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Bei, Adele
MdM_IT_P_00015 · Persona · 1904 mag. 4 – 1976 ott. 15

Adele Bei nasce a Cantiano in provincia di Pesaro e Urbino il 4 maggio del 1904 da Angela Broccoli e Davide Bei. La sua famiglia, molto povera e numerosa, Adele era infatti la terza di unici figli, era già politicizzata, il padre socialista lavorava come boscaiolo e anche Adele inizia a lavorare, poco più che bambina, nei campi come salariata agricola. Matura in quell’ambiente un sentimento di ribellione verso le ingiustizie sociali, seguito da una profonda avversione contro il fascismo. La sua formazione politica continua con la conoscenza di Domenico Ciufoli, che nel 1921 era uscito dal partito socialista e aveva contribuito con Amedeo Bordiga, Antonio Gramsci, Pietro Secchia e Umberto Terracini alla fondazione del Partito Comunista d’Italia. Adele e Ciufoli si sposano il 29 ottobre 1922, Alla fine del 1923, per sfuggire all’arresto da parte dei fascisti, si rifugiano in Belgio dove nel 1924 nasce la prima figlia Angela, poi in Lussemburgo, dove nel 1926 nasce il figlio Ferrero, e poi in Francia prima a Marsiglia e poi a Parigi. Domenico Ciufoli in Francia lavora in fabbrica e in miniera, ma si impegna nel Partito comunista, che anche all’estero operava in clandestinità. Adele si occupa dei figli, ma lavora anche come sarta e operaia in una fabbrica di conserve. Anche lei si impegna nella lotta antifascista e nel 1931 aderisce al Partito comunista. Compie azioni di propaganda e di collegamento del Centro estero del partito con l’Italia. Nel 1933 viene inviata a Roma dove si era recata per diffondere materiale antifascista e il 18 novembre viene arrestata e rinchiusa per cinque mesi nel carcere delle Mantellate. Deferita al Tribunale speciale per la difesa dello Stato, nel luglio 1934, viene condannata a diciotto anni di reclusione e rinchiusa nel carcere femminile di Perugia.
Dopo la sua condanna i figli vengono accolti in Russia, presso la Casa internazionale dei bambini di Ivanovo, un istituto per i figli delle vittime del fascismo, dove rimangono fino alla fine della seconda guerra mondiale. Ciufoli, sempre più impegnato nel partito, si divide tra gli incarichi a Parigi e quelli presso l’Internazionale comunista a Mosca, viene arrestato nel 1939 e trasferito nel campo di Buchenwald, dove rimane fino alla Liberazione.
Adele dopo 8 anni di reclusione viene inviata al confino nell'isola di Ventotene. Nei due anni trascorsi a Ventotene prende contatti con esponenti di rilievo del Partito comunista e rafforza i legami con quelli conosciuti negli anni dell’esilio. In particolare si crea un'intesa umana e politica con Giuseppe Di Vittorio, favorita dalla comune origine contadina, che si rafforza poi negli anni dell’impegno sindacale. Dopo la caduta del fascismo, il 18 agosto, ritorna a Roma dove prende contatto con le bande partigiane operanti nel Lazio e collabora attivamente alla Resistenza con il compito specifico di organizzare i gruppi di azione femminile. Per la sua attività nella Resistenza con il Decreto presidenziale del 17 gennaio 1957 le viene assegnata la Croce di guerra al valore militare.
Dopo la liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, inizia il suo lavoro tra le donne e l’impegno sindacale. Assume l’incarico di responsabile della commissione consultiva femminile della CGIL e, nel settembre 1944, collabora alla fondazione dell’Unione donne italiane (UDI). Al primo congresso dell’UDI, tenutosi a Firenze nell’ottobre 1945, Adele Bei viene eletta nel consiglio nazionale.
Nel luglio del 1945 si reca in Unione Sovietica con una delegazione sindacale e ha così la possibilità di riabbracciare i figli e di riportarli in Italia. La sua vita però è travolta dalla morte del figlio Ferrero, seguita poi dalla separazione dal marito.
