Giovanni Maria Venturi nasce a Pergola 19 maggio 1922. Ha modo di frequentare le scuole fino ai livelli più elevati e ciò gli consente di laurearsi in Giurisprudenza. Partigiano fa parte del Comitato di liberazione di Pergola. Alla fine del 1945, dopo la ricostituzione del sindacato unitario in seguito al Patto di Roma del giugno 1944, in base al quale le organizzazioni antifasciste danno vita alla Cgil (continuazione della Confederazione Generale del Lavoro fondata nel 1906 e sciolta nel ventennio fascista), Venturi viene indicato quale rappresentante della componente cristiana nella segreteria della Camera del Lavoro provinciale. Si tratta di una segreteria che in quell’anno è assai nutrita ed è diretta dal comunista Mariano Bertini. Infatti, vi trovano spazio i comunisti Gaetano Sanchini, Elio Della Fornace, Nino e Augusto Gabbani, i socialisti Silvio Gentili, Orlando Giuliani, Giuseppe Tegaccia e Lottaldo Giuliani, i democristiani Otello Godi e Guido Barboni, l’azionista Giovanni Giordani. Venturi è peraltro confermato anche l’anno successivo in una segreteria assai più ristretta sempre guidata da Bertini affiancato da Augusto Gabbani, Otello Godi e dal socialista Dante Spallacci. Venturi in quel frangente è segretario della sezione democristiana di Pergola (e precedentemente del Comitato di Liberazione Nazionale locale), mentre nel periodo 1945-1946 è dirigente della Confederterra provinciale per la componente cristiana. Il 1947 rappresenta, invece, l’anno in cui inizia a consumarsi la rottura dell’unità sindacale. La rielezione di Bertini evidenzia la netta egemonia comunista (espressa dal 65% dei consensi ottenuti) mentre la componente cristiana non supera il 10%. Venturi all’epoca era già fuori dalla segreteria provinciale (al cui interno vi erano tuttavia Godi e Barboni). Il pluralismo sindacale e la convivenza tra correnti ideali (e politiche) che tendono verso una divergenza non componibile sono sempre più scricchiolanti. Così, s’impone una divisione sindacale determinata sia dall’espulsione delle sinistre dal quarto governo guidato da Alcide De Gasperi nel maggio 1947, a cui si aggiunge la scelta inequivocabilmente filoatlantica in politica internazionale successiva alle elezioni politiche del 1948, sia dal clima di vita interno al sindacato dove la componente cristiana lamenta approssimazioni e inadempienze con cui si sono svolte le precedenti elezioni per le delegazioni sindacali. Ciò avrebbe incrinato la solidarietà tra i diversi raggruppamenti, come sottolinea Mario Tinti, rappresentante di area cattolica e futuro dirigente della Cisl. Ma sono soprattutto gli scioperi politici l’aspetto che crea maggiori frizioni tra componenti vicine alle nuove forze di governo e chi, come soprattutto i comunisti, doveva attrezzarsi per una lunga opposizione in un clima di intensificazione della repressione delle lotte popolari. La rottura dell’unità sindacale nel luglio 1948 vede Venturi successivamente impegnato sul lato strettamente politico. È infatti segretario provinciale della Democrazia cristiana di Pesaro dal 1950 al 1963 e per il triennio che va dal 1976 al 1979. Inoltre, è Senatore della Repubblica eletto nel collegio di Urbino ininterrottamente dalla IV alla XI legislatura, con la sola eccezione della VII. In Parlamento si occupa in particolar modo delle problematiche inerenti all’entroterra e degli aspetti che interessano l’Ateneo urbinate. Fa parte del direttivo del gruppo parlamentare democristiano sia nell’VIII sia nella IX legislatura, mentre nell’arco temporale che va dal 1970 al 1973 è Sottosegretario di Stato all’Agricoltura e successivamente, nel 1973-1974, della Marina Mercantile. Nella X legislatura ricopre la carica di Segretario della presidenza del Senato. Muore a Roma il 6 ottobre 2015.
Adele Bei nasce a Cantiano in provincia di Pesaro e Urbino il 4 maggio del 1904 da Angela Broccoli e Davide Bei. La sua famiglia, molto povera e numerosa, Adele era infatti la terza di unici figli, era già politicizzata, il padre socialista lavorava come boscaiolo e anche Adele inizia a lavorare, poco più che bambina, nei campi come salariata agricola. Matura in quell’ambiente un sentimento di ribellione verso le ingiustizie sociali, seguito da una profonda avversione contro il fascismo. La sua formazione politica continua con la conoscenza di Domenico Ciufoli, che nel 1921 era uscito dal partito socialista e aveva contribuito con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Pietro Secchia e Umberto Terracini alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Adele e Ciufoli si sposano il 29 ottobre 1922, Alla fine del 1923, per sfuggire all’arresto da parte dei fascisti, si rifugiano in Belgio dove nel 1924 nasce la prima figlia Angela, poi in Lussemburgo, dove nel 1926 nasce il figlio Ferrero, e poi in Francia prima a Marsiglia e poi a Parigi. Domenico Ciufoli in Francia lavora in fabbrica e in miniera, ma si impegna nel Partito comunista, che anche all’estero operava in clandestinità. Adele si occupa dei figli, ma lavora anche come sarta e operaia in una fabbrica di conserve. Anche lei si impegna nella lotta antifascista e nel 1931 aderisce al Partito comunista. Compie azioni di propaganda e di collegamento del Centro estero del partito con l’Italia. Nel 1933 viene inviata a Roma dove si era recata per diffondere materiale antifascista e il 18 novembre viene arrestata e rinchiusa per cinque mesi nel carcere delle Mantellate. Deferita al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, nel luglio 1934, viene condannata a diciotto anni di reclusione e rinchiusa nel carcere femminile di Perugia.
Dopo la sua condanna i figli vengono accolti in Russia, presso la Casa internazionale dei bambini di Ivanovo, un istituto per i figli delle vittime del fascismo, dove rimangono fino alla fine della seconda guerra mondiale. Ciufoli, sempre più impegnato nel partito, si divide tra gli incarichi a Parigi e quelli presso l’Internazionale comunista a Mosca, viene arrestato nel 1939 e trasferito nel campo di Buchenwald, dove rimane fino alla Liberazione.
Adele dopo 8 anni di reclusione viene inviata al confino nell'isola di Ventotene. Nei due anni trascorsi a Ventotene prende contatti con esponenti di rilievo del Partito comunista e rafforza i legami con quelli conosciuti negli anni dell’esilio. In particolare si crea un'intesa umana e politica con Giuseppe Di Vittorio, favorita dalla comune origine contadina, che si rafforza poi negli anni dell’impegno sindacale. Dopo la caduta del fascismo, il 18 agosto, ritorna a Roma dove prende contatto con le bande partigiane operanti nel Lazio e collabora attivamente alla Resistenza con il compito specifico di organizzare i gruppi di azione femminile. Per la sua attività nella Resistenza con il Decreto presidenziale del 17 gennaio 1957 le viene assegnata la Croce di guerra al valore militare.
Dopo la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, inizia il suo lavoro tra le donne e l’impegno sindacale. Assume l’incarico di responsabile della commissione consultiva femminile della CGIL e, nel settembre 1944, collabora alla fondazione dell’Unione donne italiane (UDI). Al primo congresso dell’UDI, tenutosi a Firenze nell’ottobre 1945, Adele Bei viene eletta nel consiglio nazionale.
