Gruppo attivo sicuramente tra il 1981 ed il 1985, ha condiviso la sede di Fano, in via Garibaldi, col Circolo culturale Papini.
Ha organizzato iniziative diverse relative al tema dell'antimilitarismo.
Controversa e differenti tra loro sono le ipotesi formulate dagli storici in merito all’origine, fondazione e toponimo di Mondavio. Per il Macci Mondavio ebbe principio da una colonia romana. Secondo un’antica leggenda l’origine di Mondavio pare fosse direttamente legato ad uno dei tanti viaggi compiuti nelle nostre terre da san Francesco, il quale vedendo l’amenità del luogo e dalla moltitudine di uccelli che lo popolavano, avesse richiesto alla nobile e locale famiglia Ricci un terreno ove fondare un uovo convento della sua religione. Da questa leggenda, poeticamente, alcuni storici trassero l’origine del toponimo ”Mons avium” (il monte degli uccelli), noncé la giustificazione allo stemma civico che appunto raffigurava un volatile sopra tre monticelli in campo rosso. Tuttavia la tesi più accreditata, sostenuta in passato, anche dagli storici Calindri e Brandimarte, ritiene che Mondavio, in epoca tardo romana, facesse parte della fiorente città di Suasa, distante da lì soli 5 Km a monte, sulla sponda destra del Cesano, ove sono state portate alla luce notevoli vestigia e reperti. Distrutta Suasa da Alarico, re dei Goti, gli abitanti fuggirono insediandosi sulle colline attorno, dando origine ai primi nuclei degli attuali borghi collinari, fra cui, anche, Mondavio. A ribadire l’importanza di Mondavio sui limitrofi castelli, il Seta racconta di un ritrovamento, in quella zona, di una lapide sulla quale vi compariva la scritta: “Mons avium, parva civitas in Piceno”. Il territorio prima di far parte della Pentapoli Ravennate subì le incursioni devastatrici di Longobardi e Bulgari. Il vocabolo Mondavio si riscontra per la prima volta in un documento del 1178 (e successivamente in un registro vaticano del 1289). Tale cronologia confuterebbe, quindi, la citata ipotesi legata al patrono d’Italia. Tuttavia, a prescindere dalla riportata leggenda e dal vocabolo di origine storicamente incerta, ad oggi è comunemente accettato che Mondavio, come aggregato urbano, sia sorto o contemporaneamente o subito dopo la costruzione del convento francescano (1210-1220 circa), sebbene, innegabili siano tracce e accenni ancor più antichi riferibili all'esistenza di un castello a Mondavio, al tempo di un signorotto locale di nome Vanolo. Il Vicariato di Mondavio probabilmente si formò gradualmente per la presenza in loco di famiglie nobili e facoltose. Tra le tante famiglie nobili fiorite in zona si segnalano: gli Agabiti, i Negusanti, i Leonelli, i Mariotti, i Fedeli, i Lunacchi, i Luschi e gli Ubaldini. Ed è a proprio a questa casata che nell’anno 1194 l’imperatore Enrico IV concesse Mondavio unitamente ad altri 25 (poi ridoti a 24) castelli da Pergola fino a San Costanzo. Passato, poi, alla Chiesa, con il trasferimento della sede papale in Avignone, Mondavio, come le circonvicine terre dello Stato Pontificio, fu lasciato in balia dei belligeranti signorotti locali, fin quando, nell’anno 1314, Pandolfo Malatesta, signore e podestà di Pesaro, Fano e Senigallia acquisì il castello di Mondavio per il tradimento del suddetto Vanolo. Nell’anno 1316 Mondavio doveva sicuramete godere di una certa importanza se fu scelto quale luogo ove siglare la pace tra le rappresentanze di Fano e Fabriano. Ancora assoggettato al severo governo della città di Fano, nell’anno 1327 Mondavio si ribellò, complice, anche, lo spodestato ex signore di Fano, Pandolfo Malatesta il quale si appellò, in Avignone, al pontefice Giovanni XII che ordinò lo smembramento di Mondavio, assieme ai 24 castelli del vicariato, dal territorio di Fano, riassegnandolo nuovamente al rettore della Marca Anconitana. Da quel momento Pandolfo e poi Ferradino e Galeotto Malatesta tentarono a ripetizione di impadronirsi del Vicariato con scarsi successi fino all’anno 1353, ed il dominio della Chiesa continuò senza grosse scosse sino al 1376, anno