Nel 1945 viene designata dalla Cgil unitaria nella Consulta nazionale, un organismo non elettivo che inaugura i suoi lavori il 25 settembre 1945 per dare pareri sui provvedimenti legislativi del governo e costruire il percorso giuridico per condurre il Paese all'elezione delle amministrazioni locali e di un’Assemblea costituente. Il 2 giugno 1946 insieme al referendum istituzionale per la scelta fra monarchia e repubblica gli italiani votano per l’elezione dei deputati dell’Assemblea costituente a cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale. Adele viene eletta ed è una delle 21 donne all’Assemblea Costituente che hanno contribuito a scrivere i principi fondamentali nella nuova Carta costituzionale su cui si fonda la Repubblica italiana.
Continua attivamente il suo impegno per l'organizzazione delle donne nel Partito comunista per spingerle ad avere un ruolo attivo in politica anche contro le resistenze degli stessi dirigenti del partito. Nei primi mesi del 1946, con il ritorno a casa di circa un milione di ex combattenti, si comincia a ventilare la possibilità di licenziare le donne che, durante la guerra, avevano sostituito i richiamati nelle industrie e negli uffici pubblici. In molte città cortei di reduci chiedono l’allontanamento delle donne dai posti di lavoro, ma queste rivendicano il loro posto nella società su un piano di parità con gli uomini, anche perché erano state anch’esse protagoniste della lotta partigiana. Adele Bei, al loro fianco, intrecciando l’impegno istituzionale con quello di responsabile femminile della CGIL, chiede che fosse rispettato il diritto al lavoro per le donne, progettando politiche di sviluppo economico tali da garantire occupazione a tutti i cittadini.
Ciò che contraddistingue Adele Bei nella sua azione politica è la sua autonomia di giudizio, che è stata una costante delle sue scelte, e che non le ha impedito di contrapporsi anche all’operato della Cgil diretta da Di Vittorio. In occasione infatti del primo congresso della CGIL, che si è tenuto a Firenze nel giugno 1947, nella veste di responsabile femminile del sindacato, presenta la Carta della lavoratrice, in cui chiedeva che la donna godesse degli stessi diritti degli uomini relativamente al lavoro, al contratto, alla retribuzione e all’assistenza. Nel suo intervento stigmatizza quindi l’operato della Cgil, che aveva firmato un accordo con gli industriali che prevedeva per le lavoratrici una retribuzione inferiore del 30% rispetto a quella dei lavoratori.
In questo periodo è inoltre attivamente impegnata dal Partito comunista nel lavoro di organizzazione delle donne. A questo scopo viene inviata per qualche tempo in Calabria, ma al centro delle sue iniziative ci sono le contadine, le operaie e le casalinghe della sua regione. In diverse occasioni rivolge a queste donne le sue appassionate parole per indurle a impegnarsi in politica, a uscire da una dimensione esclusivamente privata per far valere la presenza femminile nella società e contribuire in tal modo alla rinascita dell’Italia.

Adele Bei, dal settembre 1946 all'ottobre del 1947 è segretaria della Terza commissione per l'esame dei disegni di legge dell'Assemblea costituente. Nel febbraio del 1947 non esita a intervenire con forza per esprimere la sua contrarietà sulla soppressione del ministero dell’Assistenza postbellica, con il conseguente taglio di fondi alle opere assistenziali a favore delle famiglie più bisognose, nonostante il parere favorevole del suo partito. Adele Bei è eletta al Senato nella I legislatura, dal 1948 al 1953 e sarà poi eletta alla Camera dei Deputati nella lista del PCI per il XVIII collegio delle Marche (relativo alle province di Ancona, Pesaro, Macerata e Ascoli Piceno) dal 1953 al 1958.
