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Legato Pio Pieretti
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Nel 1586 papa Sisto V onora Montalto con il titolo di città, istituisce la fiera, fa aprire la zecca, una tipografia, un lanificio, sovvenziona l'Abbondanza, il Monte di Pietà e un pio legato per maritare zitelle. Nello Statuto organico della Congregazione di Carità del 1892 si legge che l'Opera Pia Peretti fu istituita il 3 agosto 1629 ed ha per scopo di distribuire sussidi in pane ai poveri di Montalto e la creazione di un ospedale.

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I Monti di Pietà si svilupparono prevalentemente nelle zone urbane ed esercitavano il prestito contro pegno. La data di fondazione si pone alla fine del secolo XV come quella dei Monti frumentari. Il fondo del Monte di Pietà di Montalto delle Marche contiene documentazione che va dal 1587 fino al 1828; altra documentazione è stata concentrata fra le carte della Congregazione di Carità. Nello Statuto organico della Congregazione di Carità datato 8 agosto 1892 si legge che il Monte di Pietà di Montalto fu eretto ad ente morale con Breve pontificio di Paolo V il 10 luglio 1615 e venne unito alla Congregazione di Carità con R. Decreto l'8 giugno 1865, Esso aveva per scopo di sovvenire il povero ed il bisognoso con prestiti in denaro sopra pegni dietro corrisposta di un interesse il più strettamente modico e limitato.

Comune di Patrignone
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Di origine medievale, Patrignone fu possedimento farfense dal 1074, per essere poi ceduta alla città di Ascoli. Dopo essere stata a lungo frazione di Montalto, fu comune autonomo dall'età napoleonica fino all’Unità d’Italia. Nel 1866 fu aggregata di nuovo all'attuale capoluogo, dal quale dista soli 2 km. Conserva l'impianto storico, suggestivamente incastonato nel paesaggio collinare, con porte, residue di una cinta muraria, ed edifici dei secoli XV - XVII, fra cui la chiesa romanico-gotica di Santa Maria de Viminatu. Anche Patrignone in quanto castello di Ascoli prende parte all'annuale Torneo cavalleresco della Quintana.

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I monti frumentari chiamati anche granatici o di soccorso si ponevano l'obiettivo di migliorare le condizioni di vita degli agricoltori salvando gli strati più poveri della popolazione dalla piaga dell'usura. La data di fondazione di tali istituzioni è presumibilmente, da porre verso la fine del secolo XV, anche se il periodo di massimo sviluppo si ebbe nel secolo XVIII grazie al forte impulso dato dal papa Benedetto XIII nel 1724. In seguito i monti frumentari restarono vitali fino alla metà del secolo XIX. Nel 1890 la Legge Crispi n. 6972 incluse i monti frumentari tra le opere pie affidandoli all'amministrazione delle locali Congregazioni di Carità. La documentazione del Monte frumentario di Montalto delle Marche più antica risale al 1581 con un" Libro dell'amministrazione del Molino" mentre la restante parte è stata inglobata all’interno del fondo della Congregazione di Carità; nel 1895 subì una trasformazione che divise il suo patrimonio a metà fra la Cassa di Prestanze agrarie e l’erezione di un ospedale a Montalto.

Lascito Spinelli
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Con testamento redatto dal notaio Marota in data 24 aprile 1887, Spinelli Daniele destinò che con i frutti di un lascito di £ 2000 si fosse formata una elemosina per i poveri malati di Patrignone con precedenza agli anziani infermi. In caso di prematura morte del figlio (unico erede) tutti i suoi beni sarebbero dovuti servire per la costruzione di un “ospedaletto”. Il lascito fu amministrato dal Parroco e dai Prebendati della Chiesa Priorale di Patrignone. Nel 1904 anche il fratello Don Angelo Spinelli (esecutore testamentario di Daniele) dispose che con l’affitto di un suo terreno si provvedesse ai sussidi per i poveri di Patrignone.

Gasperoni, Pietro Natale
MdM_IT_P_00476 · Persona · 1947 dic. 25 -

Nasce a Novafeltria il 25 dicembre 1947. Iscritto al Pci e funzionario della Cgil dal 1969. È stato segretario della Camera del Lavoro di Novafeltria e responsabile provinciale degli edili. Nel 1975 è responsabile provinciale per il settore legno. Dal 1983 al 1987 è segretario della Cgil di Fano.

Turtura, Donatella
MdM_IT_P_00479 · Persona · 1933 mar. 30 - 1997 set. 2

Donatella Turtura nasce a Bologna in una famiglia antifascista, il padre dipendente dell'Università è mazziniano e la madre garibaldina. Gli insegnamenti dei genitori e i racconti delle atrocità fasciste nei confronti dei partigiani la segnano profondamente "i principi democratici sono stati il mio primo alimento politico". Donatella ancora studentessa, grazie all'impegno a contatto con gli operai e le mondine viene segnata per il lavoro sindacale. Nel 1947 si iscrive al Partito comunista italiano, Il PCI, in occasione delle elezioni politiche del 1953, la invia come funzionaria a Benevento e ad Avellino dove prende coscienza dei gravi effetti sociali dei contratti agrari e della diversità dei ruoli fra donne e uomini in famiglia e nei luoghi di lavoro. Tornata a Bologna si impegna nel lavoro di partito e poi nel sindacato. Nel 1960 viene chiamata Roma a dirigere la Commissione femminile della Cgil fino al 1966 quando viene nominata nella Segreteria della Federbraccianti e nel 1977 ne diventerà Segretaria generale. Donatella Turtura sarà anche la prima donna a entrare nella Segreteria confederale nel 1981.

Arcangeli, Angelo
MdM_IT_P_00490 · Persona · 1920 feb. 17 - 1973 set. 20

Angelo Arcangeli nasce a Schieti, frazione di Urbino, il 17 febbraio 1920. La famiglia è connotata da origini popolari: padre operaio e madre casalinga. Ha due sorelle. Frequenta la scuola pubblica fino a concludere gli studi liceali. Inizia ad occuparsi di politica nel 1935 e fa parte delle organizzazioni studentesche solo dal 1939, dopo un periodo trascorso in seminario. Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Urbino e prende parte alla Seconda Guerra Mondiale nei servizi sedentari del distretto militare di Ferrara come soldato semplice. Con la caduta del fascismo, e conseguentemente ai fatti dell’8 settembre, ritorna a Urbino dove, dopo aver aderito al Fronte della Gioventù (ed esserne diventato il responsabile locale), si iscrive al Pci nel dicembre 1943. Qui organizza il Comitato di Liberazione Nazionale locale e partecipa alla Resistenza nella Brigata GAP di Schieti dove ricopre incarichi di comando in collegamento con il secondo e il terzo battaglione della V Brigata Garibaldi. Dopo la Liberazione, nell’anno accademico 1945-1946, si laurea in Giurisprudenza con una tesi di diritto costituzionale. È tra i pochi laureati iscritti al Pci pesarese in cui milita attivamente ricoprendo l’incarico di segretario di organizzazione dal 1946 al 1948. Giunge alla Cgil nei primi mesi del 1948 dove succede alla guida della Camera del Lavoro pesarese a Mariano Bertini. La congiuntura politico-sindacale in cui si trova ad operare il neosegretario si distingue per mutamenti significativi, con ripercussioni anche a livello locale, che si trasformeranno in autentiche fratture. Sul fronte politico nazionale si era giunti all’allontanamento del Pci dalle posizioni di governo e alla sconfitta socialcomunista nelle elezioni politiche dell’aprile 1948 a cui succede l’attentato all’allora segretario comunista Palmiro Togliatti che portò, anche nel pesarese, alla proclamazione di uno sciopero generale e ad un’imponente manifestazione a Pesaro con migliaia di persone in Piazza del Popolo il 15 luglio 1948. In quell’occasione Arcangeli fu uno degli oratori che intervennero dal palco. Sul fronte sindacale, a sua volta, la dirigenza di Arcangeli ereditava una posizione maggioritaria dei comunisti – sancita dal 65% dei consensi registrati in occasione del primo congresso provinciale nell’aprile del 1947 – all’interno di una Cgil ricostituita da poco più di quattro anni e ancora formalmente unita. In anni connotati da dure lotte, principalmente di carattere mezzadrile, nonché dalla proclamazione di “scioperi alla rovescia” anche nei principali centri urbani, la componente minoritaria cristiana collegata alla Democrazia cristiana pone in discussione la linea sindacale maggioritaria opponendosi in particolar modo agli scioperi politici (di cui quello proclamato in occasione dell’attentato a Togliatti rappresentò l’epilogo di un dissenso già esteso), fino a giungere ad una scissione e successivamente alla costituzione di un sindacato autonomo di matrice cristiana costituitosi formalmente nell’ottobre del 1948. Pur non incidendo in modo sensibile sul radicamento territoriale della Cgil, la scissione della componente cristiana rischia di comprometterne la capacità di proporsi come soggetto rappresentativo e unitario delle istanze lavoratrici. Da qui l’azione volta ad un ampliamento dell’attività organizzativa promossa da Arcangeli rieletto segretario generale in occasione del II congresso provinciale tenutosi il 2-3 settembre 1949. In una provincia ancora scarsamente industrializzata, il mantenimento di un forte insediamento da parte della Cgil nelle aree rurali, in particolare tra le componenti mezzadrili (che rappresentano oltre il 50% degli iscritti ancora a metà degli anni Cinquanta) a discapito dei piccoli coltivatori diretti e dei ceti medi urbani, segna l’agenda sindacale, ma, pur non senza contraddizioni e tentennamenti, è proprio in questi anni che si manifesta una sensibilità non meramente rivendicativa nell’approccio sindacale e più propositiva ed ispirata da indirizzi di politica generale. Infatti, è proprio sotto la guida di Arcangeli che trova una declinazione in ambito locale quel Piano del lavoro promosso dalla Cgil nazionale guidata da Giuseppe Di Vittorio tra il 1949 e 1950 intenta a disegnare il «sindacato come solidarietà organizzata». Nell’ambito pesarese il Piano, redatto in gran parte nel 1949 e presentato pubblicamente nel giugno 1950, denominato Per la rinascita economica della Provincia di Pesaro-Urbino, contiene una prefazione dello stesso Arcangeli che pone in evidenza la necessità di risolvere il grave problema della disoccupazione (già allora congiunto con la riapertura intensiva dei flussi migratori attestata dall’incremento dei passaporti rilasciati) attraverso un vasto ed ambizioso programma di opere pubbliche capace di alimentare i consumi popolari con positive ricadute economiche generali. Un piano di fatto d’ispirazione keynesiana che si proponeva anche di utilizzare alternativamente i fondi ERP (European Recovery Program) legati al Piano Marshall. Non a caso, è lo stesso Arcangeli a riprendere nella prefazione un discorso di James Zallerbach, l’allora responsabile della missione ERP in Italia, che sottolinea la necessità di una rivitalizzazione del mercato interno, dunque di stimolo della domanda e non solo dell’offerta per ovviare alla contrazione delle esportazioni verso gli Usa. Allo stesso tempo, l’esponente statunitense, seppure da una prospettiva tutta interna al processo di accumulazione capitalistico, rimarcava l’esigenza di abbandonare le attività di trasformazione delle materie prime (tra l’altro l’Italia all’epoca era ancora un importatore netto di prodotti agricoli) e d’incentivare lo sviluppo delle industrie meccaniche data l’elevata capacità di assorbire manodopera che potenzialmente vi era connessa. Vi era, dunque, un altro mercato da incentivare, quello costituito dalle famiglie di milioni di disoccupati o parzialmente occupati che se fossero «impiegati a salari normali, il valore del mercato nazionale aumenterebbe di circa il 10% e cioè di 600 miliardi all’anno». Il finanziamento del Piano, secondo un’ottica spiccatamente produttivistica era dunque implicito nella sua capacità di creare ricchezza e lavoro ed avrebbe dovuto incidere «nella vaste zone agricole di arretratezza semifeduale» e nella disarticolazione dei «grandi monopoli capitalistici». Nell’ambito pesarese il Piano si concentrava su almeno quattro grandi dimensioni: a) costituzione di nuovi impianti e sfruttamento dell’energia elettrica (intervenendo soprattutto sui corsi d’acqua); b) agricoltura (con particolare attenzione allo sviluppo della motoaratura, alla valorizzazione delle colture pregiate, alla ricostituzione e consolidamento del patrimonio zootecnico, alla cura del sistema boschivo e al rimboschimento, alle opere di arginatura e difesa fluviale, alle migliorie fondiarie, alla formazione di agronomi condotti e tecnici agricoli); c) edilizia popolare (con l’incremento del fabbisogno abitativo e la ricostruzione e riadattamento dell’edilizia rurale; d) lavori pubblici (strade, scuole, ospedali, ferrovie, acquedotti, industrie estrattive). In definitiva, «la massiccia attivazione di valori attualmente inutilizzati (uomini, mezzi di produzione, materie prime, merci)» avrebbe aumentato la produzione e l’autofinanziamento del Piano. Arcangeli poteva concludere la sua prefazione affermando orgogliosamente che forse per la prima volta i lavoratori prospettavano una risposta generale ai problemi del paese la quale era in grado di sostanziare i principi iscritti nella Costituzione repubblicana. Nel 1951, tuttavia, Arcangeli lascia il sindacato per dedicarsi all’attività di avvocato senza peraltro abbandonare la militanza nel Pci (all’interno del quale già nello stesso anno è segretario per ciò che concerne l’organizzazione e i quadri della federazione provinciale) di cui è prima consigliere e assessore provinciale (dal 1951 al 1960), e successivamente consigliere comunale a Pesaro dal 1960 al 1970. Muore nel capoluogo di provincia il 20 settembre 1973.