in cui Galeotto Malatesta, dopo una serie di saccheggi, lo riconquistò. Alla sua morte nel 1391 Pandolfo Malatesta fu riconfermato signore di Mondavio da Papa Bonifacio IX, mentre nell’anno 1392 il di lui fratello Carlo Malatesta, rinforzò il riconquistato Mondavio, guarnendo la fortezza per difendere il territorio del Vicariato dalle incursioni delle soldatesche di Buldrini da Panicale. Nel 1400 egli vi stabilì la sua residenza, e Mondavio poté godere di un periodo di sviluppo e prosperità, accompagnata da grandi feste popolari. Morti Pandolfo e il fratello Carlo, il figlio Galeotto ottenne, nel 1429, da papa Martino V l’investitura degli stati “Malatestiani” a patto che restituisse alla Santa Sede le terre del Vicariato di Mondavio, Ma già dal 1433 sino al 1441 se lo contesero gli Sforza ed i Malatesta, finché, con il matrimonio di Sigismondo con Polissena Sforza, figlia di Francesco, tornarono i Malatesta e risiedettero a Mondavio, che fu abbellita e fortificata, sotto la benedizione di papa Eugenio IV. Nel 1447 Federico da Montefeltro, su ordine del papa, che voleva punire Sigismondo per la morte di Polissena, invase il Vicariato e espugnò Mondavio, cacciando il Malatesta, dopo soli dodici giorni di assedio. Tuttavia la famiglia Malatesta riconquistò il Vicariato nell’anno 1462, per essere, poi, definitivamente sconfitta ed esiliata e facendo gravitare, nuovamente, il Vicariato di Mondavio, assieme alle due città di Fano e Senigallia, sotto la dominazione pontificia. Nell’anno 1463 il vasto territorio del Vicariato, unitamente a Senigallia e Montemarciano, vennero infeudati dal pontefice Pio II al di lui nipote Antonio Piccolomini. Morto, però, il pontefice i mondaviesi, assieme agli abitanti dei vicini castelli di Mondolfo e San Costanzo e della città di Senigallia, si ribellarono al signore fin quando, nell’anno 1464, Mondavio, cacciato il Piccolomini, si sottomise spontaneamente al governatore di Fano, il vescovo di Perugia, Giacomo Vannucci da Cortona.
Salito al seggio pontificio papa Sisto IV, nell’anno 1474, donò il recuperato Vicariato di Mondavio al nipote e condottiero Giovanni della Rovere, già signore di Senigallia, come dono di nozze con Giovanna della Rovere. Prima di questa infeudazione, Il nuovo signore Giovanni della Rovere soggiornò per qualche periodo a Mondavio e vi fece costruire nell’anno 1482 (la costruzione finì nell’anno 1492) la Rocca dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Tra i tanti privilegi che Giovanni della Rovere riuscì ad acquisire per Mondavio, quello più importante fu, certamente, il ripristino della residenza del Tribunale supremo su tutto il Vicariato. Suo figlio Francesco Maria, forse nato a Mondavio, successe nel 1503 allo zio Guidobaldo, nel Ducato di Urbino, e vi incorporò anche il Vicariato di Mondavio. I periodi di governo di Giovanni e Francesco Maria della Rovere furono i più felici e prestigiosi nella storia di Mondavio. Leone X concedette Mondavio ed il Vicariato a Lorenzo de Medici, ma alla sua morte ritornò, nuovamente, sotto il governo caratterizzato dalla “libertas ecclesiastica” della città di Fano attraverso la bolla pontificia del 27 giugno 1520 emanata da papa Leone X. Tuttavia questa nuova cessione al dominio fanese fu, ancora, fortemente invisa ai mondaviesi i quali, alla morte del pontefice Leone X, aprirono le porte del castello a Francesco Maria I che poté riconquistare i suoi antichi domini fortificando, ulteriormente, le rocche di Mondavio e di Mondolfo. Nell’anno 1631 quando si estinse la dinastia dei Della Rovere, il Ducato, assieme al Vicariato di Mondavio ritornarono, pacificamente, sotto la giurisdizione della Santa Sede, venendo retti da un cardinale legato. Il Vicariato di Mondavio restò anche in seguito con territorio più ridotto sino alla costituzione del regno d'Italia nel 1860, e fu poi trasformato in Mandamento di 12 comuni sino al 1923. Il Vicariato di Mondavio, a quanto scrisse Sebastiano Macci, “ebbe amplissimo territorio di popolatissimi castelli e di nobilissime terre”.
