Il Comitato provinciale dell'ANPI di Pesaro e Urbino si è costituito a Pesaro il 1 Novembre 1944. Il 29 novembre 1944 il Comitato, comunica al Sindaco del Comune di Pesaro la nascita dell'Anpi inviando copia del verbale della riunione dove, con la delibera n. 1 del 23 novembre 1944, si nomina Presidente Giuseppe Alciati, che figura nel documento ancora con il nome partigiano di “Bruno Valle”, Segretario Alfio Mauri e Cassiere Siro Lupieri. Alla riunione del Comitato provvisorio sono presenti anche rappresentanti delle tre Brigate partigiane della provincia: Ottavio Ricci, Roberto Carrara, Siro Lupieri, Aldo Carboni, Giuseppe Mari, Urbano Vampa, Manna e Adolfo Andreoni e due appartenenti al Comitato di liberazione nazionale (Armando Lugli per il Partito d’Azione e Cesare Del Vecchio per il Partito socialista).
Con una successiva delibera, la n. 2 del 29 novembre 1944, si costituisce il Comitato di assistenza ai partigiani e la Presidenza viene assegnata al Sindaco del Comune di Pesaro. L'ANPI avvia la sua attività con lo scopo di contribuire all'opera della ricostruzione e di assistenza alle popolazioni più bisognose, affiancandosi all'attività delle autorità italiane e alleate.
Successivamente nei mesi di novembre e dicembre 1944 si organizzano le Sezioni comunali e sotto sezioni nei comuni più grandi e si vivacizza la campagna per incrementare le domande di iscrizione all'ANPI. In breve tempo gli iscritti all'Associazione raggiungono il numero di 2.200 di cui 1.800 riceveranno in seguito il riconoscimento di Partigiani e Patrioti dalla Commissione regionale marchigiana. Parallelamente al lavoro per completare e migliorare l'organizzazione interna dell'Associazione, l'ANPI dà avvio ad una serie di iniziative inerenti la ricostruzione, l'assistenza e la valorizzazione della Resistenza, oltre ad attività politiche, culturali e sportive. L'ANPI provinciale è stata infatti fin dalla sua costituzione molto attiva a fornire sostegno materiale e morale dei partigiani e a mantenere viva nel contesto sociale, politico e culturale la memoria del contributo degli antifascisti alla liberazione dal nazifascismo.
L’attività di assistenza ai partigiani e alle loro famiglie inizia subito nei primi mesi dopo la liberazione grazie al ruolo che viene riconosciuto all'Anpi, a partire dal D.l. n. 319 del 9 novembre 1944, che aveva istituito la "Commissione nazionale per i patrioti dell'Italia Liberata”.
Con il Decreto legge n. 110 del 1 marzo 1945 viene costituito l'Alto Commissariato per i reduci per provvedere all'assistenza morale e materiale, al reinserimento nel contesto sociale e professionale dei militari, ex internati e patrioti, dove nello specifico, all'Art. 5, si prevedeva che le azioni previste dal Decreto legge dovessero essere svolte per mezzo dell'Associazione nazionale combattenti, dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia (ANPI) e delle altre istituzioni ed enti esistenti, secondo le rispettive competenze.
Alla luce del Decreto legge viene costituito a Pesaro nel maggio 1945 il "Comitato Assistenza Reduci"sotto la presidenza del Prefetto. Il contributo dell'ANPI riguarda il trasferimento dei reduci provenienti dalla Germania e l’allestimento di alloggi e mense per i reduci in transito.
L’attività assistenziale svolta dall'Anpi comprende anche la realizzazione dell’Ospedale del Reduce, finanziato inizialmente dalla Prefettura e, dal 1 gennaio 1946, gestito direttamente dall'Anpi. L'Ospedale forniva un'assistenza ambulatoriale, a cui venivano sottoposti tutti i reduci, al loro rientro con una prima visita di controllo; l’assistenza, fornita dai medici e farmacisti gratuitamente, ai reduci sul territorio provinciale; il ricovero nell'ospedale, capace di circa 200 posti letto, dei più gravi indirizzati dai Sindaci della provincia; l’assistenza specialistica, fornita dai professionisti di Pesaro, mediante convenzione a tariffe molto modeste.
Fra le attività a sostegno dell’occupazione si deve all'Anpi la costituzione della Cooperativa edilizia "La Patriottica" nata con l'intento di fornire lavoro e costruire case agli stessi soci della cooperativa.