Nel luglio del 1945 si reca in Unione Sovietica con una delegazione sindacale e ha così la possibilità di riabbracciare i figli e di riportarli in Italia. La sua vita però è travolta dalla morte del figlio Ferrero, seguita poi dalla separazione dal marito.
Nel 1945 viene designata dalla Cgil unitaria nella Consulta nazionale, un organismo non elettivo che inaugura i suoi lavori il 25 settembre 1945 per dare pareri sui provvedimenti legislativi del governo e costruire il percorso giuridico per condurre il Paese all'elezione delle amministrazioni locali e di un’Assemblea costituente. Il 2 giugno 1946 insieme al referendum istituzionale per la scelta fra monarchia e repubblica gli italiani votano per l’elezione dei deputati dell’Assemblea costituente a cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale. Adele viene eletta ed è una delle 21 donne all’Assemblea Costituente che hanno contribuito a scrivere i principi fondamentali nella nuova Carta costituzionale su cui si fonda la Repubblica italiana.
Continua attivamente il suo impegno per l'organizzazione delle donne nel Partito comunista per spingerle ad avere un ruolo attivo in politica anche contro le resistenze degli stessi dirigenti del partito. Nei primi mesi del 1946, con il ritorno a casa di circa un milione di ex combattenti, si comincia a ventilare la possibilità di licenziare le donne che, durante la guerra, avevano sostituito i richiamati nelle industrie e negli uffici pubblici. In molte città cortei di reduci chiedono l’allontanamento delle donne dai posti di lavoro, ma queste rivendicano il loro posto nella società su un piano di parità con gli uomini, anche perché erano state anch’esse protagoniste della lotta partigiana. Adele Bei, al loro fianco, intrecciando l’impegno istituzionale con quello di responsabile femminile della CGIL, chiede che fosse rispettato il diritto al lavoro per le donne, progettando politiche di sviluppo economico tali da garantire occupazione a tutti i cittadini.
Ciò che contraddistingue Adele Bei nella sua azione politica è la sua autonomia di giudizio, che è stata una costante delle sue scelte, e che non le ha impedito di contrapporsi anche all’operato della Cgil diretta da Di Vittorio. In occasione infatti del primo congresso della CGIL, che si è tenuto a Firenze nel giugno 1947, nella veste di responsabile femminile del sindacato, presenta la Carta della lavoratrice, in cui chiedeva che la donna godesse degli stessi diritti degli uomini relativamente al lavoro, al contratto, alla retribuzione e all’assistenza. Nel suo intervento stigmatizza quindi l’operato della Cgil, che aveva firmato un accordo con gli industriali che prevedeva per le lavoratrici una retribuzione inferiore del 30% rispetto a quella dei lavoratori.
In questo periodo è inoltre attivamente impegnata dal Partito comunista nel lavoro di organizzazione delle donne. A questo scopo viene inviata per qualche tempo in Calabria, ma al centro delle sue iniziative ci sono le contadine, le operaie e le casalinghe della sua regione. In diverse occasioni rivolge a queste donne le sue appassionate parole per indurle a impegnarsi in politica, a uscire da una dimensione esclusivamente privata per far valere la presenza femminile nella società e contribuire in tal modo alla rinascita dell’Italia.
Adele Bei, dal settembre 1946 all'ottobre del 1947 è segretaria della Terza commissione per l'esame dei disegni di legge dell'Assemblea costituente. Nel febbraio del 1947 non esita a intervenire con forza per esprimere la sua contrarietà sulla soppressione del ministero dell’Assistenza postbellica, con il conseguente taglio di fondi alle opere assistenziali a favore delle famiglie più bisognose, nonostante il parere favorevole del suo partito. Adele Bei è eletta al Senato nella I legislatura, dal 1948 al 1953 e sarà poi eletta alla Camera dei Deputati nella lista del PCI per il XVIII collegio delle Marche (relativo alle province di Ancona, Pesaro, Macerata e Ascoli Piceno) dal 1953 al 1958.
Nel febbraio del 1948, lasciato l’incarico nella commissione femminile della CGIL, Bei diventa presidente dell’Associazione donne della campagna, con grande impegno si dedica a questo nuovo incarico, organizzando convegni, incontri e comizi in tutta Italia, con l’obiettivo di fare uscire dall’isolamento le donne della campagna e di renderle consapevoli dei loro diritti.
Nel 1951 fino al 1960 Adele Bei assume nella Cgil l’incarico di Segretaria nazionale delle lavoratrici del tabacco. Anni cruciali di scioperi per l’applicazione del loro primo contratto collettivo di lavoro, stipulato nel 1947, con il quale avevano ottenuto aumenti salariali non ancora praticati dai datori di lavoro.
Il Sindacato nazionale delle tabacchine si era costituito nel dopoguerra quando la protesta delle lavoratrici del tabacco, in precedenza spontanea e dispersa tra le molte concessioni, aveva cominciato a essere guidata dalle leghe e dalla Confederterra e si era trasformata in un movimento più politicamente orientato. Volevano inoltre che lo stesso sindacato non le considerasse lavoratrici agricole organizzate nella Confederterra, ma le riconoscesse come una categoria autonoma, aderente in quanto tale alla CGIL.
Le dure condizioni di lavoro avevano favorito la combattività delle lavoratrici e le aveva spinte a richiedere con forza aumenti salariali, denunciando il sistema del cottimo, la diminuzione dei ritmi di lavoro e l’inquadramento tra i lavoratori dell’industria per beneficiare di una maggiore tutela previdenziale e assistenziale. Adele Bei si pone alla testa del movimento che, nel 1952, si riunisce a congresso per fondare il Sindacato nazionale tabacchine. Adele Bei dedica al Sindacato tabacchine tutti i suoi sforzi, rilasciando interviste, scrivendo articoli, presentando interrogazioni parlamentari, fa conoscere le loro condizioni di lavoro, in breve tempo diventa il punto di riferimento delle tabacchine, l’ambasciatrice dei loro problemi, esaltandone la combattività e la fierezza, quasi in una sorta di identificazione con loro e con la loro vita. In ogni occasione e con ogni mezzo fa conoscere le loro condizioni di lavoro, fonda il giornale La Tabacchina, bollettino mensile del sindacato e mezzo di informazione e di coesione delle lavoratrici.
Nel 1957 le tabacchine riescono a ottenere miglioramenti salariali e il trattamento previdenziale e assistenziale assimilabile a quello dei lavoratori dell’industria. Con l’inquadramento del Sindacato tabacchine nella Fila (Federazione italiana lavoratori alimentaristi) nel 1960 si conclude però la storia del sindacato delle tabacchine e anche la storia di Adele Bei sindacalista.
Il suo forte legame personale con le lavoratrici, di cui era diventata il simbolo, e il suo impegno nel tutelare l’autonomia del loro sindacato erano stati sicuramente guardati con sospetto all’interno di una CGIL che all’epoca non ammetteva atti d’indisciplina.
Bei, invece, aveva dimostrato in diverse occasioni di non accettare un ruolo da soldato disciplinato e acquiescente. Paga quindi con l’emarginazione proprio quella determinazione e volontà appassionata che, in tutta la sua vita, l’avevano spinta a lottare contro le ingiustizie sociali, per affermare i diritti dei lavoratori e delle donne, seguendo una propria autonomia di giudizio.