Controversa e differenti tra loro sono le ipotesi formulate dagli storici in merito all’origine, fondazione e toponimo di Mondavio. Per il Macci Mondavio ebbe principio da una colonia romana. Secondo un’antica leggenda l’origine di Mondavio pare fosse direttamente legato ad uno dei tanti viaggi compiuti nelle nostre terre da san Francesco, il quale vedendo l’amenità del luogo e dalla moltitudine di uccelli che lo popolavano, avesse richiesto alla nobile e locale famiglia Ricci un terreno ove fondare un uovo convento della sua religione. Da questa leggenda, poeticamente, alcuni storici trassero l’origine del toponimo ”Mons avium” (il monte degli uccelli), noncé la giustificazione allo stemma civico che appunto raffigurava un volatile sopra tre monticelli in campo rosso. Tuttavia la tesi più accreditata, sostenuta in passato, anche dagli storici Calindri e Brandimarte, ritiene che Mondavio, in epoca tardo romana, facesse parte della fiorente città di Suasa, distante da lì soli 5 Km a monte, sulla sponda destra del Cesano, ove sono state portate alla luce notevoli vestigia e reperti. Distrutta Suasa da Alarico, re dei Goti, gli abitanti fuggirono insediandosi sulle colline attorno, dando origine ai primi nuclei degli attuali borghi collinari, fra cui, anche, Mondavio. A ribadire l’importanza di Mondavio sui limitrofi castelli, il Seta racconta di un ritrovamento, in quella zona, di una lapide sulla quale vi compariva la scritta: “Mons avium, parva civitas in Piceno”. Il territorio prima di far parte della Pentapoli Ravennate subì le incursioni devastatrici di Longobardi e Bulgari. Il vocabolo Mondavio si riscontra per la prima volta in un documento del 1178 (e successivamente in un registro vaticano del 1289). Tale cronologia confuterebbe, quindi, la citata ipotesi legata al patrono d’Italia. Tuttavia, a prescindere dalla riportata leggenda e dal vocabolo di origine storicamente incerta, ad oggi è comunemente accettato che Mondavio, come aggregato urbano, sia sorto o contemporaneamente o subito dopo la costruzione del convento francescano (1210-1220 circa), sebbene, innegabili siano tracce e accenni ancor più antichi riferibili all'esistenza di un castello a Mondavio, al tempo di un signorotto locale di nome Vanolo. Il Vicariato di Mondavio probabilmente si formò gradualmente per la presenza in loco di famiglie nobili e facoltose. Tra le tante famiglie nobili fiorite in zona si segnalano: gli Agabiti, i Negusanti, i Leonelli, i Mariotti, i Fedeli, i Lunacchi, i Luschi e gli Ubaldini. Ed è a proprio a questa casata che nell’anno 1194 l’imperatore Enrico IV concesse Mondavio unitamente ad altri 25 (poi ridoti a 24) castelli da Pergola fino a San Costanzo. Passato, poi, alla Chiesa, con il trasferimento della sede papale in Avignone, Mondavio, come le circonvicine terre dello Stato Pontificio, fu lasciato in balia dei belligeranti signorotti locali, fin quando, nell’anno 1314, Pandolfo Malatesta, signore e podestà di Pesaro, Fano e Senigallia acquisì il castello di Mondavio per il tradimento del suddetto Vanolo. Nell’anno 1316 Mondavio doveva sicuramete godere di una certa importanza se fu scelto quale luogo ove siglare la pace tra le rappresentanze di Fano e Fabriano. Ancora assoggettato al severo governo della città di Fano, nell’anno 1327 Mondavio si ribellò, complice, anche, lo spodestato ex signore di Fano, Pandolfo Malatesta il quale si appellò, in Avignone, al pontefice Giovanni XII che ordinò lo smembramento di Mondavio, assieme ai 24 castelli del vicariato, dal territorio di Fano, riassegnandolo nuovamente al rettore della Marca Anconitana. Da quel momento Pandolfo e poi Ferradino e Galeotto Malatesta tentarono a ripetizione di impadronirsi del Vicariato con scarsi successi fino all’anno 1353, ed il dominio della Chiesa continuò senza grosse scosse sino al 1376, anno in cui Galeotto Malatesta, dopo una serie di saccheggi, lo riconquistò. Alla sua morte nel 1391 Pandolfo Malatesta fu riconfermato signore di Mondavio da Papa Bonifacio IX, mentre nell’anno 1392 il di lui fratello Carlo Malatesta, rinforzò il riconquistato Mondavio, guarnendo la fortezza per difendere il territorio del Vicariato dalle incursioni delle soldatesche di Buldrini da Panicale. Nel 1400 egli vi stabilì la sua residenza, e Mondavio poté godere di un periodo di sviluppo e prosperità, accompagnata da grandi feste popolari. Morti Pandolfo e il fratello Carlo, il figlio Galeotto ottenne, nel 1429, da papa Martino V l’investitura degli stati “Malatestiani” a patto che restituisse alla Santa Sede le terre del Vicariato di Mondavio, Ma già dal 1433 sino al 1441 se lo contesero gli Sforza ed i Malatesta, finché, con il matrimonio di Sigismondo con Polissena Sforza, figlia di Francesco, tornarono i Malatesta e risiedettero a Mondavio, che fu abbellita e fortificata, sotto la benedizione di papa Eugenio IV. Nel 1447 Federico da Montefeltro, su ordine del papa, che voleva punire Sigismondo per la morte di Polissena, invase il Vicariato e espugnò Mondavio, cacciando il Malatesta, dopo soli dodici giorni di assedio. Tuttavia la famiglia Malatesta riconquistò il Vicariato nell’anno 1462, per essere, poi, definitivamente sconfitta ed esiliata e facendo gravitare, nuovamente, il Vicariato di Mondavio, assieme alle due città di Fano e Senigallia, sotto la dominazione pontificia. Nell’anno 1463 il vasto territorio del Vicariato, unitamente a Senigallia e Montemarciano, vennero infeudati dal pontefice Pio II al di lui nipote Antonio Piccolomini. Morto, però, il pontefice i mondaviesi, assieme agli abitanti dei vicini castelli di Mondolfo e San Costanzo e della città di Senigallia, si ribellarono al signore fin quando, nell’anno 1464, Mondavio, cacciato il Piccolomini, si sottomise spontaneamente al governatore di Fano, il vescovo di Perugia, Giacomo Vannucci da Cortona.
