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Notizie sulla costituzione della Sezione si possono ricavare dalla circolare n. 2 del 14 ottobre 1944 della Federazione provinciale del Pci di Pesaro e Urbino, che invia a tutte le sezioni del partito indicazioni per la costituzione dei "Circoli giovanili comunisti".

Angelini, Giuseppe
MdM_IT_P_00464 · Persona · 1920 gen.15 - 2007 gen. 8

Giuseppe Angelini nasce a Novafeltria il 15 gennaio 1920, frequenta il liceo classico “Giulio Cesare” a Cesena e, una volta terminati gli studi, viene ammesso nel 1938 alla Scuola Normale di Pisa alla Facoltà di Lettere e filosofia. Incrocia docenti di rigorosa ispirazione democratica e liberalsocialista, come Luigi Russo, Guido Calogero, Giorgio Pasquali. Tra i suoi compagni di studio si annoverano Scevola Mariotti, poi latinista e filologo classico, e Alessandro Natta, divenuto Segretario nazionale del Pci alla morte di Berlinguer
Sollecitato da Natta e, probabilmente, motivato dagli stimoli suscitati dai docenti incontrati nella sua esperienza universitaria, si indirizza verso il liberalsocialismo, movimento fondato da Guido Calogero e Aldo Capitini, che proprio dalla Normale era stato licenziato in seguito al suo rifiuto di prendere la tessera del partito fascista.
La guerra gli impedisce di terminare gli studi universitari. Richiamato alle armi nel 1942, frequenta a L’Aquila il corso allievo ufficiale, ma una volta che emerge il suo antifascismo, viene trasferito a Bari all’Ufficio imbarchi e sbarchi. Qui il suo percorso ideale conosce una nuova svolta. In seguito ad alcuni incontri a Bari aderisce a posizioni marxiste. Quando Togliatti annuncia la ‘svolta di Salerno’ nel marzo 1944, la sua adesione intima al Pci è compiuta.
Trovandosi al sud quando giunge l’8 settembre, decide di arruolarsi nel Corpo italiano di liberazione, dove ottiene il grado di sergente combattendo i tedeschi al fianco degli alleati. Nel dopoguerra torna a Novafeltria e si iscrive al Pci, venendo ammesso, già nel 1946, nel Comitato federale del partito. Il 15 aprile 1946 è eletto sindaco, incarico ricoperto fino al 25 maggio 1947. Nel settembre de 1946 sposa Anna Maria Cucci, da cui ha due figlie, Chiara e Angela. Nel frattempo riprende e completa gli studi laureandosi in Lettere e filosofia all’Università di Bologna nel 1949, con una tesi di laurea, su Piero Gobetti.
In seguito all’abbandono della segreteria della Camera del Lavoro pesarese da parte di Angelo Arcangeli, data la sua vasta preparazione culturale e le sue qualità politiche, viene nominato segretario generale. Fino ad allora, nel’ambito della Cgil, aveva diretto un ufficio studi, che aveva dato un buon supporto ai vari convegni. Mantiene questo ruolo dal 1951 al 1956, salvo pochi mesi nel 1953, quando è sostituito da Giuseppe Chiappini. Nonostante la scissione sindacale, si tratta di una camera vitale e forte. Durante la segreteria, Angelini procede a una progressiva riorganizzazione, sostituendo le camere mandamentali con camere comunali, per accrescerne la presenza nel territorio in una fase storica in cui vi sono molti fronti aperti: quello delle vertenze mezzadrili, la lotta alla disoccupazione, l’attuazione del Piano del lavoro. In particolare, nella veste di segretario si adopera contro la smobilitazione della miniera di zolfo di Cabernardi, occupata dai minatori per trentanove giorni nel 1952, e il progressivo ridimensionamento di quella di Perticara. Al convegno del 15 luglio 1952, organizzato dalla Camera di commercio di Pesaro sul potenziamento delle risorse solfifere, mosso dalle forti ricadute sull’occupazione conseguenti alla chiusura dei due bacini solfiferi, sollecita il ministro Campilli a promuovere nuove ricerche da parte delle società concessionarie e a trasformare l’Ente zolfi italiano da organismo finanziario in produttore. Si tratta in realtà di un progetto irrealizzabile: il destino delle due miniere in via di esaurimento è segnato. La proposta di Angelini si colloca tuttavia in una strategia più ampia, volta all’ammodernamento delle valli pesaresi, attraverso un piano di industrializzazione e uno irriguo che favorisse la modernizzazione dell’agricoltura, l’utilizzo delle acque per produrre energia elettrica, la difesa del suolo e dell’assetto idrogeologico dei bacini fluviali. Porta le sue idee al 2° Corso di studi comunisti a Roma, nel maggio del 1955. Il saggio finale, intitolato Le lotte per la rinascita della montagna e delle cinque valli della provincia di Pesaro, affronta le questioni a cui è più sensibile. Il giudizio del direttore Edoardo D’Onofrio è molto lusinghiero.
Contestualmente all’impegno nella Camera del lavoro, Angelini porta avanti quello nel consiglio provinciale, dove siede dal 1951 al 1969. Dal 1951 al 1956, in concomitanza con il suo mandato alla segreteria nella Camera del lavoro, ricopre il ruolo di assessore allo sviluppo economico nella giunta social-comunista guidata da Wolframo Pierangeli. Nello stesso periodo è segretario della Federazione del Pci di Pesaro.
Dal 1958 al 1968 è eletto per due legislature deputato alla Camera. La sua attività da parlamentare riflette il suo impegno precedente. Dal 1958 al 1965 è membro della IX Commissione permanente Lavori pubblici, nella quale ricopre l’incarico di segretario dal 12 luglio 1963 al 20 gennaio 1965. Dopo un anno trascorso nella VII Commissione permanente Difesa, dal gennaio 1965 al gennaio 1966, viene nominato alla XI Commissione permanente Agricoltura fino al giugno 1968. Inoltre tra il giugno del 1966 e il giugno del 1968 è membro della Commissione speciale per l’esame di progetti relativi alle zone depresse del centro nord. Partecipa complessivamente alla presentazione di 45 progetti di legge, di cui 4 vengono approvati. Di due, non ratificati, è primo firmatario: la proposta di estensione a tutti i comuni del Mezzogiorno e delle isole o di altri comuni che si trovano in condizioni similari delle disposizioni indicate all’articolo 13 della legge 589 del 1949, che prevedeva la garanzia statale sui mutui contratti per opere di interesse generale, soltanto per province e comuni del Mezzogiorno e di altre aree che si trovavano al di sotto di un certo numero di abitanti (1959); la richiesta di allargamento delle tutele previste per i lavoratori colpiti da malattie professionali dovuti all’esposizione di anidride solforosa o acido solforico (1963). Nei suoi 49 interventi in aula continua a manifestare particolare attenzione alle questioni più complesse del territorio di Pesaro Urbino e del Montefeltro: assetto idrogeologico, viabilità, trasporti, attività economiche, problemi del lavoro. Le sue interrogazioni denunciano le condizioni di vita e lavoro dei lavoratori della industria estrattiva, del mobile, del comparto agricolo e ortofrutticolo, chiedono misure economiche e previdenziali in loro favore, sostengono la difesa del posto dell’occupazione. Anche la sua sensibilità verso le difficili condizioni di vita nelle zone di montagna e in diversi entroterra è ben presente nella sua attività parlamentare. In particolare è tra i firmatari della proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione di un fondo nazionale per la montagna. Inoltre rappresenta il Pci nell’Unione nazionale dei comuni e degli enti montani.
L’impegno parlamentare si accompagna alla sua partecipazione alla vita politica pesarese, dove siede al Consiglio provinciale. Non abbandona nemmeno il suo legame con l’impegno sindacale. Lo troviamo ad esempio alla guida, assieme ai dirigenti della Camera del lavoro Elmo Del Bianco e Alfideo Mili, alla colonna motorizzata che da Perticara arriva a Pesaro l’11 luglio 1958 per protestare contro lo smantellamento della miniera. Avendo difeso il diritto dei manifestanti a entrare in città di fronte al blocco della polizia è denunciato, assieme ad altri per i reati di oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e promozione di riunione in luogo pubblico senza preventivo avviso dall’autorità. Il 20-21 febbraio 1960 figura tra i relatori del VI congresso provinciale di Pesaro della Federmezzadri. Viene colpito da una nuova denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale, a cui segue una richiesta di autorizzazione a procedere respinta dal Parlamento, in seguito alla sua partecipazione allo sciopero dei lavoratori del legno, indetto dal 21 al 23 dicembre 1960 in vari mobilifici pesaresi. Aveva infatti accusato il maresciallo dei carabinieri intervenuto di « commettere degli arbitri e di non conoscere la legge».
Tra il 1964 e il 1970, è nominato alla segretaria regionale del Pci marchigiano. In questa veste sostiene finanziariamente la nascita a Pesaro del Circolo culturale Antonio Gramsci, alveo della futura classe dirigente del Partito comunista pesarese. Pur entrando presto in conflitto con l’eterodossa larghezza di idee che anima il Circolo, non avrebbe mai interrotto il rapporto con questa nuova realtà. Tra il 1963 e il 1969, Angelini partecipa all’attività dell’ISSEM, l’Istituto per lo studio dello sviluppo economico delle Marche, nato ad Ancona, principale luogo del dibattito sulla programmazione economica, sociale e territoriale di cui si sarebbe dovuta incaricare il futuro ente regionale marchigiano. Il suo impegno a inquadrare la fase di transizione che attraversa le Marche si manifesta anche all’interno del partito: in qualità di segretario scrive una lettera ai compagni del comitato regionale per un piano di sviluppo economico e democratico della regione Marche. Interviene inoltre al XII Congresso del Pci, evidenziando il definitivo superamento della mezzadria nell’Italia centrale come ‘chiave di volta’ dell’economia agricola, individuando una nuova strategia nella creazione di un blocco sociale tra classe operaia, contadini e ceti medi.
Il suo rilievo nella politica marchigiana lo si evince anche dall’inserimento del suo nome, nel luglio del 1964, nella lista di 731 politici e sindacalisti ‘sovversivi’ da arrestare, secondo il progetto di colpo di Stato prospettato dal generale dell’arma dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, noto come Piano Solo.
Dal 1967 al 1970 è nominato vicepresidente dell’Ente regionale di sviluppo. Intanto, terminata l’esperienza in Parlamento, riprende quella all’interno del Consiglio provinciale, dove siede fino alla metà degli anni Ottanta. Nel quinquennio tra 1970 e 1975 è nominato vicepresidente nella giunta social-comunista presieduta dal socialista Salvatore Vergari. In seguito diventa presidente provinciale e regionale dell’Alleanza nazionale dei contadini, fino al 1977, quando questa confluisce nella Costituente contadina. Nello stesso periodo ricopre il ruolo di membro del Comitato Centrale del Pci.
Continua la sua militanza comunista fino al Congresso di Rimini del 1991 che porta allo scioglimento del Pci nel Pds. Già da tempo aveva manifestato la propria disapprovazione rispetto al nuovo corso impresso dai dirigenti nazionali del partito. Nell’aprile 1986 aveva inviato una dura lettera al congresso regionale e, un mese dopo, aveva attaccato pubblicamente i dirigenti pesaresi sul Resto del Carlino. Era stato inoltre tra i promotori del Circolo culturale Antonio Pesenti attorno al quale si erano raccolte molte anime della sinistra dissenziente pesarese. Dopo 47 anni lascia così il Partito comunista, aderendo a Rifondazione comunista, ma senza più ricoprire incarichi istituzionali e nel partito. Muore l’8 gennaio 2007, all’età di 86 anni.