Un’altra importante attività intrapresa dal Comitato provinciale riguarda la bonifica del territorio minato della Valle del Foglia.
Fra le attività che l'Anpi svolge per incarico delle istituzioni rientra anche il servizio annonario, alle dipendenze della Questura di Pesaro, attraverso una squadra annonaria con il compito di effettuare sopralluoghi e controlli nei mulini, nei frantoi e nei granai. Il servizio viene affidato ad agenti scelti tra i partigiani e reduci.
Nella relazione manoscritta, allegata al registro dei verbali, dal titolo “Attività dell'ANPI di Pesaro nel periodo successivo alla Liberazione" si trova dettagliatamente descritta l’attività di assistenza rivolta ai partigiani e alle loro famiglie in particolare stato di bisogno che si trovavano in difficoltà economiche o alle famiglie disastrate dalle rappresaglie tedesche o fasciste fin dai primissimi giorni dalla sua costituzione.
L'elargizione di sussidi e la distribuzione di capi di vestiario veniva decisa dal Comitato di assistenza dopo attento esame della documentazione e valutazione della situazione economica degli interessati. Gli assistiti nella zona di Pesaro nei primi mesi dopo la Liberazione sono numerosi; ad essi si aggiungono gli assistiti delle varie Sezioni su cui il Comitato di assistenza svolge un’azione di controllo. I fondi per l'assistenza vengono reperiti anche attraverso sovvenzioni volontarie da parte di persone più facoltose, dal ricavato di attività ricreative e a carattere sportivo e dagli stanziamenti di Enti pubblici.
Nei primi mesi dalla sua costituzione è anche attiva la propaganda per l'arruolamento dei volontari nel Corpo italiano di liberazione. E' un'attività che porterà ad un numero consistente di arruolati nel CIL, soprattutto ex partigiani, per i quali la liberazione della provincia pesarese e l'attacco alla Linea Gotica aveva costituito il preludio alla fine della guerra in Italia e in Europa.
Con la liberazione, fin dal novembre 1944, l'attività principale dell'ANPI provinciale è rivolta al riconoscimento della qualifica di "partigiano", ovvero all'identificazione di chi avesse titolo a far parte dell'Associazione e a goderne dei benefici anche economici. Il ruolo di "certificatore" per l'ANPI era stato formalizzato dopo il 14 agosto 1944 quando il CLNAI aveva dichiarato nulli tutti i riconoscimenti rilasciati dai comandi partigiani. Dalla fine del 1944 successivi atti legislativi regolano il riconoscimento delle qualifiche, definiscono le forme di assistenza ai patrioti e ai partigiani e confermano il ruolo istituzionale dell'ANPI.
Infatti, dopo il Decreto Legge n. 319 del 9 novembre 1944, che aveva istituito la Commissione nazionale per i patrioti dell'Italia liberata e il decreto legge n. 110 del 1 marzo 1945 che prevedeva la costituzione dell'Alto Commissariato per i reduci, con il Decreto Legge n. 158 del 5 aprile 1945 si unificano le due Commissioni prevedendo una presenza maggioritaria di componenti appartenenti all'Anpi. L’articolo 3 prevede infatti che la Commissione istituita a Roma dovesse essere presieduta da un rappresentante dell’ANPI e composta da dieci componenti, di cui due ufficiali delle Forze armate, sei designati dall'Associazione nazionale partigiani d'Italia, un rappresentante dell'Associazione nazionale dei combattenti e un rappresentante dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra.
Con il D.l. n. 224 del 5 aprile 1945 l'Anpi viene inoltre riconosciuta Ente morale e riconosciuta la personalità giuridica. Lo Statuto, approvato con il Decreto legge, ammetteva l'iscrizione all'Anpi come soci effettivi solo ai partigiani combattenti, ma prevedeva il riconoscimento di coloro che avessero compiuto atti di particolare coraggio senza le armi.
Infine con il Decreto legge n. 518 del 21 giugno 1945 viene razionalizzata per legge la materia del riconoscimento delle qualifiche partigiane, si conferma la centralità dell'Anpi quale garante del corretto svolgimento delle procedure e si sancisce l'acquisizione del termine "partigiano" nella regolamentazione giuridica, definendone le varie tipologie in ragione dei diversi teatri di guerra e ai compiti svolti.