Salito al seggio pontificio papa Sisto IV, nell’anno 1474, donò il recuperato Vicariato di Mondavio al nipote e condottiero Giovanni della Rovere, già signore di Senigallia, come dono di nozze con Giovanna della Rovere. Prima di questa infeudazione, Il nuovo signore Giovanni della Rovere soggiornò per qualche periodo a Mondavio e vi fece costruire nell’anno 1482 (la costruzione finì nell’anno 1492) la Rocca dall’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. Tra i tanti privilegi che Giovanni della Rovere riuscì ad acquisire per Mondavio, quello più importante fu, certamente, il ripristino della residenza del Tribunale supremo su tutto il Vicariato. Suo figlio Francesco Maria, forse nato a Mondavio, successe nel 1503 allo zio Guidobaldo, nel Ducato di Urbino, e vi incorporò anche il Vicariato di Mondavio. I periodi di governo di Giovanni e Francesco Maria della Rovere furono i più felici e prestigiosi nella storia di Mondavio. Leone X concedette Mondavio ed il Vicariato a Lorenzo de Medici, ma alla sua morte ritornò, nuovamente, sotto il governo caratterizzato dalla “libertas ecclesiastica” della città di Fano attraverso la bolla pontificia del 27 giugno 1520 emanata da papa Leone X. Tuttavia questa nuova cessione al dominio fanese fu, ancora, fortemente invisa ai mondaviesi i quali, alla morte del pontefice Leone X, aprirono le porte del castello a Francesco Maria I che poté riconquistare i suoi antichi domini fortificando, ulteriormente, le rocche di Mondavio e di Mondolfo. Nell’anno 1631 quando si estinse la dinastia dei Della Rovere, il Ducato, assieme al Vicariato di Mondavio ritornarono, pacificamente, sotto la giurisdizione della Santa Sede, venendo retti da un cardinale legato. Il Vicariato di Mondavio restò anche in seguito con territorio più ridotto sino alla costituzione del regno d'Italia nel 1860, e fu poi trasformato in Mandamento di 12 comuni sino al 1923. Il Vicariato di Mondavio, a quanto scrisse Sebastiano Macci, “ebbe amplissimo territorio di popolatissimi castelli e di nobilissime terre”.
Come molti comuni dell’entroterra marchigiano, Montalto vanta testimonianze relative alla presenza dell’uomo addirittura risalenti al periodo Neolitico, diversi insediamenti abitativi di epoca romana, protostorica e medievale. Nell’alto medioevo Montalto acquisisce una sua propria identità dalla fusione di cinque piccoli castelli, Monte Patrizio, La Rocca, Montaltello, San Giorgio e San Lorenzo, avvenuta intorno al IX secolo e non dipende da nessuna diocesi. Sono i monaci farfensi, insediatisi sul Matenano, che hanno giurisdizione su Montalto fino al 1300 quando diventa libero comune e nel 1320 la comunità fa redigere il primo Catasto, strumento molto utile per ricostruire la vita della popolazione all’epoca. Dopo aver subito l'occupazione di Francesco Sforza nella prima metà del quattrocento Montalto subì un terribile saccheggio nel 1518 dalle truppe di Francesco Maria Della Rovere duca di Urbino in guerra con il papa Leone X Medici. Nel 1585 fu eletto al soglio pontificio Felice Peretti, montaltese, che nel dicembre 1586 elevò Montalto a città vescovile e capoluogo di un’ampia circoscrizione amministrativa, il Presidato comprendente i comuni di Patrignone, Porchia, Montedinove, S. Vittoria, Castignano, Offida, Cossignano, Ripatransone, Rotella, Montefiore, Montegallo, Montelparo, Force. Il Presidato rimase attivo fino all'arrivo dei francesi nel 1798 quando Montalto fu capo cantone del Distretto del Dipartimento del Tronto, mentre con la Restaurazione entrò a far parte della Delegazione di Ascoli, Distretto di Montalto, come comune residenza di Governatore. Infine con l'Unità d'Italia rimase all'interno della provincia di Ascoli Piceno come capoluogo di mandamento e nel 1867 ottenne l'annessione dei Comuni di Patrignone e Porchia.
Di origine medievale, Patrignone fu possedimento farfense dal 1074, per essere poi ceduta alla città di Ascoli. Dopo essere stata a lungo frazione di Montalto, fu comune autonomo dall'età napoleonica fino all’Unità d’Italia. Nel 1866 fu aggregata di nuovo all'attuale capoluogo, dal quale dista soli 2 km. Conserva l'impianto storico, suggestivamente incastonato nel paesaggio collinare, con porte, residue di una cinta muraria, ed edifici dei secoli XV - XVII, fra cui la chiesa romanico-gotica di Santa Maria de Viminatu. Anche Patrignone in quanto castello di Ascoli prende parte all'annuale Torneo cavalleresco della Quintana.
