Con il Congresso nazionale del 3-6 mar. 1966 si costituisce la Federazione italiana lavoratori tessili e abbigliamento in cui confluiscono Federazione italiana lavoratori abbigliamento (Fila) e Federazione italiana operai tessili (Fiot).
Il sindacato di riferimento per i lavoratori delle aziende del tessile e dell'abbigliamento della provincia di Pesaro e Urbino è dal 2010 la Federazione italiana lavoratori chimica tessile energia manifatture (Filctem-Cgil), nata dalla fusione di sindacati relativi all'energia, gas e acquedotti (Fnle) con il sindacato dei chimici, vetrai, abrasivi, petroliferi (Filcea) e il tessile manifatturiero (Filtea).
L’Organizzazione anarchica marchigiana (d'ora in avanti Oam) si costituì formalmente a Jesi l'8 ottobre 1972(I). Ne facevano inizialmente parte i gruppi anarchici Bakunin (Jesi), Kronstadt e Berneri (Ancona), Machno (Civitanova Marche), Gruppi anarchici riuniti (Senigallia), 18 marzo (Macerata) e i gruppi di Chiaravalle, Fabriano e Recanati(II). La costituzione dell'Oam avvenne successivamente alla definizione di un primo Patto associativo tra i gruppi anarchici Kronstadt di Ancona e Bakunin di Jesi(III) e alla creazione dei Gruppi anarchici marchigiani, un'organizzazione sicuramente attiva nel 1972, che con ogni probabilità condivise anche un primo documento associativo(IV).
Nel corso della sua storia, l'Oam si compose di un massimo di cinque Sezioni: oltre a quelle formatesi in continuità con i gruppi di Jesi, Ancona (Kronstadt), Macerata e Civitanova Marche, nel 1975 entrò a far parte dell'Oam anche la Sezione Nord, costituitasi in seguito alla confluenza nell'Organizzazione del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro(V). Allo stesso tempo, sono documentati rapporti dell'Oam con gruppi e nuclei di Fermo, Urbino, Sant'Elpidio, Ascoli Piceno e San Benedetto, che sono definiti «simpatizzanti»(VI). Per quanto riguarda il numero degli aderenti, la documentazione conservata nell'Archivio dell'Organizzazione consente di affermare che tra il 1973 (all'epoca del I Convegno nazionale lavoratori anarchici, d’ora in avanti Cnla) e il 1975, il numero dei militanti salì da 15 a 43(VII).
Di particolare importanza per la storia dell'Oam fu in primis la rottura con la Federazione anarchica italiana (d'ora in avanti Fai), consumatasi tra il 1972 e il 1973 a causa della vicinanza dell’Organizzazione, e in particolare dei gruppi di Jesi, Macerata e Civitanova, alle posizioni dei gruppi comunisti anarchici(VIII). L'adesione alla Piattaforma di Archinov e la "separazione" dalla Fai(IX), rappresentarono infatti per l'Oam elementi di discontinuità da un punto di vista strutturale e politico, le cui conseguenze furono riassunte efficacemente nel 1974 da Cesare Tittarelli, militante del Gruppo Bakunin di Jesi e componente della Commissione di corrispondenza (d'ora in avanti Cdc): «ci ha costato l’espulsione dalla Fai, l'isolamento all'interno del movimento, e ci ha spinto come Oam a strutturarsi in sezioni»(X).
Il distacco dalla Fai, inoltre, spinse l'Oam a impegnarsi nel tentativo (non riuscito) di dare vita ad un'organizzazione nazionale alternativa che comprendesse tutti quei gruppi comunisti anarchici dissidenti che facevano parte del cosiddetto Nucleo operativo, il cui obiettivo iniziale, secondo quanto riportato dal militante Tullio Bugari, era compiere una sorta di «golpe anarchico» ovvero «coordinarsi per arrivare al congresso della Fai e conquistare dall'interno la Federazione facendosi affidare la gestione di tutti gli organismi: la Commissione di corrispondenza, il giornale "Umanità nova", i vari comitati»(XI). Sempre secondo la testimonianza di Bugari, le intenzioni del Nucleo furono scoperte e i gruppi dissidenti di fatto espulsi dalla Fai prima del congresso tenutosi a Carrara nel dicembre del 1973(XII). Ad ogni modo, durante l'incontro dei diversi gruppi componenti il Nucleo operativo, svoltosi a Perugia il 17-18 novembre di quello stesso anno e al quale parteciparono, per l'Oam, i gruppi Bakunin di Jesi, 18 marzo di Macerata e Machno di Civitanova Marche, il Nucleo aveva già approvato un nuovo Patto associativo che avrebbe dovuto essere applicato «all'interno della nuova organizzazione nazionale»(XIII).
La posizione del Nucleo operativo, anche in considerazione delle «circolari ultime della Cdc» della Fai, era del resto esplicita(XIV): «all'interno della Fai non c’è più possibilità di dialogo mentre anche fuori della Fai si nota un fermento generale di crescita politica ed organizzativa. La nostra prospettiva non è più di far crescere la Fai in particolare ma contribuire a ridare una svolta all'Anarchismo [...] ed in tale prospettiva noi veniamo a investire un ruolo di primo piano o di punto di riferimento, se non altro perché siamo stati tra i principali artefici di questo scossone o fermento che il movimento anarchico ha subito in questo 1973». Ciò che nel novembre di quello stesso anno il Nucleo operativo si proponeva di realizzare era la definizione di una strategia omogenea al suo interno e la costruzione di un rapporto «dialettico» con il movimento anarchico «nel senso che la strategia che noi elaboriamo non sarà da presentare agli altri gruppi [...] per farla semplicemente accettare, ma dovrà servire da punto di riferimento per i gruppi da noi definiti "simpatizzanti" mano a mano che si sviluppa per esserne a sua volta arricchita con il dibattito». Le modalità previste per lo sviluppo di tale rapporto dialettico erano i contatti individuali e le riunioni comuni, la collaborazione come singoli gruppi qualora non fosse possibile come Nucleo operativo e il lavoro comune a livello locale (nel documento si ricorda infatti come l'Oam stesse discutendo un nuovo Patto associativo «molto vicino» a quello del Nucleo).
In sostanza, il ruolo di punto di riferimento che il Nucleo operativo si riconosceva, e la strategia che intendeva definire, non doveva essere «l'embrione di un'organizzazione specifica da far accettare agli altri» bensì «la indicazione di un processo di crescita che ci porterà all'organizzazione specifica». Lo «strumento organizzativo» individuato era il coordinamento dei trenta gruppi del Cnla entro cui il Nucleo avrebbe dovuto presentare la propria strategia alternativa alla confusione esistente seppure tenendo presente che il Cnla non era «una struttura trasformabile in organizzazione specifica ma solo trasformabile di per se stessa in organizzazione di massa, mentre quegli stessi singoli gruppi, per ora aderenti a tale struttura, dovranno realizzare altrove e su basi organizzative diverse un'organizzazione specifica».
L’unica forma di espressione nazionale di questi gruppi, però, venne di fatto rappresentata esclusivamente dai Cnla, come ricorda lo stesso Bugari: «quello dei Cnla restò per un paio di anni il nostro principale riferimento nazionale. Anzi, l'unico, non appena venne fuori la nostra espulsione di fatto dalla Fai»(XV). L'importanza della partecipazione al I Cnla, del resto, è sottolineata anche dalla Sezione Kronstadt, che nel 1975 riconobbe come questa servì all'Oam anche per: «radicalizzare le concezioni classiste e le necessità dell’intervento operaio», completare la «maturazione classista in atto nel Kronstadt di Ancona», «sganciare ormai completamente i 4 gruppi classisti» (Jesi, Kronstadt di Ancona, Macerata e Civitanova) dagli altri che lasciarono l'Organizzazione «con una serie di polemiche» (il riferimento è probabilmente al Gruppo Berneri di Ancona), «collegare l'Oam al resto del movimento di classe», compreso quello sviluppatosi all'infuori del Nucleo operativo(XVI).
Tornando alla Piattaforma di Archinov, questa definiva un modello organizzativo che l'Oam, così come il Nucleo operativo, riportò nel proprio Patto associativo. La versione del Patto pubblicata dalla Sezione Kronstadt di Ancona il 26 maggio 1974(XVII) è con ogni probabilità la stessa richiamata dal Nucleo operativo nel novembre 1973: strutturato in premesse teoriche, principi organizzativi, strutture organizzative regionali e proposte per l’organizzazione nazionale, contiene i principi e le regole che ogni gruppo intenzionato ad aderire all'Organizzazione avrebbe dovuto necessariamente accettare.
Con riferimento a quanto disposto nella sezione relativa alle strutture organizzative regionali, il Patto specifica come l'Oam rappresentasse non un «semplice coordinamento» tra l'organizzazione nazionale e le sezioni territoriali locali(XVIII) ma la loro «espressione politica unitaria» e come nessuna sezione potesse assumere impegni politici che avrebbero coinvolto l’Organizzazione «senza prima consultarsi con tutte le altre sezioni». Sono quindi presenti riferimenti alla vigilanza che l'Oam avrebbe dovuto svolgere in merito alla rotazione degli incarichi dei «militanti» e al coinvolgimento dei «simpatizzanti», alle modalità di creazione di una sezione e di adesione di un militante nonché allo scopo e alle modalità di svolgimento dell'assemblea regionale.
Le decisioni dell’assemblea coinvolgono tutta l'Oam «in base al principio della responsabilità collettiva»: le sezioni, infatti, sono tenute a discutere in anticipo l'ordine del giorno dell'assemblea (proposto dalla Cdc sulla base delle indicazioni e delle proposte delle sezioni e deciso dall'assemblea stessa nella riunione precedente) e, in caso di assenza, sono tenute ad inviare alla Cdc la propria relazione sugli argomenti oggetto di discussione. Ricevuta la relazione scritta dell’assemblea regionale, debbono trasmettere le proprie posizioni con riferimento a quanto deciso.
La Cdc è affidata a una sezione per un periodo compreso tra i sei mesi e un anno e i suoi compiti sono i seguenti: «scrivere relazioni delle assemblee regionali, diffondere i comunicati delle singole sezioni, mantenere i contatti di corrispondenza con il resto del movimento anarchico, vigilare sulle sezioni che non provvedono a mantenere i contatti fissi con l’Oam, rappresentare tecnicamente l’Oam tutte le volte che sia necessario»(XIX). Alla Cdc, inoltre, spetta anche il compito di gestire la «cassa dell'Oam»(XX).
Le assemblee regionali sono affiancate dai «convegni di lavoro» il cui scopo è elaborare «le teorie, strategie e tattiche dell'Oam sui vari settori d’intervento»; convegni straordinari sono invece convocati su proposta della Cdc o delle sezioni tramite di essa nel caso sia «urgente risolvere determinati problemi politici e organizzativi». Oltre ai convegni di lavoro, l'Oam «si dà strutture di lavoro permanenti o temporanee» (le commissioni) il cui compito consiste nel rappresentare il tramite tra commissioni nazionali e locali, nella redazione di bollettini interni (che comprendono le relazioni locali del lavoro e delle lotte della sezione) e nella redazione di proposte di analisi e intervento delle diverse sezioni in documenti che devono essere "accettati" da tutta l'Oam (nelle assemblee regionali, nei convegni di lavoro e anche tramite corrispondenza) e che «rappresentano poi lo strumento di propaganda esterna dell’organizzazione». Interessante è la precisazione che «le commissioni sono affidate alle sezioni più capaci di lavorare in tali settori, non considerando quindi valido un criterio di rotazione semplicemente automatico».