Nel corso degli anni Cinquanta, Adele Bei aveva continuato a intrecciare il suo impegno di sindacalista con quello di parlamentare. Eletta per due volte alla Camera dei deputati per il collegio di Ancona, nel 1953 e nel 1958, continua a rivolgere il suo sguardo ai diritti delle lavoratrici, presentando proposte di legge sulla parità retributiva tra uomini e donne, sulla tutela per le lavoratrici madri e per introdurre il divieto di licenziamento delle donne a causa di matrimonio. In questi anni, porta in Parlamento la voce delle lavoratrici più sfruttate e, in particolare, delle ‘sue’ tabacchine, con interventi diretti anche a stigmatizzare l’operato dell’Ispettorato del lavoro, che giudicava carente nell’effettuare controlli o nel comminare sanzioni alle aziende, anche a fronte di inadeguate misure di sicurezza, spesso causa di incidenti con ferimenti e ricoveri ospedalieri.
È sempre stata molto attenta anche ai problemi della sua regione. Nel 1959 presenta una proposta di legge per il ripristino della Facoltà di veterinaria nell’Università di Camerino, che era stata soppressa nella fase di trasformazione di quella libera Università in statale. Nel 1960 presenta un’interrogazione parlamentare per conoscere le ragioni della mancata attribuzione della medaglia al valore alla città di Tolentino, che pure si era distinta nella lotta di liberazione dal nazifascismo.
Con la conclusione del terzo mandato parlamentare, Bei non ha più incarichi politici né sindacali. Non si rifugia però nella vita privata. Nel 1968 viene eletta nel Comitato esecutivo dell’Associazione perseguitati politici italiani antifascisti (Anppia). Continua anche a impegnarsi nel suo partito come una semplice militante, come era stata in anni lontani, rivolgendo sempre la sua attenzione alla condizione delle donne. Ancora componente del Consiglio nazionale dell’UDI, si rende disponibile per iniziative rivolte alle donne della sua regione, con le quali si incontrava e discuteva per capirne i problemi e per sollecitarle a far sentire la loro voce, convinta fino alla fine che una forte presenza della donna nella società e nelle istituzioni è condizione perché un Paese possa dirsi davvero democratico.
Muore a Roma il 15 ottobre 1976 ed è sepolta al Cimitero del Verano di Roma.
Segretario Camera del lavoro mandamentale Fano 1946. Figura fra i delegati eletti a partecipare al I Congresso nazionale della Cgil a Firenze, nel 1947. Segretario Camera del lavoro mandamentale Fano 1946. Nel 1949 viene condannato per avere duramente condannato la repressione di una manifestazione mezzadrile del 29 luglio.
Nato e morto a Roma è stato un giornalista, politico e dirigente sindacale. Si laurea alla Sapienza a Roma in giurisprudenza e già dagli anni del liceo frequenta l'associazione cattolica “Dante e Leonardo”. Dal 1939 svolge attività clandestina antifascista. Viene chiamato alle armi nel 1941 ma, allo scadere di una licenza di convalescenza, non si presenta alla visita di controllo e riprende l'attività politica militando nel “Partito Comunista Cristiano” (1941-1943). Collabora, con Pietro Ingrao, Franco Rodano, Lucio Lombardo Radice, al giornale clandestino Pugno chiuso, di cui esce un solo numero nel 1943. Nel maggio 1943 viene arrestato e portato nel carcere romano di “Regina Coeli”, rinviato a giudizio dal Tribunale speciale e dal Tribunale militare (come ufficiale dell'esercito accusato di attività sovversiva in zona di guerra), scampa i processi e la sicura fucilazione grazie alla caduta del fascismo il 25 luglio 1943. Nel settembre 1943, sotto l'occupazione tedesca, è tra i fondatori del “Movimento dei cattolici comunisti” insieme a Franco Rodano e altri. Scrive articoli su Voce Operaia, organo alla macchia dello stesso Movimento. Partigiano combattente, comandante per il MCC della V Zona militare di Roma (S. Lorenzo, Portonaccio, Tiburtino III, Pietralata, Ponte Mammolo), gli viene riconosciuto il grado di capitano.
Dopo la liberazione di Roma, con lo scioglimento del “Partito della Sinistra cristiana” (prosecuzione del MCC) il 9 dicembre 1945, Tatò aderisce al Partito Comunista Italiano, e diventa vice-responsabile della Commissione lavoro di massa, nel 1972 viene eletto al Comitato centrale del PCI. Quando, nel 1991, il PCI si trasforma in PDS, Tatò, sostenitore della mozione Occhetto, viene nominato nella presidenza della Commissione di garanzia.
Nel 1959 è eletto nel Consiglio Generale della CGIL; nel 1968 costituisce e dirige l'Ufficio Studi della CGIL. Nel luglio 1969 è chiamato alla direzione del PCI come capo dell'Ufficio stampa e segretario di Enrico Berlinguer; lo rimane fino alla morte di quest'ultimo (1984).
Intensa la sua attività di giornalista: nel 1987 fonda e dirige l’agenzia di stampa “Dire”; responsabile del Servizio stampa e dell'Ufficio studi della CGIL (1949-1968), dal 1951 dirige, scrivendovi numerosi articoli, il Notiziario della CGIL, poi Rassegna sindacale; scrive anche articoli di carattere sindacale ed economico sul Dibattito politico (1954-1959), con lo pseudonimo Vindice Vernari) e su vari altri giornali e periodici.
Fra i suoi scritti inoltre: i tre volumi della biografia di Di Vittorio, pubblicati negli anni dal 1968 al 1971 e, a cura di Francesco Barbagallo, “Caro Berlinguer”, pubblicato nel 2003 da Einaudi.
La Federazione italiana dei lavoratori del legno e dell’edilizia si costituisce nel 1956 con l’accorpamento degli edili con i lavoratori del settore legno. Assume il nome di Fillea (Federazione italiana lavoratori legno edili e affini) e diventa segretario Rinaldo Scheda, affiancato da Giorgio Guerri segretario della Federazione lavoratori del legno e boschivi. Con il Congresso del 1958 segretario generale diventa il marchigiano Elio Capodaglio. Nel primo decennio del dopoguerra l’attività contrattuale si concentra nel settore dell’edilizia ottenendo miglioramenti delle condizioni di lavoro e dei salari. Il settore dell’edili con lo sviluppo dell’economia a partire dalla seconda metà degli anni cinquanta avvia una importante attività contrattuale sia a livello nazionale che aziendale che culmina, con il Congresso del 1960, con l’approvazione di un piano nazionale di sviluppo dell’edilizia che aveva come punti cardine: l’edilizia popolare, il potenziamento dell’edilizia scolastica e ospedaliera e una nuova legislazione per le aree fabbricabili. Altri temi forti rivendicativi riguardavano la riduzione delle differenze salariali fra uomini, donne e giovani, il riordino delle qualifiche e la revisione del cottimo e del subappalto. Per gli edili era fondamentale ottenere un salario minimo garantito per compensare le giornate di inattività involontarie per cause metereologiche o tecniche per questo vengono costituite le Casse edili provinciali, finanziate pariteticamente dagli imprenditori e dai lavoratori, per fornire prestazioni previdenziali e assistenziali.