Massi, Emidio
MdM_IT_P_00465 · Persona
Tatò, Antonio
MdM_IT_P_00468 · Persona · 1921 nov. 5 - 1992 nov. 5

Nato e morto a Roma è stato un giornalista, politico e dirigente sindacale. Si laurea alla Sapienza a Roma in giurisprudenza e già dagli anni del liceo frequenta l'associazione cattolica “Dante e Leonardo”. Dal 1939 svolge attività clandestina antifascista. Viene chiamato alle armi nel 1941 ma, allo scadere di una licenza di convalescenza, non si presenta alla visita di controllo e riprende l'attività politica militando nel “Partito Comunista Cristiano” (1941-1943). Collabora, con Pietro Ingrao, Franco Rodano, Lucio Lombardo Radice, al giornale clandestino Pugno chiuso, di cui esce un solo numero nel 1943. Nel maggio 1943 viene arrestato e portato nel carcere romano di “Regina Coeli”, rinviato a giudizio dal Tribunale speciale e dal Tribunale militare (come ufficiale dell'esercito accusato di attività sovversiva in zona di guerra), scampa i processi e la sicura fucilazione grazie alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Nel settembre 1943, sotto l'occupazione tedesca, è tra i fondatori del “Movimento dei cattolici comunisti” insieme a Franco Rodano e altri. Scrive articoli su Voce Operaia, organo alla macchia dello stesso Movimento. Partigiano combattente, comandante per il MCC della V Zona militare di Roma (S. Lorenzo, Portonaccio, Tiburtino III, Pietralata, Ponte Mammolo), gli viene riconosciuto il grado di capitano.
Dopo la liberazione di Roma, con lo scioglimento del “Partito della Sinistra cristiana” (prosecuzione del MCC) il 9 dicembre 1945, Tatò aderisce al Partito Comunista Italiano, e diventa vice-responsabile della Commissione lavoro di massa, nel 1972 viene eletto al Comitato centrale del PCI. Quando, nel 1991, il PCI si trasforma in PDS, Tatò, sostenitore della mozione Occhetto, viene nominato nella presidenza della Commissione di garanzia.
Nel 1959 è eletto nel Consiglio Generale della CGIL; nel 1968 costituisce e dirige l'Ufficio Studi della CGIL. Nel luglio 1969 è chiamato alla direzione del PCI come capo dell'Ufficio stampa e segretario di Enrico Berlinguer; lo rimane fino alla morte di quest'ultimo (1984).
Intensa la sua attività di giornalista: nel 1987 fonda e dirige l’agenzia di stampa “Dire”; responsabile del Servizio stampa e dell'Ufficio studi della CGIL (1949-1968), dal 1951 dirige, scrivendovi numerosi articoli, il Notiziario della CGIL, poi Rassegna sindacale; scrive anche articoli di carattere sindacale ed economico sul Dibattito politico (1954-1959), con lo pseudonimo Vindice Vernari) e su vari altri giornali e periodici.
Fra i suoi scritti inoltre: i tre volumi della biografia di Di Vittorio, pubblicati negli anni dal 1968 al 1971 e, a cura di Francesco Barbagallo, “Caro Berlinguer”, pubblicato nel 2003 da Einaudi.

Santini, Raul
MdM_IT_P_00478 · Persona
MdM_IT_E_00070 · Entidad colectiva

La Federazione italiana dei lavoratori del legno e dell’edilizia si costituisce nel 1956 con l’accorpamento degli edili con i lavoratori del settore legno. Assume il nome di Fillea (Federazione italiana lavoratori legno edili e affini) e diventa segretario Rinaldo Scheda, affiancato da Giorgio Guerri segretario della Federazione lavoratori del legno e boschivi. Con il Congresso del 1958 segretario generale diventa il marchigiano Elio Capodaglio. Nel primo decennio del dopoguerra l’attività contrattuale si concentra nel settore dell’edilizia ottenendo miglioramenti delle condizioni di lavoro e dei salari. Il settore dell’edili con lo sviluppo dell’economia a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta avvia una importante attività contrattuale sia a livello nazionale che aziendale che culmina, con il Congresso del 1960, con l’approvazione di un piano nazionale di sviluppo dell’edilizia che aveva come punti cardine: l’edilizia popolare, il potenziamento dell’edilizia scolastica e ospedaliera e una nuova legislazione per le aree fabbricabili. Altri temi forti rivendicativi riguardavano la riduzione delle differenze salariali fra uomini, donne e giovani, il riordino delle qualifiche e la revisione del cottimo e del subappalto. Per gli edili era fondamentale ottenere un salario minimo garantito per compensare le giornate di inattività involontarie per cause metereologiche o tecniche per questo vengono costituite le Casse edili provinciali, finanziate pariteticamente dagli imprenditori e dai lavoratori, per fornire prestazioni previdenziali e assistenziali.
Nel dopoguerra nella provincia di Pesaro il settore dei lavoratori del legno e dell’edilizia è seguito da Gaetano Sanchini della Segreteria e da Nino Gabbani per l’Ufficio vertenze. La componente principale è quella degli edili che al I Congresso provinciale della Cgil dell’aprile 1947 contano 10.346 iscritti subito dopo i lavoratori della terra che hanno a quella data10.564 iscritti. Al Congresso gli edili portano 22 delegati, mentre i lavoratori del settore legno hanno 3 delegati a fronte di 76 iscritti. Il settore del legno inizierà a crescere già dopo pochi anni, raggiungendo 800 iscritti nel 1949 per poi aumentare nel corso degli anni sessanta con l’afflusso dei lavoratori della terra che porteranno alla nascita di micro imprese famigliari del mobile, fino alla grande imprenditoria che vede nelle cucine il settore di massima espansione che caratterizza il territorio provinciale rispetto a quello regionale.