Il Patto specifica inoltre che l'approvazione di «documenti di corrispondenza» richiede necessariamente l'unanimità e che questo criterio dovrebbe essere osservato anche per l'approvazione di documenti e per tutte le decisioni votate nei convegni o nelle assemblee regionali (anche se è previsto, «in casi eccezionali», che qualora una sezione si trovi in minoranza questa è tenuta «ad applicare verso l'esterno le tesi della maggioranza, riservandosi il diritto di critica verso l'interno»).
Oltre a una serie di disposizioni finalizzate a regolamentare la partecipazione dei delegati delle sezioni ai convegni e ai congressi nazionali, il Patto definisce le modalità di espulsione di una sezione («decisa nell'assemblea regionale o convegno, su proposta della Cdc o di una singola sezione»), l’eventuale simbolo dell’Organizzazione (la A cerchiata) e i colori della bandiera (rosso e nero separati trasversalmente).
Con riferimento alla sezione relativa alle strutture organizzative nazionali, e in particolare alle disposizioni che maggiormente interessano l'attività dell’Oam, si segnala come il Patto associativo specifichi che l'unità organizzativa nazionale sia la «sezione territoriale», che può assumere la forma di raggruppamento zonale, provinciale (è il caso della Sezione Nord, che comprendeva militanti e simpatizzanti di Fano, Pesaro, Montefelcino, Saltara, Mondolfo e Orciano e di Monteporzio, Montemaggiore e San Lorenzo in Campo)(XXI) o interprovinciale, che «deve porre al proprio interno una netta distinzione tra simpatizzanti e militanti». Il militante è definito come chi «per sua formazione politica, ha maturato il proprio inserimento nella lotta di classe in generale e nell'organizzazione in particolare» e che «viene accettato come tale da tutti gli altri militanti della sua sezione territoriale in base a una sua conoscenza teorica sufficiente e ad una disponibilità politica verificata». A lui spettano compiti di collegamento tra i raggruppamenti anarchici, rappresentatività della propria sezione territoriale e dell'organizzazione nazionale nella rispettiva località, oltre che di responsabilità delle proprie azioni di fronte all'assemblea dei militanti della propria sezione. Riguardo ai simpatizzanti, la sezione territoriale «si impegna» a dare loro «gli strumenti per poter crescere politicamente ed arrivare ad essere militanti».
Il Patto specifica quindi che ogni sezione territoriale «regola la propria costituzione interna» e il proprio programma d'intervento autonomamente seppure «in piena armonia» con quella dell’Organizzazione. La linea politica dell'Organizzazione, del resto, «è di esclusiva competenza, nei suoi tratti generali, del Congresso nazionale dell'Organizzazione», che si tiene annualmente ed è convocato dal Consiglio nazionale.
Di assoluto interesse, inoltre, è l’allegato 1 al Patto associativo dell'Oam, datato 24 agosto 1974, che si riferisce in particolare all'organizzazione interna delle sezioni in commissioni e responsabili dei servizi. Le prime sono composte da militanti (che rispondono del loro operato all'assemblea dei militanti) e simpatizzanti e hanno la funzione di garantire all'Organizzazione «il dibattito politico sulla strategia e sulla tattica, nonché l'intervento sul settore specifico» e alla sezione «di avere delle strutture d’intervento pratiche in cui inserire e selezionare i simpatizzanti a livello di impegno politico reale; di redigere bozze di documenti tattici e strategici specifici del settore in cui opera, da sottoporre all'assemblea dei militanti». I responsabili dei servizi, invece, ricoprono funzioni tecnico-esecutive nel servizio specifico (ad esempio segreteria, cassa, simpatizzanti, biblioteca): eletti a rotazione dall'assemblea dei militanti (che può revocare l’incarico assegnato in qualsiasi momento) restano in carica per un periodo variabile da tre a sei mesi.
Di particolare rilievo sono infine i compiti attribuiti al segretario di sezione (responsabile della segreteria), eletto dall'assemblea dei militanti e «approvato» da quella dell'Oam («e revocabile in qualsiasi momento allo stesso modo») che è incaricato di «coordinare e controllare il lavoro dei militanti e delle commissioni, conformemente ai deliberati dell'assemblea dei militanti e di quella dell'organizzazione; di tenere la corrispondenza ed i contatti con le altre sezioni e con la Cdc; di mantenere vivo il circolo delle informazioni tra militanti; di corrispondere della continuità del lavoro della sezione di fronte all'organizzazione». Questi, «nei limiti del possibile», deve essere sempre presente alle riunioni e ai convegni regionali insieme al delegato («che è il portavoce politico della sezione»).
Per quanto concerne le vicende istituzionali dell'Oam, la documentazione conservata nell'Archivio dell'Organizzazione consente di ricostruirne i passaggi più significativi anche in relazione alle disposizioni contenute nel Patto associativo.
In primo luogo è necessario sottolineare il ruolo centrale ricoperto dalla Cdc affidata alla Sezione Bakunin di Jesi e in particolare a Cesare Tittarelli e Tullio Bugari dalla costituzione dell'Oam fino a tutto il 1975 (quindi per un periodo ben più lungo di quello previsto dal Patto associativo). Questa, infatti, oltre alle attività previste dal Patto, svolse anche «compiti politici di controllo e di richiamo alla serietà organizzativa»(XXII), come ampiamente dimostrato dalle circolari e dai verbali di riunioni dei primi quattro anni di attività dell'Oam. All'indomani delle dimissioni della Cdc di Jesi, del resto, è significativo che l'Oam si ponesse l’obiettivo di «ridimensionare» i compiti della Cdc «con il graduale funzionamento efficiente di una segreteria regionale composta dai segretari di sezione, con funzioni tecniche e tuttora da precisare, che permetta sia un decentramento degli incarichi e delle responsabilità, sia un alleggerimento del lavoro da affidare alla Cdc e per rendere più funzionali le commissioni regionali»(XXIII). Queste, nel 1975, erano affidate alla Sezione Kronstadt di Ancona (Commissione sindacale), Nord (Commissione politica) e 18 marzo di Macerata (Commissione scuola)(XXIV). Riguardo alla loro attività, è opportuno richiamare invece la relazione del Gruppo Kronstadt di Ancona del 18 novembre 1975(XXV), in cui si afferma che «hanno cominciato a funzionare realmente da quest'estate almeno quella sindacale e quella politica». Nel documento, infatti, si contesta lo scarso funzionamento della Commissione scuola, riconducibile anche alle difficoltà attraversate dalla Sezione di Macerata a causa della fuoriuscita di alcuni militanti particolarmente preparati.
La predetta relazione, inoltre, è utile per ricostruire ulteriori aspetti della storia dell'Oam: da un punto di vista organizzativo, nel novembre 1975, è interessante notare come il Kronstadt rimarchi che «gran parte del lavoro tecnico e teorico dell’organizzazione ricade sulla sezione», che ha anche il compito di mantenere i collegamenti nazionali nell'ambito dell'attività della Commissione sindacale interregionale, mentre da un punto di vista politico, invece, è opportuno sottolineare come il Kronstadt, che nella sua relazione approfondisce i diversi momenti di crisi attraversati dall'Oam nella sua storia, e le relative cause, attribuisca la più recente spaccatura interna avvenuta in occasione delle elezioni amministrative del 1975 a uno «sviluppo caotico e localistico» dell'Organizzazione e, soprattutto, a un non radicato inserimento nella classe proletaria.
Nel corso del 1976 la situazione non migliorò, tanto che si aprì una fase di «verifica» dell'attività dell’Organizzazione; mentre da una parte, quindi, si impose il dibattito sull'opportunità di modificare il nome dell'Oam in Organizzazione comunista libertaria (d’ora in avanti Ocl), al fine di favorire in un certo qual modo il processo che avrebbe dovuto condurre alla nascita di quell'organismo nazionale "inseguito" fin dai tempi dell'attività del Nucleo operativo, dall'altra si materializzò la rottura delle Sezioni Kronstadt e Nord con il resto dell'Oam. Per quanto riguarda la discussione sulla denominazione dell'Organizzazione, è significativo quanto espresso dalla Sezione Kronstadt in una sua relazione del 31 gennaio 1976(XXVI): la Sezione, infatti, si rifiutò di avvallare tale scelta per questioni di opportunismo ovvero per esigenze tattiche affermando con forza come il cambiamento della denominazione dovesse essere necessariamente preceduto da un chiarimento definitivo della posizione teorica dell'Oam riguardo al marxismo, nonché su questioni collegate quali ad esempio la partecipazione di un’organizzazione rivoluzionaria a un governo. La mancanza di tale chiarimento causò quindi, nel maggio 1976, le dimissioni di diversi militanti delle Sezioni Kronstadt e Nord; dimissioni che probabilmente rientrarono in attesa dell'esito del congresso di rifondazione dell'Oam previsto per quello stesso anno(XXVII). Nel dicembre del 1976, però, la Sezione Kronstadt, rivolgendosi ai compagni delle diverse Sezioni dell'Oam, inoltrò formalmente la propria «richiesta di autonomia»(XXVIII). Le cause che portarono alla formulazione di tale richiesta sono da ricercarsi, con ogni probabilità, sia nella mancata ridefinizione («anche critica») della base teorica dell'Oam (Ancona del resto sottolinea come non accetti e non attui interamente il Patto associativo), sia nel mancato supporto da parte delle altre sezioni nel confronto avviato da Ancona con diverse organizzazioni comuniste libertarie (in particolare quella di Milano) al fine di «poter costituire un polo di riferimento politico tramite il giornale e i bollettini di agitazione per tutto il movimento comunista libertario e per tutte una serie di avanguardie larghe»(XXIX).
Dal contenuto della richiesta di autonomia della Sezione Kronstadt si evince quindi come la Sezione anconetana non intendesse uscire dall'Oam bensì trasformarla in una «struttura federativa di intervento (a livello di sintesi)» e come, a causa della mancata partecipazione delle diverse sezioni al confronto con l'Ocl di Milano, queste non potessero impedire alla Sezione Kronstadt di proseguire i contatti con Milano stessa(XXX). Ad ogni modo, tali contatti proseguirono e portarono alla nascita del periodico "Fronte libertario della lotta di classe", di cui la Sezione di Ancona curò la redazione dopo un’iniziale gestione da parte dell'Ocl milanese(XXXI). Il periodico, come ricordato dalla Commissione di relazioni del Collettivo comunista libertario di Livorno, rappresentava l'unico strumento che avrebbe consentito di avviare un confronto tra le varie organizzazioni, anche se «nell'attuale situazione di disgregazione del movimento comunista libertario» non poteva essere confuso «con un embrione nella costruzione dell'organizzazione nazionale»(XXXII).