Nel febbraio del 1948, lasciato l’incarico nella commissione femminile della CGIL, Bei diventa presidente dell’Associazione donne della campagna, con grande impegno si dedica a questo nuovo incarico, organizzando convegni, incontri e comizi in tutta Italia, con l’obiettivo di fare uscire dall’isolamento le donne della campagna e di renderle consapevoli dei loro diritti.
Nel 1951 fino al 1960 Adele Bei assume nella Cgil l’incarico di Segretaria nazionale delle lavoratrici del tabacco. Anni cruciali di scioperi per l’applicazione del loro primo contratto collettivo di lavoro, stipulato nel 1947, con il quale avevano ottenuto aumenti salariali non ancora praticati dai datori di lavoro.
Il Sindacato nazionale delle tabacchine si era costituito nel dopoguerra quando la protesta delle lavoratrici del tabacco, in precedenza spontanea e dispersa tra le molte concessioni, aveva cominciato a essere guidata dalle leghe e dalla Confederterra e si era trasformata in un movimento più politicamente orientato. Volevano inoltre che lo stesso sindacato non le considerasse lavoratrici agricole organizzate nella Confederterra, ma le riconoscesse come una categoria autonoma, aderente in quanto tale alla CGIL.
Le dure condizioni di lavoro avevano favorito la combattività delle lavoratrici e le aveva spinte a richiedere con forza aumenti salariali, denunciando il sistema del cottimo, la diminuzione dei ritmi di lavoro e l’inquadramento tra i lavoratori dell’industria per beneficiare di una maggiore tutela previdenziale e assistenziale. Adele Bei si pone alla testa del movimento che, nel 1952, si riunisce a congresso per fondare il Sindacato nazionale tabacchine. Adele Bei dedica al Sindacato tabacchine tutti i suoi sforzi, rilasciando interviste, scrivendo articoli, presentando interrogazioni parlamentari, fa conoscere le loro condizioni di lavoro, in breve tempo diventa il punto di riferimento delle tabacchine, l’ambasciatrice dei loro problemi, esaltandone la combattività e la fierezza, quasi in una sorta di identificazione con loro e con la loro vita. In ogni occasione e con ogni mezzo fa conoscere le loro condizioni di lavoro, fonda il giornale La Tabacchina, bollettino mensile del sindacato e mezzo di informazione e di coesione delle lavoratrici.
Nel 1957 le tabacchine riescono a ottenere miglioramenti salariali e il trattamento previdenziale e assistenziale assimilabile a quello dei lavoratori dell’industria. Con l’inquadramento del Sindacato tabacchine nella Fila (Federazione italiana lavoratori alimentaristi) nel 1960 si conclude però la storia del sindacato delle tabacchine e anche la storia di Adele Bei sindacalista.

Il suo forte legame personale con le lavoratrici, di cui era diventata il simbolo, e il suo impegno nel tutelare l’autonomia del loro sindacato erano stati sicuramente guardati con sospetto all’interno di una CGIL che all’epoca non ammetteva atti d’indisciplina.
Bei, invece, aveva dimostrato in diverse occasioni di non accettare un ruolo da soldato disciplinato e acquiescente. Paga quindi con l’emarginazione proprio quella determinazione e volontà appassionata che, in tutta la sua vita, l’avevano spinta a lottare contro le ingiustizie sociali, per affermare i diritti dei lavoratori e delle donne, seguendo una propria autonomia di giudizio.
Nel corso degli anni Cinquanta, Adele Bei aveva continuato a intrecciare il suo impegno di sindacalista con quello di parlamentare. Eletta per due volte alla Camera dei deputati per il collegio di Ancona, nel 1953 e nel 1958, continua a rivolgere il suo sguardo ai diritti delle lavoratrici, presentando proposte di legge sulla parità retributiva tra uomini e donne, sulla tutela per le lavoratrici madri e per introdurre il divieto di licenziamento delle donne a causa di matrimonio. In questi anni, porta in Parlamento la voce delle lavoratrici più sfruttate e, in particolare, delle ‘sue’ tabacchine, con interventi diretti anche a stigmatizzare l’operato dell’Ispettorato del lavoro, che giudicava carente nell’effettuare controlli o nel comminare sanzioni alle aziende, anche a fronte di inadeguate misure di sicurezza, spesso causa di incidenti con ferimenti e ricoveri ospedalieri.