Gabbani, Augusto
MdM_IT_P_00499 · Persona · 1891 mag. 5 - 1983 lug.

Augusto Gabbani nasce a Pozzo Alto, all'epoca Comune della provincia di Pesaro e Urbino, il 5 maggio 1891 in una povera famiglia rurale, cattolica, ma di idee progressiste. Riesce a frequentare la scuola fino alla terza classe delle elementari e, per qualche tempo, riceve le lezioni dal cappellano della parrocchia. Fin da adolescente, a partire dal 1907, partecipa alle prime leghe contadine, organizzate dai socialisti Giuseppe Filippini, Alfredo Faggi e Domenco Gasparini. «La miseria in mezzo ai contadini era spaventosa» scrive Gabbani nei suoi Ricordi. «I contadini non riuscivano, con i diversi prodotti del podere, specie negli anni di avversità atmosferiche, a trarre sufficiente vitto per la famiglia». Tra i debiti contratti, le decime, il costo dei buoi per arare, la metà del raccolto spettante al mezzadro si riduceva di molto. Inoltre vi erano una serie di prestazioni a cui il contadino era tenuto per il fondo del padrone.
Le agitazioni di quegli anni portano ad alcuni successi. Nel profilo biografico di Gabbani, Ermanno Torrico annovera l’accordo strappato nel 1906, quindi appena precedente all’inizio dell’impegno di Gabbani, che prevedeva l’abolizione di alcune tasse, vincolava il proprietario e presentare i conti e statuiva la ripartizione delle sementi in base al reddito per ettari, l’istituzione di un collegio di probiviri composto da coloni e proprietari e la ripartizione a metà di quasi tutti i prodotti. Nei suoi Ricordi Gabbani ricorda tra le conquiste di quegli anni la divisione paritaria di olive e bachi da seta, il compenso al colono per il trasporto di cibo al proprietario e l’abolizione della servitù nella casa del padrone.
Nel 1912, a ventuno anni, Gabbani si iscrive al Psi. Prende parte all’agitazione per la ripartizione delle spese di trebbiatura con i proprietari dei fondi. Per le sue idee pacifiste subisce varie diffide dall’autorità pubblica.
Con la ripresa del movimento dei contadini nel dopoguerra, Gabbani diventa dirigente sindacale e membro del comitato provinciale delle leghe contadine, costituito dall’avvocato Filippini e dal segretario della Camera del Lavoro Dante Spallacci. È tra i fondatori della prima cooperativa di consumo e dell’apertura della prima sezione socialista nel suo comune. È tra gli animatori dello sciopero della trebbiatura, che vale ai contadini un patto colonico più favorevole. Nel 1919 è candidato alle elezioni politiche. Probabilmente a causa della sua attività politica e sindacale, nel gennaio del 1920 i suoi pagliai vanno a fuoco: l’episodio sembra possa essere collocato nello scontro con le leghe bianche cattoliche. Alle elezioni del 15-16 novembre è candidato nelle liste socialiste. Un anno dopo alle amministrative è capolista e, dopo aver ottenuto il numero di voti più alto, viene eletto sindaco di Pozzo Alto. In occasione del congresso di Livorno aderisce al Partito comunista. Tutta la sezione socialista del suo paese e la maggioranza del consiglio comunale lo segue.
Tra le principali opere di sindaco si ricorda la costruzione di importanti strade di collegamento e l’aumento delle classi elementari. Ma il clima è difficile. Per ripianare il bilancio comunale, ereditato in forte passivo, aumenta le tasse a carico dei proprietari terrieri. Gli agrari passano dai tentativi di corruzione alle minacce. La contrapposizione si inasprisce ulteriormente in seguito alla costruzione del nuovo acquedotto, attraverso un consorzio costituito con i comuni di Tomba, Gradara e Montelabbate: le acque infatti sono captate dalla sorgente situata nella proprietà del locatore del suo fondo, Augusto Mariotti.
Il contrasto con gli agrari è il terreno di coltura delle violenze squadriste. Nel luglio del 1922, il 29, Gabbani viene arrestato nel corso di una mobilitazione per il rispetto dei diritti sindacali durante la trebbiatura. Rimane in carcere fino al 7 agosto. Il giorno dopo la sua scarcerazione, numerosi fascisti armati, guidati da Raffaello Riccardi, circondano la sua casa e lo obbligano a seguirli in municipio, rivoltella alla mano. Qui viene duramente picchiato e avvolto nella bandiera del comune, poi viene costretto a percorrere le vie del paese tra bastonature e dileggi, infine con la pistola puntata alla tempia dallo stesso Riccardi, gli viene intimato di firmare le dimissioni e di riunire la popolazione per rinnegare pubblicamente il suo ideale politico e aderire al fascismo. Gabbani riesce a evitare questa seconda umiliazione: si nasconde e rientra a casa solo due settimane dopo. Ma la vita è divenuta impossibile: è continuamente sorvegliato, più volte fermato e trattenuto, subisce numerose perquisizioni per i suoi contatti con gli antifascisti fuoriusciti in Francia.
Nel 1930, pur con un grande tormento personale, accetta l’adesione al sindacato fascista di Pozzo Alto per mantenere il contatto con i lavoratori, assecondando le indicazioni del partito clandestino. Il sindacato fascista riesce a ottenere alcuni sgravi fiscali e a stabilire una cassa mutua per i contadini. Questa viene inizialmente ostacolata dall’ordine dei medici che ne impediscono nei primi mesi il funzionamento, ma poi prende piede, risultando una sorta di anticipazione della mutua nazionale, istituita nel 1939, che ne avrebbe assorbito il patrimonio. Nel 1933, sempre dall’interno del sindacato avvia una discussione per una riforma del patto colonico. Nel 1934 la piattaforma rivendicativa del sindacato di Pozzo, presentato a Pesaro al convegno dei dirigenti sindacali, è lungamente applaudito dai coloni presenti. Contiene rivendicazioni avanzate per il tempo: la fornitura di macchine più moderne, la costruzione di nuove strade, il restauro delle abitazioni, la fornitura di luce e acqua. Il documento avrebbe avuto riflessi anche sulla vicenda politica nazionale. La reazione degli agrari sarebbe stata tra i motivi della sostituzione del presidente della Confederazione nazionale dell’agricoltura Razza e del segretario nazionale Gattamorta, che si era impegnato a esibirlo a Mussolini.
Gabbani riesce così a mantenere, pur in una posizione difficile, il legame con i lavoratori anche durante la guerra. Dopo l’8 settembre partecipa attivamente alla Resistenza: si adopera per mettere in salvo i soldati sbandati, organizza sabotaggi lungo la Linea Gotica, partecipa a diverse azioni di disarmo della milizia fascista. Partecipa inoltre alla ricostruzione della clandestina Federazione provinciale comunista. Le riunioni si tengono a Santa Maria delle Fabbrecce, a casa dell’onorevole Mancini. Costretto a sfollare con la famiglia a Scotaneto, viene qui raggiunto da alcuni compagni che portano le armi sequestrate. Presi i contatti con la brigata “Bruno Lugli”, entra nel comando militare. Il capanno dove abita è il luogo di riferimento dei giovani che vogliono raggiungere la Resistenza. Il 26 luglio 1944, poco prima della liberazione della provincia, il capanno è oggetto di un attacco incendiario e viene raso al suolo, ma in quel momento nessuno vi si trovava all’interno. Appena passato il fronte, Augusto Gabbani viene incaricato di costituire il Comitato di liberazione nazionale a Tavullia, ma non riesce a raggiungerla, venendo fermato e derubato da un soldato canadese prima di arrivarci. Essendo il suo paese natale, Pozzo Alto, distrutto dalla guerra, ripara a Villa Fastiggi. Dal partito riceve l’incarico di ricostituire la Confederterra e la Camera del Lavoro provinciale: è tra i membri della prima Segreteria del 1944, quella presieduta da Bruno Alciati, assieme Dante Spallacci, Giovanni Giordani e Arnaldo Forlani. Con Dante Spallacci è l’unico membro che viene confermato anche nel 1946, nella nuova segreteria presieduta da Mariano Bertini. Nuovamente il suo impegno si cala nella riorganizzazione del movimento contadino di cui cerca di riprendere le fila in tutta la valle del Foglia. Data la sua esperienza è il regista delle manifestazioni organizzate dalla Federterra per l’applicazione del lodo De Gasperi e il varo di un nuovo patto mezzadrile.
Nel 1947 si adopera a favore di alcuni contadini arrestati durante lo sciopero delle fiere e dei mercati per il bestiame, ottenendo dal presidente del tribunale di Urbino il rilascio. Pur non avendo partecipato ai fatti, viene tuttavia denunciato come «capo di un’associazione a delinquere» e condannato a due anni e otto mesi. Sarebbe stato assolto poi in appello, difeso da Enzo Capalozza. Nel 1948 dirige per l’ultimo anno la Confederterra di Pesaro, prima di passare all’Ufficio vertenze. Al III Congresso della Federmezzadri del 1952 partecipa alla Commissione Contratti e vertenze e figura nel Comitato direttivo. È ancora nel Comitato direttivo dei successivi Congressi, il quarto, che si tiene nel 1955 e il quinto, del 1957. L’anno successivo decide di pensionarsi per le cattive condizioni di salute, ma continua a partecipare, come 'giudice esperto', alla commissione agraria presso il tribunale di Pesaro, fino al suo scioglimento nel 1963. Continua a vivere a Pesaro, dove risulta residente nel 1969, prima di trasferirsi a Mombaroccio, dove muore il 31 luglio 1983. «Così la mia vita è trascorsa» scrive Gabbani alla fine dei suoi Ricordi. «Nella difesa degli interessi dei mezzadri, fino a quando ho potuto».