Durante l'alto Medioevo, Pesaro, appartenne alla realtà politica della Pentapoli bizantina. Il governo bizantino si protrasse anche successivamente alla conquista longobarda dell'Italia ed ebbe fine con la caduta di Ravenna nel 751, ad opera di re Astolfo. Questi occupò la Pentapoli promettendola allo Stato della Chiesa che riuscì ad ottenerne il possesso definitivo nel 962 grazie al re franco Ottone I.
Nella prima metà del sec. XII, Pesaro, fu un fiorente comune e seguì le sorti delle parti imperiali, ma alla fine del secolo tornò sotto l'egida papale, con tutta la Marca anconetana.
Ristabilito all'inizio del sec. XIII il comune, passò per volere di Innocenzo III agli Estensi. A lungo ghibellina, durante il regno di Federico II si ribellò all'Impero per aderire alla lega delle città guelfe della Marca.
Nel 1259 fu costretta all'obbedienza da Manfredi, ma alla morte di questi, nel 1266, tornò alla Chiesa.
La città entrò poi nell'orbita dell'espansione territoriale dei Malatesta, che la possedettero definitivamente con Giangiotto (1285-1304) il quale, divenutone podestà, ne fu di fatto signore. Il dominio malatestiano, sanzionato da conferimento papale del vicariato, durò sino al 1445 allorché fu venduta da Galeazzo Malatesta ad Alessandro Sforza per denaro.
La nuova dominazione terminò per volontà di Giulio II che volle unire la città ai dominii del nipote Francesco Maria Della Rovere, già signore di Senigallia e duca d'Urbino (1512). All'atto della devoluzione del ducato d'Urbino (1631) fu istituita una legazione cardinalizia che ebbe sede alternativamente ad Urbino ed a Pesaro.
Con l'avvento del Regno napoleonico, nel 1808, Pesaro divenne capoluogo del II distretto, nell'ambito del dipartimento del Metauro, e sede di viceprefettura con competenze anche sui cantoni di Fano e Fossombrone.
Durante la Restaurazione entrò a far parte della delegazione di Urbino e Pesaro, distretto di Pesaro e fu sede di governatorato.
Con l'Unità d'Italia fu definito capoluogo di provincia, sede di mandamento.
Con l'unità d'Italia il Comune di Pesaro fu definito capoluogo di Provincia, sede di mandamento. Tra la seconda metà del XIX secolo ed il 1929 gli furono aggregati i territori dei Comuni di Candelara, Fiorenzuola di Focara, Ginestreto, Novilara e Pozzo Alto. Gli archivi prodotti dai suddetti Comuni vennero quindi uniti all'archivio del Comune di Pesaro.
Anche il territorio di Porchia è abitato fin dall’antichità, esistendo testimonianza della presenza di necropoli sia picene che romane ma la fondazione vera e propria risale al IV secolo, durante le invasioni barbariche; il borgo prende il nome di Porcia. Nel 1291 il Papa ascolano Niccolò IV attribuisce al castello la prima forma di autonomia, ammettendolo all'elezione del podestà, di lì a poco Porchia entra a far parte dei castelli di Ascoli la quale offre a sua volta aiuto militare al castello. Di questo status la frazione reca tuttora traccia, con la partecipazione della sua rappresentanza alla Quintana di Ascoli Piceno. Nel 1377, il più spavaldo, valoroso ma anche crudele dei signori ghibellini, Boffo da Massa realizza una piccola signoria al confine tra gli stati di Fermo e di Ascoli Piceno costituita da Carassai, Castignano, Cossignano e Porchia. Nel 1380 Antonio di Acquaviva della famiglia dei duchi di Atri, fece prigioniero Guarniero, figlio di Boffo e lo rinchiuse nel carcere di Santa Vittoria minacciando di ucciderlo se il padre non gli avesse consegnato i castelli di Porchia e Cossignano. Il 4 settembre 1387 Boffo da Massa viene ucciso a Carassai. Cossignano, il giorno dopo la morte del Tiranno, e Porchia, il giorno successivo, si confederarono con Fermo. Nel 1586 il motaltese papa Peretti, Sisto V, elevando a sede vescovile la sua città, ne ricaverà il territorio dalla diocesi ripana, scorporandone anche Porchia. Il primo vescovo di Montalto, Paolo Emilio Giovannini, è nativo del castello e i fornaciai porchiesi forniscono i mattoni per la costruzione della nuova cattedrale.Il comune di Porchia cessa di esistere nel 1861, sopraggiunta l’Unità d’Italia e accorpato definitivamente al comune di Montalto delle Marche.
La Camera del lavoro provinciale di Pesaro e Urbino si costituisce a Pesaro il 3 giugno 1907 con la denominazione di Camera del lavoro (Cdl), il discorso inaugurale è tenuto dall'avvocato Giuseppe Filippini al quale si deve l'intensa attività a favore delle leghe mezzadrili e delle lotte per la riforma dei patti colonici.
Il 3 giugno viene approvato lo statuto e formata una Commissione provvisoria con lo scopo di organizzare le categorie non ancora costituite in leghe.
A partire dal 1908 si intensifica l'attività organizzativa e si costituiscono le prime leghe: la lega dei marinai, dei contadini e ortolani, la società femminile operaia e la Fratellanza fabbri meccanici che approva il suo statuto e aderisce alla Confederazione generale del lavoro (Cgdl) e alla Federazione italiana operai metallurgici (Fiom).