È sempre stata molto attenta anche ai problemi della sua regione. Nel 1959 presenta una proposta di legge per il ripristino della Facoltà di veterinaria nell’Università di Camerino, che era stata soppressa nella fase di trasformazione di quella libera Università in statale. Nel 1960 presenta un’interrogazione parlamentare per conoscere le ragioni della mancata attribuzione della medaglia al valore alla città di Tolentino, che pure si era distinta nella lotta di liberazione dal nazifascismo.
Con la conclusione del terzo mandato parlamentare, Bei non ha più incarichi politici né sindacali. Non si rifugia però nella vita privata. Nel 1968 viene eletta nel Comitato esecutivo dell’Associazione perseguitati politici italiani antifascisti (Anppia). Continua anche a impegnarsi nel suo partito come una semplice militante, come era stata in anni lontani, rivolgendo sempre la sua attenzione alla condizione delle donne. Ancora componente del Consiglio nazionale dell’UDI, si rende disponibile per iniziative rivolte alle donne della sua regione, con le quali si incontrava e discuteva per capirne i problemi e per sollecitarle a far sentire la loro voce, convinta fino alla fine che una forte presenza della donna nella società e nelle istituzioni è condizione perché un Paese possa dirsi davvero democratico.
Muore a Roma il 15 ottobre 1976 ed è sepolta al Cimitero del Verano di Roma.

Belumat
Benelli S.p.a
MdM_IT_E_00103 · Ente
Bertani
Bertini, Mariano
MdM_IT_P_00457 · Persona · 1907 set. 28 - 1966 set. 20

Mariano Bertini nasce a Fano il 28 settembre 1907. Figlio di Lazzaro Bertini ed Elvira Roscini, egli è più noto con il nome di “Mario”. Operaio cementista e autodidatta, agli inizi degli anni Trenta è tra i principali animatori, insieme ad altri giovani di diversa estrazione sociale (tra gli altri si ricordino gli studenti universitari Bruno Venturini, Carlo Ghiandoni e Vittorio Mazzolini; il meccanico Silvio Battistelli e il fuochista Renzo Rovinelli) di una nuova leva di militanti comunisti che animano la lotta antifascista nell’area fanese (in cui vi era anche una rilevante presenza anarchica). Nel 1932, Bertini, insieme a Venturini e Alberto Mancinelli, guida un comitato che organizza l’attività clandestina e stringe rapporti con gruppi comunisti che si andavano formando anche nel capoluogo di provincia e nel suo hinterland. Nel complesso, la rete di gruppi comunisti si segnala per un’intensa attività di proselitismo e produzione/divulgazione di stampa antifascista scoperta nel 1933 solo grazie all’infiltrazione di un componente della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale all’interno del gruppo fanese. Ciò porta all’arresto e al deferimento al Tribunale speciale di gran parte dei componenti del gruppo comunista provinciale. Il 10 novembre 1933 a Bertini viene inflitta la pena più elevata – una condanna a 10 anni – in quanto ritenuto tra i principali responsabili dell’attività clandestina. L’esponente fanese viene scarcerato dopo aver scontato metà della pena in seguito ad una sopraggiunta amnistia e pur essendo in stato di libertà vigilata riprende i contatti con la rete antifascista locale intensificando le sue attività durante il secondo conflitto mondiale. In tal senso, «dopo l’8 settembre è, con Carlo Paladini, Enzo Capalozza e Silvio Battistelli, tra i fondatori del CLN di Fano» e ciò lo porta a prendere effettivamente parte alla lotta armata contro gli occupanti tedeschi e i repubblichini segnalandosi come uno dei primi, dalla fine del 1943, ad organizzare bande partigiane nella zona di Frontone, Cagli e Cantiano. È attivo nella V Brigata Garibaldi in qualità di ufficiale di collegamento e succede nel febbraio 1944 a Pompilio Fastiggi – assassinato il 1° febbraio a Sant’Angelo in Vado dopo essere stato tradotto nella locale caserma dei carabinieri – alla guida della ricostituita federazione provinciale comunista. Dopo la Liberazione riprende vigore anche