va dal 1970 al 1973 è Sottosegretario di Stato all’Agricoltura e successivamente, nel 1973-1974, della Marina Mercantile. Nella X legislatura ricopre la carica di Segretario della presidenza del Senato. Muore a Roma il 6 ottobre 2015.
Adele Bei nasce a Cantiano il 4 maggio del 1904 da Angela Broccoli e Davide Bei. La sua famiglia, molto povera e numerosa, Adele era infatti la terza di unici figli, era già politicizzata, il padre socialista lavorava come boscaoiolo e anche Adele inizia a lavorare, poco più che bambina, nei campi come salariata agricola. Matura in quel contesto un sentimento di ribellione verso le ingiustizie sociali, seguito da una profonda avversione contro il fascismo. La sua formazione politica continua con la conoscenza di Domenico Ciufoli, che nel 1921 era uscito dal partito socialista e aveva contribuito con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Pietro Secchia e Umberto Terracini alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Adele e Ciufoli si sposano il 29 ottobre 1922 e, dopo il matrimonio alla fine del 1923 per sfuggire all’arresto da parte dei fascisti, si rifugiano in Belgio dove nel 1924 nasce la prima figlia Angela, poi in Lussemburgo, dove nel 1026 nasce il figlio Ferrero, e poi in Francia prima a Marsiglia e poi a Parigi. Domenico Ciufoli in Francia lavora in fabbrica e in miniera, ma si impegna nel Partito comunista, che anche all’estero operava in clandestinità. Adele si occupa dei figli, ma lavora anche come sarta e operaia in una fabbrica di conserve. Anche lei si impegna nella lotta antifascista e nel 1931 aderisce al Partito comunista. Compie azioni di propaganda e di collegamento del centro estero del partito con l’Italia. Nel 1933 viene inviata a Roma dove si era recata per diffondere materiale antifascista e il 18 novembre viene arrestata e rinchiusa per cinque mesi nel carcere delle Mantellate. Deferita al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, nel luglio 1934, viene condannata a diciotto anni di reclusione e rinchiusa nel carcere femminile di Perugia.
Dopo la sua condanna i figli furono accolti in Russia, presso la Casa internazionale dei bambini di Ivanovo, un istituto per i figli delle vittime del fascismo, dove rimasero fino alla fine della seconda guerra mondiale. Ciufoli, che sempre più impegnato nel partito si divideva tra gli incarichi a Parigi e quelli presso l’Internazionale comunista a Mosca, viene arrestato nel 1939 e trasferito nel campo di Buchenwald, dove rimane fino alla Liberazione.
Adele dopo 8 anni di reclusione viene inviata al confino nell'isola di Ventotene. Nei due anni trascorsi a Ventotene prende contatti con esponenti di rilievo del Partito comunista e rafforza i legami con quelli conosciuti negli anni dell’esilio. In particolare si crea un'intesa umana e politica con Giuseppe Di Vittorio, favorita dalla comune origine contadina, che si rafforzò poi negli anni dell’impegno sindacale. Dopo la caduta del fascismo, il 18 agosto, ritorna a Roma dove prende contatto con le bande partigiane operanti nel Lazio e collabora attivamente alla Resistenza con il compito specifico di organizzare i gruppi di azione femminile. Per la sua attività nella Resistenza con il Decreto presidenziale del 17 gennaio 1957 le viene assegnata la Croce di guerra al valore militare.
Dopo la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, inizia il suo lavoro tra le donne e l’impegno sindacale. Assume l’incarico di responsabile della commissione consultiva femminile della CGIL e, nel settembre 1944, collabora alla fondazione dell’Unione donne italiane (UDI). Al primo congresso dell’UDI, tenutosi a Firenze nell’ottobre 1945, Adele Bei viene eletta nel consiglio nazionale.
Nel luglio del 1945 va in Unione Sovietica con una delegazione sindacale e ha così la possibilità di riabbracciare i figli e di riportarli in Italia. La sua vita però è travolta dalla morte del figlio Ferrero, seguita dalla separazione dal marito. Nel 1945 viene designata dal sindacato nella Consulta nazionale, un organismo non elettivo che inaugura i suoi lavori il 25 settembre 1945 per dare pareri sui provvedimenti legislativi del governo e costruire il percorso giuridico per condurre il Paese all'elezione delle amministrazioni locali e di un’Assemblea costituente. Il 2 giugno 1946 è una delle 21 donne all’Assemblea Costituente. Continua attivamente l'impegno per l'organizzazione delle donne nel partito comunista per spingerle ad avere un ruolo attivo in politica anche contro le resistenze degli stessi dirigenti del partito. Anche al I Congresso della Cgil a Firenze nel 1947, Adele Bei denuncia la disparità di trattamento delle donne lavoratrici stigmatizzando l’accordo con gli industriali che prevedeva per le lavoratrici una retribuzione inferiore del 30% rispetto a quella dei lavoratori.
Adele Bei, dal settembre 1946 all'ottobre del 1947 è segretaria della Terza commissione per l'esame dei disegni di legge dell'Assemblea costituente. Nel febbraio del 1947 non esita a intervenire con forza per esprimere la sua contrarietà sulla soppressione del ministero dell’Assistenza postbellica, con conseguente taglio di fondi alle opere assistenziali svolte per iniziativa pubblica a favore delle famiglie più bisognose, nonostante il parere favorevole del suo partito. Adele Bei è eletta al Senato nella I legislatura, dal 1948 al 1953 e sarà poi eletta alla Camera dei Deputati nella lista del PCI per il XVIII collegio delle Marche (relativo alle province di Ancona, Pesaro, Macerata e Ascoli Piceno) dal 1953 al 1958.