La richiesta di autonomia della Sezione Kronstadt rappresenta in un certo qual modo l'inizio di un processo di disgregazione dell'Oam che portò al suo scioglimento: per ricostruire le modalità con cui l'Oam cessò la propria attività, considerata anche la sostanziale scarsità della documentazione degli anni 1977-1979 conservata nel suo Archivio, sono quindi di fondamentale importanza le interviste rivolte da Luigi Balsamini ad alcuni ex militanti dell'Oam stessa(XXXIII).
Innanzitutto è bene precisare che l’unico a riferire di uno scioglimento formale dell'Organizzazione è Tullio Bugari, che ricorda come ciò avvenne all'inizio del 1979 «in una riunione ristretta ma rappresentativa» che si tenne a casa sua; tale riunione, però, sembra sancire una situazione di fatto già consolidata(XXXIV). Già nel 1977, infatti, alcuni militanti descrivono un contesto in cui l'attività dell'Oam sembra essersi di fatto già avviata verso la conclusione: Michel Mattioli sostiene che «l'inizio della fine» può essere individuato nel periodo successivo al Convegno contro la repressione svoltosi a Bologna dal 22 al 24 settembre 1977 («dopo quella fase non si parlava più di Oam e non ricordo iniziative fatte a nome Oam»), mentre Michele Gianni afferma che nel 1977 «abbiamo smesso di incontrarci come Oam» e che «è venuta meno l'organizzazione regionale».
In estrema sintesi, come riportato da Mattioli, «è successo che, gradualmente, i gruppi delle diverse città hanno cominciato a ridividersi, facendo venire meno il senso di un'organizzazione regionale. Fano lavorava su certe cose, Ancona iniziava a muoversi su altre, mentre i gruppi del Sud delle Marche sono praticamente scomparsi». Una disgregazione graduale dovuta, oltre alle divisioni su cui ci si è precedentemente soffermati, a fattori quali il clima "pesante" generato dall'azione delle Brigate rosse e dalla repressione messa in atto dalle forze di polizia, le istanze fatte emergere dal femminismo, l’adesione di alcuni alla Fai, il tentativo di ricostituzione dell’Unione sindacale italiana (d’ora in avanti Usi) e più in generale, come ricordato da Michele Gianni, dall'«esaurirsi di quella spinta che aveva caratterizzato il movimento degli anni Settanta».
Con riferimento alla testimonianza di Tullio Bugari, l'«ultimo atto significativo dell'Oam» fu la partecipazione, nel 1978, al congresso che avrebbe dovuto sancire la ricostituzione dell’Usi, che però non venne approvata. Secondo Bugari, l'attività dell'Oam proseguì per altri cinque o sei mesi «ma molto allentata».
Nonostante l’attività dell'Oam fosse sostanzialmente cessata, è infine opportuno tenere presente come in alcune circostanze il nome dell’Organizzazione continuò a essere utilizzato, come testimoniato da Michel Mattioli («in realtà qualche volta usammo ancora il nome Oam, ma ci serviva per chiedere degli spazi, per attività strumentali, nonostante non esistesse più una struttura organizzata»).
NOTE
(I) Cfr. Archivio dell’Organizzazione anarchica marchigiana (d'ora in avanti AOam), serie Carteggio amministrativo, fasc. "1972", b. 1, fasc. 1, il verb. di riunione dell'8 ott. 1972, di cui si riporta un estratto: «Riguardo la pregiudiziale di alcuni compagni circa l'autonomia dei gruppi marchigiani rispetto a specifiche organizzazioni nazionali si è discusso sull'attributo da darci. Nella discussione il compagno del Berneri ha chiarito la posizione sul rapporto tra i gruppi, rapporto che deve e può essere unicamente federativo [...] Un compagno del Kronstadt ha ribadito che pur d'accordo è preferibile non darci una etichetta specifica. Alla fine riconfermando l’autonomia dell'insieme dei gruppi ci si è accordati sul darci l'attributo di Organizzazione anarchica marchigiana».
(II) Cfr. ibid., sono i gruppi anarchici invitati alla riunione dell'8 ott. 1972 di cui alla nota I.
(III) Cfr. ibid., il "Patto associativo tra il Gruppo anarchico Kronstadt di Ancona e il Gruppo anarchico Bakunin di Iesi" (s.d.), in cui è specificato che inizialmente l'unione «ha carattere giovanile ed è ristretta ai gruppi di Jesi ed Ancona, comunque è aperta a eventuali aperture».
(IV) Cfr. ibid., "Documento associativo dei gruppi anarchici marchigiani" (s.d.); i gruppi anarchici citati nel documento (firmato da «Gruppi anarchici marchigiani - Cdc presso Gruppo Bakunin»), sono i seguenti: Bakunin (Jesi), 18 marzo (Macerata), Berneri e Kronstadt (Ancona), Gruppi anarchici riuniti di Senigallia, Machno (Civitanova Marche) e i gruppi anarchici di Recanati e Fabriano. Facevano inoltre parte dell'«unione» i compagni isolati di Marotta, Chiaravalle e di altre località non specificate. Per una ricostruzione dell’attività dei gruppi precedentemente alla costituzione formale dell'Oam si rimanda alla documentazione conservata nel fasc.
(V) Cfr. ad esempio ivi, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana (Lettere, circolari, eccetera)", b. 1, fasc. 3, il verb. di riunione del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro del 5 apr. 1975 e ivi, fasc. "Delle Sezioni dell’Organizzazione anarchica marchigiana tra loro. 1975", b. 3, fasc. 22, il rendiconto finanziario intestato a «Oam Sezione Nord» del 18 apr. 1975.
(VI) Vedi ivi, fasc. "Relazioni e Bollettini Commissione Sindacale Interregionale", b. 19, fasc. 21, "Bollettino" della Csi, n. 5, [1975].
(VII) Ibid.
(VIII) Cfr. ad esempio ivi, serie Carteggio amministrativo, fasc. [1974-1975. Documenti dell'Organizzazione anarchica marchigiana], b. 2, fasc. 17, la relazione della Sezione Kronstadt di Ancona ("Oam - situazione, sezioni, commissioni, proposte"), Ancona 18 nov. 1975: i gruppi di Jesi, Macerata e Civitanova sono definiti come «neoclassisti» del Nucleo operativo della Fai; del gruppo Kronstadt di Ancona si ricorda invece come gradualmente si stesse avvicinando «alle posizioni di classe».
(IX) Cfr. Gino Cerrito, La Plate-Forme d'Archinov, disponibile all’indirizzo http://www.nestormakhno.info/italian/cerrito.htm (pagina consultata in data 04/09/2016): «La "Piattaforma" redatta probabilmente da Pietro Archinov (e appunto perciò per lungo tempo presentata come sua opera personale) venne discussa per vari anni da un numeroso "gruppo di anarchici russi in esilio" cui per qualche tempo si aggiunsero persino alcuni giovani polacchi. La sua pubblicazione in lingua russa (e in lingua francese) apparve nel novembre del 1926 sotto il titolo "Plate-Forme d’organisation de l’Union Generale des Anarchistes - Projet", Ed. des Oeuvres internationales des éditions anarchistes-Libraire internationale, Parigi 1962».
(X) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. "Delle Sezioni dell’Organizzazione anarchica marchigiana tra loro. 1974. 1° semestre", b. 2, fasc. 15, circolare interna della Cdc, [1974].
(XI) Cfr. l'intervista di Luigi Balsamini a Tullio Bugari del 3 dic. 2015. Tutte le interviste realizzate da Balsamini e citate nell'ambito della descrizione del record di autorità "Organizzazione anarchica marchigiana" sono contenute in: L. Balsamini, Fonti scritte e orali per la storia dell'Organizzazione anarchica marchigiana (1972-1979). Inventario del fondo archivistico a cura di Matteo Sisti, Bologna, BraDypUS, 2016 (Strumenti, 1), pp. 135-309.
(XII) Cfr. l'intervista a Bugari di cui alla nota XI: Bugari ricorda inoltre che i gruppi aderenti al Nucleo operativo reagirono all'espulsione organizzando a Milano un congresso alternativo, con l'obiettivo di dare vita ad un nuovo soggetto (l'Unione anarchica italiana?), cui però non seguì alcun atto concreto.
(XIII) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. Patto associativo dell'Organizzazione anarchica marchigiana, b. 1, fasc. 8, "pagine libertarie", n. 3, nov. 1973.
(XIV) Ibid., pp. 19-20 ("Posizione del N.O. rispetto al movimento anarchico"), da cui sono tratte le informazioni riportate in riferimento al programma del Nucleo operativo.
(XV) Cfr. l'intervista a Bugari di cui alla nota XI.
(XVI) Vedi nota VIII.
(XVII) Cfr. ivi, fasc. Patto associativo dell'Organizzazione anarchica marchigiana, b. 1, fasc. 8, il "Patto associativo. Premesse teoriche. Principi organizzativi. Strutture organizzative regionali. Proposte per l'organizzazione nazionale", Ancona, 26 mag. 1974 (documento a diffusione interna con un allegato del 24 ago. 1974 titolato "Struttura della sezione in commissioni e responsabili dei servizi").
(XVIII) Il Patto specifica che l'Oam è formata da sezioni e non da gruppi e che queste si compongono di militanti; i «militanti isolati», invece, non fanno capo direttamente all'Organizzazione ma aderiscono alla sezione della città più vicina.
(XIX) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. "[Documenti 1973-1976] da archiviare", b. 2 fasc. 11, la circolare interna della Cdc contenente norme per l’invio della corrispondenza all'Oam in cui si richiede, se possibile: la spedizione di una copia dei documenti a ciascuna sezione oppure la spedizione alla Cdc di tante copie per quante sono le sezioni oppure la spedizione di una sola copia alla Cdc specificando se ulteriori copie sono state trasmesse alle diverse sezioni.
(XX) Cfr. ad esempio ivi, fasc. "1972", b. 1, fasc. 1, la circolare interna del 26 nov. 1972 in cui si stabilisce che la cassa comune dell'Oam è affidata alla Cdc, che mensilmente è tenuta a presentare il resoconto finanziario.
(XXI) Vedi nota VI.
(XXII) Ivi, fasc. "[Documenti 1973-1976] da archiviare", b. 2, fasc. 12, la circolare interna contenente il verbale di riunione dell'Oam del 27 dic. 1975: la Cdc «è affidata al compagno A. della Sezione di Ancona».
(XXIII) Ibid.
(XXIV) Cfr. ivi, fasc. "Delle Sezioni dell’Organizzazione anarchica marchigiana tra loro. 1974. 2° semestre", b. 2, fasc. 16, comunicazione della Cdc, Jesi 28 nov. 1975.
(XXV) Vedi nota VIII.
(XXVI) Cfr. AOam, serie Carteggio amministrativo, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana (Lettere, circolari, eccetera)", b. 1, fasc. 3, l'allegato alla relazione di "Verifica Oam" in ampliamento al punto Oam-Ocl, Ancona 31 gen. 1976.
(XXVII) Cfr. ivi, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana. Circolari, lettere, eccetera", b. 3, fasc. 19, la lettera dei compagni di Ancona a tutti i compagni delle Sezioni dell'Oam "Sul perché della nostra richiesta di autonomia: ovvero l'Oam intesa come organizzazione di sintesi", Ancona 29 dic. 1976.