Dopo il primo anno dalla sua costituzione, quando l’attività è soprattutto rivolta all'assistenza materiale ai partigiani e alle pratiche di riconoscimento e, dopo un primo appuntamento congressuale, tenuto nel gennaio 1945, nel settembre 1946 si tiene il I Congresso dell'ANPI provinciale. Nel 1947 si segnala il Convegno della corrente garibaldina e due congressi, il 2. e il 3., ambedue nel 1948, dove agli aspetti organizzativi e associativi si aggiungono i temi politici che troveranno ampia rilevanza nel Convegno provinciale dei partigiani tenuto a Pesaro nel Salone della repubblica del Teatro Rossini il 18 dicembre 1949 dedicato alla difesa della Costituzione e dei valori della Resistenza.
Dopo Giuseppe Alciati, la presidenza, dal 1948 al 1956, passa a Erivo Ferri e l’intensa attività prosegue negli anni Cinquanta e Sessanta con la segreteria di Roberto Carrara (1948-1960) e con quella di Renato Ortolani, ma rallenta poi con la sua morte, nel 1971. Siro Lupieri infatti, nel febbraio del 1972, segnala con una lettera (che si conserva fra la sua corrispondenza) alla Segreteria della Federazione del PCI di Pesaro la cessazione dell'attività e le difficoltà economiche per mantenere la sede e sollecita l'interesse del partito per individuare una possibile soluzione.
La ripresa dell'attività dell'ANPI provinciale si ha a partire dall'Assemblea degli iscritti, tenuta a Pesaro il 1 ottobre 1979, seguita dopo pochi mesi dal Congresso provinciale del 23 marzo 1980. Il Comitato provinciale eletto al Congresso nomina Carlo Paladini Presidente e Renato Pezzolesi Segretario. Con il nuovo Comitato provinciale si aprono due decenni di intensa attività che vedono l’ANPI protagonista nel contesto politico e culturale della Provincia. L’ANPI recupera un ruolo privilegiato nei rapporti con gli enti locali, in particolare con la Provincia, grazie al quale le celebrazioni degli eventi della guerra di liberazione ottengono un riconoscimento istituzionale così come emerge dalla ricca documentazione relativa alle celebrazione del 40. e del 50. della Liberazione.
La valorizzazione del contributo dei partigiani alla Liberazione e la tutela dell'onore contro forme di vilipendio e speculazione sono obiettivi prioritari per l'Anpi fin dalla sua costituzione, per questo motivo grande attenzione viene indirizzata verso la conservazione della memoria e la promozione degli studi rivolti a mettere in rilievo il ruolo dei partigiani nella guerra di liberazione. Nel 1950 nell'ambito di un Convegno nazionale dedicato alla storia della Resistenza Pajetta aveva posto il problema degli archivi e della conservazione dei materiali a fini storici, proponendo l'istituzione di una Commissione per la storia della Resistenza per la raccolta di “memorie” e la raccolta e selezione dei documenti.
Su questa linea d'azione l'Anpi provinciale, con gli anni Ottanta, in aggiunta alle iniziative rievocative degli eventi resistenziali, avvia una importante attività di ricerca storica, con la collaborazione dell’Istituto storico, promuovendo studi, convegni, mostre e pubblicazioni che, grazie alla partecipazione di studiosi italiani e stranieri, costituiscono un fondamentale contributo per la storia politica, economica, militare e sociale del territorio provinciale.
Questa attività ha prodotto la pubblicazione di ricerche storiche sia con taglio scientifico che divulgativo. Tra l'attività degli anni Ottanta sono da segnalare i sei volumi dei quaderni storici IDERS composti di saggi miscellanei che spaziano su vari aspetti della storia del Novecento nella provincia e il volume curato da Giorgio Rochat, Enzo Santarelli e Paolo Sorcinelli: “Linea Gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani”, pubblicato dall'editore Franco Angeli nel 1986, che si è servito di un notevole apparato documentario sia nazionale che estero acquisito nel corso delle ricerche realizzate per il Convegno internazionale: “Linea Gotica 1944” del settembre 1984.
Con gli anni Novanta, l'attività editoriale si è ulteriormente intensificata con la creazione, presso la casa editrice CLUEB di Bologna, della collana “Cerchi concentrici”. I testi della collana spaziano dalla Prima guerra mondiale al fascismo e dalla Resistenza alla ripresa democratica, oltre alla realizzazione del periodico dell'Anpi provinciale di Pesaro e Urbino "Memoria Viva".