Mollaroli, Adriana
MdM_IT_P_00496 · Persona · 1954 nov. 30 -

Adriana Mollaroli è nata a Serra S.Abbondio (PU) il 30 novembre 1954, dopo aver frequentato il Liceo Scientifico a Pergola si è laureata, con il massimo dei voti, in lettere moderne all'Università La Sapienza di Roma con il prof. Carlo Muscetta con una tesi sulla memorialistica comunista. Impegnata nel movimento studentesco, si è iscritta al PCI nel 1975, nella cosiddetta "leva berlingueriana". Rientrata nella provincia di Pesaro, ha fatto parte del gruppo dirigente della federazione del PCI.
A metà degli anni '80 ha iniziato un'esperienza di lavoro politico nella CGIL occupandosi del settore commercio (FILCAMS) e del coordinamento delle donne. Nel 1986 lascia la Cgil per lavorare nella scuola. Dal 1994 al 2010 è eletta nelle istituzioni, prima in Consiglio Comunale a Fano e nella giunta comunale a dirigere le politiche educative; successivamente, per due legislature in Consiglio Regionale.
Dal 2010 è insegnante all'I.T.A. " A. Cecchi" di Pesaro.

Maoloni, Mario
MdM_IT_P_00533 · Persona · 1944 ago. 1 -

Mario Maoloni nasce il 1° agosto 1944 a Poggio di Bretta, frazione di Ascoli Piceno. Proviene da una famiglia di origini contadine da cui apprende i valori di onestà e condivisione dell’essenziale. Il padre sceglie la professione di carabiniere per alleviare le condizioni economiche della famiglia contadina, nel 1944 era distaccato presso Monte San Giusto in provincia di Macerata, la madre, casalinga, aveva frequentato la scuola fino alla quarta elementare. Il padre in seguito viene trasferito a Filottrano e poi a Senigallia dove la famiglia lo raggiunge. Nel 1951 Maoloni inizia ad andare a scuola a Senigallia, in un primo momento dalle monache, ma poco dopo deve seguire gli spostamenti lavorativi paterni cosicché prosegue gli studi nel pesarese, a Pozzo Basso, in un edificio in cui vi è la sede dell’ambulatorio del medico del paese e due sole stanze per le diverse classi, tanto che Maoloni condivide la classe con la sorella pur essendo di un anno più giovane. Nel 1956 il padre è trasferito a Pesaro dove Maoloni frequenta le scuole medie. Qui il primo anno ha la fortuna di avere tra i suoi insegnanti il professor D’Elia, padre del poeta pesarese Gianni D’Elia, poi trasferitosi al Liceo classico Mamiani di Pesaro. In base ai suoi ricordi, quest’incontro sarà una felice eccezione sia in quegli anni sia rispetto alle scuole medie superiori, quando frequenta ragioneria più che altro perché non conosceva il latino. Successivamente frequenta la Facoltà di Economia e Commercio, quando essa era ancora ad Ancona pur essendo un distaccamento dell’Università di Urbino. In questo ambito Maoloni ricorda di avere avuto degli insegnanti ‘incredibili’ nonché intellettuali già allora coinvolti nel dibattito pubblico non solo nazionale quali Giorgio Fuà, Claudio Napoleoni, Romagnoli, docente di diritto, Alberto Caracciolo e Alessandro Pizzorno. La formazione cattolica della famiglia (in particolare della madre) lo porta a vivere le prime esperienze all’interno di questo mondo. Infatti, chi in età giovanile ebbe un forte impatto nella sua maturazione fu Don Gianfranco Gaudiano, figura rilevante della cultura non solo religiosa pesarese. Con lui, insieme ad alcuni amici, ha anche modo di condividere esercizi spirituali presso l’Eremo di Montegiove a Fano. Don Gaudiano e Maoloni hanno modo di discutere di molti temi, tra cui la povertà estrema presente in interi continenti come ad esempio l’Africa. Maoloni, dopo la lettura di alcuni libri sull’argomento, e sulle cause economiche che vi sono alla radice, si confronta con Don Gaudiano su quale possa essere la strada più efficace per almeno ridurre sensibilmente le disuguaglianze. Se dal lato cattolico il principale approccio è rivolto verso la carità, Maoloni, frequentando l’università, in quel frangente ha modo di incontrare i testi di Karl Marx e prima ancora di alcuni marxisti come Paul Baran e Paul Sweezy. Da allora diventa marxista, pur continuando un dialogo attento, sulla base delle distinte posizioni, con Don Gaudiano. Sul fronte degli studi universitari Maoloni inizia a lavorare ad una tesi sui piani quinquennali in India nata da un suggerimento di Claudio Napoleoni con cui aveva sostenuto tre esami e con cui si era instaurato un rapporto di autentica cordialità e stima. Per i suoi studi finalizzati alla tesi entra in contatto con un istituto di ricerca come lo Svimez (con sede a Roma). Nel frattempo, tuttavia, Napoleoni si era trasferito a Napoli e Maoloni, non potendo seguirlo, si laurea con Giorgio Fuà discutendo una tesi sul sottosviluppo nel novembre del 1968. Nel 1969 deve partire per svolgere il servizio militare e si ammala di tubercolosi. In realtà, l’intenzione iniziale di Maoloni era quella di dedicarsi ad un’attività di volontariato, insieme alla futura moglie, per due anni in Congo. Ciò gli avrebbe permesso, sulla base della legislazione dell’epoca, di non svolgere il servizio militare vista l’attività di volontariato prestata, peraltro per un tempo superiore rispetto alla leva, all’estero. Tuttavia, a causa della sua adesione al Pci avvenuta a metà degli anni Sessanta, gli venne negata la possibilità di trasferirsi in Congo. Così, in seguito alla malattia, la leva per lui dura due anni, tanto che esce dal sanatorio di Trebbiantico, di Pesaro, dov’era stato trasferito dal sanatorio di Udine, nel febbraio del 1971. Pur essendo abilitato all’insegnamento decide di non percorrere quella strada e a marzo dello stesso anno è già alla Camera del Lavoro di Fano nel ruolo di segretario dopo aver avuto rapporti, negli anni universitari, con la Camera del Lavoro di Pesaro, in particolare con Luigi Agostini, e i componenti della segreteria provinciale dell’epoca, amico stretto dai tempi dell’Università, all’epoca membro della segreteria provinciale e segretario della Fiom. A Fano lavora a stretto contatto con Riccardo Spaccazocchi e Pietro Cancellieri. In quegli anni, con altri compagni, in particolare a Pesaro con Agostini, si facevano dei corsi presso le sedi sindacali che così si aprivano ai lavoratori in orari più accessibili e diventavano un luogo di condivisione. I corsi vertevano sull’organizzazione del lavoro e su come difendersi dalle politiche padronali. Ciò creava un legame saldo, non solo politico, ma di amicizia autentica che portava i sindacalisti ad essere in primo piano anche quando si trattava di occupare una fabbrica come nel caso, tra gli altri, del Calzaturificio Serafini in cui la lotta si protrasse per due mesi al fine di far rientrare il licenziamento di 70 operai su 200 occupati. Tuttavia, la concezione ortodossa che riteneva prioritaria l’azione partitica e la difficoltà ad accettare il dissenso non poteva tollerare un’autonomia troppo estesa nella direzione sindacale delle lotte fino a mettere in discussione la centralità del partito. Così, la dirigenza del Pci provinciale fa sentire il suo peso e in un direttivo della Camera del Lavoro allargato ad un membro della segreteria nazionale della Cgil (Aldo Giunti), nel novembre del 1974, si decide di trasferire Maoloni alla direzione della scuola sindacale di Ariccia e Luigi Agostini alla direzione della Fiom di Treviso. Quella scelta, pur non ledendo i legami con i compagni di base, di fatto sancisce la fine di un rapporto con la Cgil pesarese e anche l’emarginazione di quelle posizioni più di sinistra e incentrate sulle rivendicazioni operaie, a partire dalla questione salariale, dentro il partito che a loro volta dovevano trovare un raccordo con la costituzione di nuovi strumenti di partecipazione politica esterni alla fabbrica. Infatti, il superamento delle Commissioni interne a vantaggio dei Consigli di fabbrica, con i rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori, andava di pari passo con l’approccio per cui «i Consigli di Zona avrebbero avuto il compito di raccordare gli interventi politici e di lotta a livello territoriale». Giunto ad Ariccia, Maoloni vi rimane due anni girando tutta l’Italia per fare corsi sindacali. Nel 1976, dopo uno dei suoi corsi tenutosi a Schio, nel vicentino, area in cui vi era una diffusa presenza di industrie meccaniche e tessili, gli viene proposto di guidare la Camera del Lavoro di Vicenza. Dopo pochi giorni, Rinaldo Scheda, membro della segreteria nazionale della Cgil, dopo una richiesta ufficiale giunta dalla stessa Camera del Lavoro e dato che chi ne era alla guida era in procinto di lasciarla per candidarsi alle elezioni per il Psi, chiede a Maoloni se effettivamente concorda con la possibilità di trasferirsi a Vicenza. Maoloni accetta il trasferimento e inizia, così, un’esperienza che dura due anni, sicuramente faticosi visto che si trattava di anni in cui, tra l’altro, erano già operative le Brigate Rosse. Maoloni, con il passare del tempo, ritiene che vi siano dirigenti più capaci e radicati in quel contesto territoriale caratterizzato, in quel frangente, anche da uno scontro tra Cgil e Flm sulla guida delle politiche rivendicative dei metalmeccanici. In tal senso, sempre dopo un confronto con Scheda, emerge la possibilità di ricoprire un ruolo dirigenziale presso la segreteria regionale marchigiana della Cgil, allora guidata dal socialista Rolando Pettinari. Durante quell’esperienza, in cui ha il compito di seguire le fabbriche, si trova pressoché sempre in minoranza. In un periodo come quello della fine degli anni Settanta ed inizio anni Ottanta caratterizzato da un’imponente fase di ristrutturazione, Maoloni deve seguire diverse vertenze che interessano aziende in crisi. Tra queste si segnala quella del gruppo romagnolo Maraldi costituito da zuccherifici e tubifici. Per uno di questi tubifici, che si trovava nel porto di Ancona, è prevista una chiusura. Il consiglio di fabbrica dell’azienda proclama lo sciopero ma la segreteria regionale della Cgil, a maggioranza, decide di non partecipare. Maoloni invece aderisce e partecipa alla manifestazione che porta all’occupazione della stazione di Ancona da parte dei lavoratori della Maraldi. La segreteria della Cgil condanna l’azione e rimprovera Maoloni per avere aderito alla manifestazione. Al di là della giustezza o meno di azioni simili, ciò produce, innanzitutto, la separazione tra lavoratori e sindacato, nonché l’incapacità di quest’ultimo di orientare le lotte senza che sfocino in azioni eventualmente controproducenti. Le crisi aziendali si ripetono e coinvolgono anche le Cartiere Miliani all’epoca connotate nella proprietà dalle partecipazioni statali. In questo caso reali problemi legati all’innovazione tecnologica e alla produttività venivano utilizzati dalla dirigenza per una riduzione del personale e la privatizzazione dell’azienda. Non trovando reali alternative a queste politiche, di fatto avallate a livello regionale, Maoloni denuncia la subalternità della linea maggioritaria in seno alla Cgil e al congresso del 1981 firma una mozione e tiene un intervento, molto apprezzato dai suoi compagni, contro la relazione del segretario Pettinari. Maoloni ne esce in una posizione minoritaria. Segue un congresso straordinario, tenutosi presso la fiera della pesca al porto di Ancona, a cui partecipa Scheda. All’esterno, Maoloni ricorda che c’erano i lavoratori della Maraldi e delle Cartiere Milani che lo sostenevano, ma la maggioranza dei dirigenti delle diverse categorie votarono per un suo allontanamento. A quel punto, il rapporto con la Cgil diventa irrecuperabile, tanto che una chiamata dell’amico Agostini a nome di un dirigente nazionale riconosciuto e apprezzato come Sergio Garavini per un incarico a Roma non muta i suoi convincimenti. Terminata l’esperienza sindacale, si apre la possibilità di lavorare presso la Lega regionale delle cooperative in cui di fatto, però, non viene impiegato in alcuna attività. In un’occasione incontra l’amico Francesco Lupatelli, già partigiano e presidente della Cassa Rurale di Villa Fastiggi, frazione di Pesaro, che gli propone di entrare in banca con lui visto che avrebbe potuto partecipare ad un imminente concorso. All’entrata in banca segue anche la nomina a direttore. Qui vi resta dal 1983 al 1995, poi, nell’agosto dello stesso anno, viene ‘cacciato’ perché non più in linea con la politica bancaria in auge. Nel frattempo, era già stato chiamato dal Sindaco di Pesaro per un eventuale incarico in Giunta, per il quale il Consiglio di amministrazione della banca si esprime negativamente. Inoltre, si dimette da Rifondazione comunista, senza aderire successivamente ad alcun altro partito, perché aveva parlato con il Sindaco Oriano Giovannelli senza il ‘permesso’ del partito. Dopo la cacciata dalla banca, avvenuta il 5 agosto 1995, partecipa a un concorso pubblico in Comune e viene assunto il 1° gennaio 1996, dove rimane fino al pensionamento nel 2010.

