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Record d'autorità
Associazione per lo Sbattezzo
Ente · 1986 -

L'associazione viene creata con atto costitutivo al quale sono presenti noti esponenti del mondo libertario italiano (a partire dagli scomparsi Marina Padovese, anarchica antimilitarista autrice di Donne contro la guerra, e Guido Tassinari, presidente dell'ASSTER, associazione per la sterilizzazione volontaria maschile e femminile).
L'ispirazione per la nascita dell'associazione viene dalle discussioni e dagli incontri dei meeting anticlericali, svoltisi a Fano dal 1984 al 1998. È in tale contesto che lo studioso di diritto ecclesiastico Gianni Cimbalo propone gli articoli principali dello Statuto.
L'idea dei fondatori è quella di riprendere il gesto compiuto da Aldo Capitini il 27 ottobre 1958, con la sua lettera all'arcivescovo di Perugia nella quale egli rendeva nota la sua volontà di non essere più considerato e contato tra i battezzati cattolici. Il battesimo cattolico, pur non avendo alcun valore legale, poiché la religione cattolica non è religione di Stato, è tuttavia considerato una delle basi di calcolo della Chiesa cattolica per il computo del numero dei cattolici, numero su cui si fonda parte della forza contrattuale dell'istituzione religiosa con gli Stati.
La Dichiarazione di Sbattezzo viene lanciata in quegli anni dall'Associazione come atto in preminenza culturale e politico, rigettando qualsiasi forma di amministrazione rituale ma anzi dando rilievo al gesto di libertà che prende forma sociale e pubblica. La presidenza della Associazione è retta da Francesca Palazzi Arduini dal 1986 sino al 1998. Da allora l'Associazione non ha rinnovato gli incarichi e si è formalmente sciolta il 2 ottobre 2005. L'eredità della Associazione è stata raccolta dalla Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti che ha dato un nuovo impulso al movimento di abiura grazie alla costituzione in Italia dell'istituto di Garanzia della privacy. Questi ha risposto nel 1999 all'esposto di un socio che chiedeva la notifica di sbattezzo sul registro dei battezzati della parrocchia di origine.

L'attività della Associazione per lo sbattezzo negli anni ottanta e novanta è consistita non solo nella raccolta di adesioni ma nel supporto all'organizzazione dei Meeting Anticlericali di Fano, in conferenze e dibattiti pubblici in tutta Italia, alcune delle quali fecero scalpore e destarono scandalo nella opinione pubblica cattolica (come I guasti psicologici della educazione religiosa del prof. Alberto Pettigiani) tanto da attirare l'interesse del Magistrato Luigi Persico che nel 1986 dichiarò pubblicamente alla stampa di voler indagare sulla Associazione per verificarne la liceità, come venne riportato da L'Espresso. Il Vaticano, inoltre, spedì una nota alla Farnesina chiedendo spiegazioni circa l'attività pubblica svolta dalla Associazione e soprattutto dello svolgimento in strutture pubbliche dei meeting anticlericali, facendo di Fano un centro di dibattito e scambio culturale sui temi della laicità e per un nuovo concetto di anticlericalismo, non più cioè quello ottocentesco ma quello politicamente attuale che prende in considerazione la funzione negativa, dal punto di vista spirituale e sociale, del clero. A questo proposito sono degni di nota i dossier e gli interventi della Associazione sul meccanismo dell'otto per mille, sulla attività finanziaria della Chiesa cattolica (con la mostra Settimo: non rubare).

In migliaia di copie venne distribuito l'adesivo Papa Wojtyla? No, grazie! che, riprendendo il famoso slogan antinuclearista, lo trasponeva in ambito religioso. Nel 1994 la presidente dell'Associazione, congiuntamente ad un altro attivista del circolo culturale N. Papini di Fano (sede nazionale dell'associazione) viene condannata a un anno di detenzione, diminuito ad otto mesi, per vilipendio a capo di Stato estero, o meglio, secondo il dispositivo per aver ripetutamente vilipeso il Sommo Pontefice con espressioni ed immagini gravemente lesive della sua dignità e funzioni; la condanna viene stabilita senza chiedere il nulla osta al ministero, come previsto dalla legge in questo caso, e con la richiesta di assoluzione da parte del pubblico ministero. La condanna verrà successivamente ritirata in corte d'appello nel 1998.