A partire dagli anni Ottanta l’Anpi insieme all'Istituto rivolge una particolare attenzione al mondo della scuola, svolgendo una importante attività di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole elementari e medie anche attraverso un progetto di didattica che utilizzava metodologie e linguaggi differenti. L’iniziativa, nata nel 1982 come “La didattica della storia contemporanea come ricerca”, ha coinvolto centinaia di classi di tutta la provincia.
Con la fine degli anni Ottanta si inaspriscono i contrasti fra la Presidenza di Carlo Paladini e l’Istituto storico e, con il Congresso del 1991, la Presidenza passa a Sandro Severi e la Segreteria a Sebastiano Presti. Con le dimissioni di Severi la Presidenza passa a Giovanni Bischi.
Nell'ultimo decennio l’attività istituzionale dell'Anpi in occasione delle rievocazioni degli eventi legati alla Resistenza e alla Liberazione, è proseguita sia autonomamente sia in collaborazione con l'ISCOP e con la Biblioteca Vittorio Bobbato con convegni, incontri e presentazioni di libri e anche attraverso la valorizzazione del proprio patrimonio documentario. In particolare sono da segnalare le esposizioni dei manifesti che rappresentano una importante testimonianza a partire dagli anni del primo dopoguerra.
La sede dell'Associazione fino al 1946 è a Pesaro in Via Diaz, al n. 7, nel 1950 viene utilizzata anche Via Mazzini al n. 10 come magazzino e nel 1969 la sede si sposta in via Mazzini al civico 49. Negli anni Settanta e fino al 2000 la sede è stata condivisa con l’Istituto storico della resistenza (oggi ISCOP) in Piazzetta Baviera e, successivamente alla separazione dall'Istituto, è stata trasferita nel 2004 in Viale della Vittoria al n. 127 in spazi autonomi. Nel 2019 la sede si è di nuovo trasferita in via Gramsci presso l'Amministrazione provinciale.
Angelo Arcangeli nasce a Schieti, frazione di Urbino, il 17 febbraio 1920. La famiglia è connotata da origini popolari: padre operaio e madre casalinga. Ha due sorelle. Frequenta la scuola pubblica fino a concludere gli studi liceali. Inizia ad occuparsi di politica nel 1935 e fa parte delle organizzazioni studentesche solo dal 1939, dopo un periodo trascorso in seminario. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Urbino e prende parte alla Seconda Guerra Mondiale nei servizi sedentari del distretto militare di Ferrara come soldato semplice. Con la caduta del fascismo, e conseguentemente ai fatti dell’8 settembre, ritorna a Urbino dove, dopo aver aderito al Fronte della Gioventù (ed esserne diventato il responsabile locale), si iscrive al Pci nel dicembre 1943. Qui organizza il Comitato di Liberazione Nazionale locale e partecipa alla Resistenza nella Brigata GAP di Schieti dove ricopre incarichi di comando in collegamento con il secondo e il terzo battaglione della V Brigata Garibaldi. Dopo la Liberazione, nell’anno accademico 1945-1946, si laurea in Giurisprudenza con una tesi di diritto costituzionale. È tra i pochi laureati iscritti al Pci pesarese in cui milita attivamente ricoprendo l’incarico di segretario di organizzazione dal 1946 al 1948. Giunge alla Cgil nei primi mesi del 1948 dove succede alla guida della Camera del Lavoro pesarese a Mariano Bertini. La congiuntura politico-sindacale in cui si trova ad operare il neosegretario si distingue per mutamenti significativi, con ripercussioni anche a livello locale, che si trasformeranno in autentiche fratture. Sul fronte politico nazionale si era giunti all’allontanamento del Pci dalle posizioni di governo e alla sconfitta socialcomunista nelle elezioni politiche dell’aprile 1948 a cui succede l’attentato all’allora segretario comunista Palmiro Togliatti che portò, anche nel pesarese, alla proclamazione di uno sciopero generale e ad un’imponente manifestazione a Pesaro con migliaia di persone in Piazza del Popolo il 15 luglio 1948. In quell’occasione Arcangeli fu uno degli oratori che intervennero dal palco. Sul fronte sindacale, a sua volta, la dirigenza di Arcangeli ereditava una posizione maggioritaria dei comunisti – sancita dal 65% dei