l’attività sindacale. Sulla base del Patto di Roma del giugno 1944 e dei rapporti di forza tra le organizzazioni antifasciste si costituisce la Cgil come sindacato unitario dei lavoratori (in linea di continuità con la disciolta Cgl durante il ventennio fascista). Nel pesarese Bertini, insieme ai comunisti Augusto Gabbani e Bruno Alciati, al socialista Dante Spallacci, all’azionista Giovanni Giordani e al democristiano Arnaldo Forlani (successivamente dirigente locale e nazionale della Dc, nonché Ministro e Presidente del Consiglio dei Ministri), è membro della segreteria della Camera del Lavoro pesarese e già a un anno di distanza dal Patto di Roma ne risulta segretario generale contornato da una segreteria che vede i primi avvicendamenti nella componente cristiana, rinforzata, con i nuovi entrati Otello Godi e Giovanni Maria Venturi al posto di Forlani. Già dalla sua ricostituzione la Cgil si presenta come un soggetto accreditato dalla controparte datoriale vista la non irrilevante attività contrattuale che viene a sedimentarsi, ma in una situazione di oggettiva difficoltà e impoverimento in seguito alle rovine lasciate sul campo dalla guerra, une delle poche modalità efficaci per ottenere risorse consiste nel premere sulle istituzioni statali (e locali) per reperire finanziamenti da impiegare per lavori di pubblica utilità e così almeno ridurre le imponenti disuguaglianze sociali prodotte da un’estesa disoccupazione. È proprio in questi anni che s’impongono metodi di lotta originali come gli ‘scioperi alla rovescia’ sia in ambito urbano che rurale. D’altronde, il sindacato guidato da Bertini trova proprio nelle campagne il suo principale radicamento tanto che, nell’agosto del 1945, 15.000 dei 23.000 iscritti provenivano dal settore agricolo. Di questi i mezzadri erano di gran lunga la categoria più rappresentativa, rispetto a fittavoli e coltivatori diretti, ed anche la più combattiva sul lato della revisione del patto colonico dopo la timida (ed ostacolata) riforma promossa dal Ministro comunista Fausto Gullo nel 1944 che interveniva sulla ripartizione dei prodotti e sul temporaneo congelamento delle disdette. A volte si trattò di lotte immani con esiti tragici come in occasione del ‘sequestro dei padroni’ di Macerata Feltria o dell’agguato a Umberto Giorgini, dirigente della Confederterra di Cagli (dicembre 1947). Di fatto, come sottolinea Bertini in un suo resoconto sul livello organizzativo (Relazione sulla situazione politica della e sindacale della Provincia nel 1945), si manifestavano problemi legati alla «deficienza di collegamenti con le zone periferiche […], l’insufficienza degli organi locali e dell’organizzazione provinciale» che si riverberava nella difficile penetrazione del sindacato in importati categorie di lavoratori, nello scarso livello di competenza dei comitati direttivi, nella carenza di attrezzature tecniche e burocratiche, nell’assenza di donne e giovani nel gruppo esecutivo dell’organismo confederale (e sulla scarsa presenza di attiviste femminili si tornerà anche in seguito a rimarcarne la problematicità). Bertini è confermato segretario in occasione del I congresso provinciale della Cgil che si tiene tra il 22 e il 24 aprile del 1947. L’assemblea che lo elegge fa riferimento ad una composizione fortemente egemonizzata dagli iscritti comunisti (pari al 65%) a cui si affiancavano, in subordine, socialisti (15%), democristiani (10%), azionisti (4,5%) e repubblicani (3%). Bertini, inoltre, è uno dei cinque rappresentati comunisti (gli altri sono Adele Bei, Giacomo Allegrucci, Tito Biancaluna ed Elio Della Fornace) inviati al congresso nazionale della Cgil che si tiene a Firenze nel luglio 1947. Il pluralismo sindacale, che convive difficilmente in un fraglie quadro unitario, inizia ad essere severamente intaccato proprio in questo frangente in seguito ad alcuni eventi che si configurano come vere e proprie rotture. Da un lato, l’espulsione delle