L'attività delle leghe prosegue in parallelo con quella della Camera del lavoro e nel corso dei primi anni viene annunciata più volte la nascita della Camera del lavoro, fino al 1911 quando viene eletto Segretario Giuseppe Ricci. Il 15 marzo 1914 si tiene il I Congresso camerale con la presenza di 24 leghe per 1641 iscritti, un secondo Congresso si tiene nel febbraio 1915, ma il 5 giugno, dopo una fase di divergenze fra il Consiglio generale e il Segretario Ricci, viene comunicata al Ministero dell'interno lo scioglimento della Camera del lavoro.
La rinascita della Camera del lavoro avviene nel 1919 in un clima completamente cambiato, nell'arco di un anno si triplicano gli iscritti dopo le dure lotte contro la disoccupazione e con l'adesione dei lavoratori delle miniere di zolfo, delle fonderie e dei lavoratori del settore terziario.
Le lotte più dure sull'intero territorio provinciale riguardano i mezzadri per il rinnovo dei patti colonici e i contadini rappresentano la componente più significativa della Commissione esecutiva eletta al Congresso camerale del 29 aprile 1920. Dopo il 1924 a seguito delle violenze squadriste e della formazione di sindacati fascisti che diventano gli unici interlocutori riconosciuti, la Confederazione generale del lavoro si scioglie.
Il secondo dopoguerra vede la rinascita della Camera confederale del lavoro (Ccdl) con tutte le componenti presenti nel Comitato di liberazione nazionale, la Segreteria viene infatti formata dai comunisti Bruno Alciati, Segretario generale, e Augusto Gabbani, dal democristiano Arnaldo Forlani, dall'azionista Giovanni Giordani e dal socialista Dante Spallacci che era presente anche nella Commissione esecutiva eletta al I Congresso del 1914. Nel 1945, nonostante le difficoltà organizzative interne, è presente un'intensa attività di contrattazione che porta, nel corso dell'anno, alla sottoscrizione di accordi per i metallurgici, i lavoratori dei laterizi, i fornai, tipografi, marinai e naviganti, falegnami, braccianti, lavoratori di alberghi e mense, fabbri, addetti al commercio e facchini.
Il I Congresso unitario della Camera confederale del lavoro (Ccdl) si tiene a Pesaro dal 22 al 24 aprile 1947, preceduto e seguito da contrasti e malcontenti per la scelta di nominare i delegati in base al peso delle diverse componenti, che porteranno nel 1948 alla rottura fra la componente democristiana e quella socialista e comunista.
Il II Congresso del 1949 segue un anno di aspre lotte che vede anche il ricorso agli "scioperi alla rovescia". La Cgil registra un aumento considerevole degli iscritti e fra i dirigenti la componente comunista prevale nettamente. La Camera del lavoro ha in questi anni una struttura organizzativa debole che registra contrasti di ordine politico fra le diverse componenti e la mancanza di coordinamento della Camera del lavoro e delle categorie ha ricadute negative sull'attività del sindacato.
Nel 1949 si decide di allargare la segreteria confederale a cinque componenti, fra i quali due dirigenti del mondo contadino per controllare l'eccessiva autonomia della Confederterra. Le uniche due categorie organizzate, con dirigenti stipendiati, sono infatti la Federmezzadri e gli edili. La Federmezzadri, alla fine degli anni Quaranta, contava 17 funzionari e dirigenti stipendiati, con una grande sproporzione con le altre categorie e soprattutto con la Camera del lavoro.
Nel 1951 molti dirigenti passano a ricoprire incarichi politici e la Segreteria ritorna a tre componenti con cooptazioni che provocano dissapori e dissidi interni. La Segreteria è formata da un Segretario generale (Giuseppe Angelini e poi Giuseppe Chiappini dal 1953), un responsabile dell'organizzazione (Elmo Del Bianco) e uno dell'amministrazione (Silvio Gentili). A Nino Gabbani viene affidato l'Ufficio vertenze.
Il III Congresso dell'ottobre 1952, che si svolge in un clima di grande tensione sociale con le lotte dei minatori di Perticara, degli operai della Montecatini e le manifestazioni dei mezzadri, è preceduto dal III Congresso della Federmezzadri che si conferma come la categoria più importante, con oltre 29.000 iscritti e 390 leghe di frazione e contrada.
Ma il declino della Federmezzadri inizia negli anni immediatamente successivi e il V Congresso del 1957 presenta dati preoccupanti: gli iscritti scendono a 27000 e l'abbandono delle campagne fanno perdere alla Federmezzadri 117 capilega e 200 componenti dei Comitati direttivi di lega.
La fine degli anni Cinquanta registra un momento critico per la Cgil, Giacomo Mombello, che era stato eletto Segretario al IV Congresso del 1956, nella relazione presentata al V Congresso del 19-20 marzo 1960, presenta i dati della crisi: il calo degli addetti in agricoltura, la chiusura e la contrazione delle principali attività industriali (le filande, le miniere, la fonderia di Pesaro).