consensi registrati in occasione del primo congresso provinciale nell’aprile del 1947 – all’interno di una Cgil ricostituita da poco più di quattro anni e ancora formalmente unita. In anni connotati da dure lotte, principalmente di carattere mezzadrile, nonché dalla proclamazione di “scioperi alla rovescia” anche nei principali centri urbani, la componente minoritaria cristiana collegata alla Democrazia cristiana pone in discussione la linea sindacale maggioritaria opponendosi in particolar modo agli scioperi politici (di cui quello proclamato in occasione dell’attentato a Togliatti rappresentò l’epilogo di un dissenso già esteso), fino a giungere ad una scissione e successivamente alla costituzione di un sindacato autonomo di matrice cristiana costituitosi formalmente nell’ottobre del 1948. Pur non incidendo in modo sensibile sul radicamento territoriale della Cgil, la scissione della componente cristiana rischia di comprometterne la capacità di proporsi come soggetto rappresentativo e unitario delle istanze lavoratrici. Da qui l’azione volta ad un ampliamento dell’attività organizzativa promossa da Arcangeli rieletto segretario generale in occasione del II congresso provinciale tenutosi il 2-3 settembre 1949. In una provincia ancora scarsamente industrializzata, il mantenimento di un forte insediamento da parte della Cgil nelle aree rurali, in particolare tra le componenti mezzadrili (che rappresentano oltre il 50% degli iscritti ancora a metà degli anni Cinquanta) a discapito dei piccoli coltivatori diretti e dei ceti medi urbani, segna l’agenda sindacale, ma, pur non senza contraddizioni e tentennamenti, è proprio in questi anni che si manifesta una sensibilità non meramente rivendicativa nell’approccio sindacale e più propositiva ed ispirata da indirizzi di politica generale. Infatti, è proprio sotto la guida di Arcangeli che trova una declinazione in ambito locale quel Piano del lavoro promosso dalla Cgil nazionale guidata da Giuseppe Di Vittorio tra il 1949 e 1950 intenta a disegnare il «sindacato come solidarietà organizzata». Nell’ambito pesarese il Piano, redatto in gran parte nel 1949 e presentato pubblicamente nel giugno 1950, denominato Per la rinascita economica della Provincia di Pesaro-Urbino, contiene una prefazione dello stesso Arcangeli che pone in evidenza la necessità di risolvere il grave problema della disoccupazione (già allora congiunto con la riapertura intensiva dei flussi migratori attestata dall’incremento dei passaporti rilasciati) attraverso un vasto ed ambizioso programma di opere pubbliche capace di alimentare i consumi popolari con positive ricadute economiche generali. Un piano di fatto d’ispirazione keynesiana che si proponeva anche di utilizzare alternativamente i fondi ERP (European Recovery Program) legati al Piano Marshall. Non a caso, è lo stesso Arcangeli a riprendere nella prefazione un discorso di James Zallerbach, l’allora responsabile della missione ERP in Italia, che sottolinea la necessità di una rivitalizzazione del mercato interno, dunque di stimolo della domanda e non solo dell’offerta per ovviare alla contrazione delle esportazioni verso gli Usa. Allo stesso tempo, l’esponente statunitense, seppure da una prospettiva tutta interna al processo di accumulazione capitalistico, rimarcava l’esigenza di abbandonare le attività di trasformazione delle materie prime (tra l’altro l’Italia all’epoca era ancora un importatore netto di prodotti agricoli) e d’incentivare lo sviluppo delle industrie meccaniche data l’elevata capacità di assorbire manodopera che potenzialmente vi era connessa. Vi era, dunque, un altro mercato da incentivare, quello costituito dalle famiglie di milioni di disoccupati o parzialmente occupati che se fossero «impiegati a salari normali, il valore del mercato nazionale aumenterebbe di circa il 10% e cioè di 600 miliardi all’anno». Il finanziamento del Piano, secondo un’ottica spiccatamente produttivistica era dunque implicito nella sua capacità di creare ricchezza e lavoro ed avrebbe dovuto incidere «nella vaste zone agricole di arretratezza