(XXVIII) Ibid.
(XXIX) Ibid.
(XXX) Ibid.
(XXXI) Cfr. l'intervista di Luigi Balsamini a Nicola Sabatino del 24 lug. 2015. Vedi anche AOam, serie Documenti a stampa, sottoserie Fascicoli organizzati per tipologia documentaria e autore, fasc. [Fronte libertario della lotta di classe], b. 20, fasc. 24.
(XXXII) Vedi ivi, serie Carteggio amministrativo, fasc. "Organizzazione anarchica marchigiana. Circolari, lettere, eccetera", b. 3, fasc. 19, la lettera della Commissione per l'Oam e organizzazioni diverse, Livorno 22 set. 1977.
(XXXIII) Oltre alla già citata intervista a Tullio Bugari (vedi nota XI), i militanti dell'Oam intervistati da Luigi Balsamini cui ci si riferisce sono i seguenti: Michele Gianni (intervista del 15 set. 2015), Michel Mattioli (intervista del 19 dic. 2015), Patrizio Nocchi (intervista del 4 feb. 2016).
(XXXIV) È significativa a questo proposito anche la testimonianza di Michel Mattioli: «Come dissi scherzando tempo fa in un'occasione in cui ci siamo rivisti, ancora aspetto una comunicazione "ufficiale" della chiusura dell’Oam».
Istituito nel 1925 con regio decreto 1767, dal 1998 è trasformato da ente pubblico a fondazione.
La RAI nasce a Torino il 27 agosto 1924 con il nome di Unione Radiofonica Italiana (URI), sotto forma di Società anonima, con la fusione tra la società Radiofono di Guglielmo Marconi e la SIRAC.
Il Comitato provinciale dell'ANPI di Pesaro e Urbino si è costituito a Pesaro il 1 Novembre 1944. Il 29 novembre 1944 il Comitato, comunica al Sindaco del Comune di Pesaro la nascita dell'Anpi inviando copia del verbale della riunione dove, con la delibera n. 1 del 23 novembre 1944, si nomina Presidente Giuseppe Alciati, che figura nel documento ancora con il nome partigiano di “Bruno Valle”, Segretario Alfio Mauri e Cassiere Siro Lupieri. Alla riunione del Comitato provvisorio sono presenti anche rappresentanti delle tre Brigate partigiane della provincia: Ottavio Ricci, Roberto Carrara, Siro Lupieri, Aldo Carboni, Giuseppe Mari, Urbano Vampa, Manna e Adolfo Andreoni e due appartenenti al Comitato di liberazione nazionale (Armando Lugli per il Partito d’Azione e Cesare Del Vecchio per il Partito socialista).
Con una successiva delibera, la n. 2 del 29 novembre 1944, si costituisce il Comitato di assistenza ai partigiani e la Presidenza viene assegnata al Sindaco del Comune di Pesaro. L'ANPI avvia la sua attività con lo scopo di contribuire all'opera della ricostruzione e di assistenza alle popolazioni più bisognose, affiancandosi all'attività delle autorità italiane e alleate.
Successivamente nei mesi di novembre e dicembre 1944 si organizzano le Sezioni comunali e sotto sezioni nei comuni più grandi e si vivacizza la campagna per incrementare le domande di iscrizione all'ANPI. In breve tempo gli iscritti all'Associazione raggiungono il numero di 2.200 di cui 1.800 riceveranno in seguito il riconoscimento di Partigiani e Patrioti dalla Commissione regionale marchigiana. Parallelamente al lavoro per completare e migliorare l'organizzazione interna dell'Associazione, l'ANPI dà avvio ad una serie di iniziative inerenti la ricostruzione, l'assistenza e la valorizzazione della Resistenza, oltre ad attività politiche, culturali e sportive. L'ANPI provinciale è stata infatti fin dalla sua costituzione molto attiva a fornire sostegno materiale e morale dei partigiani e a mantenere viva nel contesto sociale, politico e culturale la memoria del contributo degli antifascisti alla liberazione dal nazifascismo.
L’attività di assistenza ai partigiani e alle loro famiglie inizia subito nei primi mesi dopo la liberazione grazie al ruolo che viene riconosciuto all'Anpi, a partire dal D.l. n. 319 del 9 novembre 1944, che aveva istituito la "Commissione nazionale per i patrioti dell'Italia Liberata”.
Con il Decreto legge n. 110 del 1 marzo 1945 viene costituito l'Alto Commissariato per i reduci per provvedere all'assistenza morale e materiale, al reinserimento nel contesto sociale e professionale dei militari, ex internati e patrioti, dove nello specifico, all'Art. 5, si prevedeva che le azioni previste dal Decreto legge dovessero essere svolte per mezzo dell'Associazione nazionale combattenti, dell'Associazione nazionale partigiani d'Italia (ANPI) e delle altre istituzioni ed enti esistenti, secondo le rispettive competenze.
Alla luce del Decreto legge viene costituito a Pesaro nel maggio 1945 il "Comitato Assistenza Reduci"sotto la presidenza del Prefetto. Il contributo dell'ANPI riguarda il trasferimento dei reduci provenienti dalla Germania e l’allestimento di alloggi e mense per i reduci in transito.
L’attività assistenziale svolta dall'Anpi comprende anche la realizzazione dell’Ospedale del Reduce, finanziato inizialmente dalla Prefettura e, dal 1 gennaio 1946, gestito direttamente dall'Anpi. L'Ospedale forniva un'assistenza ambulatoriale, a cui venivano sottoposti tutti i reduci, al loro rientro con una prima visita di controllo; l’assistenza, fornita dai medici e farmacisti gratuitamente, ai reduci sul territorio provinciale; il ricovero nell'ospedale, capace di circa 200 posti letto, dei più gravi indirizzati dai Sindaci della provincia; l’assistenza specialistica, fornita dai professionisti di Pesaro, mediante convenzione a tariffe molto modeste.
Fra le attività a sostegno dell’occupazione si deve all'Anpi la costituzione della Cooperativa edilizia "La Patriottica" nata con l'intento di fornire lavoro e costruire case agli stessi soci della cooperativa.
Un’altra importante attività intrapresa dal Comitato provinciale riguarda la bonifica del territorio minato della Valle del Foglia.
Fra le attività che l'Anpi svolge per incarico delle istituzioni rientra anche il servizio annonario, alle dipendenze della Questura di Pesaro, attraverso una squadra annonaria con il compito di effettuare sopralluoghi e controlli nei mulini, nei frantoi e nei granai. Il servizio viene affidato ad agenti scelti tra i partigiani e reduci.
Nella relazione manoscritta, allegata al registro dei verbali, dal titolo “Attività dell'ANPI di Pesaro nel periodo successivo alla Liberazione" si trova dettagliatamente descritta l’attività di assistenza rivolta ai partigiani e alle loro famiglie in particolare stato di bisogno che si trovavano in difficoltà economiche o alle famiglie disastrate dalle rappresaglie tedesche o fasciste fin dai primissimi giorni dalla sua costituzione.
L'elargizione di sussidi e la distribuzione di capi di vestiario veniva decisa dal Comitato di assistenza dopo attento esame della documentazione e valutazione della situazione economica degli interessati. Gli assistiti nella zona di Pesaro nei primi mesi dopo la Liberazione sono numerosi; ad essi si aggiungono gli assistiti delle varie Sezioni su cui il Comitato di assistenza svolge un’azione di controllo. I fondi per l'assistenza vengono reperiti anche attraverso sovvenzioni volontarie da parte di persone più facoltose, dal ricavato di attività ricreative e a carattere sportivo e dagli stanziamenti di Enti pubblici.
Nei primi mesi dalla sua costituzione è anche attiva la propaganda per l'arruolamento dei volontari nel Corpo italiano di liberazione. E' un'attività che porterà ad un numero consistente di arruolati nel CIL, soprattutto ex partigiani, per i quali la liberazione della provincia pesarese e l'attacco alla Linea Gotica aveva costituito il preludio alla fine della guerra in Italia e in Europa.
Con la liberazione, fin dal novembre 1944, l'attività principale dell'ANPI provinciale è rivolta al riconoscimento della qualifica di "partigiano", ovvero all'identificazione di chi avesse titolo a far parte dell'Associazione e a goderne dei benefici anche economici. Il ruolo di "certificatore" per l'ANPI era stato formalizzato dopo il 14 agosto 1944 quando il CLNAI aveva dichiarato nulli tutti i riconoscimenti rilasciati dai comandi partigiani. Dalla fine del 1944 successivi atti legislativi regolano il riconoscimento delle qualifiche, definiscono le forme di assistenza ai patrioti e ai partigiani e confermano il ruolo istituzionale dell'ANPI.
Infatti, dopo il Decreto Legge n. 319 del 9 novembre 1944, che aveva istituito la Commissione nazionale per i patrioti dell'Italia liberata e il decreto legge n. 110 del 1 marzo 1945 che prevedeva la costituzione dell'Alto Commissariato per i reduci, con il Decreto Legge n. 158 del 5 aprile 1945 si unificano le due Commissioni prevedendo una presenza maggioritaria di componenti appartenenti all'Anpi. L’articolo 3 prevede infatti che la Commissione istituita a Roma dovesse essere presieduta da un rappresentante dell’ANPI e composta da dieci componenti, di cui due ufficiali delle Forze armate, sei designati dall'Associazione nazionale partigiani d'Italia, un rappresentante dell'Associazione nazionale dei combattenti e un rappresentante dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra.
Con il D.l. n. 224 del 5 aprile 1945 l'Anpi viene inoltre riconosciuta Ente morale e riconosciuta la personalità giuridica. Lo Statuto, approvato con il Decreto legge, ammetteva l'iscrizione all'Anpi come soci effettivi solo ai partigiani combattenti, ma prevedeva il riconoscimento di coloro che avessero compiuto atti di particolare coraggio senza le armi.
Infine con il Decreto legge n. 518 del 21 giugno 1945 viene razionalizzata per legge la materia del riconoscimento delle qualifiche partigiane, si conferma la centralità dell'Anpi quale garante del corretto svolgimento delle procedure e si sancisce l'acquisizione del termine "partigiano" nella regolamentazione giuridica, definendone le varie tipologie in ragione dei diversi teatri di guerra e ai compiti svolti.
Dopo il primo anno dalla sua costituzione, quando l’attività è soprattutto rivolta all'assistenza materiale ai partigiani e alle pratiche di riconoscimento e, dopo un primo appuntamento congressuale, tenuto nel gennaio 1945, nel settembre 1946 si tiene il I Congresso dell'ANPI provinciale. Nel 1947 si segnala il Convegno della corrente garibaldina e due congressi, il 2. e il 3., ambedue nel 1948, dove agli aspetti organizzativi e associativi si aggiungono i temi politici che troveranno ampia rilevanza nel Convegno provinciale dei partigiani tenuto a Pesaro nel Salone della repubblica del Teatro Rossini il 18 dicembre 1949 dedicato alla difesa della Costituzione e dei valori della Resistenza.