Bruni, Emidio
MdM_IT_P_00530 · Persona · 1928 ott. 05 - 2014 apr. 14

Nato ad Ascoli nel 1928, Emidio Bruni partecipa da giovanissimo alla guerra di Liberazione. E’ stato sindaco di Gradara e consigliere provinciale per 16 anni. Deputato nella sesta legislatura (1968-72) e senatore nella settima (72-76), Emidio era molto conosciuto anche per la sua produzione artistica legata alla fotografia e alla poesia. Muore a Pesaro il 25 febbraio 2014.

De Sabbata, Giorgio
MdM_IT_P_00503 · Persona · 1925 lug. 2 - 2013 lug. 25

Giorgio De Sabbata nasce a Pesaro il 2 luglio 1925. Nel 1942 Si diploma al Liceo Classico Mamiani di Pesaro. Nell'anno accademico 1942-1943 si iscrive all’Università di Bologna (Facoltà di Lettere e Filosofia) e successivamente (anno accademico 1943-1944), si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza. Fra il 1943 e il 1944 combatte nelle fila del Comitato italiano di liberazione (CIL) e dei Gruppi di combattimento; è partigiano della V Brigata Garibaldi Pesaro – Distaccamento Fastiggi e segretario provinciale del Fronte della gioventù (FDG). Terminata la guerra, si laurea (con lode) in Giurisprudenza nell'anno accademico 1947-1948. Al 1949 risulta iscritto all’Albo dei procuratori presso il Tribunale di Pesaro e nel 1950 è iscritto all’Albo degli avvocati presso lo stesso Tribunale. Praticherà ufficialmente la professione di legale almeno fino al 2011.
Nell'anno scolastico 1950-1951 Inizia la sua attività di insegnante in qualità di professore di materie giuridiche ed economiche presso l’Istituto tecnico Bramante di Pesaro; insegna anche dal 1954-1955 al 1959-1960, prima di essere nominato insegnante di ruolo per effetto di concorso ordinario il 1 ottobre 1960. Il 4 maggio 1951 si dimette da membro della Giunta provinciale amministrativa (GPA) in quanto candidato alle elezioni amministrative nelle fila del Partito comunista italiano (PCI). Nel giugno 1951 è eletto consigliere comunale del Comune di Pesaro con 12557 voti. Fra il 1951 e il 1959 è Assessore alle Finanze del Comune di Pesaro. Nel 1956 viene eletto membro del Comitato federale della Federazione provinciale del PCI di Pesaro e Urbino.
Nel Giugno 1957 Sposa Guya Cantoni con rito civile a Bologna, seguito dal rito religioso a Roma. Per undici anni, dal 4 maggio 1958 al 20 luglio 1970, è sindaco del Comune di Pesaro
Il 27 maggio 1960 viene nominato a far parte della ‘nuova’ Commissione nazionale per gli enti locali del PCI. Dal giugno 1970 al 20 marzo 1972 è Consigliere regionale della Regione Marche. Fino al 18 gennaio 1971 è vice presidente del Consiglio regionale delle Marche; è membro della Commissione consiliare per la redazione dello Statuto della Regione.
Fra il 1967 e il 1971 De Sabbata ricopre all’interno dell’Associazione nazionale comuni italiani (ANCI) diversi ruoli: membro della Commissione Finanza locale (nel 1967 e nel 1969); membro del Consiglio nazionale e componente del Comitato esecutivo (nel 1971).
A partire dal 1972 partecipa a sessioni del Congresso dei poteri locali e regionali d'Europa (CPLRE), per conto del quale farà parte, negli anni successivi e in qualità di esperto, di gruppi di lavori diversi (sul controllo dell’applicazione della Carta europea dell’autonomia locale, sulla regionalizzazione in Europa, sulla situazione della democrazia locale negli stati membri, sui diritti e le responsabilità dei cittadini) oltre a ricoprire il ruolo di formatore dei redattori della relazione sulla democrazia locale e regionale in Romania.
Dal 1972 al 1976 è Deputato della Camera durante la VI legislatura (durante la legislatura è componente dei seguenti organi parlamentari: Giunta delle elezioni, II Commissione Interni, Commissione parlamentare per le questioni regionali). Fra il 1973 e il 1976 è Segretario nazionale della Lega per le autonomie e i poteri locali (è direttore della rivista “Il Comune democratico” (periodico della Lega) fino all’aprile 1977).
Già nel 1976 fa parte del Consiglio nazionale dell’Associazione italiana per il Consiglio dei comuni d'Europa (AICCE), poi Associazione italiana per il Consiglio dei comuni e delle regioni d’Europa (AICCRE) e, negli anni Ottanta e Novanta, della Direzione e del Consiglio nazionale.
Dal 1976 al 1987 è Senatore durante la VII, VIII e IX legislatura. Durante le predette legislature ha ricoperto i seguenti incarichi:
VII legislatura: questore del Senato, membro della VI Commissione permanente (Finanze e tesoro), della Giunta per gli Affari delle Comunità Europee, della Commissione parere trattati di Lussemburgo del 1970 e della Commissione consultiva regolamenti della Comunità economica europea (CEE).
VIII legislatura: membro della VI Commissione permanente (Finanze e tesoro), della Commissione speciale per l’esame di provvedimenti riguardanti la ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del novembre 1980, della Giunta per gli Affari delle Comunità Europee, della Commissione parlamentare per il parere al Governo sui testi unici concernenti la riforma tributaria, della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2.
IX legislatura: membro della Giunta per il regolamento, della I Commissione permanente (Affari Costituzionali), della Giunta per gli affari delle Comunità Europee, della Commissione consultiva regolamenti della Comunità economica europea (CEE).

Dal 18 luglio 1974 al Settembre 1990 è Presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Gioacchino Rossini; terminato l'incarico di Presidente, dal Settembre 1990 al 1995 è Membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione.
Dal Luglio 1975 è membro della Sezione Regione ed enti locali del PCI. Nel 1979 fa parte della Direzione nazionale della Lega per le autonomie locali. Nel 1980-1981 è membro del Comitato direttivo dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI). Al 1981 risulta far parte del Consiglio internazionale della Federazione mondiale delle città unite (FMCU), per conto della quale partecipa a riunioni, conferenza, congressi, gruppi di lavoro e per la quale ricoprirà l’incarico, a partire dal 1991, di segretario generale del Comitato esecutivo italiano.
Il 12 dicembre 1985 è formalmente invitato a far parte del Comitato degli esperti della Fondazione Scavolini, ruolo che ricopre almeno fino al 1987. Fra il 1988 e il 1992 è collaboratore dell’Agenzia dei servizi interparlamentari in qualità di consulente in materie europee dei gruppi parlamentari della Camera e del Senato del PCI. Nel Giugno 1990 è presidente del Comitato federale della Federazione provinciale del PCI di Pesaro e Urbino.
Dal 1992 al 1994 è Consigliere comunale del Comune di Gradara, mentre dal 26 aprile 1995 al 18 dicembre 1995 ricopre la stessa carica presso il Comune di Mombaroccio; si dimette a causa di «un’autorevole candidatura a difensore civico nella Regione». Infatti, dal 20 dicembre 1995 è Difensore civico della Regione Marche (nominato dal Consiglio regionale). Il 5 gennaio 1996 viene nominato difensore civico con decreto del presidente della Giunta regionale delle Marche n. 3 del 5 gen. 1996 ai sensi dell’art. 3 della L.R. Marche n. 29/8.
Muore a Pesaro il 27 luglio 2013.