semifeduale» e nella disarticolazione dei «grandi monopoli capitalistici». Nell’ambito pesarese il Piano si concentrava su almeno quattro grandi dimensioni: a) costituzione di nuovi impianti e sfruttamento dell’energia elettrica (intervenendo soprattutto sui corsi d’acqua); b) agricoltura (con particolare attenzione allo sviluppo della motoaratura, alla valorizzazione delle colture pregiate, alla ricostituzione e consolidamento del patrimonio zootecnico, alla cura del sistema boschivo e al rimboschimento, alle opere di arginatura e difesa fluviale, alle migliorie fondiarie, alla formazione di agronomi condotti e tecnici agricoli); c) edilizia popolare (con l’incremento del fabbisogno abitativo e la ricostruzione e riadattamento dell’edilizia rurale; d) lavori pubblici (strade, scuole, ospedali, ferrovie, acquedotti, industrie estrattive). In definitiva, «la massiccia attivazione di valori attualmente inutilizzati (uomini, mezzi di produzione, materie prime, merci)» avrebbe aumentato la produzione e l’autofinanziamento del Piano. Arcangeli poteva concludere la sua prefazione affermando orgogliosamente che forse per la prima volta i lavoratori prospettavano una risposta generale ai problemi del paese la quale era in grado di sostanziare i principi iscritti nella Costituzione repubblicana. Nel 1951, tuttavia, Arcangeli lascia il sindacato per dedicarsi all’attività di avvocato senza peraltro abbandonare la militanza nel Pci (all’interno del quale già nello stesso anno è segretario per ciò che concerne l’organizzazione e i quadri della federazione provinciale) di cui è prima consigliere e assessore provinciale (dal 1951 al 1960), e successivamente consigliere comunale a Pesaro dal 1960 al 1970. Muore nel capoluogo di provincia il 20 settembre 1973.
Nato a Tuscania.
Violinista, nelle memorie di Carlo Betti viene ricordata un'azione partigiana contro una pattuglia tedesca all'Apsella di Montelabbate, in cui Jole Angelotti ebbe un ruolo di primo piano. Nel dopo guerra collaborò con Alfredo Lancione alla Segreteria del Sindacato professori d'orchestra di Pesaro.
Giuseppe Angelini nasce a Novafeltria il 15 gennaio 1920, frequenta il liceo classico “Giulio Cesare” a Cesena e, una volta terminati gli studi, viene ammesso nel 1938 alla Scuola Normale di Pisa alla Facoltà di Lettere e filosofia. Incrocia docenti di rigorosa ispirazione democratica e liberalsocialista, come Luigi Russo, Guido Calogero, Giorgio Pasquali. Tra i suoi compagni di studio si annoverano Scevola Mariotti, poi latinista e filologo classico, e Alessandro Natta, divenuto Segretario nazionale del Pci alla morte di Berlinguer
Sollecitato da Natta e, probabilmente, motivato dagli stimoli suscitati dai docenti incontrati nella sua esperienza universitaria, si indirizza verso il liberalsocialismo, movimento fondato da Guido Calogero e Aldo Capitini, che proprio dalla Normale era stato licenziato in seguito al suo rifiuto di prendere la tessera del partito fascista.
La guerra gli impedisce di terminare gli studi universitari. Richiamato alle armi nel 1942, frequenta a L’Aquila il corso allievo ufficiale, ma una volta che emerge il suo antifascismo, viene trasferito a Bari all’Ufficio imbarchi e sbarchi. Qui il suo percorso ideale conosce una nuova svolta. In seguito ad alcuni incontri a Bari aderisce a posizioni marxiste. Quando Togliatti annuncia la ‘svolta di Salerno’ nel marzo 1944, la sua adesione intima al Pci è compiuta.
Trovandosi al sud quando giunge l’8 settembre, decide di arruolarsi nel Corpo italiano di liberazione, dove ottiene il grado di sergente combattendo i tedeschi al fianco degli alleati. Nel dopoguerra torna a Novafeltria e si iscrive al Pci, venendo ammesso, già nel 1946, nel Comitato federale del partito. Il 15 aprile 1946 è eletto sindaco, incarico ricoperto fino al 25 maggio 1947. Nel settembre de 1946 sposa Anna Maria Cucci, da cui ha due figlie, Chiara e Angela. Nel frattempo riprende e completa gli studi laureandosi in Lettere e filosofia all’Università di Bologna nel 1949, con una tesi di laurea, su Piero Gobetti.