Levantesi, Lanfranco
MdM_IT_P_00502 · Persona · 1924 mar. 15 - 1993 apr. 18

Nato a Fermo, frequenta solo la scuola elementare. Si arruola nell'esercito subito dopo l'entrata in guerra dell'Italia, ma dopo l'8 settembre riesce a sfuggire alla cattura dei nazisti travestendosi da sacerdote e raggiunge le bande partigiane che operano sui Sibillini, grazie alle numerose azioni ottiene il grado di tenente.
Dopo la fine della guerra si iscrive al Partito socialista italiano (PSI) e inizia la sua attività di sindacalista nella Confederterra. Nel 1950 gli viene affidato l'incarico di Segretario della Camera del lavoro di Fermo e nel 1953 viene chiamato in Ancona a dirigere la Federmezzadri. All'attività sindacale unisce l'impegno nel Partito socialista e nel 1964 alle elezioni amministrative entra nel consiglio comunale di Ancona e ricopre il ruolo di assessore. In seguito al processo di democratizzazione dell'Inps i rappresentanti sindacali entrano nella gestione dell'istituto e Levantesi va a ricoprire la carica di presidente del comitato provinciale dell'ente dal 1971 al 1975 e, nel quinquennio successivo, del comitato regionale. Negli anni successivi, dopo la direzione dell'Inca nel 1982, viene eletto segretario regionale dello Spi. Levantesi lascia l'attività sindacale nel 1990 e muore in Ancona nel 1993.

Palmetti, Umberto
MdM_IT_P_00508 · Persona · 1923 -

Contadino, nato a San Giovanni in Marignano, dopo l'8 settembre inizia a lavorare per la Todt a Montecchio e compie azioni di sabotaggio rallentando i lavori per agevolare il passaggio degli Alleati. Dopo la liberazione si iscrive al PCI, il 1 gennaio del 1952 entra come funzionario della Cgil e diventa prima responsabile e poi Segretario della Camera del lavoro di Gabicce Mare.

Stefanini, Marcello
MdM_IT_P_00509 · Persona · 1938 gen. 11 - 1994 dic. 29

Marcello Stefanini nasce a Comunanza l'11 gennaio 1938. Si laurea in agraria presso l'Università di Perugia. Dal 1965 è consigliere e assessore comunale di Pesaro. Del comune di Pesaro è sindaco dal 1970 al 1978 per il Partito comunista italiano (PCI). Dal 1978 diviene segretario regionale delle Marche. Nel 1980 è eletto consigliere regionale. Nel 1987 è eletto deputato alla Camera per il PCI nel collegio di Ancona. Diviene membro della segreteria nazionale del partito e Tesoriere nazionale nel 1990. Nel 1992 viene eletto senatore per il Partito democratico della sinistra (PDS). Nel 1993 viene coinvolto nella stagione di Mani pulite per le tangenti del gruppo Ferruzzi al PDS. Viene anche chiesto il suo rinvio a giudizio per Malpensa 2000. A fine 1994 muore improvvisamente per un'emorragia cerebrale. Muore a Pesaro il 29 dicembre 1994. Ogni suo coinvolgimento viene fugato dalle indagini e via via archiviati i casi che lo vedevano coinvolto: non per morte sopraggiunta ma per inconsistenza delle accuse.

Aiudi, Piero
MdM_IT_P_00513 · Persona · 1948 nov. 9 -

Piero Aiudi nasce a Fossombrone il 9 novembre 1948 in una famiglia operaia e antifascista. Il padre prima socialista aveva poi aderito al Pci e la madre, casalinga, partecipava attivamente alla vita politica a Fossombrone, la passione per la politica nata in famiglia si rafforza con il trasferimento a Pesaro nella frazione molto politicizzata di Villa Fastiggi, dove comincia a frequentare la Sezione del Pci e la sua biblioteca. Aiudi si iscrive alla Federazione giovanile del Pci a quindici anni, quando già lavorava come falegname nel Mobilificio Fastigi. Il Partito lo spinge ad interessarsi al sindacato e diventa giovanissimo rappresentante sindacale. L’attivismo sindacale corrisponde alla sua formazione politica e culturale. Nel 1975 Enrico Biettini, all’epoca segretario aggiunto, della Camera confederale del lavoro di Pesaro, gli propone di occuparsi del patronato Inca, dopo tre anni diventa responsabile dell’Inca di Fano, ma subito dopo pochi mesi arriva la proposta di dirigere la Fillea di Fano, per passare poi alla Filtea. Gli anni passati alla Filtea corrispondono alle lunghe lotte legate alle vertenze per la CIA, la più grande fabbrica di abbigliamento delle Marche, e di altre aziende che con la crisi licenziarono centinaia di dipendenti. Successivamente entra nella Segreteria della Camera del lavoro di Fano dove rimarrà fino al 1991 quando, con la riunificazione dei comprensori di Pesaro e Fano, è chiamato da Lino Lucarini per entrare nella Segreteria provinciale, diventa poi Segretario provinciale della Fillea, ma anche questa esperienza durerà pochi mesi perché sarà chiamato a dirigere il Patronato Inca regionale. Rimarrà a dirigere l’Inca per dieci anni, fino al 2001 per poi andare in pensione nel 2002.