Ente

Il Comitato provinciale dell'ANPI di Pesaro e Urbino si è costituito a Pesaro il 1 Novembre 1944. Il 29 novembre 1944 il Comitato, comunica al Sindaco del Comune di Pesaro la nascita dell'Anpi inviando copia del verbale della riunione dove, con la delibera n. 1 del 23 novembre 1944, si nomina Presidente Giuseppe Alciati, che figura nel documento ancora con il nome partigiano di “Bruno Valle”, Segretario Alfio Mauri e Cassiere Siro Lupieri. Alla riunione del Comitato provvisorio sono presenti anche rappresentanti delle tre Brigate partigiane della provincia: Ottavio Ricci, Roberto Carrara, Siro Lupieri, Aldo Carboni, Giuseppe Mari, Urbano Vampa, Manna e Adolfo Andreoni e due appartenenti al Comitato di liberazione nazionale (Armando Lugli per il Partito d’Azione e Cesare Del Vecchio per il Partito socialista).
Con una successiva delibera, la n. 2 del 29 novembre 1944, si costituisce il Comitato di assistenza ai partigiani e la Presidenza viene assegnata al Sindaco del Comune di Pesaro. L'ANPI avvia la sua attività con lo scopo di contribuire all'opera della ricostruzione e di assistenza alle popolazioni più bisognose, affiancandosi all'attività delle autorità italiane e alleate.
Successivamente nei mesi di novembre e dicembre 1944 si organizzano le Sezioni comunali e sotto sezioni nei comuni più grandi e si vivacizza la campagna per incrementare le domande di iscrizione all'ANPI. In breve tempo gli iscritti all'Associazione raggiungono il numero di 2.200 di cui 1.800 riceveranno in seguito il riconoscimento di Partigiani e Patrioti dalla Commissione regionale marchigiana. Parallelamente al lavoro per completare e migliorare l'organizzazione interna dell'Associazione, l'ANPI dà avvio ad una serie di iniziative inerenti la ricostruzione, l'assistenza e la valorizzazione della Resistenza, oltre ad attività politiche, culturali e sportive. L'ANPI provinciale è stata infatti fin dalla sua costituzione molto attiva a fornire sostegno materiale e morale dei partigiani e a mantenere viva nel contesto sociale, politico e culturale la memoria del contributo degli antifascisti alla liberazione dal nazifascismo.
L’attività di assistenza ai partigiani e alle loro famiglie inizia subito nei primi mesi dopo la liberazione grazie al ruolo che viene riconosciuto all'Anpi, a partire dal D.l. n. 319 del 9 novembre 1944, che aveva istituito la "Commissione nazionale per i patrioti dell'Italia Liberata”.
Con il Decreto legge n. 110 del 1 marzo 1945 viene costituito l'Alto Commissariato per i reduci per provvedere all'assistenza morale e materiale, al reinserimento nel contesto sociale e professionale dei militari, ex internati e patrioti, dove nello specifico, all'Art. 5, si prevedeva che le azioni previste dal Decreto legge dovessero essere svolte per mezzo dell'Associazione nazionale combattenti, dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia (ANPI) e delle altre istituzioni ed enti esistenti, secondo le rispettive competenze.
Alla luce del Decreto legge viene costituito a Pesaro nel maggio 1945 il "Comitato Assistenza Reduci"sotto la presidenza del Prefetto. Il contributo dell'ANPI riguarda il trasferimento dei reduci provenienti dalla Germania e l’allestimento di alloggi e mense per i reduci in transito.