In seguito all’abbandono della segreteria della Camera del Lavoro pesarese da parte di Angelo Arcangeli, data la sua vasta preparazione culturale e le sue qualità politiche, viene nominato segretario generale. Fino ad allora, nel’ambito della Cgil, aveva diretto un ufficio studi, che aveva dato un buon supporto ai vari convegni. Mantiene questo ruolo dal 1951 al 1956, salvo pochi mesi nel 1953, quando è sostituito da Giuseppe Chiappini. Nonostante la scissione sindacale, si tratta di una camera vitale e forte. Durante la segreteria, Angelini procede a una progressiva riorganizzazione, sostituendo le camere mandamentali con camere comunali, per accrescerne la presenza nel territorio in una fase storica in cui vi sono molti fronti aperti: quello delle vertenze mezzadrili, la lotta alla disoccupazione, l’attuazione del Piano del lavoro. In particolare, nella veste di segretario si adopera contro la smobilitazione della miniera di zolfo di Cabernardi, occupata dai minatori per trentanove giorni nel 1952, e il progressivo ridimensionamento di quella di Perticara. Al convegno del 15 luglio 1952, organizzato dalla Camera di commercio di Pesaro sul potenziamento delle risorse solfifere, mosso dalle forti ricadute sull’occupazione conseguenti alla chiusura dei due bacini solfiferi, sollecita il ministro Campilli a promuovere nuove ricerche da parte delle società concessionarie e a trasformare l’Ente zolfi italiano da organismo finanziario in produttore. Si tratta in realtà di un progetto irrealizzabile: il destino delle due miniere in via di esaurimento è segnato. La proposta di Angelini si colloca tuttavia in una strategia più ampia, volta all’ammodernamento delle valli pesaresi, attraverso un piano di industrializzazione e uno irriguo che favorisse la modernizzazione dell’agricoltura, l’utilizzo delle acque per produrre energia elettrica, la difesa del suolo e dell’assetto idrogeologico dei bacini fluviali. Porta le sue idee al 2° Corso di studi comunisti a Roma, nel maggio del 1955. Il saggio finale, intitolato Le lotte per la rinascita della montagna e delle cinque valli della provincia di Pesaro, affronta le questioni a cui è più sensibile. Il giudizio del direttore Edoardo D’Onofrio è molto lusinghiero.
Contestualmente all’impegno nella Camera del lavoro, Angelini porta avanti quello nel consiglio provinciale, dove siede dal 1951 al 1969. Dal 1951 al 1956, in concomitanza con il suo mandato alla segreteria nella Camera del lavoro, ricopre il ruolo di assessore allo sviluppo economico nella giunta social-comunista guidata da Wolframo Pierangeli. Nello stesso periodo è segretario della Federazione del Pci di Pesaro.
Dal 1958 al 1968 è eletto per due legislature deputato alla Camera. La sua attività da parlamentare riflette il suo impegno precedente. Dal 1958 al 1965 è membro della IX Commissione permanente Lavori pubblici, nella quale ricopre l’incarico di segretario dal 12 luglio 1963 al 20 gennaio 1965. Dopo un anno trascorso nella VII Commissione permanente Difesa, dal gennaio 1965 al gennaio 1966, viene nominato alla XI Commissione permanente Agricoltura fino al giugno 1968. Inoltre tra il giugno del 1966 e il giugno del 1968 è membro della Commissione speciale per l’esame di progetti relativi alle zone depresse del centro nord. Partecipa complessivamente alla presentazione di 45 progetti di legge, di cui 4 vengono approvati. Di due, non ratificati, è primo firmatario: la proposta di estensione a tutti i comuni del Mezzogiorno e delle isole o di altri comuni che si trovano in condizioni similari delle disposizioni indicate all’articolo 13 della legge 589 del 1949, che prevedeva la garanzia statale sui mutui contratti per opere di interesse generale, soltanto per province e comuni del Mezzogiorno e di altre aree che si trovavano al di sotto di un certo numero di abitanti (1959); la richiesta di allargamento delle tutele previste per i lavoratori colpiti da malattie professionali dovuti all’esposizione di anidride solforosa o acido solforico (1963). Nei suoi 49 interventi in aula continua a manifestare particolare attenzione alle questioni più complesse del territorio di Pesaro Urbino e del Montefeltro: assetto idrogeologico, viabilità, trasporti, attività economiche, problemi del lavoro. Le sue interrogazioni denunciano le condizioni di vita e lavoro dei lavoratori della industria estrattiva, del mobile, del comparto agricolo e ortofrutticolo, chiedono misure economiche e previdenziali in loro favore, sostengono la difesa del posto dell’occupazione. Anche la sua sensibilità verso le difficili condizioni di vita nelle zone di montagna e in diversi entroterra è ben presente nella sua attività parlamentare. In particolare è tra i firmatari della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un fondo nazionale per la montagna. Inoltre rappresenta il Pci nell’Unione nazionale dei comuni e degli enti montani.