Nel dopoguerra nella provincia di Pesaro il settore dei lavoratori del legno e dell’edilizia è seguito da Gaetano Sanchini della Segreteria e da Nino Gabbani per l’Ufficio vertenze. La componente principale è quella degli edili che al I Congresso provinciale della Cgil dell’aprile 1947 contano 10.346 iscritti subito dopo i lavoratori della terra che hanno a quella data10.564 iscritti. Al Congresso gli edili portano 22 delegati, mentre i lavoratori del settore legno hanno 3 delegati a fronte di 76 iscritti. Il settore del legno inizierà a crescere già dopo pochi anni, raggiungendo 800 iscritti nel 1949 per poi aumentare nel corso degli anni sessanta con l’afflusso dei lavoratori della terra che porteranno alla nascita di micro imprese famigliari del mobile, fino alla grande imprenditoria che vede nelle cucine il settore di massima espansione che caratterizza il territorio provinciale rispetto a quello regionale.
Nel 1917, la Società Generale per l’Industria Mineraria e Chimica Montecatini di Milano rileva la Fonderia Albani. Nasce così la Fonderia Montecatini di Pesaro (Montedison dal 1966), che ben presto diventerà una delle punte di diamante nei settori della metalmeccanica e dei lavori di fonderia. I suoi prodotti (tubazioni, silos, laminati, macchinari, impianti chimici, saracinesche per acquedotti ecc.) saranno esportati in tutto il mondo, fino alla crisi degli anni Settanta e la chiusura degli impianti nel 1981.
Adriana Mollaroli è nata a Serra S.Abbondio (PU) il 30 novembre 1954, dopo aver frequentato il Liceo Scientifico a Pergola si è laureata, con il massimo dei voti, in lettere moderne all'Università La Sapienza di Roma con il prof. Carlo Muscetta con una tesi sulla memorialistica comunista. Impegnata nel movimento studentesco, si è iscritta al PCI nel 1975, nella cosiddetta "leva berlingueriana". Rientrata nella provincia di Pesaro, ha fatto parte del gruppo dirigente della federazione del PCI.
A metà degli anni '80 ha iniziato un'esperienza di lavoro politico nella CGIL occupandosi del settore commercio (FILCAMS) e del coordinamento delle donne. Nel 1986 lascia la Cgil per lavorare nella scuola. Dal 1994 al 2010 è eletta nelle istituzioni, prima in Consiglio Comunale a Fano e nella giunta comunale a dirigere le politiche educative; successivamente, per due legislature in Consiglio Regionale.
Dal 2010 è insegnante all'I.T.A. " A. Cecchi" di Pesaro.
Mario Maoloni nasce il 1° agosto 1944 a Poggio di Bretta, frazione di Ascoli Piceno. Proviene da una famiglia di origini contadine da cui apprende i valori di onestà e condivisione dell’essenziale. Il padre sceglie la professione di carabiniere per alleviare le condizioni economiche della famiglia contadina, nel 1944 era distaccato presso Monte San Giusto in provincia di Macerata, la madre, casalinga, aveva frequentato la scuola fino alla quarta elementare. Il padre in seguito viene trasferito a Filottrano e poi a Senigallia dove la famiglia lo raggiunge. Nel 1951 Maoloni inizia ad andare a scuola a Senigallia, in un primo momento dalle monache, ma poco dopo deve seguire gli spostamenti lavorativi paterni cosicché prosegue gli studi nel pesarese, a Pozzo Basso, in un edificio in cui vi è la sede dell’ambulatorio del medico del paese e due sole stanze per le diverse classi, tanto che Maoloni condivide la classe con la sorella pur essendo di un anno più giovane. Nel 1956 il padre è trasferito a Pesaro dove Maoloni frequenta le scuole medie. Qui il primo anno ha la fortuna di avere tra i suoi insegnanti il professor D’Elia, padre del poeta pesarese Gianni D’Elia, poi trasferitosi al Liceo classico Mamiani di Pesaro. In base ai suoi ricordi, quest’incontro sarà una felice eccezione sia in quegli anni sia rispetto alle scuole medie superiori, quando frequenta ragioneria più che altro perché non conosceva il latino. Successivamente frequenta la Facoltà di Economia e Commercio, quando essa era ancora ad Ancona pur essendo un distaccamento dell’Università di Urbino. In questo ambito Maoloni ricorda di avere avuto degli insegnanti ‘incredibili’ nonché intellettuali già allora coinvolti nel dibattito pubblico non solo nazionale quali Giorgio Fuà, Claudio Napoleoni, Romagnoli, docente di diritto, Alberto Caracciolo e Alessandro Pizzorno. La formazione cattolica della famiglia (in particolare della madre) lo porta a vivere le prime esperienze all’interno di questo mondo. Infatti, chi in età giovanile ebbe un forte impatto nella sua maturazione fu Don Gianfranco Gaudiano, figura rilevante della cultura non solo religiosa pesarese. Con lui, insieme ad alcuni amici, ha anche modo di condividere esercizi spirituali presso l’Eremo di Montegiove a Fano. Don Gaudiano e Maoloni hanno modo di discutere di molti temi, tra cui la povertà estrema presente in interi continenti come ad esempio l’Africa. Maoloni, dopo la lettura di alcuni libri sull’argomento, e sulle cause economiche che vi sono alla radice, si confronta con Don Gaudiano su quale possa essere la strada più efficace per almeno ridurre sensibilmente le disuguaglianze. Se dal lato cattolico il principale approccio è rivolto verso la carità, Maoloni, frequentando l’università, in quel frangente ha modo di incontrare i testi di Karl Marx e prima ancora di alcuni marxisti come Paul Baran e Paul Sweezy. Da allora diventa marxista, pur continuando un dialogo attento, sulla base delle distinte posizioni, con Don Gaudiano. Sul fronte degli studi universitari Maoloni inizia a lavorare ad una tesi sui piani quinquennali in India nata da un suggerimento di Claudio Napoleoni con cui aveva sostenuto tre esami e con cui si era instaurato un rapporto di autentica cordialità e stima. Per i suoi studi finalizzati alla tesi entra in contatto con un istituto di ricerca come lo Svimez (con sede a Roma). Nel frattempo, tuttavia, Napoleoni si era trasferito a Napoli e Maoloni, non potendo seguirlo, si laurea con Giorgio Fuà discutendo una tesi sul sottosviluppo nel novembre del 1968. Nel 1969 deve partire per svolgere il servizio militare e si ammala di tubercolosi. In realtà, l’intenzione iniziale di Maoloni era quella di dedicarsi ad un’attività di volontariato, insieme alla futura moglie, per due anni in Congo. Ciò gli avrebbe permesso, sulla base della legislazione dell’epoca, di non svolgere il servizio militare vista l’attività di volontariato prestata, peraltro per un tempo superiore rispetto alla leva, all’estero. Tuttavia, a causa della sua adesione al Pci avvenuta a metà degli anni Sessanta, gli venne negata la possibilità di trasferirsi in Congo. Così, in seguito alla malattia, la leva per lui dura due anni, tanto che esce dal sanatorio di Trebbiantico, di Pesaro, dov’era stato trasferito dal sanatorio di Udine, nel febbraio del 1971. Pur essendo abilitato all’insegnamento decide di non percorrere quella strada e a marzo dello stesso anno è già alla Camera del Lavoro di Fano nel ruolo di segretario dopo aver avuto rapporti, negli anni universitari, con la Camera del Lavoro di Pesaro, in particolare con Luigi Agostini, e i componenti della