L’attività assistenziale svolta dall'Anpi comprende anche la realizzazione dell’Ospedale del Reduce, finanziato inizialmente dalla Prefettura e, dal 1 gennaio 1946, gestito direttamente dall'Anpi. L'Ospedale forniva un'assistenza ambulatoriale, a cui venivano sottoposti tutti i reduci, al loro rientro con una prima visita di controllo; l’assistenza, fornita dai medici e farmacisti gratuitamente, ai reduci sul territorio provinciale; il ricovero nell'ospedale, capace di circa 200 posti letto, dei più gravi indirizzati dai Sindaci della provincia; l’assistenza specialistica, fornita dai professionisti di Pesaro, mediante convenzione a tariffe molto modeste.
Fra le attività a sostegno dell’occupazione si deve all'Anpi la costituzione della Cooperativa edilizia "La Patriottica" nata con l'intento di fornire lavoro e costruire case agli stessi soci della cooperativa.
Un’altra importante attività intrapresa dal Comitato provinciale riguarda la bonifica del territorio minato della Valle del Foglia.
Fra le attività che l'Anpi svolge per incarico delle istituzioni rientra anche il servizio annonario, alle dipendenze della Questura di Pesaro, attraverso una squadra annonaria con il compito di effettuare sopralluoghi e controlli nei mulini, nei frantoi e nei granai. Il servizio viene affidato ad agenti scelti tra i partigiani e reduci.
Nella relazione manoscritta, allegata al registro dei verbali, dal titolo “Attività dell'ANPI di Pesaro nel periodo successivo alla Liberazione" si trova dettagliatamente descritta l’attività di assistenza rivolta ai partigiani e alle loro famiglie in particolare stato di bisogno che si trovavano in difficoltà economiche o alle famiglie disastrate dalle rappresaglie tedesche o fasciste fin dai primissimi giorni dalla sua costituzione.
L'elargizione di sussidi e la distribuzione di capi di vestiario veniva decisa dal Comitato di assistenza dopo attento esame della documentazione e valutazione della situazione economica degli interessati. Gli assistiti nella zona di Pesaro nei primi mesi dopo la Liberazione sono numerosi; ad essi si aggiungono gli assistiti delle varie Sezioni su cui il Comitato di assistenza svolge un’azione di controllo. I fondi per l'assistenza vengono reperiti anche attraverso sovvenzioni volontarie da parte di persone più facoltose, dal ricavato di attività ricreative e a carattere sportivo e dagli stanziamenti di Enti pubblici.
Nei primi mesi dalla sua costituzione è anche attiva la propaganda per l'arruolamento dei volontari nel Corpo italiano di liberazione. E' un'attività che porterà ad un numero consistente di arruolati nel CIL, soprattutto ex partigiani, per i quali la liberazione della provincia pesarese e l'attacco alla Linea Gotica aveva costituito il preludio alla fine della guerra in Italia e in Europa.
Con la liberazione, fin dal novembre 1944, l'attività principale dell'ANPI provinciale è rivolta al riconoscimento della qualifica di "partigiano", ovvero all'identificazione di chi avesse titolo a far parte dell'Associazione e a goderne dei benefici anche economici. Il ruolo di "certificatore" per l'ANPI era stato formalizzato dopo il 14 agosto 1944 quando il CLNAI aveva dichiarato nulli tutti i riconoscimenti rilasciati dai comandi partigiani. Dalla fine del 1944 successivi atti legislativi regolano il riconoscimento delle qualifiche, definiscono le forme di assistenza ai patrioti e ai partigiani e confermano il ruolo istituzionale dell'ANPI.
Infatti, dopo il Decreto Legge n. 319 del 9 novembre 1944, che aveva istituito la Commissione nazionale per i patrioti dell'Italia liberata e il decreto legge n. 110 del 1 marzo 1945 che prevedeva la costituzione dell'Alto Commissariato per i reduci, con il Decreto Legge n. 158 del 5 aprile 1945 si unificano le due Commissioni prevedendo una presenza maggioritaria di componenti appartenenti all'Anpi. L’articolo 3 prevede infatti che la Commissione istituita a Roma dovesse essere presieduta da un rappresentante dell’ANPI e composta da dieci componenti, di cui due ufficiali delle Forze armate, sei designati dall'Associazione nazionale partigiani d'Italia, un rappresentante dell'Associazione nazionale dei combattenti e un rappresentante dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra.