L’impegno parlamentare si accompagna alla sua partecipazione alla vita politica pesarese, dove siede al Consiglio provinciale. Non abbandona nemmeno il suo legame con l’impegno sindacale. Lo troviamo ad esempio alla guida, assieme ai dirigenti della Camera del lavoro Elmo Del Bianco e Alfideo Mili, alla colonna motorizzata che da Perticara arriva a Pesaro l’11 luglio 1958 per protestare contro lo smantellamento della miniera. Avendo difeso il diritto dei manifestanti a entrare in città di fronte al blocco della polizia è denunciato, assieme ad altri per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e promozione di riunione in luogo pubblico senza preventivo avviso dall’autorità. Il 20-21 febbraio 1960 figura tra i relatori del VI congresso provinciale di Pesaro della Federmezzadri. Viene colpito da una nuova denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, a cui segue una richiesta di autorizzazione a procedere respinta dal Parlamento, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero dei lavoratori del legno, indetto dal 21 al 23 dicembre 1960 in vari mobilifici pesaresi. Aveva infatti accusato il maresciallo dei carabinieri intervenuto di « commettere degli arbitri e di non conoscere la legge».
Tra il 1964 e il 1970, è nominato alla segretaria regionale del Pci marchigiano. In questa veste sostiene finanziariamente la nascita a Pesaro del Circolo culturale Antonio Gramsci, alveo della futura classe dirigente del Partito comunista pesarese. Pur entrando presto in conflitto con l’eterodossa larghezza di idee che anima il Circolo, non avrebbe mai interrotto il rapporto con questa nuova realtà. Tra il 1963 e il 1969, Angelini partecipa all’attività dell’ISSEM, l’Istituto per lo studio dello sviluppo economico delle Marche, nato ad Ancona, principale luogo del dibattito sulla programmazione economica, sociale e territoriale di cui si sarebbe dovuta incaricare il futuro ente regionale marchigiano. Il suo impegno a inquadrare la fase di transizione che attraversa le Marche si manifesta anche all’interno del partito: in qualità di segretario scrive una lettera ai compagni del comitato regionale per un piano di sviluppo economico e democratico della regione Marche. Interviene inoltre al XII Congresso del Pci, evidenziando il definitivo superamento della mezzadria nell’Italia centrale come ‘chiave di volta’ dell’economia agricola, individuando una nuova strategia nella creazione di un blocco sociale tra classe operaia, contadini e ceti medi.
Il suo rilievo nella politica marchigiana lo si evince anche dall’inserimento del suo nome, nel luglio del 1964, nella lista di 731 politici e sindacalisti ‘sovversivi’ da arrestare, secondo il progetto di colpo di Stato prospettato dal generale dell’arma dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, noto come Piano Solo.
Dal 1967 al 1970 è nominato vicepresidente dell’Ente regionale di sviluppo. Intanto, terminata l’esperienza in Parlamento, riprende quella all’interno del Consiglio provinciale, dove siede fino alla metà degli anni Ottanta. Nel quinquennio tra 1970 e 1975 è nominato vicepresidente nella giunta social-comunista presieduta dal socialista Salvatore Vergari. In seguito diventa presidente provinciale e regionale dell’Alleanza nazionale dei contadini, fino al 1977, quando questa confluisce nella Costituente contadina. Nello stesso periodo ricopre il ruolo di membro del Comitato Centrale del Pci.
Continua la sua militanza comunista fino al Congresso di Rimini del 1991 che porta allo scioglimento del Pci nel Pds. Già da tempo aveva manifestato la propria disapprovazione rispetto al nuovo corso impresso dai dirigenti nazionali del partito. Nell’aprile 1986 aveva inviato una dura lettera al congresso regionale e, un mese dopo, aveva attaccato pubblicamente i dirigenti pesaresi sul Resto del Carlino. Era stato inoltre tra i promotori del Circolo culturale Antonio Pesenti attorno al quale si erano raccolte molte anime della sinistra dissenziente pesarese. Dopo 47 anni lascia così il Partito comunista, aderendo a Rifondazione comunista, ma senza più ricoprire incarichi istituzionali e nel partito. Muore l’8 gennaio 2007, all’età di 86 anni.