Dopo Giuseppe Alciati, la presidenza, dal 1948 al 1956, passa a Erivo Ferri e l’intensa attività prosegue negli anni Cinquanta e Sessanta con la segreteria di Roberto Carrara (1948-1960) e con quella di Renato Ortolani, ma rallenta poi con la sua morte, nel 1971. Siro Lupieri infatti, nel febbraio del 1972, segnala con una lettera (che si conserva fra la sua corrispondenza) alla Segreteria della Federazione del PCI di Pesaro la cessazione dell'attività e le difficoltà economiche per mantenere la sede e sollecita l'interesse del partito per individuare una possibile soluzione.
La ripresa dell'attività dell'ANPI provinciale si ha a partire dall'Assemblea degli iscritti, tenuta a Pesaro il 1 ottobre 1979, seguita dopo pochi mesi dal Congresso provinciale del 23 marzo 1980. Il Comitato provinciale eletto al Congresso nomina Carlo Paladini Presidente e Renato Pezzolesi Segretario. Con il nuovo Comitato provinciale si aprono due decenni di intensa attività che vedono l’ANPI protagonista nel contesto politico e culturale della Provincia. L’ANPI recupera un ruolo privilegiato nei rapporti con gli enti locali, in particolare con la Provincia, grazie al quale le celebrazioni degli eventi della guerra di liberazione ottengono un riconoscimento istituzionale così come emerge dalla ricca documentazione relativa alle celebrazione del 40. e del 50. della Liberazione.
La valorizzazione del contributo dei partigiani alla Liberazione e la tutela dell'onore contro forme di vilipendio e speculazione sono obiettivi prioritari per l'Anpi fin dalla sua costituzione, per questo motivo grande attenzione viene indirizzata verso la conservazione della memoria e la promozione degli studi rivolti a mettere in rilievo il ruolo dei partigiani nella guerra di liberazione. Nel 1950 nell'ambito di un Convegno nazionale dedicato alla storia della Resistenza Pajetta aveva posto il problema degli archivi e della conservazione dei materiali a fini storici, proponendo l'istituzione di una Commissione per la storia della Resistenza per la raccolta di “memorie” e la raccolta e selezione dei documenti.
Su questa linea d'azione l'Anpi provinciale, con gli anni Ottanta, in aggiunta alle iniziative rievocative degli eventi resistenziali, avvia una importante attività di ricerca storica, con la collaborazione dell’Istituto storico, promuovendo studi, convegni, mostre e pubblicazioni che, grazie alla partecipazione di studiosi italiani e stranieri, costituiscono un fondamentale contributo per la storia politica, economica, militare e sociale del territorio provinciale.
Questa attività ha prodotto la pubblicazione di ricerche storiche sia con taglio scientifico che divulgativo. Tra l'attività degli anni Ottanta sono da segnalare i sei volumi dei quaderni storici IDERS composti di saggi miscellanei che spaziano su vari aspetti della storia del Novecento nella provincia e il volume curato da Giorgio Rochat, Enzo Santarelli e Paolo Sorcinelli: “Linea Gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani”, pubblicato dall'editore Franco Angeli nel 1986, che si è servito di un notevole apparato documentario sia nazionale che estero acquisito nel corso delle ricerche realizzate per il Convegno internazionale: “Linea Gotica 1944” del settembre 1984.
Con gli anni Novanta, l'attività editoriale si è ulteriormente intensificata con la creazione, presso la casa editrice CLUEB di Bologna, della collana “Cerchi concentrici”. I testi della collana spaziano dalla Prima guerra mondiale al fascismo e dalla Resistenza alla ripresa democratica, oltre alla realizzazione del periodico dell'Anpi provinciale di Pesaro e Urbino "Memoria Viva".
A partire dagli anni Ottanta l’Anpi insieme all'Istituto rivolge una particolare attenzione al mondo della scuola, svolgendo una importante attività di aggiornamento per gli insegnanti delle scuole elementari e medie anche attraverso un progetto di didattica che utilizzava metodologie e linguaggi differenti. L’iniziativa, nata nel 1982 come “La didattica della storia contemporanea come ricerca”, ha coinvolto centinaia di classi di tutta la provincia.
Con la fine degli anni Ottanta si inaspriscono i contrasti fra la Presidenza di Carlo Paladini e l’Istituto storico e, con il Congresso del 1991, la Presidenza passa a Sandro Severi e la Segreteria a Sebastiano Presti. Con le dimissioni di Severi la Presidenza passa a Giovanni Bischi.
Nell'ultimo decennio l’attività istituzionale dell'Anpi in occasione delle rievocazioni degli eventi legati alla Resistenza e alla Liberazione, è proseguita sia autonomamente sia in collaborazione con l'ISCOP e con la Biblioteca Vittorio Bobbato con convegni, incontri e presentazioni di libri e anche attraverso la valorizzazione del proprio patrimonio documentario. In particolare sono da segnalare le esposizioni dei manifesti che rappresentano una importante testimonianza a partire dagli anni del primo dopoguerra.
La sede dell'Associazione fino al 1946 è a Pesaro in Via Diaz, al n. 7, nel 1950 viene utilizzata anche Via Mazzini al n. 10 come magazzino e nel 1969 la sede si sposta in via Mazzini al civico 49. Negli anni Settanta e fino al 2000 la sede è stata condivisa con l’Istituto storico della resistenza (oggi ISCOP) in Piazzetta Baviera e, successivamente alla separazione dall'Istituto, è stata trasferita nel 2004 in Viale della Vittoria al n. 127 in spazi autonomi. Nel 2019 la sede si è di nuovo trasferita in via Gramsci presso l'Amministrazione provinciale.
Nel 1586 papa Sisto V onora Montalto con il titolo di città, istituisce la fiera, fa aprire la zecca, una tipografia, un lanificio, sovvenziona l'Abbondanza, il Monte di Pietà e un pio legato per maritare zitelle. Nello Statuto organico della Congregazione di Carità del 1892 si legge che l'Opera Pia Peretti fu istituita il 3 agosto 1629 ed ha per scopo di distribuire sussidi in pane ai poveri di Montalto e la creazione di un ospedale.
I Monti di Pietà si svilupparono prevalentemente nelle zone urbane ed esercitavano il prestito contro pegno. La data di fondazione si pone alla fine del secolo XV come quella dei Monti frumentari. Il fondo del Monte di Pietà di Montalto delle Marche contiene documentazione che va dal 1587 fino al 1828; altra documentazione è stata concentrata fra le carte della Congregazione di Carità. Nello Statuto organico della Congregazione di Carità datato 8 agosto 1892 si legge che il Monte di Pietà di Montalto fu eretto ad ente morale con Breve pontificio di Paolo V il 10 luglio 1615 e venne unito alla Congregazione di Carità con R. Decreto l'8 giugno 1865, Esso aveva per scopo di sovvenire il povero ed il bisognoso con prestiti in denaro sopra pegni dietro corrisposta di un interesse il più strettamente modico e limitato.
Di origine medievale, Patrignone fu possedimento farfense dal 1074, per essere poi ceduta alla città di Ascoli. Dopo essere stata a lungo frazione di Montalto, fu comune autonomo dall'età napoleonica fino all’Unità d’Italia. Nel 1866 fu aggregata di nuovo all'attuale capoluogo, dal quale dista soli 2 km. Conserva l'impianto storico, suggestivamente incastonato nel paesaggio collinare, con porte, residue di una cinta muraria, ed edifici dei secoli XV - XVII, fra cui la chiesa romanico-gotica di Santa Maria de Viminatu. Anche Patrignone in quanto castello di Ascoli prende parte all'annuale Torneo cavalleresco della Quintana.
I monti frumentari chiamati anche granatici o di soccorso si ponevano l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita degli agricoltori salvando gli strati più poveri della popolazione dalla piaga dell'usura. La data di fondazione di tali istituzioni è presumibilmente, da porre verso la fine del secolo XV, anche se il periodo di massimo sviluppo si ebbe nel secolo XVIII grazie al forte impulso dato dal papa Benedetto XIII nel 1724. In seguito i monti frumentari restarono vitali fino alla metà del secolo XIX. Nel 1890 la Legge Crispi n. 6972 incluse i monti frumentari tra le opere pie affidandoli all'amministrazione delle locali Congregazioni di Carità. La documentazione del Monte frumentario di Montalto delle Marche più antica risale al 1581 con un" Libro dell'amministrazione del Molino" mentre la restante parte è stata inglobata all’interno del fondo della Congregazione di Carità; nel 1895 subì una trasformazione che divise il suo patrimonio a metà fra la Cassa di Prestanze agrarie e l’erezione di un ospedale a Montalto.
Con testamento redatto dal notaio Marota in data 24 aprile 1887, Spinelli Daniele destinò che con i frutti di un lascito di £ 2000 si fosse formata una elemosina per i poveri malati di Patrignone con precedenza agli anziani infermi. In caso di prematura morte del figlio (unico erede) tutti i suoi beni sarebbero dovuti servire per la costruzione di un “ospedaletto”. Il lascito fu amministrato dal Parroco e dai Prebendati della Chiesa Priorale di Patrignone. Nel 1904 anche il fratello Don Angelo Spinelli (esecutore testamentario di Daniele) dispose che con l’affitto di un suo terreno si provvedesse ai sussidi per i poveri di Patrignone.
Giacomo Fioroni di Porchia, con testamento redatto dal notaio Marota in data 4 marzo 1874 dispose che la sua eredità, alla morte della moglie avvenuta nel 1876, fosse destinata alla costruzione di un ospedale nel suo paese. Gli amministratori, i tre curati di Porchia, decisero di utilizzare i fondi per istituire un ospedale di soccorso a domicilio che aiutasse i malati poveri con sussidi e medicinali.
Con il testamento redatto dal notaio Marota in data 14 dicembre 1873, Felice Graziani di Porchia lasciò i suoi beni (disponibili dopo la morte della moglie Loreta) ai curati del paese; il 5 marzo del 1882 i parroci incorporarono l’eredità ai beni dell’Ospedale di soccorso a domicilio già esistente in detto comune.
Il fondo della Banda Municipale di Montalto delle Marche è composto da una sola busta contente carteggio, contabilità e spartiti (1914-1959), sul dorso della busta era indicata la dicitura “Ufficio postale pontificio”. All’interno di quest’unico pezzo non si sono riscontrate informazioni utili a capire la data di fondazione e il periodo di attività della banda; né si può escludere che ci siano altre unità di questo soggetto produttore magari collocate negli altri locali che ancora conservano la documentazione dei vari archivi Montaltesi.
Il Partito democratico italiano di unità monarchica (PDIUM) si costituisce l'11 aprile 1959 in seguito alla riunificazione dei due partiti d'ispirazione monarchica allora presenti in Parlamento, che si erano divisi circa cinque anni prima: il Partito nazionale monarchico (PNM) di Alfredo Covelli e il Partito monarchico popolare (PMP) di Achille Lauro. Il nuovo partito prende inizialmente la denominazione di Partito democratico Italiano (PDI), per poi modificarla il 7 marzo 1961 in quella, appunto, di Partito democratico italiano di unità monarchica (PDIUM). Il 10 luglio 1972, il Consiglio nazionale del PDIUM delibera lo scioglimento del partito e la confluenza nel Movimento sociale italiano - Destra nazionale, mentre una piccola parte del partito, più legata all'ispirazione liberale e risorgimentale, rifiuta di entrare del MSI-DN e dà vita ad Alleanza monarchica. Il congresso del MSI-DN, nel gennaio 1973, introduce ufficialmente il nuovo nome nello statuto del partito, elegge segretario Giorgio Almirante, presidente Alfredo Covelli e presidente del Consiglio nazionale Achille Lauro dell'ex del PDIUM.