sinistre dal quarto governo guidato da Alcide De Gasperi nel maggio 1947 (e la scelta inequivocabilmente filoatlantica in politica internazionale successiva alle elezioni politiche del 1948), dall’altro, la difficolta a distinguere scelte politiche e sindacali portano i dirigenti comunisti della Cgil come Bertini a dover schiacciare l’agenda sindacale su quella più propriamente partitica. E ciò peserà tanto più sulla dialettica sindacale, alimentandone le lacerazioni, dal momento che per i comunisti si prospetta una lunga fase di opposizione in Parlamento e nella società date le scelte di campo opposte che vengono a delinearsi in termini non solo ideologici bensì geopolitici. Bertini conclude la sua esperienza dirigenziale in Cgil nei primi mesi del 1948. Gli succederà un giovane ‘quadro’ intellettuale comunista, l’avvocato Angelo Arcangeli. A sua volta, Bertini si dedica in modo pressoché esclusivo alla militanza nel Pci ed in particolar modo all’organizzazione della Cooperativa pescatori. Muore a Pesaro il 20 settembre 1966.

Beta
Bianchi, Aldo
MdM_IT_P_00467 · Persona · 1924 apr. 22 - 1993 gen. 11

Aldo Bianchi nasce a Montegrimano in una famiglia di mezzadri, il 22 aprile 1924. Riesce a frequentare soltanto le scuole elementari, poi, come di consueto tra i figli dei mezzadri, inizia a lavorare. Richiamato alle armi nell’estate del 1943 è fatto prigioniero dopo l’8 settembre e viene internato nel campo di concentramento di Essen, sotto campo di Buchenwald. Rientrato in Italia, riprende il suo lavoro da mezzadro. Ma la situazione è diversa. Nelle campagne la situazione si fa ben presto esplosiva. Aldo Bianchi diventa un punto di riferimento delle lotte dei contadini per la revisione dei patti colonici, l’applicazione del Lodo De Gasperi, il superamento delle regalie ai padroni. Dal 1945 al 1955 è capolega. In un’intervista ricorda la solida organizzazione della lega dei mezzadri: «Le famiglie iscritte alla lega dei mezzadri erano 125 su 128: tutto funzionava a perfezione, ogni frazione del Comune si era data un nucleo dirigente e quando si impartiva una indicazione di lavoro e di lotta da parte del Comitato lega, la risposta era totale». L’organizzazione contro il residuo feudale delle regalie era così solida, da fare sì che i capponi destinati per Natale al padrone finissero alla Lega, anche se poi molti mezzadri pagarono i gesti di ribellione con disdette, bastonate e denunce. In occasione del III Congresso provinciale della Federmezzadri del 1952 è nominato sia nella Commissione tesseramento che nel Comitato direttivo, assieme a Augusto Gabbani e Giovanni Costantini. Nel 1956 Aldo Bianchi entra nella segreteria della Camera del lavoro provinciale e viene nominato alla direzione della Federmezzadri provinciale. Guida così da segretario il V, nel 1957, e il VI, nel 1960, Congresso della Federmezzadri. Assieme a Pino Monaldi e al socialista Vero Reggiani è nominato come delegato provinciale al Congresso nazionale della Federmezzadri. Continua a occuparsi di agricoltura in diversi incontri, come i convegni del Pci sullo sviluppo economico e sociale delle Marche o la conferenza regionale sull’agricoltura del 3 e 4 febbraio 1962. A questo impegno affianca quello nel consiglio provinciale di Pesaro, al quale è eletto nel 1960. Nel 1961 è nominato nel direttivo dell’Inam, in rappresentanza dei lavoratori dell’agricoltura insieme a Elmo Del Bianco e Gino Morotti. Nel 1963 entra nel Comitato regionale della Cgil. L’anno dopo si candida al consiglio comunale di Pesaro e subentra a Giacomo Mombello alla segreteria della Camera del lavoro di Pesaro. Data la sua esperienza passata guarda ai rapidi mutamenti che coinvolgono le campagne, dove la realtà mezzadrile sta scomparendo in favore dell’agricoltore-proprietario, e la necessità di adeguare il sindacato alla trasformazione socioeconomica che travolge il Paese. Egli intende la necessità di non abbandonare il processo a un puro