Ghiselli, Roberto
MdM_IT_P_00518 · Persona · 1960 ago. 24 -

Nasce a Genova il 24 agosto 1960. I genitori, originari del Montefeltro, di Petrelle di Piandimeleto, erano emigrati giovanissimi nel capoluogo ligure, sei anni prima. Era una cosa comune di quegli anni avere Genova come riferimento per chi partiva da quell’area delle provincia compresa tra Carpegna, Macerata Feltria, Pietrarubbia, Monte Cerignone. La madre, proveniente da una famiglia di mezzadri, poverissima, aveva 16 anni quando era partita e aveva trovato impiego come domestica. Il babbo di anni ne aveva 20. Faceva il muratore, lavoro che aveva appreso a sua volta dal padre. Veniva dunque da un contesto di relativo benessere per l’epoca e per quella zona: in una distesa di mezzadri poteva vantare una professione e la famiglia possedeva un appezzamento di terra. L’emigrazione era stata dunque un’occasione per migliorare la propria posizione sociale, ma anche per uscire dal contesto della provincia. Dopo la nascita della seconda figlia, nel 1966, il padre e la madre decidono di tornare nella loro terra e si trasferiscono con la famiglia a Macerata Feltria. Roberto Ghiselli aveva allora appena concluso la prima elementare. «Ho imparato a leggere e scrivere a Genova», ha ricordato in un’intervista. Il padre dunque continua la sua professione di muratore, in una fase di espansione del mercato dell’edilizia, mentre la madre, con i figli ancora bambini va a lavorare in fabbrica. Roberto Ghiselli avrebbe vissuto a Macerata Feltria l’infanzia e l’adolescenza, ovvero gli anni della sua scolarizzazione. Il suo avvicinamento alla politica non avviene in famiglia, dove questa non è questione molto dibattuta. «Condizionarono molto la mia formazione politica i racconti che sentivo nel mio territorio». Venivano dai contadini della zona e anche dagli zii: erano vive le memorie della guerra partigiana (il distaccamento Montefeltro della V Brigata Garibaldi si era formato nella casa dello zio materno) e delle dure lotte mezzadrili di venti anni prima. Attraverso le narrazioni di quelle esperienze, Roberto Ghiselli matura un forte senso dell’uguaglianza. Il primo contesto in cui lo vive, è quello della parrocchia, che frequenta all’età di otto e nove anni. Particolarmente toccante fu per lui l’incontro con un missionario africano. Si distacca tuttavia dalla Chiesa e la sua passione per la giustizia sociale lo fa approdare, ancora bambino, alle idee egualitarie del comunismo. «C’è da ridere. Ho una foto di quando avevo undici anni, con i compagni della prima media, dove avevo appuntata sulla maglia una spilletta raffigurante Lenin! Da telefono azzurro! Ma la famiglia non c’entrava niente», ha ricordato, intervistato, con il sorriso. A tredici anni, in terza media, era già segretario della federazione giovanile comunista di Macerata Feltria. In un Paese di 2000 anime raggiunge addirittura i 55 iscritti. Negli anni del liceo scientifico, a Sassocorvaro, continua il suo impegno politico sia nella federazione giovanile del partito che negli organi collegiali della scuola: diventa responsabile di zona della Fgci del Montefeltro ed entra per un certo periodo nella segreteria provinciale. Al tempo stesso per tre anni fa parte del consiglio scolastico distrettuale di Urbino, al quale partecipano anche insegnanti e genitori, come capolista di una lista di sinistra. «Tenete conto che erano anni esaltanti: la vittoria nel Vietnam, la vittoria del divorzio, il successo del Pci del 1975, il successo del Pci del 1976». A sedici anni, mentre frequentava la seconda liceo, lascia la scuola per due mesi per frequentare la scuola politica del Pci ad Albinea, cui si rivolgevano le Federazioni del centro Italia per formare i militanti: «un corso bellissimo, che mi cambiò profondamente e mi fece maturare». Si trattava di un «corso operaio», interregionale, incentrato su un insegnamento storico, politico, economico e culturale: se fino ad allora Roberto Ghiselli aveva vissuto la scuola senza particolare diligenza, come un’appendice che lo separava dall’impegno politico, quell’esperienza cambia il suo punto di vista delle cose. «Capii che la politica invece era impegno, era studio, era cultura». Nel 1980 si diploma con sessanta sessantesimi, portando una tesina sulle opere giovanili di Marx, e comincia a frequentare Scienze politiche a Urbino. Aveva appena dato due esami, quando l’anno successivo, a una manifestazione del 25 aprile a Macerata Feltria, gli viene proposto di rimpiazzare Maurizio Amantini, uscito in quel periodo dall’Inca zonale. Comincia sette giorni dopo, il 2 maggio: si ritrova così a dover imparare immediatamente a fare dichiarazioni di redditi, che all’epoca spettavano all’Inca. Per un anno e mezzo si occupa del patronato: domande di pensioni, di disoccupazione, di infortuni sul lavoro. Impara a fare cose concrete, che riguardano la vita materiale di molti, che gli sarebbero servite «per tutta la vita». Non avrebbe tuttavia abbandonato l’università: pur rallentando inevitabilmente lo studio, a cui poteva dedicare un tempo risicato, si sarebbe laureato alcuni anni dopo.
Nel 1982 diventa responsabile di zona della Camera del lavoro di Macerata Feltria. Dal punto di vista sindacale, significava occuparsi in particolare di tre categorie: il legno, l’abbigliamento, i braccianti agricoli. In questi anni impara a fare anche le vertenze individuali.
Due anni dopo, a ventiquattro anni, nell’ambito del rinnovamento del sindacato voluto da Rodolfo Costantini, diventa segretario generale della Fiom di Pesaro. Nei primi mesi si trova a dover sciogliere la Flm (la Federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici), ormai logorata dagli scontri tra Cgil da un lato Cisl e Uil dall’altro. Si trattava di una presa d’atto di una situazione non più sostenibile che porta alla rinascita delle tre sigle sindacali dei metalmeccanici. Inoltre la sua segreteria coincide con la fase finale della vertenza della Fonderia Montedison, che si sarebbe conclusa con la chiusura, e con l’uscita della Benelli dal Gruppo Moto Guzzi e il successivo passaggio ad Alejandro De Tomaso a Giancarlo Selci. Queste due, assieme alla IDM e alla Morbidelli, erano le principali aziende su cui si reggeva fino ad allora il sindacato dei metalmeccanici. Di fronte a una situazione in trasformazione e di crisi di queste realtà Ghiselli dedica una particolare attenzione verso le piccole e medie imprese del territorio, che invece stavano crescendo in quel periodo, dove il sindacato o non c’era o era debole. Inoltre implementa la presenza della Fiom in quelle aziende che poi, anche con diverse incorporazioni, sono diventate il Gruppo Biesse. Il risultato di questa prospettiva è un aumento complessivo degli iscritti alla Fiom, nonostante la crisi irreversibile delle sue roccaforti storiche, e l’avvio di nuove esperienze di contrattazione decentrata, che vede, come elemento più significativo, l’introduzione in alcune aziende di una nuova classificazione del personale attraverso cui riconoscere meglio le professionalità e assorbire così parte dei superminimi fino a quel momento erogati, a tale scopo, unilateralmente dalle imprese.