Con il D.l. n. 224 del 5 aprile 1945 l'Anpi viene inoltre riconosciuta Ente morale e riconosciuta la personalità giuridica. Lo Statuto, approvato con il Decreto legge, ammetteva l'iscrizione all'Anpi come soci effettivi solo ai partigiani combattenti, ma prevedeva il riconoscimento di coloro che avessero compiuto atti di particolare coraggio senza le armi.
Infine con il Decreto legge n. 518 del 21 giugno 1945 viene razionalizzata per legge la materia del riconoscimento delle qualifiche partigiane, si conferma la centralità dell'Anpi quale garante del corretto svolgimento delle procedure e si sancisce l'acquisizione del termine "partigiano" nella regolamentazione giuridica, definendone le varie tipologie in ragione dei diversi teatri di guerra e ai compiti svolti.
Dopo il primo anno dalla sua costituzione, quando l’attività è soprattutto rivolta all'assistenza materiale ai partigiani e alle pratiche di riconoscimento e, dopo un primo appuntamento congressuale, tenuto nel gennaio 1945, nel settembre 1946 si tiene il I Congresso dell'ANPI provinciale. Nel 1947 si segnala il Convegno della corrente garibaldina e due congressi, il 2. e il 3., ambedue nel 1948, dove agli aspetti organizzativi e associativi si aggiungono i temi politici che troveranno ampia rilevanza nel Convegno provinciale dei partigiani tenuto a Pesaro nel Salone della repubblica del Teatro Rossini il 18 dicembre 1949 dedicato alla difesa della Costituzione e dei valori della Resistenza.
Dopo Giuseppe Alciati, la presidenza, dal 1948 al 1956, passa a Erivo Ferri e l’intensa attività prosegue negli anni Cinquanta e Sessanta con la segreteria di Roberto Carrara (1948-1960) e con quella di Renato Ortolani, ma rallenta poi con la sua morte, nel 1971. Siro Lupieri infatti, nel febbraio del 1972, segnala con una lettera (che si conserva fra la sua corrispondenza) alla Segreteria della Federazione del PCI di Pesaro la cessazione dell'attività e le difficoltà economiche per mantenere la sede e sollecita l'interesse del partito per individuare una possibile soluzione.
La ripresa dell'attività dell'ANPI provinciale si ha a partire dall'Assemblea degli iscritti, tenuta a Pesaro il 1 ottobre 1979, seguita dopo pochi mesi dal Congresso provinciale del 23 marzo 1980. Il Comitato provinciale eletto al Congresso nomina Carlo Paladini Presidente e Renato Pezzolesi Segretario. Con il nuovo Comitato provinciale si aprono due decenni di intensa attività che vedono l’ANPI protagonista nel contesto politico e culturale della Provincia. L’ANPI recupera un ruolo privilegiato nei rapporti con gli enti locali, in particolare con la Provincia, grazie al quale le celebrazioni degli eventi della guerra di liberazione ottengono un riconoscimento istituzionale così come emerge dalla ricca documentazione relativa alle celebrazione del 40. e del 50. della Liberazione.
La valorizzazione del contributo dei partigiani alla Liberazione e la tutela dell'onore contro forme di vilipendio e speculazione sono obiettivi prioritari per l'Anpi fin dalla sua costituzione, per questo motivo grande attenzione viene indirizzata verso la conservazione della memoria e la promozione degli studi rivolti a mettere in rilievo il ruolo dei partigiani nella guerra di liberazione. Nel 1950 nell'ambito di un Convegno nazionale dedicato alla storia della Resistenza Pajetta aveva posto il problema degli archivi e della conservazione dei materiali a fini storici, proponendo l'istituzione di una Commissione per la storia della Resistenza per la raccolta di “memorie” e la raccolta e selezione dei documenti.