La fine degli anni Sessanta è segnata da profondi cambiamenti, il settore del legno vede aumentare gli addetti a scapito dei lavoratori dell'agricoltura crollati in pochi anni così come gli edili e la Camera del lavoro è costretta ad analizzare i motivi politici e organizzativi della crisi. Aldo Bianchi nel 1966 si chiede: “il nostro movimento, lo stato organizzativo delle nostre organizzazioni ai diversi livelli, la preparazione del nostro quadro dirigente sono adeguate e quindi all'altezza per affrontare con cognizione di causa tutti questi nuovi problemi nelle fabbriche, nelle campagne e negli uffici?”.
Dopo il Sessantotto giovani operai e studenti si avvicinano al sindacato e oltre alle rivendicazioni salariali e alla difesa del posto di lavoro entrano nel sindacato anche temi come la pace, il disarmo completo e controllato e lo sviluppo economico e sociale dell'intera umanità.
Con il Convegno di Montesilvano del novembre 1979, viene avviata la ristrutturazione dell'organizzazione della CGIL; nel X congresso nazionale del 1981 vengono mantenuti i livelli territoriali nazionale e regionale, mentre la struttura confederale, che aveva competenze sul territorio provinciale, viene sostituita dalla struttura territoriale con un ambito di azione comprensoriale.
Il Congresso della Camera del lavoro, tenuto a Urbino il 29, 30 giugno e 1 luglio 1981, è quindi il I Congresso della Camera del lavoro territoriale di Pesaro.
La provincia viene divisa in due comprensori: Pesaro e Fano, Pesaro a sua volta è suddiviso in due zone (Pesaro, Urbino) e comprende altre 4 Cdl (Gabicce, Novafeltria, Macerata Feltria, Urbania).
Negli anni Ottanta l'intero comprensorio di Pesaro comprende 40 comuni, 3 Comunità montane (Alto e medio Metauro, Montefeltro, Alta Val Marecchia), oltre 15.676 iscritti attivi e 10.232 pensionati e presenta nella zona di Pesaro un'accentuata industrializzazione in particolare legno, metalmeccanica, edilizia; nella zona di Urbino invece è molto diffuso il lavoro nero e a domicilio per via delle industrie piccole e artigianali.
La Congregazione nasce dal Ristretto di S. Francesco Saverio stabilito dal canonico Gaspare del Bufalo nel 1823 e prende il nome di Ristretto delle consorelle (o Congregazione) del Preziosissimo Sangue alla presenza e con l’approvazione dell’allora Vescovo Eleonoro Aronne di Montalto delle Marche. Gli scopi di questa istituzione erano quelli di natura spirituale come la buona educazione della gioventù, santificazione delle anime del prossimo, insinuazione del timore di Dio soprattutto nelle giovani. Durante la prima adunanza furono elette: Contessa Piera Sacconi PRESIDENTE, Contessa Marianna Paradisi ASSISTENTE, Contessa Elisa Paradisi ASSISTENTE, Contessa Adelaide Sacconi CONSULTRICE, Contessa Margherita Sacconi CONSULTRICE, Contessa Maria Prosperi CONSULTRICE, Silvia Massimauri VICE PRESIDENTE, Gabriella Paradisi SEGRETARIA, Marietta Massimauri VICE SEGRETARIA, Agnese Massimauri CASSIERA, Antonia Verdi VICE CASSIERA.
La Confraternita del SS. Sacramento fu istituita ed ebbe sede presso la chiesa di S.Nicolò fin dal XVI secolo e fra le altre attività sembra si occupasse dell’Ospedale. La documentazione del fondo è costituita da tre registri di entrata ed esito che vanno dal 1558 al 1923 e un libro della Cappellania Spinelli.