Galuzzi, Giuseppe
MdM_IT_P_00590 · Persona · 1928 gen. 22 - 2018 set. 12

Giuseppe Galuzzi nasce a Trasanni, frazione di Urbino, il 22 gennaio 1928. Proviene da una famiglia numerosa di origini romagnole che vide sia il padre che un nonno emigrati in Germania. È il quinto di sette figli. Frequenta la scuola elementare e solo successivamente, con l’interesse e la volontà dell’autodidatta, consegue il diploma di terza media. Terminata la scuola elementare nel 1940, di fronte ad una situazione economica deteriorata, in cui, come ricorda lo stesso Galuzzi, «si faceva la fame [seppure] non completamente», già l’anno successivo va a lavorare ‘a garzone’ presso una famiglia contadina di mezzadri dove lavora per un anno. Lo scoppio della guerra, che si «porta di via» i due fratelli maggiori richiamati alle armi, peggiora ulteriormente le condizioni economiche. A Trasanni si trova anche una delle più grandi polveriere dell’aeronautica militare in cui lavorano molte famiglie del luogo, i ‘casanti’, come venivano chiamati, e qui Galuzzi prende il posto dei fratelli maggiori. L’inizio della sua formazione politica risale al 1943, quando entra in contatto con militanti comunisti che organizzano incontri clandestini e, dopo l’8 settembre, con le prime formazioni armate partigiane, i GAP locali, con cui inizia a collaborare come staffetta portando armi di notte nei rifugi o ordini e comunicazioni e contribuendo a scrivere messaggi antifascisti sui muri. Tutto ciò fino all’agosto del 1944, quando, liberata Urbino, si ricostituiscono le leghe dei mezzadri e si riorganizza il sindacato unitario fino all’insediamento della Camera del Lavoro provinciale. Galuzzi, in prima istanza, si iscrive al Fronte della Gioventù, l’organizzazione fondata dal comunista Eugenio Curiel che raccoglieva i giovani antifascisti di diverso orientamento, poi, nel 1945, aderisce alla Federazione giovanile comunista italiana (Fgci) e quindi al Pci. Le condizioni delle campagne, che per quanto misere, diversamente dai centri urbani bombardati, avevano consentito di sfamare chi vi abitava, erano ormai incapaci di offrire opportunità di lavoro in un contesto d’incremento della disoccupazione. Il vetusto patto colonico mezzadrile rappresenta un ulteriore intralcio alla modernizzazione dei processi produttivi e all’emancipazione di vaste masse. Da qui l’asprezza del ciclo di lotte. Partecipa attivamente alla vita organizzativa del Pci e rimarca, nei suoi ricordi, quanto si partecipasse costantemente alle riunioni e alle iniziative sindacali pur lavorando nei cantieri. Infatti, seppure saltuariamente, Galuzzi lavora come muratore nella ricostruzione di ponti e della linea ferroviaria Urbino-Fermignano. Tuttavia, tra il 1950 e il 1951, insieme ad altri, è costretto a lasciare Urbino per andare ad Aosta, dove lavora sempre nell’edilizia. Anche in quel contesto non viene meno l’attivismo politico, in particolare diffondendo il quotidiano del Pci, l’Unità, tanto che nel 1951 viene invitato dalla Federazione dei giovani comunisti di Aosta a rimanere in loco per promuoverne l’organizzazione e contribuire all’espansione nella regione. Per questo motivo, dopo un breve soggiorno nei luoghi natii, viene inviato a Torino, dove frequenta un corso di formazione politica organizzato dal Pci. Qui ha modo di ascoltare lezioni di dirigenti ed intellettuali come Italo Calvino e conosce numerosi dirigenti e parlamentari comunisti. Rientra ad Aosta, in cui trascorre l’inverno, ma già tra marzo e aprile la condizione economica dell’organizzazione comunista è talmente fragile che non può permettersi di pagare un altro funzionario. Galuzzi, quindi, ritorna a lavorare in un cantiere, ma non prima di essersi speso nella campagna elettorale locale ed incorrere, durante attività propagandistiche, in un fermo. Ciò lo porta, in un momento di nervosismo, ad una colluttazione con il commissario della pubblica sicurezza cui segue l’arresto. Solo la protesta dei giovani compagni porta alla scarcerazione il giorno successivo. Ad ogni modo, rientra successivamente a Pesaro ed è chiamato dal Pci a lavorare con la Cgil, prima, per un breve periodo, come dirigente del settore sindacale giovanile, poi, nell’inverno del 1953, dopo che il partito lo aveva inviato a Macerata Feltria, per la campagna elettorale contro la cosiddetta ‘legge truffa’ (che avrebbe permesso di assegnare il 65% dei seggi alla lista o alla coalizione di liste che avesse superato il 50% dei voti validi). Qui nel 1954 (fino al 1957) è incaricato dalla Cgil di dirigere la Camera del Lavoro mandamentale. Si tratta di un’area territoriale importante che include tredici comuni, ma è anche una zona povera, con una netta prevalenza dell’economia mezzadrile, dove i rapporti fra mezzadri e padroni sono ancora particolarmente tesi e conflittuali dopo il cosiddetto ‘sequestro dei padroni’ per l’effettiva attuazione del Lodo De Gasperi già promulgato nel maggio 1947. Come si è detto, «sono anni legati alle vertenze per le pensioni ai mezzadri e alla contestazione delle disdette che, quasi sempre notificate con preavviso di poche settimane e senza la necessità di indicare una giusta causa, mandano in rovina il mezzadro e la sua famiglia». Nel 1957 Galuzzi è richiamato a Pesaro e, dopo un periodo presso la Fillea, lavora nella segreteria provinciale della Federmezzadri. Nel 1963 inizia una lunga e combattiva esperienza presso l’Ufficio vertenze della Camera del Lavoro provinciale. In questo ruolo si occupa in particolar modo delle rivendicazioni e dei contratti di quelle categorie di lavoratori che non sono singolarmente rappresentate: da chi è impiegato nelle farmacie (per cui c’era solo un contratto nazionale di carattere normativo e non economico a livello nazionale), agli addetti ai trasporti, dagli assicuratori a collaboratori/collaboratrici familiari, dai facchini ai barbieri/parrucchieri. In alcuni casi si conseguono risultati inaspettati e particolarmente rilevanti. Tra questi, si segnalano il contratto regionale per gli impiegati delle assicurazioni e la quattordicesima mensilità per i fornai di Pesaro, che sono i primi a livello nazionale ad ottenere questa integrazione salariale. Negli anni Sessanta, inoltre, sempre a Pesaro, superando i pareri discordi della Cgil nazionale che nutre in merito una diffidenza che non si può definire semplicemente ideologica, bensì dettata dal fatto che ciò avrebbe potuto creare un vulnus per deregolamentare qualifiche e contratti più solidi ritagliati sulla figura lavorativa impiegata a tempo pieno, si realizza il primo contratto part-time per le lavoratrici della Standa. Un luogo, quest’ultimo, come ricorda Galuzzi, in cui prima «non riusciva ad entrare nessuno di sinistra». Per giungere a quel tipo di contratto, infatti, prima si era riusciti ad ottenere una commissione interna, a nominare un rappresentante e a conquistare il diritto di svolgere un’assemblea. In questo caso sarà anche impugnato, con successo, il rifiuto del datore di lavoro di pagare come straordinario le ore eccedenti il part-time, che si registrano in particolare nei periodi di maggiore attività dell’azienda. Galuzzi, inoltre, gioca un importante ruolo anche nell’ambito della cooperazione riguardante la grande distribuzione. In seguito all’adesione della pesarese Alleanza Cooperativa alla Coop Romagna Marche e alla difficoltà occupazionali che si crearono, Galuzzi ha modo di lavorare di concerto con il segretario della Filcams di Ravenna affinché nasca proprio a Pesaro, nell’area dell’ex Montecatini (ormai dismessa e chiusa dalla metà degli anni Ottanta), una delle prime imponenti strutture dedicate alla grande distribuzione come Ipercoop. E ciò avviene non senza frizioni e opposizioni all’interno dello stesso Pci. Se l’esperienza all’Ufficio vertenze termina nel 1979, egli rimane attivo nella Cgil fino al 1989, ricoprendo per un decennio l’incarico di rappresentarla nella commissione regionale dell’Inps. Ha anche modo, inoltre, di lavorare nella Commissione provinciale per la distribuzione degli alloggi popolari presso l’Istituto Autonomo delle Case popolari (Iacp), Dopo il pensionamento continua il suo attivismo nel Sindacato Pensionati e torna a risiedere a Trasanni dove ha modo di dedicarsi anche all’attività agricola. Muore a Urbino il 12 settembre 2018.

Frontalini, Anna
MdM_IT_P_00529 · Persona · 1959 mag. 4 -

Nata a Fano. Nel 1991 Direttrice patronato Inca.

Tornati, Giorgio
MdM_IT_P_00010 · Persona · 1937 nov. 5 -

Giorgio Tornati nasce a Pesaro il 5 novembre 1937.
Consegue la laurea in scienze geologiche presso l'Università di Roma nel luglio 1962.
Nel 1963 partecipa, assieme a Marcello Stefanini e ad altri giovani docenti e studenti, alla costituzione del Circolo politico culturale Antonio Gramsci di Pesaro, che rimarrà attivo fino al 1968.
Al termine del servizio militare (1962-1964) intraprende l'insegnamento di matematica e fisica presso l’Istituto tecnico per geometri di Pesaro, la scuola media annessa al riformatorio minorile di Pesaro, l’Istituto tecnico per ragionieri di Cagli e l’Istituto magistrale di Fano.
A Cagli Tornati conosce Maria Augusta Pecchia, insegnante di letteratura presso lo stesso istituto, che sposa il 9 luglio 1966 e dalla quale avrà due figli, Claudio e Paolo.
Nel 1965 viene eletto consigliere comunale di Pesaro e dal 1968 ricopre l’incarico di assessore ai lavori pubblici, allo sport, all'edilizia pubblica nella giunta presieduta dal sindaco Giorgio De Sabbata.
Nel 1966, eletto segretario della sezione centro del Partito comunista italiano (PCI) di Pesaro, entra a far parte del Comitato federale. È delegato al Congresso nazionale del PCI.
Nel 1970 viene nuovamente eletto consigliere comunale ed è assessore nella giunta presieduta dal sindaco Marcello Stefanini.
Nel dicembre 1972 si dimette dall’insegnamento e dal ruolo di assessore, diventa funzionario del PCI e viene chiamato a far parte della Segreteria regionale fino al 1975 con incarico di responsabile regionale di enti locali e regione. Dal 1975 al 1978 è segretario della Federazione provinciale del PCI di Pesaro e Urbino.
Dal 1978 al 1987 è sindaco di Pesaro.
Fa parte della direzione nazionale dell’ANCI, di cui per alcuni anni ricopre l’incarico di presidente del Comitato regionale.
Dal 1985 è consulente della casa editrice Maggioli, per la quale dal 1990 dirige UMUS, rivista bimestrale sull’organizzazione della cultura nelle istituzioni pubbliche.
Nel 1987 è promotore dell’associazione nazionale Enti locali per la cultura (ELART).
Dal 1987 al 1992 è senatore della Repubblica. Membro della 13ª Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali), viene nominato responsabile del Gruppo comunista. È anche componente della Giunta per gli affari della Comunità Europea.
Nel 1989 fonda l'Associazione Focalis, osservatorio legislativo in materia ambientale, che svolge un’intensa attività fino al 1993.
Nel 1992, terminato il mandato parlamentare, si dimette dalla carica di consigliere comunale ed esce dal Partito democratico della sinistra (PDS).
Dal 1992 al 1998, in qualità di consulente in materia di legislazioni e politiche ambientali, collabora con enti pubblici e società private del settore.
Nel 1994 partecipa alla fondazione dell’Associazione Palomar, nata al fine di favorire l’informazione e il dibattito su questioni culturali, politiche, sociali, economiche, ambientali e istituzionali all’interno della comunità cittadina.
Nel 1996 si iscrive nuovamente al PDS in omaggio al suo amico Marcello Stefanini, morto nel 1994, cui viene dedicata la Sezione Centro di Pesaro.
Nel 1998 costituisce l’associazione Città e cittadini, che tratta problemi politici e istituzionali apertisi nel centrosinistra.
Nel 1999 esce dai DS e si candida come sindaco con la lista I Democratici di Prodi. Viene eletto consigliere comunale, incarico che svolge fino al 2004 in opposizione alla giunta di centro-sinistra.
Nel 2003 svolge l'incarico di direttore dell'Autorità di Ambito Territoriale Ottimale (A.A.T.O) n. 1 Marche Nord - Pesaro e Urbino, in applicazione della legge Galli sull’organizzazione dei gestori delle acque destinate al consumo umano. Nel 2004 è presidente dei Comitati tecnici di gestione dei contratti di servizio per l'affidamento del servizio idrico integrato e di igiene urbana del Comune di Pesaro presso ASPES multiservizi Spa.
Nel 2004 cessa il mandato di consigliere comunale e si ritira dall'attività politica.
Nel 2015 istituisce una borsa di studio indirizzata a studentesse meritevoli iscritte al primo anno di università, in memoria della moglie Maria Augusta Pecchia.

Giannotti, Flaminio
MdM_IT_P_00558 · Persona · [193-?] -

A partire dal 1960, almeno fino al 1968, è direttore provinciale dell'Inca. Nel 1961 è delegato all’Inam in rappresentanza dei lavoratori dell’industria. L’incarico gli viene rinnovato nel 1968. Nel 1969 è eletto nel Comitato direttivo della Camera del lavoro provinciale in occasione del VII Congresso e figura tra i delegati provinciali al Congresso nazionale.

Didò, Mario
MdM_IT_P_00564 · Persona
Tinti, Alfio
MdM_IT_P_00547 · Persona
Neri, Elvio
MdM_IT_P_00576 · Persona · 1939 apr. 2 -

Nato a Pergola da una famiglia di contadini, ha conseguito il diploma di scuola media a Pergola. Inizia la sua attività sindacale, dopo una fase di collaborazione alla Cgil, viene eletto Segretario della Camera del lavoro di Pergola a 20 anni fino a 21 anni quando è andato a fare il militare, occupandosi della Federmezzadri. Al ritorno si reca a Milano dove fa un corso per la vendita di macchine per l'ufficio e rimane fino al 1964. Torna a Pergola su invito di Nino Binotti, insegnate, partigiano, dirigente del Pci e Sindaco di Pergola che gli chiede di candidarsi nelle liste del Pci di Pergola alle elezioni amministrative. Binotti muore durante un comizio dopo le elezioni. Neri si sente investito della responsabilità datagli da Binotti in quanto il più giovane fra gli eletti. Viene nominato capogruppo consigliare del Pci all'opposizione. Torna a lavorare alla Cgil ma deve dimettersi per l'incompatibilità con la carica comunale. Andrà a formare l'alleanza dei contadini e contemporaneamente diventa funzionario del Pci e con le elezioni del 1970 diventa vice sindaco, assessore alla pubblica istruzione di Pergola, contribuisce ad abolire le pluriclassi portando le scuole al capoluogo con tutti i servizi. Nel 1985 viene eletto alle amministrative e diventa consigliere provinciale. Continua a fare il funzionario di partito fino agli anni Novanta. Nel 1992 il presidente della CTF (azienda trasporti merci conto terzi) lo chiama e lo incarica prima come responsabile commerciale poi coordinatore generale fino al 2005. Poi passa alle aziende partecipate della CTF fino al 2012. Viene nominato Presidente della Fondazione XXV Aprile fino al 2018.