segreteria provinciale dell’epoca, amico stretto dai tempi dell’Università, all’epoca membro della segreteria provinciale e segretario della Fiom. A Fano lavora a stretto contatto con Riccardo Spaccazocchi e Pietro Cancellieri. In quegli anni, con altri compagni, in particolare a Pesaro con Agostini, si facevano dei corsi presso le sedi sindacali che così si aprivano ai lavoratori in orari più accessibili e diventavano un luogo di condivisione. I corsi vertevano sull’organizzazione del lavoro e su come difendersi dalle politiche padronali. Ciò creava un legame saldo, non solo politico, ma di amicizia autentica che portava i sindacalisti ad essere in primo piano anche quando si trattava di occupare una fabbrica come nel caso, tra gli altri, del Calzaturificio Serafini in cui la lotta si protrasse per due mesi al fine di far rientrare il licenziamento di 70 operai su 200 occupati. Tuttavia, la concezione ortodossa che riteneva prioritaria l’azione partitica e la difficoltà ad accettare il dissenso non poteva tollerare un’autonomia troppo estesa nella direzione sindacale delle lotte fino a mettere in discussione la centralità del partito. Così, la dirigenza del Pci provinciale fa sentire il suo peso e in un direttivo della Camera del Lavoro allargato ad un membro della segreteria nazionale della Cgil (Aldo Giunti), nel novembre del 1974, si decide di trasferire Maoloni alla direzione della scuola sindacale di Ariccia e Luigi Agostini alla direzione della Fiom di Treviso. Quella scelta, pur non ledendo i legami con i compagni di base, di fatto sancisce la fine di un rapporto con la Cgil pesarese e anche l’emarginazione di quelle posizioni più di sinistra e incentrate sulle rivendicazioni operaie, a partire dalla questione salariale, dentro il partito che a loro volta dovevano trovare un raccordo con la costituzione di nuovi strumenti di partecipazione politica esterni alla fabbrica. Infatti, il superamento delle Commissioni interne a vantaggio dei Consigli di fabbrica, con i rappresentanti eletti direttamente dai lavoratori, andava di pari passo con l’approccio per cui «i Consigli di Zona avrebbero avuto il compito di raccordare gli interventi politici e di lotta a livello territoriale». Giunto ad Ariccia, Maoloni vi rimane due anni girando tutta l’Italia per fare corsi sindacali. Nel 1976, dopo uno dei suoi corsi tenutosi a Schio, nel vicentino, area in cui vi era una diffusa presenza di industrie meccaniche e tessili, gli viene proposto di guidare la Camera del Lavoro di Vicenza. Dopo pochi giorni, Rinaldo Scheda, membro della segreteria nazionale della Cgil, dopo una richiesta ufficiale giunta dalla stessa Camera del Lavoro e dato che chi ne era alla guida era in procinto di lasciarla per candidarsi alle elezioni per il Psi, chiede a Maoloni se effettivamente concorda con la possibilità di trasferirsi a Vicenza. Maoloni accetta il trasferimento e inizia, così, un’esperienza che dura due anni, sicuramente faticosi visto che si trattava di anni in cui, tra l’altro, erano già operative le Brigate Rosse. Maoloni, con il passare del tempo, ritiene che vi siano dirigenti più capaci e radicati in quel contesto territoriale caratterizzato, in quel frangente, anche da uno scontro tra Cgil e Flm sulla guida delle politiche rivendicative dei metalmeccanici. In tal senso, sempre dopo un confronto con Scheda, emerge la possibilità di ricoprire un ruolo dirigenziale presso la segreteria regionale marchigiana della Cgil, allora guidata dal socialista Rolando Pettinari. Durante quell’esperienza, in cui ha il compito di seguire le fabbriche, si trova pressoché sempre in minoranza. In un periodo come quello della fine degli anni Settanta ed inizio anni Ottanta caratterizzato da un’imponente fase di ristrutturazione, Maoloni deve seguire diverse vertenze che interessano aziende in crisi. Tra queste si segnala quella del gruppo romagnolo Maraldi costituito da zuccherifici e tubifici. Per uno di questi tubifici, che si trovava nel porto di Ancona, è prevista una chiusura. Il consiglio di fabbrica dell’azienda proclama lo sciopero ma la segreteria regionale della Cgil, a maggioranza, decide di non partecipare. Maoloni invece aderisce e partecipa alla manifestazione che porta all’occupazione della stazione di Ancona da parte dei lavoratori della Maraldi. La segreteria della Cgil condanna l’azione e rimprovera Maoloni per avere aderito alla manifestazione. Al di là della giustezza o meno di azioni simili, ciò produce, innanzitutto, la separazione tra lavoratori e sindacato, nonché l’incapacità di quest’ultimo di orientare le lotte senza che sfocino in azioni eventualmente controproducenti. Le crisi aziendali si ripetono e coinvolgono anche le Cartiere Miliani all’epoca connotate nella proprietà dalle partecipazioni statali. In questo caso reali problemi legati all’innovazione tecnologica e alla produttività venivano utilizzati dalla dirigenza per una riduzione del personale e la privatizzazione dell’azienda. Non trovando reali alternative a queste politiche, di fatto avallate a livello regionale, Maoloni denuncia la subalternità della linea maggioritaria in seno alla Cgil e al congresso del 1981 firma una mozione e tiene un intervento, molto apprezzato dai suoi compagni, contro la relazione del segretario Pettinari. Maoloni ne esce in una posizione minoritaria. Segue un congresso straordinario, tenutosi presso la fiera della pesca al porto di Ancona, a cui partecipa Scheda. All’esterno, Maoloni ricorda che c’erano i lavoratori della Maraldi e delle Cartiere Milani che lo sostenevano, ma la maggioranza dei dirigenti delle diverse categorie votarono per un suo allontanamento. A quel punto, il rapporto con la Cgil diventa irrecuperabile, tanto che una chiamata dell’amico Agostini a nome di un dirigente nazionale riconosciuto e apprezzato come Sergio Garavini per un incarico a Roma non muta i suoi convincimenti. Terminata l’esperienza sindacale, si apre la possibilità di lavorare presso la Lega regionale delle cooperative in cui di fatto, però, non viene impiegato in alcuna attività. In un’occasione incontra l’amico Francesco Lupatelli, già partigiano e presidente della Cassa Rurale di Villa Fastiggi, frazione di Pesaro, che gli propone di entrare in banca con lui visto che avrebbe potuto partecipare ad un imminente concorso. All’entrata in banca segue anche la nomina a direttore. Qui vi resta dal 1983 al 1995, poi, nell’agosto dello stesso anno, viene ‘cacciato’ perché non più in linea con la politica bancaria in auge. Nel frattempo, era già stato chiamato dal Sindaco di Pesaro per un eventuale incarico in Giunta, per il quale il Consiglio di amministrazione della banca si esprime negativamente. Inoltre, si dimette da Rifondazione comunista, senza aderire successivamente ad alcun altro partito, perché aveva parlato con il Sindaco Oriano Giovannelli senza il ‘permesso’ del partito. Dopo la cacciata dalla banca, avvenuta il 5 agosto 1995, partecipa a un concorso pubblico in Comune e viene assunto il 1° gennaio 1996, dove rimane fino al pensionamento nel 2010.