Nel febbraio del 1948, lasciato l’incarico nella commissione femminile della CGIL, Bei diventa presidente dell’Associazione donne della campagna, si dedica a questo nuovo incarico, organizzando convegni, incontri e comizi in tutta Italia, con l’obiettivo di fare uscire dall’isolamento le donne della campagna e di renderle consapevoli dei loro diritti. Nel 1951 fino al 1960 Adele Bei assume nella Cgil l’incarico di segretaria nazionale delle lavoratrici del tabacco. Il Sindacato nazionale delle tabacchine si era costituito nel dopoguerra quando la protesta delle lavoratrici del tabacco, precedentemente spontanea e dispersa tra le molte concessioni, aveva cominciato a essere guidata dalle leghe e dalla Confederterra e si era trasformata in un movimento più politicamente orientato. Le dure condizioni di lavoro avevano favorito la combattività delle lavoratrici e spinte a richiedere con forza aumenti salariali, denunciando il sistema del cottimo, la diminuzione dei ritmi di lavoro e richiedendo l’inquadramento tra i lavoratori dell’industria per beneficiare di una maggiore tutela previdenziale e assistenziale. Adele Bei si pone alla testa del movimento che, nel 1952, si riunisce a congresso per fondare il Sindacato nazionale tabacchine. Adele Bei dedica al Sindacato tabacchine tutti i suoi sforzi, rilasciando interviste, scrivendo articoli, presentando interrogazioni parlamentari, fa conoscere le loro condizioni di lavoro, fonda il bollettino mensile del sindacato "La Tabacchina". Alla fine degli anni Cinquanta le tabacchine riescono a ottenere miglioramenti salariali e il trattamento previdenziale e assistenziale assimilabile a quello dei lavoratori dell’industria. Nel 1960 il Sindacato nazionale tabacchine confluisce nella Fila (Federazione italiana lavoratori alimentaristi) e Adele Bei conclude il suo impegno nel Sindacato.
Conclusa l’esperienza sindacale, Adele Bei continua a impegnarsi nel Partito, nell'Udi e dal 1968 nell'Associazione nazionale perseguitati politici antifascisti.
Muore a Roma il 15 ottobre 1976 ed è sepolta al Cimitero Verano di Roma.
Segretario Camera del lavoro mandamentale Fano 1946. Figura fra i delegati eletti a partecipare al I Congresso nazionale della Cgil a Firenze, nel 1947. Segretario Camera del lavoro mandamentale Fano 1946. Nel 1949 viene condannato per avere duramente condannato la repressione di una manifestazione mezzadrile del 29 luglio.
Nato e morto a Roma è stato un giornalista, politico e dirigente sindacale. Si laurea alla Sapienza a Roma in giurisprudenza e già dagli anni del liceo frequenta l'associazione cattolica “Dante e Leonardo”. Dal 1939 svolge attività clandestina antifascista. Viene chiamato alle armi nel 1941 ma, allo scadere di una licenza di convalescenza, non si presenta alla visita di controllo e riprende l'attività politica militando nel “Partito Comunista Cristiano” (1941-1943). Collabora, con Pietro Ingrao, Franco Rodano, Lucio Lombardo Radice, al giornale clandestino Pugno chiuso, di cui esce un solo numero nel 1943. Nel maggio 1943 viene arrestato e portato nel carcere romano di “Regina Coeli”, rinviato a giudizio dal Tribunale speciale e dal Tribunale militare (come ufficiale dell'esercito accusato di attività sovversiva in zona di guerra), scampa i processi e la sicura fucilazione grazie alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Nel settembre 1943, sotto l'occupazione tedesca, è tra i fondatori del “Movimento dei cattolici comunisti” insieme a Franco Rodano e altri. Scrive articoli su Voce Operaia, organo alla macchia dello stesso Movimento. Partigiano combattente, comandante per il MCC della V Zona militare di Roma (S. Lorenzo, Portonaccio, Tiburtino III, Pietralata, Ponte Mammolo), gli viene riconosciuto il grado di capitano.
Dopo la liberazione di Roma, con lo scioglimento del “Partito della Sinistra cristiana” (prosecuzione del MCC) il 9 dicembre 1945, Tatò aderisce al Partito Comunista Italiano, e diventa vice-responsabile della Commissione lavoro di massa, nel 1972 viene eletto al Comitato centrale del PCI. Quando, nel 1991, il PCI si trasforma in PDS, Tatò, sostenitore della mozione Occhetto, viene nominato nella presidenza della Commissione di garanzia.
Nel 1959 è eletto nel Consiglio Generale della CGIL; nel 1968 costituisce e dirige l'Ufficio Studi della CGIL. Nel luglio 1969 è chiamato alla direzione del PCI come capo dell'Ufficio stampa e segretario di Enrico Berlinguer; lo rimane fino alla morte di quest'ultimo (1984).
Intensa la sua attività di giornalista: nel 1987 fonda e dirige l’agenzia di stampa “Dire”; responsabile del Servizio stampa e dell'Ufficio studi della CGIL (1949-1968), dal 1951 dirige, scrivendovi numerosi articoli, il Notiziario della CGIL, poi Rassegna sindacale; scrive anche articoli di carattere sindacale ed economico sul Dibattito politico (1954-1959), con lo pseudonimo Vindice Vernari) e su vari altri giornali e periodici.
Fra i suoi scritti inoltre: i tre volumi della biografia di Di Vittorio, pubblicati negli anni dal 1968 al 1971 e, a cura di Francesco Barbagallo, “Caro Berlinguer”, pubblicato nel 2003 da Einaudi.