Cecchi, Claudio
MdM_IT_P_00047 · Persona · 1922 gen. 22 - 2013 lug. 6

Claudio Cecchi nasce a Pesaro il 20 gennaio 1922.
Il nonno Antonio Cecchi era stato ufficiale di marina ed esploratore delle zone interne dell'Etiopia, contrario ad ogni forma di colonialismo e di schiavismo era sostenitore di un intervento pacifico italiano in Somalia, Nel 1896 muore eroicamente a Lafolè, all'interno della Somalia, nella spedizione che aveva il compito di esplorare la riva sinistra dell'Uebi, e di farsi amiche le popolazioni per stringere con esse trattati ed accordi commerciali.
Il padre, Gino Cecchi, rimasto orfano sia della madre sia del padre appena dodicenne, entra nella carriera diplomatica giovanissimo, sarà console a Hodeida (Yemen), ad Aden, San Francisco, Barcellona, Calcutta, rappresentante per l'Italia in Romania nella Commissione europea per in Danubio, ministro plenipotenziario in Afghanistan e in Colombia. Nel 1932 rifiutò la tessera del PNF dichiarando il dissenso politico al governo, venne quindi arrestato e internato in manicomio, dimesso dopo alcuni mesi riuscì a emigrare con la famiglia in Francia dove rimase fino alla fine della guerra, quando riprese la carriera diplomatica come console generale a Parigi. La madre, Angiola Picciola, figlia del poeta Giuseppe Picciola e nipote di Giuseppe Vaccaj, pittore e uomo politico, era lei stessa una buona pittrice.
Claudo Cecchi seguì la famiglia nelle diverse sedi diplomatiche, senza frequentare le scuole pubbliche, sostituite dalle lezioni della madre e delle governanti, viene ammesso al Liceo Mamiani di Pesaro solo per i primi due anni in quanto il padre non voleva che aderisse alle organizzazioni giovanili fasciste, con il trasferimento della famiglia in Francia frequenterà il liceo e si diplomerà a Grenoble. Dopo lo scoppio della guerra rimarrà a Parigi con il padre e lì si laurea in legge. Rientra in Italia per la chiamata alle armi ed inizia da subito una sua attività anti regime, distribuendo volantini e tracciando scritte antifasciste sui muri della città. Nel febbraio 1943 fu convocato all'Ufficio politico dei Carabinieri e interrogato sulla sua formazione politica, Cecchi non nascose le sue idee, tuttavia il fatto di non appartenere a nessuna formazione sovversiva gli evitò immediate conseguenze repressive, ma non impedirono che fosse segnalato alla scuola per sotto ufficiali di Sassuolo. Dopo l'8 settembre insieme ad altri componenti del battaglione venne fatto prigioniero a Pisa, riesce però a fuggire subito con un compagno e dopo due giorni ad arrivare a Pesaro. A febbraio del 1944 viene contattato dal CLN di Pesaro e il 4 marzo viene convocato per frequentare dal 5 al 16 a San Petro in Calibano (oggi Villa Fastiggi) un corso "di tipo catechistico e d'impostazione marxista" insieme a Giorgio De Sabbata, Carlo Paladini, Elio Della Fornace e Odoardo Ugolini. il 17 marzo raggiunge la zona di Cantiano ed è nominato commissario politico del distaccamento “Pisacane” col quale partecipa alla vittoriosa battaglia di Vilano (25 marzo 1944) in appoggio al Battaglione “Picelli”, aggredito da 500 nazifascisti provenienti da Cagli. Per il ruolo avuto nella battaglia di Vilano Cecchi verrà decorato con la medaglia di bronzo al Valor militare con decreto dell'11 marzo 1953. Nel giugno del 1944, nel territorio della frazione Paravento di Cagli, Cecchi è protagonista della battaglia scatenata dall'attacco del tedeschi dopo l'uccisione di un soldato e la cattura di due loro militari. Dopo oltre ventiquattro ore di assedio, la vocazione diplomatica di Cecchi consente il rilascio di una trentina di ostaggi presi dai tedeschi. Dopo la battaglia di Paravento a Cecchi viene affidato il comando del I Battaglione di cui i Pisacane era un Distaccamento. Nel 1944, dopo la Liberazione della sua città, Claudio Cecchi è nominato, su indicazione del CLN, Commissario prefettizio all'Amministrazione provinciale di Pesaro, ma si dimette il 28 ottobre per arruolarsi nel Corpo italiano di Liberazione, si ammala però gravemente e sarà ricoverato in sanatorio per tubercolosi polmonare fino al 1950. Dichiarato grande invalido avrà la Croce al merito di guerra. Nell'ottobre 1950 si sposa con Anna Giordani, attivista dell'UDI, impegnata nel Movimento per la pace e tra i delegati al Congresso mondiale del 1949. Si iscrive al Pci ma se ne allontana per i fatti di Ungheria nel 1956; rimane in politica come consigliere e poi assessore al Comune di Pesaro e, successivamente dal 1975 al 1980, come Presidente della Azienda municipalizzata autoservizi e nettezza urbana (Amanup). Nel dopoguerra si dedica anche alla professione forense e all’insegnamento del francese. Sarà presidente per molti anni dell'Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra e componente il Comitato direttivo dell'Anpi provinciale di Pesaro e Urbino. Muore a Pesaro il 6 luglio 2013.

Lupi, Enzo
MdM_IT_P_00604 · Persona
Francesconi, Patrizio
MdM_IT_P_00617 · Persona · 1953 giu. 14 -