Nato ad Ascoli nel 1928, Emidio Bruni partecipa da giovanissimo alla guerra di Liberazione. E’ stato sindaco di Gradara e consigliere provinciale per 16 anni. Deputato nella sesta legislatura (1968-72) e senatore nella settima (72-76), Emidio era molto conosciuto anche per la sua produzione artistica legata alla fotografia e alla poesia. Muore a Pesaro il 25 febbraio 2014.
Giorgio De Sabbata nasce a Pesaro il 2 luglio 1925. Nel 1942 Si diploma al Liceo Classico Mamiani di Pesaro. Nell'anno accademico 1942-1943 si iscrive all’Università di Bologna (Facoltà di Lettere e Filosofia) e successivamente (anno accademico 1943-1944), si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza. Fra il 1943 e il 1944 combatte nelle fila del Comitato italiano di liberazione (CIL) e dei Gruppi di combattimento; è partigiano della V Brigata Garibaldi Pesaro – Distaccamento Fastiggi e segretario provinciale del Fronte della gioventù (FDG). Terminata la guerra, si laurea (con lode) in Giurisprudenza nell'anno accademico 1947-1948. Al 1949 risulta iscritto all’Albo dei procuratori presso il Tribunale di Pesaro e nel 1950 è iscritto all’Albo degli avvocati presso lo stesso Tribunale. Praticherà ufficialmente la professione di legale almeno fino al 2011.
Nell'anno scolastico 1950-1951 Inizia la sua attività di insegnante in qualità di professore di materie giuridiche ed economiche presso l’Istituto tecnico Bramante di Pesaro; insegna anche dal 1954-1955 al 1959-1960, prima di essere nominato insegnante di ruolo per effetto di concorso ordinario il 1 ottobre 1960. Il 4 maggio 1951 si dimette da membro della Giunta provinciale amministrativa (GPA) in quanto candidato alle elezioni amministrative nelle fila del Partito comunista italiano (PCI). Nel giugno 1951 è eletto consigliere comunale del Comune di Pesaro con 12557 voti. Fra il 1951 e il 1959 è Assessore alle Finanze del Comune di Pesaro. Nel 1956 viene eletto membro del Comitato federale della Federazione provinciale del PCI di Pesaro e Urbino.
Nel Giugno 1957 Sposa Guya Cantoni con rito civile a Bologna, seguito dal rito religioso a Roma. Per undici anni, dal 4 maggio 1958 al 20 luglio 1970, è sindaco del Comune di Pesaro
Il 27 maggio 1960 viene nominato a far parte della ‘nuova’ Commissione nazionale per gli enti locali del PCI. Dal giugno 1970 al 20 marzo 1972 è Consigliere regionale della Regione Marche. Fino al 18 gennaio 1971 è vice presidente del Consiglio regionale delle Marche; è membro della Commissione consiliare per la redazione dello Statuto della Regione.
Fra il 1967 e il 1971 De Sabbata ricopre all’interno dell’Associazione nazionale comuni italiani (ANCI) diversi ruoli: membro della Commissione Finanza locale (nel 1967 e nel 1969); membro del Consiglio nazionale e componente del Comitato esecutivo (nel 1971).
A partire dal 1972 partecipa a sessioni del Congresso dei poteri locali e regionali d'Europa (CPLRE), per conto del quale farà parte, negli anni successivi e in qualità di esperto, di gruppi di lavori diversi (sul controllo dell’applicazione della Carta europea dell’autonomia locale, sulla regionalizzazione in Europa, sulla situazione della democrazia locale negli stati membri, sui diritti e le responsabilità dei cittadini) oltre a ricoprire il ruolo di formatore dei redattori della relazione sulla democrazia locale e regionale in Romania.
Dal 1972 al 1976 è Deputato della Camera durante la VI legislatura (durante la legislatura è componente dei seguenti organi parlamentari: Giunta delle elezioni, II Commissione Interni, Commissione parlamentare per le questioni regionali). Fra il 1973 e il 1976 è Segretario nazionale della Lega per le autonomie e i poteri locali (è direttore della rivista “Il Comune democratico” (periodico della Lega) fino all’aprile 1977).
Già nel 1976 fa parte del Consiglio nazionale dell’Associazione italiana per il Consiglio dei comuni d'Europa (AICCE), poi Associazione italiana per il Consiglio dei comuni e delle regioni d’Europa (AICCRE) e, negli anni Ottanta e Novanta, della Direzione e del Consiglio nazionale.
Dal 1976 al 1987 è Senatore durante la VII, VIII e IX legislatura. Durante le predette legislature ha ricoperto i seguenti incarichi:
VII legislatura: questore del Senato, membro della VI Commissione permanente (Finanze e tesoro), della Giunta per gli Affari delle Comunità Europee, della Commissione parere trattati di Lussemburgo del 1970 e della Commissione consultiva regolamenti della Comunità economica europea (CEE).
VIII legislatura: membro della VI Commissione permanente (Finanze e tesoro), della Commissione speciale per l’esame di provvedimenti riguardanti la ricostruzione dei territori colpiti dal terremoto del novembre 1980, della Giunta per gli Affari delle Comunità Europee, della Commissione parlamentare per il parere al Governo sui testi unici concernenti la riforma tributaria, della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia, della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2.
IX legislatura: membro della Giunta per il regolamento, della I Commissione permanente (Affari Costituzionali), della Giunta per gli affari delle Comunità Europee, della Commissione consultiva regolamenti della Comunità economica europea (CEE).
Dal 18 luglio 1974 al Settembre 1990 è Presidente del Consiglio di amministrazione della Fondazione Gioacchino Rossini; terminato l'incarico di Presidente, dal Settembre 1990 al 1995 è Membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione.
Dal Luglio 1975 è membro della Sezione Regione ed enti locali del PCI. Nel 1979 fa parte della Direzione nazionale della Lega per le autonomie locali. Nel 1980-1981 è membro del Comitato direttivo dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (ANPI). Al 1981 risulta far parte del Consiglio internazionale della Federazione mondiale delle città unite (FMCU), per conto della quale partecipa a riunioni, conferenza, congressi, gruppi di lavoro e per la quale ricoprirà l’incarico, a partire dal 1991, di segretario generale del Comitato esecutivo italiano.
Il 12 dicembre 1985 è formalmente invitato a far parte del Comitato degli esperti della Fondazione Scavolini, ruolo che ricopre almeno fino al 1987. Fra il 1988 e il 1992 è collaboratore dell’Agenzia dei servizi interparlamentari in qualità di consulente in materie europee dei gruppi parlamentari della Camera e del Senato del PCI. Nel Giugno 1990 è presidente del Comitato federale della Federazione provinciale del PCI di Pesaro e Urbino.
Dal 1992 al 1994 è Consigliere comunale del Comune di Gradara, mentre dal 26 aprile 1995 al 18 dicembre 1995 ricopre la stessa carica presso il Comune di Mombaroccio; si dimette a causa di «un’autorevole candidatura a difensore civico nella Regione». Infatti, dal 20 dicembre 1995 è Difensore civico della Regione Marche (nominato dal Consiglio regionale). Il 5 gennaio 1996 viene nominato difensore civico con decreto del presidente della Giunta regionale delle Marche n. 3 del 5 gen. 1996 ai sensi dell’art. 3 della L.R. Marche n. 29/8.