Su questa linea d'azione l'Anpi provinciale, con gli anni Ottanta, in aggiunta alle iniziative rievocative degli eventi resistenziali, avvia una importante attività di ricerca storica, con la collaborazione dell’Istituto storico, promuovendo studi, convegni, mostre e pubblicazioni che, grazie alla partecipazione di studiosi italiani e stranieri, costituiscono un fondamentale contributo per la storia politica, economica, militare e sociale del territorio provinciale.
Questa attività ha prodotto la pubblicazione di ricerche storiche sia con taglio scientifico che divulgativo. Tra l'attività degli anni Ottanta sono da segnalare i sei volumi dei quaderni storici IDERS composti di saggi miscellanei che spaziano su vari aspetti della storia del Novecento nella provincia e il volume curato da Giorgio Rochat, Enzo Santarelli e Paolo Sorcinelli: “Linea Gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani”, pubblicato dall'editore Franco Angeli nel 1986, che si è servito di un notevole apparato documentario sia nazionale che estero acquisito nel corso delle ricerche realizzate per il Convegno internazionale: “Linea Gotica 1944” del settembre 1984.
Con gli anni Novanta, l'attività editoriale si è ulteriormente intensificata con la creazione, presso la casa editrice CLUEB di Bologna, della collana “Cerchi concentrici”. I testi della collana spaziano dalla Prima guerra mondiale al fascismo e dalla Resistenza alla ripresa democratica, oltre alla realizzazione del periodico dell'Anpi provinciale di Pesaro e Urbino "Memoria Viva".
A partire dagli anni Ottanta l’Anpi insieme all'Istituto rivolge una particolare attenzione al mondo della scuola, svolgendo una importante attività di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole elementari e medie anche attraverso un progetto di didattica che utilizzava metodologie e linguaggi differenti. L’iniziativa, nata nel 1982 come “La didattica della storia contemporanea come ricerca”, ha coinvolto centinaia di classi di tutta la provincia.
Con la fine degli anni Ottanta si inaspriscono i contrasti fra la Presidenza di Carlo Paladini e l’Istituto storico e, con il Congresso del 1991, la Presidenza passa a Sandro Severi e la Segreteria a Sebastiano Presti. Con le dimissioni di Severi la Presidenza passa a Giovanni Bischi.
Nell'ultimo decennio l’attività istituzionale dell'Anpi in occasione delle rievocazioni degli eventi legati alla Resistenza e alla Liberazione, è proseguita sia autonomamente sia in collaborazione con l'ISCOP e con la Biblioteca Vittorio Bobbato con convegni, incontri e presentazioni di libri e anche attraverso la valorizzazione del proprio patrimonio documentario. In particolare sono da segnalare le esposizioni dei manifesti che rappresentano una importante testimonianza a partire dagli anni del primo dopoguerra.
La sede dell'Associazione fino al 1946 è a Pesaro in Via Diaz, al n. 7, nel 1950 viene utilizzata anche Via Mazzini al n. 10 come magazzino e nel 1969 la sede si sposta in via Mazzini al civico 49. Negli anni Settanta e fino al 2000 la sede è stata condivisa con l’Istituto storico della resistenza (oggi ISCOP) in Piazzetta Baviera e, successivamente alla separazione dall'Istituto, è stata trasferita nel 2004 in Viale della Vittoria al n. 127 in spazi autonomi. Nel 2019 la sede si è di nuovo trasferita in via Gramsci presso l'Amministrazione provinciale.