Nel 1988 fa il servizio militare. Conclusa la leva, viene chiamato ad Ancona da Piero Gasperoni, allora segretario aggiunto della Cgil regionale e lascia il posto alla Fiom a Peppe Tarsi. Il primo anno segue l’artigianato e le piccole imprese: è il periodo in cui si era appena costituita la commissione Lama, dopo il tragico incidente al cantiere Mecnavi di Ravenna, che porta alla legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, e in cui si raccolgono le firme per quella che sarebbe diventata la legge 108 sui diritti dei lavoratori nelle piccole imprese. La Cgil nazionale aveva costituito un gruppo di lavoro su questi temi, coordinato da Antonio Pizzinato, e Ghiselli ne fece parte fino alla conclusione dei suoi lavori. Concluso questo impegno, dopo circa un anno, alla fine del 1989, diventa segretario regionale della Filcams, dove sarebbe rimasto fino al 1996. «Lì feci l’esperienza contrattuale più importante», ha dichiarato. «Erano gli anni della rivoluzione industriale nel commercio». Si va infatti affermando la grande distribuzione: incominciano a nascere i primi ipermercati, le aziende più rilevanti moltiplicano i punti vendita, i grandi gruppi acquisiscono le piccole catene. Si devono elaborare nuovi contratti nei gruppi che si vanno a integrare e contratti di avviamento di nuove strutture, dovendosi confrontare, in anticipo rispetto ad altri settori, con le problematiche della flessibilità: part-time, lavori parasubordinati, definizione di orari di lavoro estremamente elastici, le stagionalità. Ghiselli partecipa per la prima volta ai tavoli nazionali per le trattative, in una fase in cui il settore del commercio vive un trend di crescita spettacolare. In pochi anni gli iscritti della Filcams delle Marche passano da circa 3000 a oltre 6000 e aumentano, di conseguenza, i delegati.
Nel 1996 con il passaggio della segreteria regionale da Gasperoni a Oscar Barchiesi, Ghiselli viene nominato al suo interno. È una segreteria giovane: su cinque quattro hanno tra i trenta e i quaranta anni. Egli si occupa della contrattazione, delle politiche industriali e del terziario. L’esperienza più significativa avuta in quegli anni è la costituzione degli enti bilaterali dell’artigianato. Segue inoltre diverse vertenze: la più significativa, gestita con Marco Bastianelli allora segretario della Slc (Sindacato lavoratori della comunicazione) regionale, è il passaggio delle cartiere di Fabriano dal Poligrafico dello Stato al Gruppo Fedrigoni. «Fu una bella esperienza perché partimmo con una dichiarazione di 600 esuberi e alla fine non ci fu un licenziato. Le cartiere furono acquisite sulla base di un capitolato che conteneva importanti clausole sociali che costruimmo assieme al ministero del Tesoro che controllava il poligrafico. Allora era sottosegretario l’onorevole Solaroli, che si dimostrò molto attento alle ragioni dei lavoratori. Facemmo delle clausole molto stringenti in cui venivano garantiti i livelli occupazionali, le condizioni del trattamento dei lavoratori, il marchio, il sito produttivo a Fabriano, l’adempimento del piano industriale».
In quel periodo, nel 1997, dopo anni di convivenza, si sposa e nasce sua figlia Federica.
Nel 2003 subentra a Giuliano Giampaoli alla guida della Camera del lavoro di Pesaro e Urbino, tornando alla Cgil della sua provincia dopo 15 anni. Sono anni complicati: deve infatti affrontare gli effetti della prima crisi, che hanno ricadute sulla Morbidelli, e, soprattutto, di quella ben più devastante del 2007. Fino a quegli anni aveva avuto un’esperienza sindacale esclusivamente nelle politiche dei settori privati e per la prima volta si dovrà cimentare invece con il pubblico: la sanità, i servizi sociali, le politiche educative, la questione delle tariffe, la gestione della fusione tra Megas e Aspes in Marche Multiservizi, il trasporto locale. L’impegno della Camera del lavoro sulla contrattazione sociale porta a coinvolgere quasi tutti i Comuni della provincia.
Nell’ambito delle celebrazioni del centenario della Camera del lavoro, viene realizzato una importante lavoro di ricostruzione storica delle vicende sindacali nella provincia, anche attraverso il coinvolgimento di molte scuole medie superiori. Particolarmente significativa è la realizzazione, da parte degli studenti del Liceo scientifico Montefestro di Sassocorvaro, del libro La civiltà che sudava, sul lavoro e sulle lotte contadine nel Montefeltro. Sarebbe spettato a Ghiselli l’onore di consegnarlo nelle mani dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Ghiselli porta inoltre avanti il rinnovamento avviato dal suo predecessore, che si concretizza nella maniera più lampante nel 2011, quando dopo otto anni, alla scadenza del suo mandato, gli subentra Simona Ricci, la prima donna a dirigere la Camera del lavoro provinciale. Egli torna alla segreteria regionale delle Marche. L’anno successivo diventa segretario regionale della Cgil, incarico che ricopre fino al 2017. Si occupa, oltre alla direzione generale, soprattutto di sanità e contribuisce, anche in questo caso, a un processo di rinnovamento del sindacato, valorizzando anche la ricca esperienza marchigiana dell’associazionismo studentesco. Sono inoltre gli anni in cui la crisi ha ricadute economiche anche sul sindacato e viene gestita una fase di razionalizzazione organizzativa e finanziaria nel cui ambito si colloca anche l’avvio dell’esperienza del Bilancio aggregato e del rendiconto sociale della Cgil delle Marche, nell’ottica di un massimo rigore nella gestione delle risorse e di una massima trasparenza.
Nel 2017 in un processo di riorganizzazione della segreteria nazionale, Susanna Camusso propone a Roberto Ghiselli di entrarvi. Anche in questo caso gli subentra una giovane, Daniela Barbaresi, prima donna a ricoprire l’incarico di Segretaria generale della Cgil regionale. Nella segreteria nazionale gli vengono date le deleghe della previdenza e della contrattazione sociale territoriale. Entrambe riprendono, in grande, esperienze diverse della sua vita sindacale. Con la prima delega si ritrova a intraprendere un ruolo di interlocutore ai massimi livelli con il Governo, in particolare nell’ambito del dibattito della riforma della legge Fornero. Con la seconda invece lavora sui territori, per dare stimolo alla contrattazione sociale territoriale. Con la segreteria partecipa alla gestione di un congresso delicato, quale quello del 2019, che ha visto l’avvicendamento alla guida della Cgil nazionale e l’elezione di Maurizio Landini a Segretario generale.
Maurizio Landini conferma Roberto Ghiselli nella nuova segreteria nazionale e, oltre alla previdenza, gli affida la delicata responsabilità delle politiche delle risorse e dell’amministrazione.