Muore a Pesaro il 27 luglio 2013.
Nasce a Genova il 24 agosto 1960. I genitori, originari del Montefeltro, di Petrelle di Piandimeleto, erano emigrati giovanissimi nel capoluogo ligure, sei anni prima. Era una cosa comune di quegli anni avere Genova come riferimento per chi partiva da quell’area delle provincia compresa tra Carpegna, Macerata Feltria, Pietrarubbia, Monte Cerignone. La madre, proveniente da una famiglia di mezzadri, poverissima, aveva 16 anni quando era partita e aveva trovato impiego come domestica. Il babbo di anni ne aveva 20. Faceva il muratore, lavoro che aveva appreso a sua volta dal padre. Veniva dunque da un contesto di relativo benessere per l’epoca e per quella zona: in una distesa di mezzadri poteva vantare una professione e la famiglia possedeva un appezzamento di terra. L’emigrazione era stata dunque un’occasione per migliorare la propria posizione sociale, ma anche per uscire dal contesto della provincia. Dopo la nascita della seconda figlia, nel 1966, il padre e la madre decidono di tornare nella loro terra e si trasferiscono con la famiglia a Macerata Feltria. Roberto Ghiselli aveva allora appena concluso la prima elementare. «Ho imparato a leggere e scrivere a Genova», ha ricordato in un’intervista. Il padre dunque continua la sua professione di muratore, in una fase di espansione del mercato dell’edilizia, mentre la madre, con i figli ancora bambini va a lavorare in fabbrica. Roberto Ghiselli avrebbe vissuto a Macerata Feltria l’infanzia e l’adolescenza, ovvero gli anni della sua scolarizzazione. Il suo avvicinamento alla politica non avviene in famiglia, dove questa non è questione molto dibattuta. «Condizionarono molto la mia formazione politica i racconti che sentivo nel mio territorio». Venivano dai contadini della zona e anche dagli zii: erano vive le memorie della guerra partigiana (il distaccamento Montefeltro della V Brigata Garibaldi si era formato nella casa dello zio materno) e delle dure lotte mezzadrili di venti anni prima. Attraverso le narrazioni di quelle esperienze, Roberto Ghiselli matura un forte senso dell’uguaglianza. Il primo contesto in cui lo vive, è quello della parrocchia, che frequenta all’età di otto e nove anni. Particolarmente toccante fu per lui l’incontro con un missionario africano. Si distacca tuttavia dalla Chiesa e la sua passione per la giustizia sociale lo fa approdare, ancora bambino, alle idee egualitarie del comunismo. «C’è da ridere. Ho una foto di quando avevo undici anni, con i compagni della prima media, dove avevo appuntata sulla maglia una spilletta raffigurante Lenin! Da telefono azzurro! Ma la famiglia non c’entrava niente», ha ricordato, intervistato, con il sorriso. A tredici anni, in terza media, era già segretario della federazione giovanile comunista di Macerata Feltria. In un Paese di 2000 anime raggiunge addirittura i 55 iscritti. Negli anni del liceo scientifico, a Sassocorvaro, continua il suo impegno politico sia nella federazione giovanile del partito che negli organi collegiali della scuola: diventa responsabile di zona della Fgci del Montefeltro ed entra per un certo periodo nella segreteria provinciale. Al tempo stesso per tre anni fa parte del consiglio scolastico distrettuale di Urbino, al quale partecipano anche insegnanti e genitori, come capolista di una lista di sinistra. «Tenete conto che erano anni esaltanti: la vittoria nel Vietnam, la vittoria del divorzio, il successo del Pci del 1975, il successo del Pci del 1976». A sedici anni, mentre frequentava la seconda liceo, lascia la scuola per due mesi per frequentare la scuola politica del Pci ad Albinea, cui si rivolgevano le Federazioni del centro Italia per formare i militanti: «un corso bellissimo, che mi cambiò profondamente e mi fece maturare». Si trattava di un «corso operaio», interregionale, incentrato su un insegnamento storico, politico, economico e culturale: se fino ad allora Roberto Ghiselli aveva vissuto la scuola senza particolare diligenza, come un’appendice che lo separava dall’impegno politico, quell’esperienza cambia il suo punto di vista delle cose. «Capii che la politica invece era impegno, era studio, era cultura». Nel 1980 si diploma con sessanta sessantesimi, portando una tesina sulle opere giovanili di Marx, e comincia a frequentare Scienze politiche a Urbino. Aveva appena dato due esami, quando l’anno successivo, a una manifestazione del 25 aprile a Macerata Feltria, gli viene proposto di rimpiazzare Maurizio Amantini, uscito in quel periodo dall’Inca zonale. Comincia sette giorni dopo, il 2 maggio: si ritrova così a dover imparare immediatamente a fare dichiarazioni di redditi, che all’epoca spettavano all’Inca. Per un anno e mezzo si occupa del patronato: domande di pensioni, di disoccupazione, di infortuni sul lavoro. Impara a fare cose concrete, che riguardano la vita materiale di molti, che gli sarebbero servite «per tutta la vita». Non avrebbe tuttavia abbandonato l’università: pur rallentando inevitabilmente lo studio, a cui poteva dedicare un tempo risicato, si sarebbe laureato alcuni anni dopo.
Nel 1982 diventa responsabile di zona della Camera del lavoro di Macerata Feltria. Dal punto di vista sindacale, significava occuparsi in particolare di tre categorie: il legno, l’abbigliamento, i braccianti agricoli. In questi anni impara a fare anche le vertenze individuali.
Due anni dopo, a ventiquattro anni, nell’ambito del rinnovamento del sindacato voluto da Rodolfo Costantini, diventa segretario generale della Fiom di Pesaro. Nei primi mesi si trova a dover sciogliere la Flm (la Federazione unitaria dei lavoratori metalmeccanici), ormai logorata dagli scontri tra Cgil da un lato Cisl e Uil dall’altro. Si trattava di una presa d’atto di una situazione non più sostenibile che porta alla rinascita delle tre sigle sindacali dei metalmeccanici. Inoltre la sua segreteria coincide con la fase finale della vertenza della Fonderia Montedison, che si sarebbe conclusa con la chiusura, e con l’uscita della Benelli dal Gruppo Moto Guzzi e il successivo passaggio ad Alejandro De Tomaso a Giancarlo Selci. Queste due, assieme alla IDM e alla Morbidelli, erano le principali aziende su cui si reggeva fino ad allora il sindacato dei metalmeccanici. Di fronte a una situazione in trasformazione e di crisi di queste realtà Ghiselli dedica una particolare attenzione verso le piccole e medie imprese del territorio, che invece stavano crescendo in quel periodo, dove il sindacato o non c’era o era debole. Inoltre implementa la presenza della Fiom in quelle aziende che poi, anche con diverse incorporazioni, sono diventate il Gruppo Biesse. Il risultato di questa prospettiva è un aumento complessivo degli iscritti alla Fiom, nonostante la crisi irreversibile delle sue roccaforti storiche, e l’avvio di nuove esperienze di contrattazione decentrata, che vede, come elemento più significativo, l’introduzione in alcune aziende di una nuova classificazione del personale attraverso cui riconoscere meglio le professionalità e assorbire così parte dei superminimi fino a quel momento erogati, a tale scopo, unilateralmente dalle imprese.