Asher
Area
Arcari
Arcangeli, Angelo
MdM_IT_P_00490 · Persona · 1920 feb. 17 - 1973 set. 20

Angelo Arcangeli nasce a Schieti, frazione di Urbino, il 17 febbraio 1920. La famiglia è connotata da origini popolari: padre operaio e madre casalinga. Ha due sorelle. Frequenta la scuola pubblica fino a concludere gli studi liceali. Inizia ad occuparsi di politica nel 1935 e fa parte delle organizzazioni studentesche solo dal 1939, dopo un periodo trascorso in seminario. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Urbino e prende parte alla Seconda Guerra Mondiale nei servizi sedentari del distretto militare di Ferrara come soldato semplice. Con la caduta del fascismo, e conseguentemente ai fatti dell’8 settembre, ritorna a Urbino dove, dopo aver aderito al Fronte della Gioventù (ed esserne diventato il responsabile locale), si iscrive al Pci nel dicembre 1943. Qui organizza il Comitato di Liberazione Nazionale locale e partecipa alla Resistenza nella Brigata GAP di Schieti dove ricopre incarichi di comando in collegamento con il secondo e il terzo battaglione della V Brigata Garibaldi. Dopo la Liberazione, nell’anno accademico 1945-1946, si laurea in Giurisprudenza con una tesi di diritto costituzionale. È tra i pochi laureati iscritti al Pci pesarese in cui milita attivamente ricoprendo l’incarico di segretario di organizzazione dal 1946 al 1948. Giunge alla Cgil nei primi mesi del 1948 dove succede alla guida della Camera del Lavoro pesarese a Mariano Bertini. La congiuntura politico-sindacale in cui si trova ad operare il neosegretario si distingue per mutamenti significativi, con ripercussioni anche a livello locale, che si trasformeranno in autentiche fratture. Sul fronte politico nazionale si era giunti all’allontanamento del Pci dalle posizioni di governo e alla sconfitta socialcomunista nelle elezioni politiche dell’aprile 1948 a cui succede l’attentato all’allora segretario comunista Palmiro Togliatti che portò, anche nel pesarese, alla proclamazione di uno sciopero generale e ad un’imponente manifestazione a Pesaro con migliaia di persone in Piazza del Popolo il 15 luglio 1948. In quell’occasione Arcangeli fu uno degli oratori che intervennero dal palco. Sul fronte sindacale, a sua volta, la dirigenza di Arcangeli ereditava una posizione maggioritaria dei comunisti – sancita dal 65% dei consensi registrati in occasione del primo congresso provinciale nell’aprile del 1947 – all’interno di una Cgil ricostituita da poco più di quattro anni e ancora formalmente unita. In anni connotati da dure lotte, principalmente di carattere mezzadrile, nonché dalla proclamazione di “scioperi alla rovescia” anche nei principali centri urbani, la componente minoritaria cristiana collegata alla Democrazia cristiana pone in discussione la linea sindacale maggioritaria opponendosi in particolar modo agli scioperi politici (di cui quello proclamato in occasione dell’attentato a Togliatti rappresentò l’epilogo di un dissenso già esteso), fino a giungere ad una scissione e successivamente alla costituzione di un sindacato autonomo di matrice cristiana costituitosi formalmente nell’ottobre del 1948. Pur non incidendo in modo sensibile sul radicamento territoriale della Cgil, la scissione della componente cristiana rischia di comprometterne la capacità di proporsi come soggetto rappresentativo e unitario delle istanze lavoratrici. Da qui l’azione volta ad un ampliamento dell’attività organizzativa promossa da Arcangeli rieletto segretario generale in occasione del II congresso provinciale tenutosi il 2-3 settembre 1949. In una provincia ancora scarsamente industrializzata, il mantenimento di un forte insediamento da parte della Cgil nelle aree rurali, in particolare tra le componenti mezzadrili (che rappresentano oltre il 50% degli iscritti ancora a metà degli anni Cinquanta) a discapito dei piccoli coltivatori diretti e dei ceti medi urbani, segna l’agenda sindacale, ma, pur non senza contraddizioni e tentennamenti, è proprio in questi anni che si manifesta una sensibilità non meramente rivendicativa nell’approccio sindacale e più propositiva ed ispirata da indirizzi di politica