Mari, Giuseppe
MdM_IT_P_00017 · Persona · 1911 dic. 30 - 2002 set. 20

Giuseppe Mari nasce il 30 dicembre 1911 a Urbino, nel quartiere San Polo, da Primo Mari e Teresa Galli. A Urbino, frequenta l’Istituto magistrale "Bernardino Baldi" presso cui si diploma nel 1930. Si laurea in Pedagogia all'Università di Torino nel 1938.
Dopo la laurea rientra a Urbino dove, nell'anno scolastico 1938-1939, insegna Materie letterarie nello stesso l’Istituto magistrale Baldi dove si era diplomato. L’anno successivo, l'11 aprile 1940, sposa a Urbino Giorgia Maselli. Dal loro matrimonio nasceranno tre figli.
Durante la seconda guerra mondiale, nominato ufficiale della VI Batteria costiera di Albinia di Orbetello, il 9 settembre 1943 è uno dei protagonisti dei pochi episodi di resistenza avvenuti contro l'esercito tedesco all'indomani dell’armistizio dell’8 settembre, per il quale verrà insignito della medaglia d'argento al valore militare.
Ritornato ad Urbino, il 18 settembre, insieme ad altri, partecipa a un assalto contro la caserma dei Carabinieri e asporta numerose armi e munizioni. A Urbino, inoltre, si adopera attivamente per organizzare la Resistenza contro i nazi-fascisti organizzando la partenza dei renitenti alla leva repubblichina verso i diversi distaccamenti partigiani.
Partecipa alla lotta partigiana con il nome di "Carlo Marini", prima come comandante del II Battaglione della V Brigata Garibaldi Pesaro poi, dal 2 settembre 1944, come comandante della Divisione Marche.
Giuseppe Mari, insieme a Ottavio Ricci in rappresentanza della V Brigata "Garibaldi" Pesaro, farà parte del Comitato provinciale provvisorio dell'ANPI che, dopo la Liberazione di Pesaro, si costituisce il primo novembre 1944. Il Comitato provvisorio verrà confermato dal primo congresso dell’Associazione, che si terrà il 14 gennaio 1945, e a Mari viene affidato il compito di proporre la composizione del Comitato direttivo e di stendere l'ordine del giorno del Congresso.
Con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 158 del 5 aprile del 1945, che prevedeva l'istituzione delle Commissioni per il riconoscimento delle qualifiche di partigiano combattente e per le proposte delle ricompense da attribuire ai patrioti, su indicazione dell'ANPI nazionale, viene costituita la Commissione incaricata di esaminare le domande di ammissione all'Associazione. Il Comitato provinciale, nella seduta del 28 luglio 1945, nomina Giuseppe Mari Presidente. L'intenso lavoro svolto da Mari per la Commissione è documentato dalle carte conservate nel Fondo Mari e dalle pratiche per il procedimento di riconoscimento che comprendono relazioni, ruolini, dichiarazioni e corrispondenza. A settembre 1946 su 2200 domande presentate saranno 1800 i partigiani riconosciuti dalla Commissione regionale. Con il Congresso del settembre 1946 a Mari viene affidata la Segreteria dell'ANPI provinciale, con la responsabilità "degli acquisti e delle vendite ANPI". A dicembre Mari viene inoltre indicato come rappresentante del Comitato provinciale nel Comitato regionale ANPI.
Da Segretario dell'ANPI Mari è coinvolto in un’attività intensissima, la gestione delle attività commerciali, le cooperative, l’Ospedale del reduce, il Collegio Raffaello di Urbino, le colonie estive, il cinema Arena e le numerose iniziative sportive e ricreative, impongono l’assunzione di personale che Mari deve coordinare dal punto di vista amministrativo e contabile. All'inizio del 1947 Mari accusa la difficoltà a dedicare tutto il tempo all'ANPI e propone le sue dimissioni. Il Comitato provinciale gli chiede di rimanere, ma i suo impegni aumentano. Mari, che subito dopo la guerra aveva aderito al PCI, è infatti nominato segretario della Federazione provinciale comunista di Pesaro e Urbino e, nel marzo del 1947, assume l’incarico dal Comitato regionale dell'ANPI di scrivere la storia della Divisione Marche. Mari è anche l’ideatore, insieme a Carlo Betti, del “Concorso filodrammatico” di cui il Comitato provinciale, nella seduta del 5 febbraio 1947, approva l’istituzione, autorizzando la spesa di 30.000 lire aumentate a 50.000 lire per l’anno successivo. Mari conferma le sue dimissioni a luglio 1947 e la Segreteria verrà affidata a Alfio Mauri.
A partire dagli anni Cinquanta ha inizio la sua attività di amministratore, prima Assessore del Comune di Pesaro, poi Assessore in Provincia nel 1956 e Presidente della Provincia di Pesaro e Urbino dal 1957 al 1959. Rimarrà in Consiglio provinciale per 25 anni in sei diverse legislature e sarà Assessore di nuovo in quella del 1970 e del 1975.
Negli anni Sessanta Mari riprende l’insegnamento di lettere nelle scuole medie di Pesaro e Urbino e in vari istituti superiori della provincia di Pesaro.
Quando nell'ottobre del 1979 l’ANPI provinciale riprende la sua attività Mari entra nel Comitato direttivo e al Congresso dell'aprile del 1980 è eletto Vice presidente. Mari manterrà nel corso degli anni un ruolo determinante per l'ANPI e per l'Istituto pesarese per la storia del movimento di Liberazione, di cui è stato il primo presidente nel 1984. L’autorevolezza del suo ruolo sarà decisiva alla fine degli anni Ottanta quando il conflitto fra l'ANPI e l'Istituto porterà all'interruzione della loro collaborazione e alla separazione delle sedi, del patrimonio documentario e della Biblioteca.
Giuseppe Mari scriverà per giornali e riviste dal dopoguerra, fonda anche a metà degli anni Settanta la rivista della Provincia di Pesaro e Urbino, ma è soprattutto ricordato per i libri per ragazzi, le poesie e i volumi sulla storia della Resistenza. Ai ragazzi dedica i primi libri: “Padellino”, con le illustrazioni di Bernardo Leporini pubblicato da Milano-sera nel 1949, che trae ispirazione dall'esperienza di Enzo Merli durante la lotta di Liberazione e, nel 1955, “Due ragazzi contro le SS” che viene pubblicato dall'ANPI nazionale. Nel 1956 firma un contratto con la Feltrinelli per la pubblicazione del volume “Piccoli contrabbandieri della costa” e sottopone all'editore un altro racconto dal titolo “Repubblica dei piccioni”.
Negli anni Sessanta prosegue con la pubblicazione delle opere che rappresentano un punto di riferimento fondamentale per la storia della Resistenza nelle Marche e nella provincia di Pesaro e Urbino. Nel 1964, anno del gemellaggio tra Pesaro e Lubiana, di cui Mari fu uno dei promotori, esce "La resistenza in provincia di Pesaro e la partecipazione degli jugoslavi" a cura del Comune di Pesaro e, nel 1965, dopo lunghi anni di ricerca, pubblica in occasione del ventesimo anniversario della Liberazione, edito da Argalia, "Guerriglia sull'Appennino. la Resistenza nelle Marche". Nel 1996 esce "Pesaresi nella guerra: quattro storie di dignità e coraggio" in cui confluiscono le storie di Enzo Mini, Davide Mariani, Arnaldo Mauri e Augusto Paolucci. Dopo la sua morte uscirà un nuovo libro dedicato ai ragazzi, "I pivots nani di Basket Town", pubblicato dalla Provincia di Pesaro e Urbino nel 2011.
Mari è stato anche autore di poesie, nel 1987 viene pubblicato dall'Editrice Fortuna di Fano "33 poesie di 3 amici" con le opere di Emidio Bruni, Giuseppe Mari, Mario Omiccioli e le illustrazioni di Bruno Bruni. Dopo la sua morte, nel 2004 in occasione del sessantesimo anniversario della Liberazione, viene pubblicato il volume "Poesie", con una serie di opere inedite e, nel 2006, "Addio alle nostre armi", pubblicato dalla Provincia di Pesaro e Urbino, a cura di Mario Omiccioli. Il volume raccoglie le poesie di Mari, testimonianze di eventi della guerra di Liberazione, fotografie e la trascrizione del dattiloscritto "Dal diario di un partigiano della 5. Brigata Garibaldi" scritto da Mari fra il 7 e il 17 luglio 1944.
Giuseppe Mari muore a Pesaro il 20 settembre 2002 all'età di 90 anni.