L'Unione monarchica italiana si costituisce il 1 ottobre 1945 a Firenze, dove si è tenuto il primo congresso. La nuova associazione assume la denominazione provvisoria di "Unione Monarchica Italiana", e, il 20 ottobre, riceve l'autorizzazione da un'omonima organizzazione romana a utilizzare questa sigla in cambio della promessa di gestire il movimento giovanile della neonata associazione monarchica, il Fronte monarchico giovanile. La sua finalità era l'instaurazione, con metodo democratico, della monarchia costituzionale in Italia in caso di sconfitta nel referendum istituzionale.
Con la vittoria della repubblica sulla monarchia al referendum del 2 giugno 1946, l'Unione monarchica italiana diventa inizialmente un movimento elitario, composto principalmente da personalità di spicco dell'ex Regno d'Italia, nel 1961, con l'elezione di Sergio Boschiero a segretario nazionale del Fronte monarchico giovanile, l'associazione assume una connotazione nazional-popolare. Con la morte del re Umberto II, nel 1983, e l'allontanamento di Boschiero dalla dirigenza inizia la fine dell'attività politica del movimento, restando quella di testimonianza.
L'associazione viene creata con atto costitutivo al quale sono presenti noti esponenti del mondo libertario italiano (a partire dagli scomparsi Marina Padovese, anarchica antimilitarista autrice di Donne contro la guerra, e Guido Tassinari, presidente dell'ASSTER, associazione per la sterilizzazione volontaria maschile e femminile).
L'ispirazione per la nascita dell'associazione viene dalle discussioni e dagli incontri dei meeting anticlericali, svoltisi a Fano dal 1984 al 1998. È in tale contesto che lo studioso di diritto ecclesiastico Gianni Cimbalo propone gli articoli principali dello Statuto.
L'idea dei fondatori è quella di riprendere il gesto compiuto da Aldo Capitini il 27 ottobre 1958, con la sua lettera all'arcivescovo di Perugia nella quale egli rendeva nota la sua volontà di non essere più considerato e contato tra i battezzati cattolici. Il battesimo cattolico, pur non avendo alcun valore legale, poiché la religione cattolica non è religione di Stato, è tuttavia considerato una delle basi di calcolo della Chiesa cattolica per il computo del numero dei cattolici, numero su cui si fonda parte della forza contrattuale dell'istituzione religiosa con gli Stati.
La Dichiarazione di Sbattezzo viene lanciata in quegli anni dall'Associazione come atto in preminenza culturale e politico, rigettando qualsiasi forma di amministrazione rituale ma anzi dando rilievo al gesto di libertà che prende forma sociale e pubblica. La presidenza della Associazione è retta da Francesca Palazzi Arduini dal 1986 sino al 1998. Da allora l'Associazione non ha rinnovato gli incarichi e si è formalmente sciolta il 2 ottobre 2005. L'eredità della Associazione è stata raccolta dalla Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti che ha dato un nuovo impulso al movimento di abiura grazie alla costituzione in Italia dell'istituto di Garanzia della privacy. Questi ha risposto nel 1999 all'esposto di un socio che chiedeva la notifica di sbattezzo sul registro dei battezzati della parrocchia di origine.
L'attività della Associazione per lo sbattezzo negli anni ottanta e novanta è consistita non solo nella raccolta di adesioni ma nel supporto all'organizzazione dei Meeting Anticlericali di Fano, in conferenze e dibattiti pubblici in tutta Italia, alcune delle quali fecero scalpore e destarono scandalo nella opinione pubblica cattolica (come I guasti psicologici della educazione religiosa del prof. Alberto Pettigiani) tanto da attirare l'interesse del Magistrato Luigi Persico che nel 1986 dichiarò pubblicamente alla stampa di voler indagare sulla Associazione per verificarne la liceità, come venne riportato da L'Espresso. Il Vaticano, inoltre, spedì una nota alla Farnesina chiedendo spiegazioni circa l'attività pubblica svolta dalla Associazione e soprattutto dello svolgimento in strutture pubbliche dei meeting anticlericali, facendo di Fano un centro di dibattito e scambio culturale sui temi della laicità e per un nuovo concetto di anticlericalismo, non più cioè quello ottocentesco ma quello politicamente attuale che prende in considerazione la funzione negativa, dal punto di vista spirituale e sociale, del clero. A questo proposito sono degni di nota i dossier e gli interventi della Associazione sul meccanismo dell'otto per mille, sulla attività finanziaria della Chiesa cattolica (con la mostra Settimo: non rubare).
In migliaia di copie venne distribuito l'adesivo Papa Wojtyla? No, grazie! che, riprendendo il famoso slogan antinuclearista, lo trasponeva in ambito religioso. Nel 1994 la presidente dell'Associazione, congiuntamente ad un altro attivista del circolo culturale N. Papini di Fano (sede nazionale dell'associazione) viene condannata a un anno di detenzione, diminuito ad otto mesi, per vilipendio a capo di Stato estero, o meglio, secondo il dispositivo per aver ripetutamente vilipeso il Sommo Pontefice con espressioni ed immagini gravemente lesive della sua dignità e funzioni; la condanna viene stabilita senza chiedere il nulla osta al ministero, come previsto dalla legge in questo caso, e con la richiesta di assoluzione da parte del pubblico ministero. La condanna verrà successivamente ritirata in corte d'appello nel 1998.
Attraverso l’azione del Coordinamento comunista anarchico (d'ora in avanti CCA), che con il Circolo Papini condivideva la sede di Fano in via Garibaldi, prosegue seppure solamente per qualche anno (probabilmente non oltre il 1987), l’attività politica svolta negli anni Settanta dalla Sezione Nord dell’Organizzazione anarchica marchigiana - OAM (l’organizzazione si sciolse nel 1979). Non è un caso, del resto, che la denominazione assunta dal CCA richiami esplicitamente quella del Coordinamento anarchico provinciale di Pesaro, l’organizzazione che riuniva gli anarchici di quella zona prima che la stessa entrasse a far parte dell'OAM, modificando il proprio nome in Sezione Nord. A dimostrazione della ‘continuità’ dell’azione del CCA rispetto a quella svolta dall’OAM, è opportuno ricordare la testimonianza di Federico Sora, militante dell'OAM e tra i principali animatori del Circolo, che ripercorre quanto accaduto negli anni immediatamente successivi allo scioglimento dell’Organizzazione anarchica marchigiana:
"Io comincio a lavorare […] nel 1979, l’anno successivo inizia il lavoro stabile e iniziano anche i miei incarichi sindacali sul posto di lavoro. Contemporaneamente abbiamo ripreso l'attività anarchica. Nel 1981 il luogo di incontro era inizialmente casa di Michel, a Fano ai Piattelletti, con la presenza di Donato e altri di Pesaro, poi, nel 1982, abbiamo aperto la sede in via Garibaldi come Centro di documentazione Napoleone Papini. La gestione era divisa a metà tra il collettivo femminista e il nostro gruppo che avevamo denominato di nuovo, richiamandoci all'esperienza di qualche anno prima, Coordinamento comunista anarchico (CCA), sempre su base provinciale. Dopo circa un anno le femministe hanno lasciato la sede mentre noi abbiamo continuato a frequentarla e nuove persone si sono aggregate. Nella pratica del CCA portammo l’esperienza e il modo di fare appreso nell'OAM, con discussioni continue e l’appuntamento fisso – qualsiasi cosa succedesse – il giovedì sera […] Ora che non ho più un riferimento d’incontro periodico sento che quelle riunioni mi mancano molto, non erano un rito o una funzione religiosa, erano un momento di discussione che arricchiva collettivamente, un metodo che non ho ritrovato in altre organizzazioni o nel sindacato in cui sono ancora attivo. Mi ricordo anche gli immancabili verbali riassuntivi delle riunioni fatti in molteplici copie a uso sia degli assenti che dei presenti, per rimarcare quanto detto e deciso. Anche se si usavano le indimenticabili veline, abbiamo sicuramente dato il nostro contributo alla deforestazione! Come quanto avevo già vissuto nelle riunioni dell’OAM, anche quelle del CCA sono state un’esperienza ricca e positiva; mi è capitato di partecipare ad alcune riunioni indette da partiti o partitini di extrasinistra ma la differenza era totale: noi discutevamo e poi decidevamo, gli altri dovevano solo articolare la linea decisa dai vertici del partito oppure organizzare le iniziative decise dal gruppo politico. Poi, pian piano, l’attività del Coordinamento, anche per la partecipazione di persone dal percorso politico meno omogeneo, si è trasformata in attività del Circolo culturale Napoleone Papini, non più espressione di una linea politica specifica ma che raccoglieva diverse sensibilità. Dal 1984 abbiamo iniziato a organizzare a Fano i Meeting anticlericali, cosa che si continuerà a fare con grande impegno per quasi quindici anni".
Gli obiettivi politici del CCA, sintetizzati nell’editoriale del 6 aprile 1983 pubblicato nel secondo numero di “Alta Tensione” (bollettino stampato dal Coordinamento), confermano quantomeno la volontà, da parte del CCA, di agire in continuità con l’azione già svolta dall’OAM:
"Da questo mese in via Garibaldi a Fano, è aperta ufficialmente la sede intestata al Centro di documentazione Napoleone Papini […] Questa sede ospiterà sia il CCA sia il Collettivo Femminista di Fano. Lo sforzo finanziario ed organizzativo che ci proponiamo di sostenere ha il valore di un investimento politico: la riapertura di una sede libertaria a Fano come punto di riferimento per i lavoratori e i compagni che intendono confrontarsi per organizzare iniziative di lotta e controinformazione. Una sede politica significa anche poter disporre di pubblicazioni e informazioni che siano accessibili a tutti, al fine di consentire la circolazione di materiale alternativi per la crescita politica di ciascuno. […] Qualcuno potrebbe trovare discutibile la necessità di una sede politica in questi tempi di disimpegno, tuttavia è proprio in questi periodi di arretramento del movimento di classe che le minoranze rivoluzionarie hanno il compito di recuperare l’agibilità di luoghi pubblici specifici per ricucire il dibattito, per riprendere l’iniziativa, per organizzare i dati dell’attività di controinformazione".
Come ricorda Sora, negli anni successivi, l’attività del CCA, di fatto, è confluita nell’azione del Circolo Papini,
Gruppo attivo sicuramente tra il 1981 ed il 1985, ha condiviso la sede di Fano, in via Garibaldi, col Circolo culturale Papini.
Ha organizzato iniziative diverse relative al tema dell'antimilitarismo.
L'Osservatorio si è costituito al Meeting Anticlericale del 1992 con lo scopo di indagare sulla portata e l'estensione degli attacchi alla libertà femminile portati contro le donne da parte delle religioni considerate 'integraliste' (prime fra tutte in Italia la Chiesa cattolica).