Nel 1988 fa il servizio militare. Conclusa la leva, viene chiamato ad Ancona da Piero Gasperoni, allora segretario aggiunto della Cgil regionale e lascia il posto alla Fiom a Peppe Tarsi. Il primo anno segue l’artigianato e le piccole imprese: è il periodo in cui si era appena costituita la commissione Lama, dopo il tragico incidente al cantiere Mecnavi di Ravenna, che porta alla legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, e in cui si raccolgono le firme per quella che sarebbe diventata la legge 108 sui diritti dei lavoratori nelle piccole imprese. La Cgil nazionale aveva costituito un gruppo di lavoro su questi temi, coordinato da Antonio Pizzinato, e Ghiselli ne fece parte fino alla conclusione dei suoi lavori. Concluso questo impegno, dopo circa un anno, alla fine del 1989, diventa segretario regionale della Filcams, dove sarebbe rimasto fino al 1996. «Lì feci l’esperienza contrattuale più importante», ha dichiarato. «Erano gli anni della rivoluzione industriale nel commercio». Si va infatti affermando la grande distribuzione: incominciano a nascere i primi ipermercati, le aziende più rilevanti moltiplicano i punti vendita, i grandi gruppi acquisiscono le piccole catene. Si devono elaborare nuovi contratti nei gruppi che si vanno a integrare e contratti di avviamento di nuove strutture, dovendosi confrontare, in anticipo rispetto ad altri settori, con le problematiche della flessibilità: part-time, lavori parasubordinati, definizione di orari di lavoro estremamente elastici, le stagionalità. Ghiselli partecipa per la prima volta ai tavoli nazionali per le trattative, in una fase in cui il settore del commercio vive un trend di crescita spettacolare. In pochi anni gli iscritti della Filcams delle Marche passano da circa 3000 a oltre 6000 e aumentano, di conseguenza, i delegati.
Nel 1996 con il passaggio della segreteria regionale da Gasperoni a Oscar Barchiesi, Ghiselli viene nominato al suo interno. È una segreteria giovane: su cinque quattro hanno tra i trenta e i quaranta anni. Egli si occupa della contrattazione, delle politiche industriali e del terziario. L’esperienza più significativa avuta in quegli anni è la costituzione degli enti bilaterali dell’artigianato. Segue inoltre diverse vertenze: la più significativa, gestita con Marco Bastianelli allora segretario della Slc (Sindacato lavoratori della comunicazione) regionale, è il passaggio delle cartiere di Fabriano dal Poligrafico dello Stato al Gruppo Fedrigoni. «Fu una bella esperienza perché partimmo con una dichiarazione di 600 esuberi e alla fine non ci fu un licenziato. Le cartiere furono acquisite sulla base di un capitolato che conteneva importanti clausole sociali che costruimmo assieme al ministero del Tesoro che controllava il poligrafico. Allora era sottosegretario l’onorevole Solaroli, che si dimostrò molto attento alle ragioni dei lavoratori. Facemmo delle clausole molto stringenti in cui venivano garantiti i livelli occupazionali, le condizioni del trattamento dei lavoratori, il marchio, il sito produttivo a Fabriano, l’adempimento del piano industriale».
In quel periodo, nel 1997, dopo anni di convivenza, si sposa e nasce sua figlia Federica.
Nel 2003 subentra a Giuliano Giampaoli alla guida della Camera del lavoro di Pesaro e Urbino, tornando alla Cgil della sua provincia dopo 15 anni. Sono anni complicati: deve infatti affrontare gli effetti della prima crisi, che hanno ricadute sulla Morbidelli, e, soprattutto, di quella ben più devastante del 2007. Fino a quegli anni aveva avuto un’esperienza sindacale esclusivamente nelle politiche dei settori privati e per la prima volta si dovrà cimentare invece con il pubblico: la sanità, i servizi sociali, le politiche educative, la questione delle tariffe, la gestione della fusione tra Megas e Aspes in Marche Multiservizi, il trasporto locale. L’impegno della Camera del lavoro sulla contrattazione sociale porta a coinvolgere quasi tutti i Comuni della provincia.
Nell’ambito delle celebrazioni del centenario della Camera del lavoro, viene realizzato una importante lavoro di ricostruzione storica delle vicende sindacali nella provincia, anche attraverso il coinvolgimento di molte scuole medie superiori. Particolarmente significativa è la realizzazione, da parte degli studenti del Liceo scientifico Montefestro di Sassocorvaro, del libro La civiltà che sudava, sul lavoro e sulle lotte contadine nel Montefeltro. Sarebbe spettato a Ghiselli l’onore di consegnarlo nelle mani dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Ghiselli porta inoltre avanti il rinnovamento avviato dal suo predecessore, che si concretizza nella maniera più lampante nel 2011, quando dopo otto anni, alla scadenza del suo mandato, gli subentra Simona Ricci, la prima donna a dirigere la Camera del lavoro provinciale. Egli torna alla segreteria regionale delle Marche. L’anno successivo diventa segretario regionale della Cgil, incarico che ricopre fino al 2017. Si occupa, oltre alla direzione generale, soprattutto di sanità e contribuisce, anche in questo caso, a un processo di rinnovamento del sindacato, valorizzando anche la ricca esperienza marchigiana dell’associazionismo studentesco. Sono inoltre gli anni in cui la crisi ha ricadute economiche anche sul sindacato e viene gestita una fase di razionalizzazione organizzativa e finanziaria nel cui ambito si colloca anche l’avvio dell’esperienza del Bilancio aggregato e del rendiconto sociale della Cgil delle Marche, nell’ottica di un massimo rigore nella gestione delle risorse e di una massima trasparenza.
Nel 2017 in un processo di riorganizzazione della segreteria nazionale, Susanna Camusso propone a Roberto Ghiselli di entrarvi. Anche in questo caso gli subentra una giovane, Daniela Barbaresi, prima donna a ricoprire l’incarico di Segretaria generale della Cgil regionale. Nella segreteria nazionale gli vengono date le deleghe della previdenza e della contrattazione sociale territoriale. Entrambe riprendono, in grande, esperienze diverse della sua vita sindacale. Con la prima delega si ritrova a intraprendere un ruolo di interlocutore ai massimi livelli con il Governo, in particolare nell’ambito del dibattito della riforma della legge Fornero. Con la seconda invece lavora sui territori, per dare stimolo alla contrattazione sociale territoriale. Con la segreteria partecipa alla gestione di un congresso delicato, quale quello del 2019, che ha visto l’avvicendamento alla guida della Cgil nazionale e l’elezione di Maurizio Landini a Segretario generale.
Maurizio Landini conferma Roberto Ghiselli nella nuova segreteria nazionale e, oltre alla previdenza, gli affida la delicata responsabilità delle politiche delle risorse e dell’amministrazione.
Sindacalista della corrente Psiup, poi Pci, della Federmezzadri.
Creata dalla Montedison nel 1979 a Pesaro la consociata denominata “Costruzioni Meccaniche Pesaro” (C.M.P.).