spontaneismo, ma di governarlo attraverso ‘riforme strutturali’, come afferma al Convegno sull’agricoltura nelle Marche del 1962. Da segretario affronta dunque la crisi congiunturale che segue l’esaurimento degli anni del miracolo economico. Al VI Congresso della Camera del lavoro provinciale che si tiene a Urbino nel marzo del 1965, quantifica i licenziamenti in tutta la provincia di novemila unità, settemila nel solo settore dell’edilizia, 1200 in quello del mobile. La cognizione dell’emersione di nuovi problemi nelle fabbriche, nelle campagne e negli uffici si traduce anche nella necessità di dare una forte sterzata ai rapporti all’interno della Cgil provinciale tra funzionario e attivista, come egli stesso nota alla conferenza programmatica della Camera del lavoro, evidenziando i segni di logoramento di un’organizzazione imponente e influente, con i suoi 20.000 organizzati. Il compito del rinnovamento l’avrebbe tuttavia affidato al suo successore: nel 1967 lascia la segreteria per diventare segretario del Pci. Con questa carica viene eletto per la terza volta al Consiglio provinciale. Il 7 maggio, alle elezioni legislative anticipate del 1972, viene eletto al Senato nel collegio di Pesaro e Urbino. Nel corso della VI Legislatura è membro della 11a Commissione permanente lavoro, previdenza sociale, dove ricopre l’incarico di segretario, per poco meno di tre mesi, dal 13 aprile al 4 luglio 1976, data di fine legislatura, essendosi verificate elezioni anticipate il 20 giugno 1976. Dal 2 dicembre 1975 fino alla fine della legislatura risulta anche membro della Commissione parere enti pubblici e personale dipendente. Esaurita l’esperienza parlamentare, dal 1977 al 1985 è Segretario della Cna di Pesaro. Muore a Pesaro l’11 gennaio 1993.

Bietti
Biettini, Enrico
MdM_IT_P_00469 · Persona · 1936 apr. 6 -

Nasce nel 1936 a Roma. I genitori non lo riconoscono e viene adottato da una famiglia di contadini del sud della Ciociaria. Vive ad Arnara di Frosinone. Sono anni decisivi per la sua adesione al Partito socialista: nella sua infanzia tocca con mano la tragica miseria di quelle terre, mentre macina giorno per giorno i chilometri nel fango per raggiungere il paese. «Se non si voleva camminare nella fanga, perché era umiliante arrivare in paese tutti sporchi ed essere derisi delle nostre condizioni, allora si doveva camminare nella strada bianca, ma si allungavano ancora di più le distanze» ha dichiarato in un’intervista rilasciata nel 2005. Nel paese riesce a frequentare la scuola fino alla quinta elementare. Poi è costretto a interrompere, per andare al pascolo. Studia di notte, con il lume a petrolio e d’estate dà lezioni di ripetizione ai ragazzi della zona rinviati a ottobre, nelle pause dal lavoro. Nel 1948, a soli dodici anni si avvicina alla politica ed entra nel Fronte popolare, facendo volantinaggio per il Partito socialista nella sua zona. Lo spinge uno spiccato senso di giustizia sociale, maturato leggendo parole di Garibaldi. A quattordici anni lascia la sua famiglia adottiva e ritorna in brefotrofio sperando di poter migliorare la sua condizione e di poter studiare e coltivare il sogno di diventare insegnante. Non riesce a realizzarlo, ma dall’orfanotrofio romano viene portato alla 'Città dei ragazzi', fondata dove sorgeva il campo di Fossoli da don Zeno Saltini. Qui fa lavori di artigianato e gli viene concesso di andare a scuola. Sceglie come mestiere da apprendere quello del sarto. Ma dopo pochi mesi avviene per Enrico Biettini una nuova svolta. Dopo lo scioglimento della Città dei ragazzi per motivi economici si sposta all’orfanotrofio di Pesaro nel 1950, città consigliatagli da un sarto conosciuto a un comizio di Di Vittorio a Roma. Qui comincia a lavorare presso la sua bottega ed esce dall’orfanotrofio, venendo accolto per un anno a casa sua. All’inizio degli anni Cinquanta viene introdotto al sindacato da Otello Bonetti, cameriere, repubblicano mazziniano.