Ha sede presso il Circolo culturale Papini di Fano.
Associazione culturale femminile. Nasce nell'aprile del 1990 dalla necessità e dal desiderio di alcune donne (provenienti da esperienza di teatro, danza, pittura e scultura) di praticare e sviluppare una ricerca ancora assente nel nostro territorio. Questa ricerca si fonda sulla autenticità femminile in campo artistico, espressivo, culturale e si muove dalla realtà della differenziazione sessuale: esseri umani di sesso diverso, cioè, creano anche in modo diverso. Su queste basi l’associazione produce spettacoli e seminari teatrali, organizza laboratori, mostre, concerti.
Ha sede a Fano e a Pesaro, presso la Casa delle donne, almeno fino al 1993.
Palmiro Togliatti nasce a Genova il 26 marzo 1893 da famiglia piemontese. Il padre Antonio è impiegato statale, la madre Teresa Viale maestra. Nel 1911 vince, presso l'Università torinese, una borsa di studio del collegio Carlo Alberto per gli studenti delle province del vecchio Regno di Sardegna e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza. In questo periodo ha inizio l'amicizia con Gramsci. Nel 1914 entra nel Psi e nel 1915 comincia la partecipazione alla politica attiva. Nello stesso anno si laurea con Luigi Einaudi, discutendo una tesi di economia politica sul regime doganale delle colonie. Nel 1918 comincia le collaborazioni al «Grido del popolo» e nel 1919 diviene redattore dell'edizione torinese dell'«Avanti!». Nel mese di aprile, con Gramsci, Tasca e Terracini, fondò L'Ordine nuovo», settimanale di cui cura la rubrica «La battaglia delle idee». Nel 1921, al momento della fondazione del Pcd'I, è caporedattore de «L'Ordine nuovo», divenuto quotidiano. Dall'ottobre si trasferisce a Roma per dirigere «Il Comunista». Nel 1922 viene eletto nel Cc dal II congresso del Pcd'I. Per contrasti con Bordiga viene escluso dalla delegazione che partecipa al IV congresso dell'Ic. Il 28 ottobre sfugge fortunosamente agli squadristi che devastano la redazione de «Il Comunista» e in novembre si trasferisce a Torino. Nell'aprile del 1923 è nominato membro nella direzione del partito in Italia. Il 21 settembre viene arrestato per la prima volta e rinchiuso a San Vittore dove rimane fino alla fine dell'anno. Nel 1924 svolge la relazione politica di maggioranza alla I conferenza nazionale del Pcd'I. Durante l'estate dello stesso anno partecipa al V congresso dell'Ic e viene chiamato a fare parte dell'esecutivo. Nominato nel Cc del Pcd'I eletto d'autorità dall'Ic, torna nuovamente membro dell'esecutivo. Il 2 aprile 1925 viene arrestato per la seconda volta e rilasciato per amnistia il 29 luglio. Al congresso di Lione è confermato nell'esecutivo e nominato rappresentante del Pcd'I presso l'Ic. Giunto a Mosca il 14 febbraio, vi resta fino al gennaio dell'anno successivo quando assume la direzione del centro estero del partito, costituitosi a Parigi. Qui comincia a dirigere «Lo Stato operaio», rivista teorica del Pcd'I. In maggio partecipa all'VIII esecutivo allargato dell'Ic. Nel luglio il centro estero del partito viene spostato a Lugano e nel 1928 viene trasferito a Basilea, dove in gennaio si svolge la II conferenza nazionale del Pcd'I. Nel luglio Togliatti si trasferisce a Mosca dove partecipa al VI congresso dell'Ic. Nel gennaio 1929 viene arrestato ed espulso dalla Svizzera. In luglio, prende parte al X esecutivo allargato dell'Ic. Nel 1931 partecipa al IV congresso del Pcd'I. Nel settembre 1934 viene eletto nel segretariato dell'Ic e prepara con Dimitrov il VII congresso. Da ottobre a dicembre è in Francia e in Belgio per organizzare gli aiuti alle vittime della reazione in Spagna e per seguire da vicino gli sviluppi della politica di fronte unico e fronte popolare in Spagna. Dal gennaio all'aprile del 1935 tiene a Mosca le Lezioni sul fascismo. Nel luglio al VII congresso dell'Ic svolge una delle due relazioni generali, sul II punto all'ordine del giorno. La permanenza a Mosca viene interrotta da due viaggi in Spagna come inviato dell'Ic nel luglio del 1937 e dal settembre 1937 al 1939. In seguito alla sconfitta della Spagna repubblicana, ripara avventurosamente prima in Algeria e quindi in Francia, dove pone a capo del centro estero del partito Novella, Massola, Roasio ai quali si aggiunge in seguito Negarville. Il 1° settembre viene arrestato a Parigi e rimane in carcere, sotto falso nome, per sei mesi. Scarcerato, raggiunge alcune settimane dopo l'Unione Sovietica. Il 29 giugno 1941, con il nome di Mario Correnti, comincia da Mosca le trasmissioni radiofoniche destinate all'Italia. Il 27 marzo 1944 sbarca a Napoli, tornando in Italia dopo 18 anni di esilio, e promuove la svolta di Salerno. Il 22 aprile diviene ministro senza portafoglio del nuovo governo Badoglio. In giugno esce il primo numero di «Rinascita», rivista di cui è direttore fino alla morte. Dopo la liberazione di Roma, il 18 giugno viene confermato ministro senza portafoglio nel primo governo Bonomi ed è poi vicepresidente del consiglio nel secondo governo Bonomi. Dalla metà di giugno ai primi di dicembre del 1945 è ministro di grazia e giustizia nel governo Parri. Dal dicembre al 1 luglio del 1946 ricopre lo stesso incarico nel primo gabinetto De Gasperi. L'8 agosto viene nominato segretario generale del Pci, carica formalmente vacante dall'arresto di Gramsci. Il V congresso nazionale del Pci lo conferma segretario generale del partito. Nelle elezioni del 2 giugno 1946 è eletto all'Assemblea costituente. Alle elezioni politiche del 18 aprile 1948, che segnano la sconfitta del Fronte popolare, è eletto alla Camera nella circoscrizione di Roma. Viene confermato in tutte le successive legislature, ricoprendo sempre la carica di presidente del gruppo parlamentare comunista. Il 14 luglio 1948 viene gravemente ferito all'uscita della Camera dei deputati dallo studente siciliano Antonio Pallante. In questo anno sotto la sua supervisione comincia la pubblicazione dei quaderni del carcere di Gramsci. Il 17 dicembre 1950 si reca a Mosca dove rifiuta la richiesta di Stalin di trasferirsi a Praga per divenire segretario del Kominform. Nella seduta del Cc del 14 marzo 1956 riprende i temi della destalinizzazione, già trattati da Krusciov durante il XX congresso del Pcus tenutosi a Mosca nello stesso anno, ma tace sul «rapporto segreto». Sulla genesi e le degenerazioni dello stalinismo torna a giugno nell'intervista concessa a «Nuovi argomenti». In dicembre con la relazione all'VIII congresso nazionale rilancia la via italiana al socialismo. Nel 1960 pubblica negli Annali Feltrinelli La formazione del gruppo dirigente del Pci nel 1923-1924. Nel 1962 trasforma «Rinascita» in settimanale. Il 13 agosto 1964, mentre visita il campo dei pionieri di Artak nei pressi di Yalta è colpito da emorragia cerebrale. Muore il 21 agosto 1962 e i funerali si svolsero a Roma il 25 agosto.
Nasce a Pesaro il 7 gennaio 1920, nella frazione di San Pietro in Calibano. San Pietro in Calibano, oggi Villa Fastiggi, in ricordo di Pompilio Fastiggi ucciso dai fascisti nel marzo del 1944, vede dalla fine dell’ottocento svilupparsi l’associazionismo operaio e contadino: prima la Società di mutuo soccorso, poi nel 1896 la sezione del Partito socialista e fra il 1905 e il 1906 la nascita della Lega mezzadrile e della Cooperativa di consumo. Negli stessi anni le organizzazioni cattoliche e la Parrocchia cercano di contrastare l’egemonia socialista fondando la Cassa Rurale di depositi e prestiti. L’avvento del fascismo non sembra toccare la comunità che, nel 1926, veniva ancora definita dai pochi fascisti residenti “una repubblica comunista”. Gli iscritti alla lega e i militanti socialisti e comunisti sono prevalentemente braccianti, mezzadri, operai e artigiani del paese e della piana lungo il Foglia, più legate al mondo cattolico e alla Parrocchia sono invece le famiglie di piccoli proprietari e coltivatori diretti che abitano il “Monte”. Fra queste la famiglia Della Fornace che, fino alla guerra, si mantiene in disparte e non è coinvolta dalla passione politica che anima la comunità. Elio, che frequenterà solo le scuole elementari, matura tuttavia presto una insofferenza nei confronti delle condizioni di vita nelle campagne e soprattutto dell’arretratezza del lavoro contadino. Alla sua curiosità e sete di conoscenza compensa la madre che non manca di procuragli quotidiani da leggere.
Nel gennaio del 1940 parte militare, trasferito a Rodi in Grecia, vi rimarrà fino al 2 settembre 1943 quando tornerà in licenza con l’ultima nave partita dall’isola. L’8 settembre lo coglie a casa, dove trova una situazione cambiata, la famiglia è ora in contatto con gli antifascisti del paese e nasconde Oliviero Mattioli che, dopo la liberazione dal carcere il 27 agosto 1943, insieme a Pompilio Fastiggi inizia nella clandestinità, a ricostruire il partito comunista e a organizzare la lotta armata contro il fascismo. Elio Della Fornace è fra quei giovani che partecipano al corso, organizzato nell’inverno del 1943, a San Pietro in Calibano a Villa Spreti, per i commissari politici che dovevano affiancare i comandanti partigiani nei distaccamenti che operavano in montagna. Nello stesso periodo è attivo nell’organizzazione dei giovani per la lotta partigiana, assiste i militari che disertano l’esercito invitando i contadini a fare quello che possono per dare loro alloggi e vestiti, ma il suo compito più importante è reperire le armi per trasferirle ai primi reparti partigiani. Dal 1 novembre 1943 al 28 agosto 1944 sarà Commissario politico del II Distaccamento del II Battaglione della Brigata Gap Villa Fastiggi.
Ancora prima della liberazione inizia l’attività sindacale con la ricostituzione delle leghe mezzadrile. La lotta al fascismo e il sostegno alle rivendicazioni dei contadini contro l’arroganza padronale vanno di pari passo. Dopo la Liberazione gira tutta la provincia per ricostruire le sezioni del Partito Comunista e, dal 1945, è impegnato nelle lotte per la ricostruzione della Valle del Foglia su basi cooperative che dovevano contrapporre al sistema mezzadrile un modello fondato su “aziende agricole associate“. Dal 1945 entra come componente del Partito Comunista nella CGIL provinciale, rimanendo nella segreteria fino al 1954. Al I Congresso provinciale della CGIL, tenuto a Pesaro dal 20 al 22 aprile 1947, sarà uno dei cinque componenti della mozione comunista delegato a partecipare al I Congresso nazionale della CGIL unitaria tenuto a Firenze dal 1 al 7 giugno 1947. E’ fra i fondatori, insieme ad Augusto Gabbani, della Federterra. Fino alla metà degli anni Cinquanta l’attività politica come funzionario di partito e l’attività sindacale si intrecciano, frequenta la Scuola di partito alle Frattocchie nel 1953 e nel 1955 e ricopre la carica di Consigliere e Assessore della Provincia di Pesaro e Urbino dal 1951 al 1960.