Callegari, Libera
Persona

Libera Callegari nasce il I gennaio 1912 a Padova da Paolo e Virginia Bertagnolli. Ha due sorelle, Pina e Pasqualina (detta Lina). La sua famiglia è attivamente antifascista e legata al fronte azionista di Ugo La Malfa. Si laurea in Chimica all’Università di Padova. Tra il 1936 ed il 1939 si trasferisce con la famiglia a Milano. Nel settembre 1943 sposa il partigiano Bruno Venturini, il 30 dicembre è arrestata insieme alla madre e alla sorella Lina e condannata per favoreggiamento di partigiani. Dopo aver scontato (incinta) tre mesi di reclusione nel carcere di San Vittore è sfollata a Bergamo, dove il 29 luglio 1944 dà alla luce la sua unica figlia, Anna Venturini. Trova impiego come chimico-analista alla Vielle Montagne e come responsabile della documentazione tecnica e della biblioteca della Montecatini. Il 29 novembre 1944 suo marito Bruno Venturini è ucciso a Brescia da un milite della Guardia nazionale repubblicana. Dal 1945 al 1946 è vice-commissario all’Igiene e sanità al Comitato di liberazione nazionale lombardo. Nel dopoguerra le è riconosciuta la qualifica di partigiana. Dopo la Liberazione prosegue la sua attività all’interno del Partito comunista italiano (PCI), a cui aveva aderito negli ultimi mesi dell’occupazione fascista: si occupa in particolare della Commissione femminile della Federazione di Milano e dell’assistenza alle famiglie bisognose (diventa anche vice-commissaria alla Sanità nel Ministero dell’assistenza post-bellica). Dedica tutta la sua vita all’assistenza: dal 1946 siede nel Consiglio di amministrazione dell’Ente comunale di assistenza (ECA), fa parte del Comitato direttivo dell’Opera nazionale maternità e infanzia (ONMI) e di quello dell’Istituto nazionale confederale di assistenza (INCA). Nel 1948 la Camera del lavoro di Milano la nomina sua rappresentante presso la Commissione per lo studio dell’Ente Regione Lombardia. In quegli anni fa inoltre parte dell’Associazione donne vedove e capofamiglia promossa dall’Unione donne italiane (UDI).
Lavora per alcuni anni alla Montecatini come analista alle miniere di Gorno; in seguito si dedica all’editoria, prima per la rivista “La chimica e l’industria”, poi come caporedattore scientifico per diverse case editrici tra cui Feltrinelli, Boringhieri ed Einaudi.
Muore a Milano il 28 febbraio 2013.

Lupatelli, Francesco
MdM_IT_P_00582 · Persona · 1923 gen. 27 - 2009 ago. 19

Francesco Lupatelli nasce il 27 gennaio del 1923 in comune di Cantiano nella frazione di Pontedazzo da una famiglia di estrazione contadina che ha da poco lasciato il podere mezzadrile col cui nome,”Ca’ Giuanni”, i membri della famiglia continueranno ad essere chiamati in paese. Orfano di madre sin da tenera età sarà allevato dalla zia Anna con il fratello Avellino e il cugino Antonio che pure ha perso la madre nella stessa epidemia “spagnola” del 1925. Dopo gli studi elementari nella pluriclasse di Pontedazzo e poi nelle scuole del capoluogo lavorerà come operaio da prima a Spoleto, dove frequenterà le scuole serali di arti e mestieri, poi nelle officine Baldeschi e Sandreani a Cantiano.
Dopo l’8 settembre con altri giovani cantianesi si unisce al nucleo di antifascisti italiani e di ex internati slavi che da vita alla prima formazione partigiana della provincia, quella che sarà poi la 5° Brigata Garibaldi.
Sulla guerra Partigiana Francesco tornerà curando con Diego Fiumani e William Azella la regia del documentario “Notte di Inverno” per il Comitato per il Ventennale della Liberazione e poi dando alle stampe nel luglio 2000 il volumetto “Cronache Partigiane”.
Nella guerra partigiana matura la sua adesione al Partito Comunista che lo vedrà impegnato come attivista nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta, segretario della Federazione Giovanile comunista della Provincia di Pesaro e Urbino dal 1946 al 1949 per frequentare poi la scuola di Partito alle Frattocchie nel 1949-50.
Nel 1951 viene eletto in Consiglio Comunale di Pesaro dove ricopre l’incarico di capo-gruppo per entrare poi come assessore ai Lavori Pubblici e all’Urbanistica nelle giunte De Sabbata sino al 1959.
Nel 1953 si sposa con Rosina Fraternali che scomparirà prematuramente nel 1975 e nel 1955 nasce suo figlio Giampiero.
In questo periodo consegue il diploma di Maestro d’Arte presso l’Istituto Statale d’Arte di Pesaro e consegue l’abilitazione all’insegnamento. Nel 1960, vinto il concorso nazionale, inizia l’insegnamento di Disegno Professionale nell’Istituto Statale d’Arte A. Celli di Cagli, cattedra che terrà sino alla pensione nel 1980.
Durante l’insegnamento continuerà a ricoprire incarichi amministrativi, costituendo e presiedendo l’azienda municipalizzata delle Farmacie Comunali a Pesaro e, dopo una consigliatura nel ruolo di capogruppo di opposizione, ricoprendo l’incarico di Sindaco del Comune di Cagli a cui è eletto nel 1970. Dal 1971 al 1975 è nel Consiglio di Amministrazione dell’Ospedale San Salvatore a Pesaro, nel 1976 è nominato Presidente dell’Istituto Autonomo Case Popolari della provincia di Pesaro, incarico che manterrà sino al 1984.
All’esperienza amministrativa affianca quella aziendale assumendo nel 1982 l’incarico di Presidente della Cassa Rurale e Artigiana di Villa Fastigi che manterrà sino al 1991; nel 1983 entra nel Consiglio di Amministrazione della Finanziaria Regionale Marche dove resterà sino al 1990 partecipando alla amministrazione di società partecipate come l’Associazione Moda e Cultura, il Consorzio del Mobile, Ancopesca.
Dalla metà degli anni Novanta si ritira dalla vita attiva e torna a Cantiano nella casa di vacanza dove la cura dell’orto, la frequentazione degli amici al tavolo di gioco e le buone letture saranno le sue occupazioni. Nel 2005 l’aggravarsi di condizioni di salute sempre fragili lo portano a Reggio Emilia presso il figlio con brevi parentesi estive nella amata residenza cantianese.
La morte lo raggiunge a Reggio Emilia il 19 Agosto 2009 dopo un lungo ricovero ospedaliero.