Il 17 febbraio 1953 si iscrive al movimento giovanile socialista, dove gli viene proposto un impiego a tempo pieno, una sorta di tuttofare impegnato nel partito e nel sindacato. Nel 1959 la Cgil gli propone di spostarsi a Fano, dove la Camera mandamentale stava affrontando un momento difficile. Affianca Benito Severi, come vicesegretario: ha la responsabilità diretta del settore contadino nella Federmezzadri. Tra il 1959 e il 1961 è tra i protagonisti della mobilitazione dei lavoratori ortofrutticoli contro gli esportatori che non garantivano al momento della consegna dei prodotti un introito, né comunicavano loro i prezzi ed eventuali ricavi, ma li vincolavano a sé attraverso dei prestiti. Lo scontro sarebbe stato duro e sarebbe durato per settimane in una città blindata, ma avrebbe dato frutti: vengono aumentati i prezzi all’ingrosso, conferita una garanzia di base del valore dei prodotti, sono liberalizzati i rapporti di sudditanza tra contadini ed esportatori. Inoltre Biettini segue la battaglia portata avanti nei confronti dell’associazione nazionale bieticoltori per una liberalizzazione dei prodotti, rispetto al regime di monopolio esistente che imponeva prezzi in maniera unilaterale e ne differiva il pagamento.
Nel 1964 torna a Pesaro. Al Congresso della Camera provinciale, è eletto segretario aggiunto alla Camera del Lavoro di Pesaro, come rappresentante della quota Psiup, in sostituzione di Giacomo Mombello, che lasciava la segreteria camerale ad Aldo Bianchi.
L’incarico gli viene nuovamente rinnovato nel 1967, come esponente della Filtea. Nel 1969, in occasione del VII Congresso, è scelto tra i delegati al Congresso nazionale. Nello stesso periodo, tra il 1960 e il 1970, è eletto al consiglio comunale di Fano. Per tre anni riceve anche l’incarico di assessore, ma vi deve rinunciare per l’incompatibilità con il successivo incarico sindacale.
All’VIII Congresso della Cgil viene confermato nella segreteria provinciale e nominato tra i delegati al Congresso nazionale. Dopo la confluenza del Psiup nel Pci nel 1972, Biettini passa al Psi, continuando a essere nominato segretario aggiunto della Camera del Lavoro e a seguire la Camera mandamentale di Fano. Nello stesso anno è nominato per la Cgil nel comitato direttivo e nella segreteria, assieme a Pino Monaldi, della federazione unitaria della Cgil, Cisl e Uil. Rimane nella segreteria camerale della Cgil fino al 1980, quando lascia il sindacato per l’incarico di segretario provinciale del Psi. Nel complesso, con i suoi sedici anni consecutivi, è la figura rimasta più a lungo nella segreteria nella storia della Camera del Lavoro di Pesaro.

Bo, Carlo
Persona