Dal 1997 è vicepresidente dell’ANPI provinciale di Pesaro e Urbino. Muore a Pesaro il 1 luglio 2016.
Cameriere. Al secondo Congresso provinciale della Cgil del 1949 viene eletto nel Comitato esecutivo, come rappresentante della corrente Unità repubblicana ed è tra i delegati al Congresso nazionale per la corrente repubblicana. È segretario Filcams tra 1966 e 1967. Nel 1969, al VII Congresso, è eletto nel Comitato direttivo della Camera del lavoro provinciale, come rappresentante della corrente mazziniana ed è tra i delegati al Congresso nazionale.
Aldo Bianchi nasce a Montegrimano in una famiglia di mezzadri, il 22 aprile 1924. Riesce a frequentare soltanto le scuole elementari, poi, come di consueto tra i figli dei mezzadri, inizia a lavorare. Richiamato alle armi nell’estate del 1943 è fatto prigioniero dopo l’8 settembre e viene internato nel campo di concentramento di Essen, sotto campo di Buchenwald. Rientrato in Italia, riprende il suo lavoro da mezzadro. Ma la situazione è diversa. Nelle campagne la situazione si fa ben presto esplosiva. Aldo Bianchi diventa un punto di riferimento delle lotte dei contadini per la revisione dei patti colonici, l’applicazione del Lodo De Gasperi, il superamento delle regalie ai padroni. Dal 1945 al 1955 è capolega. In un’intervista ricorda la solida organizzazione della lega dei mezzadri: «Le famiglie iscritte alla lega dei mezzadri erano 125 su 128: tutto funzionava a perfezione, ogni frazione del Comune si era data un nucleo dirigente e quando si impartiva una indicazione di lavoro e di lotta da parte del Comitato lega, la risposta era totale». L’organizzazione contro il residuo feudale delle regalie era così solida, da fare sì che i capponi destinati per Natale al padrone finissero alla Lega, anche se poi molti mezzadri pagarono i gesti di ribellione con disdette, bastonate e denunce. In occasione del III Congresso provinciale della Federmezzadri del 1952 è nominato sia nella Commissione tesseramento che nel Comitato direttivo, assieme a Augusto Gabbani e Giovanni Costantini. Nel 1956 Aldo Bianchi entra nella segreteria della Camera del lavoro provinciale e viene nominato alla direzione della Federmezzadri provinciale. Guida così da segretario il V, nel 1957, e il VI, nel 1960, Congresso della Federmezzadri. Assieme a Pino Monaldi e al socialista Vero Reggiani è nominato come delegato provinciale al Congresso nazionale della Federmezzadri. Continua a occuparsi di agricoltura in diversi incontri, come i convegni del Pci sullo sviluppo economico e sociale delle Marche o la conferenza regionale sull’agricoltura del 3 e 4 febbraio 1962. A questo impegno affianca quello nel consiglio provinciale di Pesaro, al quale è eletto nel 1960. Nel 1961 è nominato nel direttivo dell’Inam, in rappresentanza dei lavoratori dell’agricoltura insieme a Elmo Del Bianco e Gino Morotti. Nel 1963 entra nel Comitato regionale della Cgil. L’anno dopo si candida al consiglio comunale di Pesaro e subentra a Giacomo Mombello alla segreteria della Camera del lavoro di Pesaro. Data la sua esperienza passata guarda ai rapidi mutamenti che coinvolgono le campagne, dove la realtà mezzadrile sta scomparendo in favore dell’agricoltore-proprietario, e la necessità di adeguare il sindacato alla trasformazione socioeconomica che travolge il Paese. Egli intende la necessità di non abbandonare il processo a un puro spontaneismo, ma di governarlo attraverso ‘riforme strutturali’, come afferma al Convegno sull’agricoltura nelle Marche del 1962. Da segretario affronta dunque la crisi congiunturale che segue l’esaurimento degli anni del miracolo economico. Al VI Congresso della Camera del lavoro provinciale che si tiene a Urbino nel marzo del 1965, quantifica i licenziamenti in tutta la provincia di novemila unità, settemila nel solo settore dell’edilizia, 1200 in quello del mobile. La cognizione dell’emersione di nuovi problemi nelle fabbriche, nelle campagne e negli uffici si traduce anche nella necessità di dare una forte sterzata ai rapporti all’interno della Cgil provinciale tra funzionario e attivista, come egli stesso nota alla conferenza programmatica della Camera del lavoro, evidenziando i segni di logoramento di un’organizzazione imponente e influente, con i suoi 20.000 organizzati. Il compito del rinnovamento l’avrebbe tuttavia affidato al suo successore: nel 1967 lascia la segreteria per diventare segretario del Pci. Con questa carica viene eletto per la terza volta al Consiglio provinciale. Il 7 maggio, alle elezioni legislative anticipate del 1972, viene eletto al Senato nel collegio di Pesaro e Urbino. Nel corso della VI Legislatura è membro della 11a Commissione permanente lavoro, previdenza sociale, dove ricopre l’incarico di segretario, per poco meno di tre mesi, dal 13 aprile al 4 luglio 1976, data di fine legislatura, essendosi verificate elezioni anticipate il 20 giugno 1976. Dal 2 dicembre 1975 fino alla fine della legislatura risulta anche membro della Commissione parere enti pubblici e personale dipendente. Esaurita l’esperienza parlamentare, dal 1977 al 1985 è Segretario della Cna di Pesaro. Muore a Pesaro l’11 gennaio 1993.
Nasce nel 1936 a Roma. I genitori non lo riconoscono e viene adottato da una famiglia di contadini del sud della Ciociaria. Vive ad Arnara di Frosinone. Sono anni decisivi per la sua adesione al Partito socialista: nella sua infanzia tocca con mano la tragica miseria di quelle terre, mentre macina giorno per giorno i chilometri nel fango per raggiungere il paese. «Se non si voleva camminare nella fanga, perché era umiliante arrivare in paese tutti sporchi ed essere derisi delle nostre condizioni, allora si doveva camminare nella strada bianca, ma si allungavano ancora di più le distanze» ha dichiarato in un’intervista rilasciata nel 2005. Nel paese riesce a frequentare la scuola fino alla quinta elementare. Poi è costretto a interrompere, per andare al pascolo. Studia di notte, con il lume a petrolio e d’estate dà lezioni di ripetizione ai ragazzi della zona rinviati a ottobre, nelle pause dal lavoro. Nel 1948, a soli dodici anni si avvicina alla politica ed entra nel Fronte popolare, facendo volantinaggio per il Partito socialista nella sua zona. Lo spinge uno spiccato senso di giustizia sociale, maturato leggendo parole di Garibaldi. A quattordici anni lascia la sua famiglia adottiva e ritorna in brefotrofio sperando di poter migliorare la sua condizione e di poter studiare e coltivare il sogno di diventare insegnante. Non riesce a realizzarlo, ma dall’orfanotrofio romano viene portato alla 'Città dei ragazzi', fondata dove sorgeva il campo di Fossoli da don Zeno Saltini. Qui fa lavori di artigianato e gli viene concesso di andare a scuola. Sceglie come mestiere da apprendere quello del sarto. Ma dopo pochi mesi avviene per Enrico Biettini una nuova svolta. Dopo lo scioglimento della Città dei ragazzi per motivi economici si sposta all’orfanotrofio di Pesaro nel 1950, città consigliatagli da un sarto conosciuto a un comizio di Di Vittorio a Roma. Qui comincia a lavorare presso la sua bottega ed esce dall’orfanotrofio, venendo accolto per un anno a casa sua. All’inizio degli anni Cinquanta viene introdotto al sindacato da Otello Bonetti, cameriere, repubblicano mazziniano.
Il 17 febbraio 1953 si iscrive al movimento giovanile socialista, dove gli viene proposto un impiego a tempo pieno, una sorta di tuttofare impegnato nel partito e nel sindacato. Nel 1959 la Cgil gli propone di spostarsi a Fano, dove la Camera mandamentale stava affrontando un momento difficile. Affianca Benito Severi, come vicesegretario: ha la responsabilità diretta del settore contadino nella Federmezzadri. Tra il 1959 e il 1961 è tra i protagonisti della mobilitazione dei lavoratori ortofrutticoli contro gli esportatori che non garantivano al momento della consegna dei prodotti un introito, né comunicavano loro i prezzi ed eventuali ricavi, ma li vincolavano a sé attraverso dei prestiti. Lo scontro sarebbe stato duro e sarebbe durato per settimane in una città blindata, ma avrebbe dato frutti: vengono aumentati i prezzi all’ingrosso, conferita una garanzia di base del valore dei prodotti, sono liberalizzati i rapporti di sudditanza tra contadini ed esportatori. Inoltre Biettini segue la battaglia portata avanti nei confronti dell’associazione nazionale bieticoltori per una liberalizzazione dei prodotti, rispetto al regime di monopolio esistente che imponeva prezzi in maniera unilaterale e ne differiva il pagamento.
Nel 1964 torna a Pesaro. Al Congresso della Camera provinciale, è eletto segretario aggiunto alla Camera del Lavoro di Pesaro, come rappresentante della quota Psiup, in sostituzione di Giacomo Mombello, che lasciava la segreteria camerale ad Aldo Bianchi.
L’incarico gli viene nuovamente rinnovato nel 1967, come esponente della Filtea. Nel 1969, in occasione del VII Congresso, è scelto tra i delegati al Congresso nazionale. Nello stesso periodo, tra il 1960 e il 1970, è eletto al consiglio comunale di Fano. Per tre anni riceve anche l’incarico di assessore, ma vi deve rinunciare per l’incompatibilità con il successivo incarico sindacale.
All’VIII Congresso della Cgil viene confermato nella segreteria provinciale e nominato tra i delegati al Congresso nazionale. Dopo la confluenza del Psiup nel Pci nel 1972, Biettini passa al Psi, continuando a essere nominato segretario aggiunto della Camera del Lavoro e a seguire la Camera mandamentale di Fano. Nello stesso anno è nominato per la Cgil nel comitato direttivo e nella segreteria, assieme a Pino Monaldi, della federazione unitaria della Cgil, Cisl e Uil. Rimane nella segreteria camerale della Cgil fino al 1980, quando lascia il sindacato per l’incarico di segretario provinciale del Psi. Nel complesso, con i suoi sedici anni consecutivi, è la figura rimasta più a lungo nella segreteria nella storia della Camera del Lavoro di Pesaro.
Nasce a Novafeltria il 25 dicembre 1947. Iscritto al Pci e funzionario della Cgil dal 1969. È stato segretario della Camera del Lavoro di Novafeltria e responsabile provinciale degli edili. Nel 1975 è responsabile provinciale per il settore legno. Dal 1983 al 1987 è segretario della Cgil di Fano.