Nasce il 14 giugno del 1953 a Chiusa di Ginestreto (fino al 1929 Ginestreto era stato un Comune poi aggregato a Pesaro); i genitori erano casanti, padre operaio saltuario, poi fuochista alla fornace PICA, madre casalinga e bracciante. Quando ha tre anni la famiglia si trasfesce a Pozzo Basso dove alla famiglia viene assegnato un appartamento delle case popolari. I genitori erano entrambi comunisti, anzitutto per il riscatto delle loro condizioni di vita, ma anche per l’influenza dello zio, staffetta partigiana. In questo contesto famigliare dai primi anni di vita incontra la politica e il PCI. Già a quattro anni il padre gli insegna a diffondere l’Unità la domenica, ma è anche un fervente chierichetto, che ha servito messa per tutto il periodo delle elementari, «un catto-comunista senza saperlo». L’impegno politico militante inizia nel 1967 con l’iscrizione al circolo della FGCI di Pozzo Basso (con Gianfranco Roberti segretario di sezione, che poi divenne dirigente della CGIL prima alla Fillea e in seguito nella Camera del Lavoro) e nel movimento studentesco in Urbino dove studia all’Istituto Tecnico e si diploma in elettronica industriale. Qui partecipa alle prime manifestazioni studentesche, alle prime occupazioni dell’Istituto, alle liti quotidiane «come sempre e da sempre per non farci mancare nulla su chi era più a sinistra e come si doveva fare per esserlo» con i compagni della sinistra extraparlamentare, alle lotte con gli studenti universitari, all’incontro con il teatro politico di Dario Fo al Teatro Spento e ai i primi contatti con la Camera del Lavoro di Urbino.
A 16 anni diventa segretario del circolo e inizia l’attività di riorganizzazione e di tesseramento alla FGCI dove, conseguendo ottimi risultati, viene notato dalla FGCI provinciale, da Luigi Gennarini prima e Stefano Angelini poi, e inserito negli organismi dirigenti fino a divenire, negli anni successivi segretario di zona della federazione giovanile, che contava all’epoca oltre 5000 iscritti. Diventa poi segretario organizzativo nella segreteria provinciale. Dopo il diploma si iscrive a Medicina che frequenta per quattro anni alternando gli studi con il lavoro al Partito, ma l’amore per la politica era così forte che decide di lasciare gli studi universitari per un impegno totalizzante come funzionario del PCI di zona «per altro senza mai essere pagato», nel frattempo viene inserito anche nel Consiglio di amministrazione dell’Ospedale San Salvatore di Pesaro. Alla fine del 1979 il Consiglio di amministrazione viene soppresso con l’entrata in vigore della legge 833 del 23 dicembre 1978, che istituiva il Servizio sanitario nazionale (detta anche Riforma sanitaria).
Nel 1976 viene eletto segretario della sezione comunista di Pozzo «ricordo che la prima discussione che feci, purtroppo con relativi strappi nella militanza, fu relativa alla opportunità di togliere il quadro di Stalin dalle pareti della sezione e diversi compagni anziani non me lo perdoneranno per molti anni a venire». In un paese, Pozzo, con poco più di 1100 abitanti c’erano quasi 500 iscritti tra Partito e FGCI, e si era ottenuto il 70% dei voti alle elezioni politiche e amministrative «erano i tempi in cui già qualche giorno prima del voto sapevamo con una precisione del 99% quanti voti avremmo ricevuto e quanti gli altri partiti, la capillarità della presenza nel territorio e il suo ‘controllo’ ci permettevano di ottenere questi risultati». Nel 1979, dopo la nascita della figlia Giulia, lascia il funzionariato di Partito e riprende gli studi universitari a Urbino, dove in seguito conseguirà la laurea in Scienze biologiche, matematiche e fisiche. Verso la fine della primavera del 1980 Massimo Falcioni segretario della Camera del lavoro Provinciale di Pesaro gli chiede la disponibilità a lavorare in CGIL. Dopo un mese di riflessioni e di confronti in casa e con i compagni di sezione e della Federazione con cui era rimasto più strettamente in contatto, accetta «i miei dubbi riguardavano la capacità di riuscire a svolgere questo nuovo impegno senza sapere praticamente nulla delle politiche sindacali e del suo modello organizzativo, della confederazione, delle categorie, il rapporto con le altre organizzazioni sindacali, le componenti politiche sindacali, ecc.».
Falcioni e Mario Mauri (Segretario provinciale aggiunto) avevano concordato l’ingresso di un gruppo di giovani provenienti specialmente dal mondo studentesco per innestare nuove energie e ricostruire un gruppo dirigente che ancora soffriva delle grandi fratture che c’erano state nell’ultimo decennio dentro la Camera del lavoro di Pesaro, nel rapporto con i partiti e specialmente con il PCI. Lo scontro delle idee e delle azioni che si era svolto, era di natura sindacale: sul ruolo dei Consigli di fabbrica – prima e dopo la legge del 20 maggio 1970 che n. 300 che detta le norme per lo Statuto dei lavoratori, prima e dopo il ’68 -, sulla loro nuova soggettività politica, sulla vertenza territoriale per nuovi servizi sociali e sugli spazi di iniziativa politica e culturale. Ma lo scontro era anche molto politico coinvolgendo il Partito, l’autonomia dal Partito «allora c’erano ancora le commissioni di massa ovvero il Partito che ‘dava la linea’ ai lavoratori, agli artigiani, ai contadini, ai commercianti, iscritti o vicini alle posizioni del PCI, per dirla in modo più colorito, lo scontro ha riguardato anche la presa del ‘palazzo d’inverno’ cioè la direzione della Federazione del PCI ritenuto a torto o a ragione il centro del potere, il Dominus. In altre parole le aspre battaglie politiche, condotte senza esclusione di colpi, riguardavano da una parte quei compagni che volevano fare dei consigli di fabbrica il nucleo centrale di una rinnovata classe operaia capace di diventare soggetto politico e guidare la trasformazione del tessuto produttivo e sociale con una forte alleanza con gli studenti e la cultura e dall’altra altri compagni che ritenevano che il lavoratori dovevano essere sì centrali nel modello di sviluppo attraverso lo sviluppo dei diritti, ma questo modello di società nuova doveva anche essere compenetrato dagli interessi di altri soggetti: le imprese (grandi e piccole), i commercianti, i contadini e i professionisti, cioè attraverso politiche di alleanze. Queste battaglie che erano durate molti anni alla loro conclusione avevano portato all’allontanamento verso altre esperienze sindacali di CGIL e di federazioni di categorie sparsi in giro per l’Italia di quei compagni che uscirono sconfitti (Luigi Agostini e altri), e umanamente aveva lasciato anche conseguenze fatte di diffidenze, a volte di rancori, di non affidabilità della ‘linea politica’ di tanti compagni. In altre parole si doveva ricostruire un clima, e nuovo gruppo dirigente».
Il 1° luglio del 1980 Francesconi inizia la sua vita di funzionario della CGIL, venendo cooptato a fine luglio negli organismi dirigenti della Camera del lavoro come addetto stampa e per occuparsi della propaganda e delle 150 ore).
«Il primo giorno subito un impatto da batticuore, Falcioni mi manda alla Benelli moto dove i lavoratori stavano scioperando per il contratto integrativo aziendale, in rappresentanza della Camera del Lavoro (c’erano rapporti molto tesi con la FLM) e partecipai all’organizzazione della lotta (che durò fino ai primi di ottobre ma De Tommaso non si spostò che di pochi millimetri e la FLM – con il segretario nazionale Gianni Italia - chiuse quella vertenza con una manciata di lire di aumento, ma soprattutto iniziò la crisi occupazionale della Benelli). Così come da lì a breve mi fecero fare la prima assemblea, al mobilificio Cenerini di Santa Maria delle Fabbrecce (facevano le casse da morto), e il primo incontro con i lavoratori dei corsi delle 150 ore per il conseguimento della licenza media».,
La confederazione a fine 1980 rivede il modello organizzativo con il superamento delle Camere del lavoro provinciali e l’istituzione delle Camere del lavoro comprensoriali. Falcioni, che era stato mandato al regionale alla categoria dei tessili, viene sostituito da Rodolfo Costantini che, dopo pochi giorni, gli comunica che doveva andare a lavorare alla Camera del lavoro di Fano con Riccardo Spaccazocchi segretario generale e Bino Fanelli segretario aggiunto.
In questa fase è impegnato con il congresso costitutivo della Camera del lavoro comprensoriale di Fano, ed entra nella segreteria della Camera del lavoro per occuparsi del sindacato dei pescatori, di parte dell’Ufficio vertenze, «diretto da Marcello Alessandrini già delegato del calzaturificio Serafini, vertenza che in seguito alla chiusura dello stabilimento, segnò profondamente in negativo la storia della Camera del lavoro di Fano», dell’organizzazione della Camera del lavoro e diventa segretario generale dei pubblici dipendenti. Poi appena un anno e mezzo dopo, Rossano Rimelli, Segretario generale aggiunto della CGIL Marche, lo porta direttamente nella segreteria regionale con la responsabilità dei settori sanità, enti locali, servizi sociali e riforma della Pubblica amministrazione «a partire dalla così detta riforma intercompartimentale che aveva l’obiettivo di unificare omogeneizzandole tutte le diverse normative vigenti all’interno dei singoli settori della Pubblica amministrazione, praticamente mi facevano fare dell’apprendistato perché il mio destino era quello di andare a dirigere la FP CGIL delle Marche». Così nel 1984 viene cooptato in questa nuova categoria e dopo qualche mese sostituisce Italo Javarone alla Segreteria generale di categoria. «Fu una bella esperienza perché partecipai, insieme ad altri compagni, alla costruzione di una nuova grande importante categoria di tutti i lavoratori pubblici, fino ad allora dispersi in varie categorie e settori, un lavoro di grande soddisfazioni. Mi chiesero di andare a lavorare in Funzione pubblica nazionale nel dipartimento organizzativo, ma avendo avuto il secondo figlio, Enrico, preferii avvicinarmi a casa e rientrai alla Camera del lavoro di Pesaro, dove Segretario generale era Lino Lucarini».
Dal 1988 al 2005 ricopre diverse mansioni come componente della Segreteria territoriale, anzitutto quelle delle politiche pubbliche, dei servizi sociali, del sindacato dei diritti lanciato da Trentin alla conferenza di organizzazione di Chianciano, di handicap e inserimento lavorativo, immigrazione, cooperazione sociale. «Organizzai per la prima volta i soci-lavoratori di queste cooperative, una modalità di lavoro di confine tra lavoro dipendente e imprenditoria sociale, partecipando alla scrittura del primo contratto nazionale per la parte che riguardava la tutela dei lavoratori appartenenti alle così dette fasce deboli e ricoprii anche ruoli dirigenziali di categoria prima alla Fiom (segretario Tarsi) e poi come segretario generale della FILCEA (energia ,gomma e plastica). In quel periodo fui promotore insieme ad altri della costituzione dell’Università dell’età libera chiedendo a Paolo Volponi di presiederla (in seguito alla sua morte, successivamente a lui fu dedicata)».
Dal 1995 al 2002 diventa Segretario provinciale del Sindacato pensionati italiano, anche qui con un lavoro politico ed organizzativo di grande soddisfazione nella costruzione delle leghe territoriali dei pensionati con una forte autonomia politica ed amministrativa, volto alla tutela dei pensionati attraverso servizi erogati dalla CGIL ma soprattutto con la contrattazione sociale territoriale con i Comuni e le ASL. «Un periodo di grande protagonismo sindacale dei pensionati che comportò anche qualche scontro politico con la segreteria generale della Camera del Lavoro (Giuliano Giampaoli)».
Successivamente, per quasi due anni, collabora con l’Assessorato ai Servizi sociali del Comune di Fano alla progettazione di una nuova serie di servizi sociali in particolare rivolti alle persone anziane e a quelle con problemi psichiatrici. «Anche quello fu un lavoro svolto ‘dall’altra parte della barricata’ ricco di soddisfazione, purtroppo interrotto appena due anni dopo quando l’amministrazione comunale passò da un governo di sinistra ad uno di destra, così non mi fu rinnovato il contratto di lavoro e rientrai in CGIL, prima di accettare la proposta del Comune di Fano chiesi e ottenni il consenso della CGIL Marche di fare questa esperienza e di rientrare se l’esperienza si fosse interrotta o per mia incapacità o per altri motivi politici istituzionali o elettorali, appunto».
Dal 1° settembre del 2004 Gianni Venturi, segretario generale della CGIL Marche, lo chiama a dirigere il Dipartimento formazione e ricerca. In questa veste si occupa soprattutto di organizzare i Fondi interprofessionali per la formazione continua dei lavoratori dipendenti, alimentati dallo 0,30% dei versamenti contributivi e gestiti in maniera paritetica con le controparti contrattuali. Si trattava di una grande occasione per le RSU e per i delegati, destinare pacchetti di ore formative da svolgersi durante il normale orario di lavoro per aumentare le competenze professionali e culturali dei lavoratori dipendenti e contribuire attraverso questa strada all’aumento della competitività aziendale, attraverso la contrattazione aziendale «le aziende non furono mai pronte a questa innovazione che avevano avuto origine con il governo Ciampi attraverso la pratica della concertazione». Si occupa nel contempo di formazione permanente degli adulti e dell’organizzazione dei corsi IFTS, ITS (formazione specialistica post diploma) e dei Master universitari, con l’obiettivo di creare professionalità nuove per il tessuto industriale e produttivo. Per conto di CGIL Marche è stato componente del Comitato di sorveglianza della Regione Marche occupandosi del Fondo sociale europeo (FSE). Contemporaneamente inizia a svolgere anche la formazione sindacale che di li a poco tempo avrebbe avuto uno sviluppo esponenziale. Con il superamento organizzativo del dipartimento formazione e ricerca voluto dalla CGIL nazionale si crea il dipartimento della Formazione sindacale e in contemporanea la CGIL Marche costituisce anche il dipartimento welfare che Francesconi andrà a dirigere unitamente al dipartimento formazione sindacale fino al periodo del pensionamento avvenuto il 31 dicembre 2019.
Di questo ultimo periodo, dal 2010 al 2019, rimane significativa l’esperienza che ha contribuito a realizzare (unica nel panorama sindacale nazionale) la convenzione sottoscritta (insieme a CISL e UIL e alle Organizzazioni degli artigiani) e con l’Università di Camerino per permettere ai compagni e agli altri colleghi, che per diversi motivi non avevano la laurea, di conseguire quella in Scienze politiche «quasi 20 compagni della CGIL si laurearono». In quegli anni è importante segnalare la serietà dell’impegno formativo della CGIL Marche «che aveva deciso di dedicare l’1% dei bilanci al finanziamento della formazione», diretto ai delegati e al gruppo dirigente in modo metodico e co-progettato, coinvolgendo le Camere del lavoro e le categorie. Viene inoltre sperimentata la formazione a distanza con la creazione di una piattaforma di e-learning della CGIL Marche «coadiuvato tecnicamente da Sandro Tumini ingegnere e delegato della Università Politecnica delle Marche, accompagnata dalla formazione per l’uso intelligente dei social-media in un processo di nuova comunicazione (protagonismo dei soggetti sindacali, attraverso immagini, interviste all’interno di uno spazio temporale breve che comportava utilizzare meno parole e specialmente utilizzare meno il ‘sindacalese’). Così come i Master formativi residenziali di durata annuale rivolti ai giovani dirigenti della CGIL con una progettazione del tutto nuova rispetto al passato introducendo anche una parte di ‘intrattenimento culturale’ come parte integrante del programma formativo (incontri con autori, partecipazione a mostre ecc.) che mai era stata fatta prima. Così come mi sento orgoglioso di aver istituito il Servizio civile in CGIL Marche partecipando ad un bando della Regione Marche dove con un nostro progetto potemmo inserire in due anni 30 ragazze e ragazzi delle Camere del Lavoro a far conoscere loro il sindacato e come lavorava, i servizi che eroga, e noi a beneficiare dell’arrivo di nuove mentalità ed energie».
Forte negli ultimi tempi il suo impegno sul versante dei Servizi sociali, rivolgendo in particolare l’attenzione sulla povertà che anche nelle Marche sta assumendo una dimensione massiccia in contemporanea alla crisi occupazionale «seppure in modo differente otre il 10% della popolazione marchigiana ne era interessata».
Dal dipartimento Welfare attiva un lungo processo di contrattazione sociale territoriale con i Comuni e di confronto e di contrattazione con la Regione Marche «portato avanti in modo convintamente unitario» innanzitutto volto ad aumentare le risorse da destinare ai servizi sociali e verso la riorganizzazione dei modelli gestionali previsti dal Piano sociale regionale per la costruzione degli Ambiti territoriali sociali e «la rivendicazione dell’adozione di politiche socio-sanitarie, molto carenti nella nostra Regione dove l’attenzione è sempre stata rivolta alla sanità e molto meno al socio sanitario, perché il ceto politico ai diversi livelli, ha sempre fatto prevalere un intento risarcitorio ed assistenziale rispetto a politiche di sviluppo dove il sociale è uno dei cardini essenziali per conseguire un buon welfare».