generale. Infatti, è proprio sotto la guida di Arcangeli che trova una declinazione in ambito locale quel Piano del lavoro promosso dalla Cgil nazionale guidata da Giuseppe Di Vittorio tra il 1949 e 1950 intenta a disegnare il «sindacato come solidarietà organizzata». Nell’ambito pesarese il Piano, redatto in gran parte nel 1949 e presentato pubblicamente nel giugno 1950, denominato Per la rinascita economica della Provincia di Pesaro-Urbino, contiene una prefazione dello stesso Arcangeli che pone in evidenza la necessità di risolvere il grave problema della disoccupazione (già allora congiunto con la riapertura intensiva dei flussi migratori attestata dall’incremento dei passaporti rilasciati) attraverso un vasto ed ambizioso programma di opere pubbliche capace di alimentare i consumi popolari con positive ricadute economiche generali. Un piano di fatto d’ispirazione keynesiana che si proponeva anche di utilizzare alternativamente i fondi ERP (European Recovery Program) legati al Piano Marshall. Non a caso, è lo stesso Arcangeli a riprendere nella prefazione un discorso di James Zallerbach, l’allora responsabile della missione ERP in Italia, che sottolinea la necessità di una rivitalizzazione del mercato interno, dunque di stimolo della domanda e non solo dell’offerta per ovviare alla contrazione delle esportazioni verso gli Usa. Allo stesso tempo, l’esponente statunitense, seppure da una prospettiva tutta interna al processo di accumulazione capitalistico, rimarcava l’esigenza di abbandonare le attività di trasformazione delle materie prime (tra l’altro l’Italia all’epoca era ancora un importatore netto di prodotti agricoli) e d’incentivare lo sviluppo delle industrie meccaniche data l’elevata capacità di assorbire manodopera che potenzialmente vi era connessa. Vi era, dunque, un altro mercato da incentivare, quello costituito dalle famiglie di milioni di disoccupati o parzialmente occupati che se fossero «impiegati a salari normali, il valore del mercato nazionale aumenterebbe di circa il 10% e cioè di 600 miliardi all’anno». Il finanziamento del Piano, secondo un’ottica spiccatamente produttivistica era dunque implicito nella sua capacità di creare ricchezza e lavoro ed avrebbe dovuto incidere «nella vaste zone agricole di arretratezza semifeduale» e nella disarticolazione dei «grandi monopoli capitalistici». Nell’ambito pesarese il Piano si concentrava su almeno quattro grandi dimensioni: a) costituzione di nuovi impianti e sfruttamento dell’energia elettrica (intervenendo soprattutto sui corsi d’acqua); b) agricoltura (con particolare attenzione allo sviluppo della motoaratura, alla valorizzazione delle colture pregiate, alla ricostituzione e consolidamento del patrimonio zootecnico, alla cura del sistema boschivo e al rimboschimento, alle opere di arginatura e difesa fluviale, alle migliorie fondiarie, alla formazione di agronomi condotti e tecnici agricoli); c) edilizia popolare (con l’incremento del fabbisogno abitativo e la ricostruzione e riadattamento dell’edilizia rurale; d) lavori pubblici (strade, scuole, ospedali, ferrovie, acquedotti, industrie estrattive). In definitiva, «la massiccia attivazione di valori attualmente inutilizzati (uomini, mezzi di produzione, materie prime, merci)» avrebbe aumentato la produzione e l’autofinanziamento del Piano. Arcangeli poteva concludere la sua prefazione affermando orgogliosamente che forse per la prima volta i lavoratori prospettavano una risposta generale ai problemi del paese la quale era in grado di sostanziare i principi iscritti nella Costituzione repubblicana. Nel 1951, tuttavia, Arcangeli lascia il sindacato per dedicarsi all’attività di avvocato senza peraltro abbandonare la militanza nel Pci (all’interno del quale già nello stesso anno è segretario per ciò che concerne l’organizzazione e i quadri della federazione provinciale) di cui è prima consigliere e assessore provinciale (dal 1951 al 1960), e successivamente consigliere comunale a Pesaro dal 1960 al 1970. Muore nel capoluogo di provincia il 20 settembre 1973.

APE
Antrem
Anterem
Ansuini, Massimo
MdM_IT_P_00643 · Persona · 1958 feb. 13 -

Nato a Tuscania.