La legge del 3 agosto 1862, n.753 e il relativo regolamento attuativo contenuto nel regio decreto 27 novembre 1862 n. 1007 istituirono presso ogni comune del Regno una Congregazione di carità allo scopo di amministrare i beni destinati a beneficio dei poveri e le opere pie la cui gestione fosse stata affidata dal consiglio comunale. La legge conteneva una disciplina articolata dei vari istituti assistenziali e caritativi, religiosi e laici, che il Regno d'Italia aveva ereditato dagli Stati preunitari e designava con i termini di "opera pia" o "istituzione di assistenza e beneficenza" un ente morale che aveva come fine quello di "soccorrere le classi meno agiate, (...) di prestare loro assistenza, educarle, istruirle ed avviarle a qualche professione". La legge del 1862 non si propose la creazione di un sistema pubblico di assistenza ma preferì riconoscere le istituzioni già esistenti, principalmente di carattere ecclesiastico, e delegò loro le relative funzioni accentuando invece la visione "localistica" di questo sistema, che assegnava alle amministrazioni locali un ruolo fondamentale di controllo e di gestione. La "legge Crispi" (17 luglio 1890, n. 6972) può essere considerata la prima norma organica in materia di assistenza e beneficenza pubblica; essa ridefinì in maniera più sistematica le finalità e l'organizzazione delle Congregazioni di carità, al cui controllo furono sottoposte le istituzioni pubbliche di assistenza con una rendita inferiore a 5000 lire annue e prive di propri organi di amministrazione, e quelle esistenti nei comuni con popolazione inferiore ai 10000 abitanti. La legge prevedeva che le Congregazioni fossero amministrate da un comitato, composto da un presidente e da un numero variabile di membri ed eletto dal consiglio comunale, mentre la funzione di tesoriere era affidata all'esattore del comune. Con la "legge Crispi" le opere pie (ospedali, ospizi, orfanotrofi, monti di maritaggio, asili d'infanzia, scuole gratuite, monti frumentari, confraternite, cappelle laicali, ecc.) furono ricondotte pienamente nell'ambito del diritto pubblico, allo scopo di ridurre le irregolarità di gestione e rendere più incisivo il controllo statale. Le Congregazioni di carità furono soppresse con legge 4 giugno 1937 n. 847 per essere sostituite dagli Enti comunali di assistenza. La Congregazione di Carità di Montalto fu attiva già dal 1866 (come si può dedurre dal primo registro delle deliberazioni datato 31 ottobre 1866) ma si dota di uno statuto organico e di un regolamento in data 26 luglio 1892 in forza del decreto del Regio Commissario delle province delle Marche (24 ottobre 1860) e della legge 17 luglio 1890. Essa si compone di un Presidente e di quattro membri la cui nomina e surroga viene fatta dal Consiglio Comunale; il suo scopo è amministrare i beni destinati genericamente a favore dei poveri, compresa la loro assistenza, educazione ed istruzione. La Congregazione gestisce e dirige le seguenti Opere Pie: 1- Opera Pia Biondi (1/10/1614) doti a nubili povere di onesta condotta; 2- Opera Pia Pasqualini (8/7/1847) elemosina ai poveri il giorno di Natale di ogni anno; 3- Monte di Pietà (10/7/1613) prestiti in denaro ai poveri in cambio di pegni e al tasso del 3% all’anno; 4- Cassa di Prestanze agrarie (8/4/1886) prestiti in denaro con tasso al 3% annuo per favorire l’agricoltura; 5- Opera Pia Mancini (11/12/1863) sussidi a domicilio ai malati poveri di Patrignone; 6- Opera Pia Peretti (3/8/1629) pane ai poveri di Montalto ed erezione dell’ospedale; 7- Monti frumentari di Montalto delle Marche, Porchia e Patrignone, prestiti in grano. In base al suo regolamento interno la Congregazione si avvaleva dei seguenti impiegati: - Un segretario eletto dalla Congregazione o per concorso o per nomina; - Un tesoriere – esattore (svolgeva anche la funzione di cassiere della Cassa di Prestanze agrarie e quella di montista del Monte dei Pegni); - Tre custodi dei Monti Frumentari (Montalto, Porchia e Patrignone) eletti dalla Congregazione; - Un inserviente nominato dalla Congregazione. Nel 1895 si concentrarono nella Congregazione anche le seguenti Opere Pie: - Opera Pia Amadio (dotalizi ed elemosine), - Opera Pia Gabrielli (dotalizi ed elemosine per Patrignone), - Pio Lascito Fioroni (ospedale da erigersi a Porchia), - Lascito Graziani (soccorsi a domicilio a malati poveri), - Legato Vagnoni (ospedale da erigersi a Porchia), - Opera Pia Cherubini (sussidi e medicinali agli infermi di Montalto), - Lascito Mignucci (ospedale da erigersi a Montalto), - Opera Pia Pellei (borse di sussidio agli studi). Nello stesso anno vennero trasformate per costruire l’ospedale di Montalto l’opera pia Peretti, l’opera pia Pasqualini, l’opera pia Mancini, il dotalizio Amadio, il lascito Fioroni e i tre Monti Frumentari (ma metà del loro patrimonio andò alla Cassa delle Prestanze agrarie). La storia archivistica del materiale della Congregazione di Carità sembra avere seguito le vicende della sua costituzione dei vari concentramenti e trasformazioni: il materiale è stato suddiviso fra registri e buste proprie della Congregazione di Carità e buste di amministrazione e registri di contabilità delle varie opere pie. Questo ordinamento è stato adottato intorno al 1908-1911 a seguito di una richiesta esplicita della Giunta Provinciale Amministrativa dato il pessimo stato in cui versava l’archivio della Congregazione; l’ordine è stato ricostruito grazie al ritrovamento all’interno di un faldone di una “Rubrica degli atti d’archivio”. L’unica anomalia riscontrata fra questa rubrica e la numerazione dei pezzi riguarda il Pio Istituto Sacconi, probabilmente perché inizialmente risultava autonomo rispetto alla Congregazione in quanto dotato di rendita annua superiore a £ 5000 ma fu poi amministrato per un certo periodo dalla stessa. A seguito di una lunga controversia legale fra u due enti ritornò ad essere autonomo e , probabilmente, per questo la numerazione dei suoi pezzi riparte dal 1 a 11 diversamente da quanto riportato nella rubrica ( da 44 a 53).