Tarsi, Peppino
MdM_IT_P_00520 · Persona · 1952 mar. 26 -

Nato a Frontone.

Pierangeli, Wolframo
MdM_IT_P_00655 · Persona · 1895 apr. 10 - 1974 gen. 30

Pierangeli è una figura di spicco dell’antifascismo pesarese, nato nel 1895 a Civitanova Marche, si trasferisce nel 1906 a Urbino dove si forma in un ambiente laico influenzato dalla figura del medico socialista Domenico Gasparini. Nel 2011 raggiunge in Argentina il padre Stefano, direttore artistico del teatro Colón di Buenos Aires, ma nel 1915 torna in Italia e viene chiamato alle armi. L’esperienza della Prima guerra mondiale rafforza le idee socialiste e lo porta a impegnarsi nell’attività politica fin dalle elezioni del 1919. Pierangeli a Pesaro si diploma geometra e nel 1920 si sposta in Veneto a Spresiano dove viene nominato segretario della sezione del Partito socialista. A capo di una cooperativa di muratori inizia da Spresiano un’attività di copertura che gli permette di assumere i compagni socialisti costretti ad allontanarsi da Pesaro. Per seguire il lavoro nei cantieri riesce a spostarsi in diverse regioni e a portare avanti l’attività clandestina per proteggere gli antifascisti pesaresi a cui dà lavoro e sostiene economicamente. Nel 1921 a Pesaro conosce Egisto Cappellini, dirigente comunista fra i fondatori del Partito a Livorno, che sarà il suo contatto con l’organizzazione clandestina del Partito. Pierangeli è controllato dalla polizia e più volte picchiato dai fascisti, viene allontanato da Pesaro nella prima metà degli anni Venti e costretto a trasferirsi in Sicilia e in Calabria. Riesce comunque a mantenere i contatti con Cappellini e quando nel 1931, con una ditta di copertura, vince una gara d’appalto a Sanremo può assumere a lavorare i comunisti pesaresi, fra questi Alfonso Tomasucci, antifascista condannato dal Tribunale speciale e Mario Bertini, che sarà segretario della Camera del Lavoro dopo la guerra, fra i suoi collaboratori avrà anche Ottavio Ricci, nel 1944 comandante della V Brigata Garibaldi Pesaro. Adducendo motivazioni di lavoro Pierangeli, Ricci e Bertini possono andare in Francia a Nizza a recuperare materiale stampato clandestinamente per portarlo a Torino a Cappellini. Da Sanremo Pierangeli riesce a favorire la fuga in Francia dei fratelli Ugolini condannati dal Tribunale speciale e a fornire notevoli aiuti economici al Partito e per la stampa dell’Unità.
Nel 1934 Pierangeli insieme a Claudio Cangiotti acquista la Fornace che verrà utilizzata come sede dell’attività clandestina del PCI e, grazie alla possibilità di muoversi per esigenze dell’azienda, Cappellini può disporre dell’auto per spostarsi sul territorio nazionale.
La mattina del 26 luglio 1943 fra i pesaresi che festeggiano in piazza la caduta del fascismo ci sono anche Pierangeli e Mario Bertini e il 27 nell’ufficio di Pierangeli al n. 8 di via Rossini si decide la costituzione del “Fronte nazionale d’azione”. Dopo l’armistizio si costituisce il Comitato di liberazione nazionale con il compito di organizzare e dirigere il movimento di resistenza. Il 15 settembre 1943 Pierangeli riceve dal PCI l’incarico di prendere contatti con gli alleati. Parte insieme a Vittorio Fanelli di Ancona e Leone Bernardi di Fermo con la sua macchina in quella che Cappellini chiama la “missione Pierangeli” con l’obiettivo di esporre la situazione della costa adriatica in vista di un possibile sbarco a nord, all’altezza di Ancona.
La “missione Pierangeli” si rivela difficile, gli inglesi diffidano dei comunisti e passeranno mesi per ottenere aiuti e armi. Pierangeli rimane bloccato fra Bari, Napoli e Salerno fino alla fine di maggio 1944, partecipa a Napoli il 28 novembre del 1943 alla riunione dei Comitati di liberazione e al Congresso del Comitato di liberazione nazionale a Bari, del gennaio 1944. Come rappresentante del PCI pesarese è in Ancona in agosto e torna a Pesaro prima dell’offensiva sulla Linea Gotica.
Nell’ottobre del 1944 Pierangeli viene nominato Presidente della Deputazione provinciale di Pesaro dal Colonnello Nicholls del Governo militare alleato in accordo con il CLN, subentrando a Claudio Cecchi che aveva ricoperto la carica dal 18 settembre. L’insediamento si tiene il 13 ottobre 1944 a Urbino nella sede dell’Università in quanto la sede della Provincia a Pesaro era inagibile.
I problemi che la Provincia si trova ad affrontare per riattivare i servizi di sua pertinenza sono immensi: strade interrotte, ponti distrutti, l’ospedale psichiatrico occupato dalle truppe alleate con i malati fatti sfollare fuori regione, il consorzio antitubercolare funzionante solo a Urbino, il laboratorio di igiene e profilassi completamente devastato. La difficoltà di avere strumenti e servizi operativi rendeva drammatica la ripresa in un territorio che aveva avuto il maggior numero di distruzione fra le province marchigiane.
La stima dei danni per la provincia di Pesaro era stata calcolata in 30 miliardi di lire, con i danni più gravi in agricoltura nella bassa valle del Foglia a ridosso della Linea Gotica, gravissimi i danni alle industrie con stabilimenti bombardati e macchinari smantellati dai tedeschi, danni enormi alla viabilità e alle case con 37.000 vani distrutti e 87.000 danneggiate, ancora nel 1955 Il Solco denuncia che più di 2300 case coloniche sono inabitabili. Drammatica la condizione della popolazione a cui si aggiunge il dramma del ritorno dei reduci dai campi di internamento. I primi interventi in condizioni di emergenza vengono indirizzati al restauro dei fabbricati pubblici, al ripristino della viabilità, allo sminamento dei terreni coltivabili. Per i lavori nelle strade la Provincia assume personale tecnico e affida i lavori a cooperative esistenti favorendo la costituzione di altre, ma le risorse sono inadeguate e il problema gravissimo della disoccupazione è al centro dell’azione del sindacato e delle forze politiche.
A un anno dall’insediamento, Pierangeli al convegno del CLN, pur tracciando un primo bilancio positivo sull’attività svolta, denuncia la mancanza di risorse per far fronte alla disoccupazione, che nella seconda metà del 1945 ammonta nella provincia a oltre 13.000 unità e promuove un’azione insieme agli amministratori marchigiani per ottenere dal governo un finanziamento straordinario per la ricostruzione.
A maggio del 1945 con l’uscita di scena del Governo militare alleato l’attività politica dei partiti riprende più liberamente. Il partito comunista con una struttura capillare su tutto il territorio e dirigenti che si erano formati durante la lotta clandestina al fascismo e poi nella guerra partigiana riesce a impostare una struttura organizzativa in grado di elaborare programmi per le necessità del territorio provinciale.
Il 1946 vede ancora aumentare la disoccupazione e la ripresa dell’emigrazione in seguito agli accordi con il Belgio. Pierangeli convoca gli industriali e li sprona ad assumere nuovi operai, ad ampliare e modernizzare gli impianti.
Fino al 1946 anche le componenti del mondo cattolico nelle giunte comunali e nella Deputazione provinciale fanno prevalere il senso di responsabilità operando in modo unitario, ma con le elezioni amministrative del 1946, con la netta prevalenza dei partiti di sinistra e dopo il successo del referendum, in cui la Repubblica prevale con il 71,35 % delle preferenze, viene meno quel clima di collaborazione che si chiuderà con la vittoria della DC alle elezioni del 18 aprile 1948.
Le elezioni del 1948 si svolgono in un clima di violenze ed eccessi con frequenti incidenti nel corso dei comizi. Particolarmente astioso il confronto che coinvolge il leader DC Umberto Tupini, attivo nella provincia di Pesaro, che non manca di sferrare attacchi contro Renato Fastigi e Pierangeli.
Pierangeli a sua volta risponde agli attacchi denunciando Tupini per l’utilizzo di fondi pubblici per la campagna elettorale del figlio Giorgio. Polemiche e attacchi personali si ripeteranno anche nelle elezioni del 1951 quando Pierangeli viene accusato da Raffaele Elia, senatore democristiano già segretario del Partito polare di Fano, di violare le norme contrattuali e previdenziali dei dipendenti della Pica, a queste accuse Pierangeli risponde con una lettera aperta in cui invita Elia a presentarsi “senza preavviso” per constatare come alla Pica “sussistano le più ampie garanzie di libertà politica e sindacale per le maestranze […] completi servizi per rendere più confortevole il lavoro (docce con acqua calda, spogliatoi, mensa ecc.)” lo invita poi ad usufruire della mensa “presso la quale viene fornito agli operai un vitto certamente non inferiore a quello somministrato in un buon ristorante”.
La vittoria della DC alle elezioni del 1948, nonostante la tenuta del Partito comunista, è l’occasione, attraverso l’interpretazione strumentale di norme e procedure amministrative, della sospensione per i più svariati motivi, di molti sindaci di sinistra, compreso Renato Fastigi nel 1950. Ma la forzatura maggiore è quella che porta il 12 ottobre 1948 alla sospensione di Pierangeli. Il provvedimento scatena reazioni durissime sulla stampa, si tengono manifestazioni e convegni che si sommano alla crisi economica con il rallentamento dei lavori per la ricostruzione denunciato dalla Camera del lavoro e con una conflittualità altissima che vede nuove forme di lotta nelle campagne, come il sequestro dei padroni a Macerata Feltria e gli scioperi alla rovescia.
Nel clima conflittuale che si era affermato dopo le elezioni dell’aprile 1948 è tuttavia significativo che la giunta della Deputazione uscente di ispirazione ciellenista si presenti unita, con il rappresentante democristiano e quello repubblicano che sconfessano l’operazione politica dei rispettivi partiti riconoscendo i risultati della Deputazione uscente e l’equilibrio del presidente Pierangeli.
Ad illustrazione di quanto realizzato nei quattro anni dalla Liberazione al 15 ottobre 1948 la Provincia pubblica la relazione della presidenza. L’opuscolo di 48 pagine è corredato da fotografie, cartine e grafici, Pierangeli sottolinea in premessa che “attraverso difficoltà d’ogni genere che parevano insormontabili, la Deputazione […] vuole ricordare che fin dai momenti tragici dell’immediato dopoguerra ha saputo dare il primo impulso ed un apporto deciso per la rapida ripresa della vita sociale, finanziaria ed economica della nostra provincia”.
La relazione prosegue illustrando nel dettaglio tutti gli interventi, con particolare dettaglio per il ripristino della viabilità con le foto e le descrizioni dei ponti ricostruiti, la riparazione degli edifici di proprietà provinciale e le nuove costruzioni. Pierangeli affronta anche il problema dell’ospedale psichiatrico, che aveva visitato rimanendo molto colpito per le condizioni in cui erano costretti i malati, proponendo l’acquisto dei terreni, per la costruzione di un nuovo ospedale in cui migliorare le condizioni di vita e di cura dei malati.
L’opuscolo elenca gli interventi per il Consorzio antitubercolare, per la Federazione maternità e infanzia, per l’assistenza agli illegittimi e per il settore artistico e culturale con il finanziamento agli asili, alle scuole, all’ente Olivieri, al concorso delle filodrammatiche, al Liceo musicale Rossini e all’Università. Per il Liceo Rossini ricorda l’impegno economico per integrare i “miseri stipendi” dei professori e per nominare il maestro Franco Alfano, già direttore dal 1942 al 1947 dell’Accademia di Santa Cecilia di Roma, direttore dal 1947 al 1950 del Conservatorio Rossini di Pesaro. Pierangeli che ha una grande passione per la musica conclude che “per la Deputazione resterà la soddisfazione di aver compiuto un atto sentito dai nostri cultori d’arte e dalle popolazioni della nostra provincia, molto sensibili all’arte musicale”.
Nella nuova giunta, presieduta dal democristiano Giuseppe Anfossi, che rimarrà in carica solo per tre anni, la componente comunista è rappresentata dai soli Oliviero Mattioli e Giuseppe Mari. In un clima politico profondamente cambiato dopo le elezioni del 1948, con la rottura dell’unità sindacale e la politica del governo contro i lavoratori, la nuova Deputazione procede con l’attività ordinaria senza l’impulso che aveva caratterizzato il quadriennio di Pierangeli. L’opposizione della sinistra sarà durissima e costruttiva e, a fronte dell’immobilismo di Anfossi, contrappone una intensa attività politica che culmina con la stesura, coordinata da Pierangeli, del “Piano del lavoro” nel giugno del 1950 che prevedeva un complesso di progetti per l’edilizia pubblica, la riforma agraria e bonifica fondiaria.
La Deputazione retta da Anfossi si chiude con le elezioni del maggio 1951 dove socialisti e comunisti recuperano consensi rispetto alle elezioni del 1948. Il nuovo Consiglio provinciale si riunisce il 16 giugno 1951, Pierangeli viene eletto presidente con i voti della maggioranza mentre gli 11 consiglieri dell’opposizione, fra questi anche Arnaldo Forlani, si limitano a votare scheda bianca.
La nuova Giunta presieduta da Pierangeli affronta il problema della disoccupazione che condizionava la ripresa produttiva e lo sviluppo del territorio provinciale. I dati sulle condizioni economiche presentano un panorama drammatico: la disoccupazione aumentata a oltre 15.000 unità con il numero di emigranti in aumento anche a seguito dei licenziamenti nelle miniere della Montecatini. Pierangeli, convinto che le politiche per lo sviluppo dovessero presupporre la conoscenza delle risorse economiche utilizzabili, promuove una ricognizione della realtà provinciale, la costituzione di commissioni per lo studio dei problemi idrici e di indagine sulle risorse del sottosuolo.
Nell’opuscolo “Sulla irrigazione della bassa val Metauro” pubblicato dal PCI, Pierangeli risponde alle polemiche sollevate sul “Giornale dell’Emilia” dalle opposizioni, sottolineando i benefici derivanti dalle opere idriche per l’agricoltura e per l’occupazione. Per la Provincia Pierangeli rivendica un ruolo propulsivo con investimenti produttivi e concreti interventi sulle infrastrutture pubbliche, in contrapposizione a una politica di tipo assistenziale.
Su questi presupposti fra le azioni che la Provincia promuove spiccano le iniziative per la realizzazione dell’autostrada “Adriatica”, a lungo osteggiata dalla DC e dai presidenti delle province di Ascoli e Macerata. Gianfranco Giamperoli, assessore nella Giunta Pierangeli, ricorda anche la sistemazione della rete viaria di competenza con l’asfaltatura che passa dal 13,95% al 48,89%, il piano di valorizzazione delle acque del Metauro, l’aggiornamento della carta geologica e infine la valorizzazione del patrimonio artistico e culturale.
Pierangeli contrattacca deciso agli attacchi personali e a quelli che fanno riferimento alle azioni della Provincia denunciando l’immobilismo alla “Robinson Crosuè” dell’opposizione che si oppone a innovazioni come l’istituzione di autolinee urbane e la realizzazione dell’autostrada, dimenticando “che vi sono servizi, beni ed opere che assumono un grado di economicità non misurabile col ristretto metro dell’interesse individuale e che assurgono al rango di pubbliche necessità di vita e di sviluppo economico-sociale per la collettività”.
Alle elezioni del maggio 1956 socialisti e comunisti si presentano insieme con la lista “Torre, incudine, libro” con un programma che porta lo stesso titolo del Piano del lavoro “Per la rinascita economica e sociale della provincia” confermando un rapporto unitario frutto del lavoro delle precedenti amministrazioni. Il PCI perde consensi rispetto al 1951 e anche la maggioranza relativa a vantaggio della DC, nessuna donna viene eletta a fronte delle tre del precedente mandato. La rivelazione dei crimini di Stalin al XX Congresso del partito comunista sovietico favorisce il successo del partito socialista e l’arretramento del PCI.
Il nuovo Consiglio provinciale si insedia il 21 giugno 1956 e Pierangeli risulta eletto con i voti comunisti e socialisti. Il programma riprende il progetto dell’autostrada, la valorizzazione turistica, il prolungamento della ferrovia fino a San Sepolcro, la ricerca di idrocaburi, il potenziamento dell’istruzione tecnica. Riprendono inoltre gli studi sui problemi dello sviluppo economico della provincia.
Ma a segnare le sorti della Giunta retta da Pierangeli è il terremoto provocato dall’insurrezione ungherese e dalla repressione delle truppe sovietiche dell’ottobre 1956. Il dibattito acceso nel partito e nella città si svolge anche in Consiglio provinciale. Socialisti e comunisti si trovano su posizioni diverse. Per i comunisti le rivelazioni che Cappellini da testimone diretto, aveva fatto dei fatti di Ungheria, sono un elemento di forte imbarazzo.
L’approvazione del bilancio preventivo del 1957 a fine febbraio sarà l’ultimo atto firmato da Pierangeli che inaspettatamente si dimette per motivi personali. La gestione del partito del “caso Cappellini” a cui Pierangeli è legato da una grande amicizia fin dagli anni Venti, sono probabilmente la causa delle dimissioni a cui si aggiungono rapporti sempre più difficili con i socialisti tentati dalla DC per la costituzione di una nuova maggioranza.
Dopo le dimissioni di Pierangeli il Consiglio vota Giuseppe Mari come presidente, che dopo due anni, a un anno dal rinnovo del Consiglio provinciale, deve dimettersi “per accordi intervenuti tra il PSI e il PCI sulla distribuzione delle responsabilità di direzione degli enti amministrati”. Pierangeli nella riunione della Segreteria della Federazione dichiara che voterà per “sola disciplina di partito” il socialista Lottaldo Giuliani alla Presidenza della Provincia, chiedendo che “la Direzione del Partito invii al più presto un suo autorevole dirigente estraneo all’ambiente perché stabilisca le responsabilità per la confusione determinatasi nella Federazione di Pesaro”.
Dopo l’intensa attività politica Pierangeli si dedicherà alla Pica, l’azienda di laterizi fondata insieme all’amico Claudio Cangiotti che, negli anni drammatici del dopoguerra completamente distrutta dai bombardamenti, rinasce grazie al lavoro degli operai come racconta in un’intervista Catervo Cangiotti
“Un gruppo di operai che erano molto affezionati e legati alle nostre famiglie ci aiutarono. Però quei mattoni che si cuocevano in quelle buche non vennero venduti ma vennero usati per ricostruire gli stabilimenti che erano stati distrutti”.
Nelle testimonianze degli operai della Pica di Wolframo Pierangeli viene sottolineata la correttezza e il rispetto per i suoi dipendenti, insieme a Claudio Cangiotti ha condiviso un’idea di fabbrica che nel dopoguerra ha portato le famiglie dei dipendenti dalla povertà a una condizione di benessere, fornendo anche aiuti economici per costruire le loro case e far studiare i propri figli.
Pierangeli, per incarico del Partito comunista, aveva fatto parte di delegazioni in visita nei paesi dell’est Europa dai quali forse aveva tratto ispirazione. Del viaggio in Cecoslovacchia, nell’agosto del 1948, della delegazione formata dal Senatore Egisto Cappellini, da Renato Fastigi, Sindaco di Pesaro e Wolframo Pierangeli, ancora per poco Presidente della Deputazione provinciale, abbiamo una dettagliatissima relazione, in cui Pierangeli, descrive con entusiasmo il sistema produttivo nelle campagne e nelle fabbriche, i benefici offerti ai dipendenti, abitazioni, mense, istruzione gratuita in orario di lavoro, cure mediche anche per le famiglie e assistenza per la maternità, comprese anche attività ricreative e sportive.
Pierangeli, figlio di musicista, con la passione per la musica andrà a ricoprire la carica di Presidente della Fondazione Rossini, contribuendo alla riscoperta di Rossini con la pubblicazione dell’opera omnia in edizione critica nel 1971.
Wolframo Pierangeli muore a Roma il 30 gennaio 1974.